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1. Margini: Giancarlo Marzorati e la città-territorio. Una mostra a Milano

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Centrale dell'Acqua. L'immagine all'ingresso con l'interno dell'Auditorium di Milano.

MARGINI: RISCOPRIRE L’IDENTITÀ NELLA CITTÀ-TERRITORIO.

GIANCARLO MARZORATI E I PROGETTI PER L’ACCOGLIENZA,

IL BENESSERE, LA CULTURA

L’evento espositivo e dialogico, a cura di Domenico Tripodi e Leonardo Servadio, si è svolto alla Centrale dell’Acqua a Milano (Piazza Diocleziano 5) da mercoledì 8 a giovedì 30 maggio 2019

Centrale dell’Acqua. Sala conferenze e pannelli dell’esposizione.

La mostra si è articolata in una serie di venti modelli esposti al piano superiore e in ventinove pannelli esposti attorno alla sala conferenze della Centrale dell’Acqua, per illustrare alcune opere emblematiche di Giancarlo Marzorati ed evidenziare come queste incidono sul panorama urbano divenendo luoghi che danno nuovo ritmo e nuova identità nello sprawl, generando momenti di cultura, di socialità, di qualità del vivere.

Presentiamo qui un resoconto della mostra e degli incontri che l’hanno accompagnta, cui hanno partecipatoi esperti nella progettazione e gestione dello spazio urbano, della vita culturale, del benessere.

La mostra

La Torre Sospesa, tra Milano e Sesto San Giovanni nella prospetiva di Viale Monza.
Centrale dell’Acqua. Lo spazio per gli incontri e i pannelli espositivi.

L’area metropolitana si allarga e soverchia i confini tra città e campagne, ma alcune architetture emergono come segno. Indicano il passaggio da un luogo a un altro, sono nuove espressioni di identità, divengono centralità dove c’era periferia. Alcune opere di Giancarlo Marzorati, come l’hotel Barcelò a Ovest; il complesso Villa Torretta-centro Sarca o la Torre Sospesa a Nord; il nuovo ospedale dalle coperture verdi in via Bistolfi a Est; l’Auditorium di Milano a Sud sono landmark che dicono, a chi arriva da fuori: questa è Milano.

Centrale dell’Acqua. I modelli esposti al livello superiore.
Centrale dell’Acqua. Plastici e foto di diversi progetti.
Il plastico dell’Auditorium di Milano.

I progetti di Marzorati si sono sviluppati soprattutto nell’area di Sesto San Giovanni e proprio per questo includono snodi di passaggio tra Sesto e Milano (come per esempio quel che è il cuore del Parco Nord, Villa Torretta e il vicino ponte ciclopedonale). Questo fatto ha portato l’architetto a concepire e progettare vere e proprie nuove “porte” urbane: segni che evidenziano la distinzione tra una città e l’altra, là dove la continuità delle edificazioni ha cancellato i confini dei nuclei urbani. Anche così si possono recuperare luoghi significativi nel tessuto indistinto delle espansioni urbane degli ultimi sessant’anni.

La varietà di tali progetti, soprattutto indirizzati alla cultura (quali per esempio l’Auditorium di Milano in piazza G. Mahler), allo svago (come il Multicinema Sarca, tra Sesto San Giovanni e Milano), all’ospitalità (come per esempio l’Hotel Barcelò), al benessere (varie strutture ospedaliere in Milano) consentono di porre attenzione su come sempre gli edifici e i luoghi abbiano un valore e un senso che contribuisce all’identità della Milano postindustriale e al suo essere il centro di un’area metropolitana estesa a tutta la valle Padana.

Pannelli espositivi (Terme di Aquardens a Pescantina).

La mostra si presenta non solo come contributo informativo, ma anche come proposta:

  volta a comprendere e assumere quali nuove porte urbane alcuni luoghi esistenti;

  intesa a concepire nuove articolazioni urbane capaci caratterizzare l’abitato ai nostri giorni e di renderlo meglio vivibile; dedicata a ripensare alla misura in cui la città contemporanea abbia bisogno di spazi per respirare cultura, benessere, socialità, per trovare il senso di essere comunità locale nel contesto dell’umanità globale.

Sesto San Giovanni. Piazza Oldrini (progetto)

La mostra ha raccontato come un progettista prolifico (oltre un migliaio di opere realizzate) ha interpretato e proposto suggestioni per la città contemporanea, attraverso plastici, fotografie e disegni di architetture emblematiche, di edifici e spazi urbani, raccolti secondo quattro aree tematiche:

I confini della città: “Dopo lo sprawl: nuovi limiti e nuove identità

La città e il benessere: “Città è benessere

La città e la musica: “Città è musica

L’evoluzione delle periferie in nuove centralità: “Centralità delle periferie

Nuovo Centro Campari a Sesto San Giovanni (progetto Giancarlo Marzorati e Mario Botta).
Il plastico del Centro Campari.
Centrale dell’Acqua. I plastici di alcuni dei progetti di Marzorati.
Al centro, il pannello riguardante il progetto per la nuova torre di Dakar (Senegal).

Su questi argomenti si sono svolti quattro incontri che hanno punteggiato la mostra, nei giorni 8, 15, 22 e 30 maggio 2019. Ne diamo conto qui di seguito.

L’evento ha ottenuto il patrocinio di:

Collegio Ingegneri e Architetti di Milano
Associazione Alumni del Politecnico di Milano
Centrale dell’Acqua di Milano
MM Metropolitana Milanese SpA

La mostra di fotografie e plastici è stata svolta grazie al supporto logistico di Pisante Francesco Mobili e Arredamenti

2. Margini. Dopo lo sprawl, l’evoluzione dello spazio urbano

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Giancarlo Marzorati, Marco Romano, Gianni Verga

Atti del primo incontro nell’ambito dell’evento Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio. Giancarlo Marzorati e i progetti per l’accoglienza, il benessere, la cultura”

Mercoledì 8 maggio: Dopo lo sprawl: nuovi limiti, nuove identità. L’evoluzione dello spazio urbano

Ha accolto i partecipanti Luca Montani, direttore della Comunicazione di MM (l’Azienda che gestisce la rete idrica milanese):

Costruita nel 1906, in concomitanza con l’Expo di Milano, la Centrale dell’Acqua è rimasta in funzione sino agli anni Ottanta. Dal 4 luglio dell’anno scorso è stata musealizzata e viene visitata da decine di scolaresche perché consente di apprezzare come funzionava il sistema di pompaggio e distribuzione dell’acqua in città e, più in generale, di conoscere il vasto, globale ciclo dell’acqua: quel che si può considerare il motore della biosfera.

Luca Montani

Ma la Centrale dell’Acqua è diventata anche luogo aperto ad incontri ed esposizioni, un’occasione che MM offre alla città per conoscere meglio la sua storia, e per continuare a viverla nel segno di una cultura condivisa.

Leonardo Servadio, giornalista: 

Constantinos Dioxadis già a metà degli anni Sessanta notava che il mondo stava trasformandosi in una ecumenopoli (città globale) e che già si era costituita in Europa una eperopoli (città-continente). Oggi il fenomeno è molto più ampio e da tempo sono stati cancellati i confini tra nuclei urbani. Il che è evidente in quelle che erano le aree periurbane di Milano: i brani di campagna che un tempo si distendevano tra questa città e i centri urbani vicini sono inglobati entro un ambiente totalmente urbanizzato.

L’apertura della mostra, incontro sullo sprawl urbano. Intervento di Leonardo Servadio.

Lo stesso è avvenuto tra Parigi, Londra e Copenaghen, lungo tutto l’arco ligure e la Costa Azzurra, così come nella East Coast statunitense tra Boston e Washington, ecc. Si pone dunque il problema se, ed eventualmente come, recuperare segni che indichino il passaggio tra una città e l’altra nella continuità del costruito. “La mega città è inevitabile scrisse Dioxadis nel 1970 – e la qualità della vita al suo interno è cattiva. Dal momento che è un fenomeno ineludibile, l’unica soluzione è migliorarla“: ma come farlo?

Marco Romano, urbanista e professore di Estetica della città:

Chiariamo in primo luogo che non v’è un problema di identità urbana. Non sono le città a essere dotate di identità infatti, ma le persone e solo le persone. Queste si definiscono come cittadini, poiché dispongono di una dimora registrata in un contesto urbano e dispongono in questo di un indirizzo. E le persone si ritrovano in spazi pubblici, anzitutto nelle strade, che non sono tutte uguali. Ci sono quelle più povere e quelle più ricche, quelle più eleganti e quelle meno eleganti. Ma in tutte c’è una ricerca di bellezza e decoro, anzitutto nelle facciate.

Da destra a sinistra: Marco Romano, Giancarlo Marzorati, Domenico Tripodi

Così come tutte le donne, a prescindere dal ceto di appartenenza, amano vestirsi al meglio delle loro possibilità. Anche le contadine in pieno Medio Evo si cucivano vestiti di pregio: e così amavano godere della bellezza, e sfoggiarla. Allo stesso modo le strade a loro volta sono state rivestite, ovunque esse siano, di caratteri che esprimono questa ricerca di bellezza: ed è qui che si ritrova il gusto delle comunità locali. Nei temi collettivi che innervano le città di molteplici individualità.

Nelle altre grandi città occidentali l’età d’oro dei grattacieli è stata attorno agli anni ’30. A Milano è ora, perché questa città si è sempre mossa in modo circospetto e di conserva, quindi in ritardo. Le facciate dei palazzi non sono splendide, come a Firenze; splendide sono invece, entro quei palazzi, le dimore e i cortili. Eppure la città ha avuto cent’anni fa l’occasione per diventare tra le più belle d’Europa, quando il piano regolatore stilato alla fine dell’800 da Cesare Beruto ha ripreso il programma di Bonvesin della Riva, di mantenere la città perfettamente circolare con al centro il palazzo del Broletto pur circondandola con quanto l’avrebbe resa più bella alla fine di quel secolo, una triplice cerchia di boulevard, larghi 30, 40, 50 metri, che la cingono come una collana preziosa, intervallata dai larghi viali alberati che la legano alla campagna, da viale Monza a corso Lodi – ma soprattutto da passeggiate cospicue come viale Argonne o corso Sempione, larghe 90 metri come gli Champs Elysées a Parigi, e scandite da sequenze di passeggiate minori come via Morgagni e via Melloni e di square verdi uno di seguito all’altro come piazza Martini e piazza Insubria, come la grande croce intorno a piazza Libia, come poi il parco Sempione nella parte nord… sentiti dai cittadini come spazi che rispecchiano la loro dignità, dunque fatti propri dagli abitanti, fuori dalla gelosa chiusura del proprio “particulare”. Ancor oggi, se fosse ripreso, consentirebbe a Milano di porsi al pari di metropoli quali Barcellona o Berlino, tanto lodate per le loro più recenti trasformazioni. Prima vanno studiati i viali e le piazze, le chiese, le biblioteche e i musei; solo dopo gli altri edifici possono trovare un’adeguata collocazione. 

Joseph Di Pasquale, urban designer:

Ogni volta che mi capita di intervenire in un convegno succede sempre la stessa cosa, e cioè che mi preparo tutto un percorso mentale per il mio discorso ma poi sento quelli che parlano prima di me e mi viene voglia di cambiare tutto. Anche questa volta è successo lo stesso e i concetti che ha proposto il prof. Romano mi hanno scombussolato tutta la scaletta che adesso ho voglia di invertire partendo da quella che all’inizio era per me la fine.

L’intervento di Joseph Di Pasquale.

Prima però vorrei dire che quando qualche settimana fa sono stato a trovare Giancarlo nel suo studio per condividere una colomba pasquale, mi ha regalato questo piccolo meraviglioso libricino 1 che raccoglie alcune sue architetture, pensieri e scritti critici sul suo lavoro che ho avidamente letto e dal quale ho tratto spunti e parole chiave per questa chiacchierata. Punti che mi trovo come dicevo poco fa a dover riorganizzare.

Il nuovo punto di partenza è il concetto che ci ha raccontato il prof. Romano quando ha detto che l’identità riguarda esclusivamente le persone e non le città. Condivido profondamente questa idea e anch’io penso che non esiste un’identità delle città ma solo l’identità dei cittadini che si riconoscono in quella città. Questo mi spinge a parlare di un’opera di Giancarlo che io considero in assoluto la sua più interessante e stimolante intellettualmente, e che è qui esposta anche in questa mostra: la torre Pluralista. Innanzitutto a partire dal nome, che a mio avviso già di per sé potrebbe perfettamente essere il frutto dell’intelligenza narrativa di un Giorgio Gaber. Trovo che l’idea generatrice della torre pluralista vada esattamente nella direzione che intendeva il professor Romano e cioè quella di immaginare un’architettura che sia l’insieme delle identità di ciascun singolo individuo che vive nell’edificio nel quale ogni piano appunto è diverso dagli altri perché è il frutto dell’interscambio specifico e singolare di quello specifico abitante con l’architetto. Questa figurazione ad un tempo unitaria e composita, o se volgiamo unitaria proprio perché composita, sia una traccia di lavoro importante che Giancarlo ci indica e che io personalmente sento molto forte come stimolo di lavoro e di ricerca.

A questo proposito, proseguendo nel percorso riorganizzato di quanto volevo dirvi, vorrei citare un passaggio che ho trovato sempre in questo libricino tratto dal commento critico del curatore: “Marzorati sboccia alla libertà progettuale entro un universo in cui la tendenza all’uniformità è già stata superata, ma la cultura del rispetto del singolo entro un quadro di armonia sociale ancora non è stato definito”. Mi pare che queste parole siano la perfetta definizione della criticità identitaria (sempre riferita al rapporto tra persone e città) nel tentativo di rispondere al tema che ci è proposto per il dialogo di questa sera: dopo lo spraw… e io aggiungo: che fare?

Ovviamente esiste un dato strutturale che ha generato l’esplosione delle città così come le abbiamo viste nelle immagini notturne dal satellite presentate in apertura di questa serata. Il genere umano ci ha messo diecimila anni per passare dal primo homo sapiens ad un miliardo di persone all’inizio del XIX secolo, e poi solo poco più di duecento anni per passare da un miliardo di persone a sette miliardi. Questo ci racconta da un lato di un grande successo della nostra specie, migliori condizioni di vita, incremento esponenziale della produzione agricola, enormi progressi nella medicina e nella cura delle malattie. Ma dall’altro ci porta a considerare appunto gli squilibri e le problematiche connesse a questa crescita senza precedenti nella storia dell’umanità e direi nella storia delle specie viventi. Ogni volta che penso a come il genere umano che costruisce le sue città per analogia penso ad altri esseri viventi che fanno la stessa cosa: le formiche, le api, le termiti etc. e mi sono spesso domandato se all’interno di queste comunità viventi, tra le api operaie ad esempio, non ci siano anche delle “api architetto” preposte a governare e a dare le direttive per la costruzione dell’alveare, che potremmo definire come un “edificio città”, un unico organismo ad un tempo architettonico ed urbano. In realtà non credo che esistano delle “api architetto”, penso invece che tutte le api abbiamo come inscritto nel loro DNA anche il progetto del loro edificio-città come corrispettivo spaziale della loro strutturazione sociale e comunitaria, e che quindi abbiano sviluppato nel tempo un saper fare condiviso che è diventato un patrimonio collettivo nel quale tutte le api si riconoscono istintivamente.

La stessa cosa è successa anche per il genere umano che per migliaia di anni è andato avanti elaborando, perfezionando e costruendo un’idea condivisa di città che corrispondeva in qualche modo al DNA urbano e sociale iscritto nella coscienza profonda di ciascun essere umano. Poi ad un certo punto è arrivata la “follia del razionalismo”. Uso intenzionalmente il contrasto tra le due parole “follia” e “razionalismo” per evidenziare quanto è successo alle origini dell’esplosione urbana successiva alla seconda guerra mondiale quando appunto abbiamo assistito ad un rapido estendersi del costruito ma anche però rispetto al passato non è più stato capace di generare città. E’ vero come abbiamo detto che l’identità non delle città ma delle persone che si identificano nelle città, ma perché questo possa avvenire la città deve esserci, e invece abbiamo avuto del territorio consumato e costruito ma senza più generazione città. La città “storica” sembrava morta e con essa l’idea stessa di città. Ma era un omicidio premeditato perché questa enorme espansione del costruito seguiva appunto la “follia del razionalismo”. Essa ha generato dei non luoghi che hanno generato non persone insieme a tutti i conseguenti disagi sociali che ben conosciamo.

A questo proposito vengo ad un altro spunto che ci ha dato il professor Romano quando ci ha raccontato che uscendo dalla propria casa una volta ci si trovava una strada, oggi invece nei quartieri di periferia quando si esce si trova un prato e non c’è più quindi la visibilità pubblica del proprio “abitare”, ruolo che “le facciate” avevano sempre avuto nel rappresentare l’identità dei singoli come frontiera identitaria costruita tra spazio privato e spazio pubblico. Anni fa ho scritto un articolo che si intitolava appunto “faccia e facciata” 2 denunciando come l’architettura razionalista avesse mancato di interpretare proprio questo ruolo di interfaccia fisica e simbolica del rapporto tra edificio e strada come rappresentazione della comunità come insieme di identità individuali.

Ma qual è l’origine di questa incapacità? A mio parere non è affatto il frutto di una mancanza di pianificazione, ma al contrario è la conseguenza diretta di una precisa elaborazione teorica sviluppata appunto da chi ha pensato di poter ridurre la città ad un mero fatto razionale, tecnico e numerico riducendo tutto ad aria, luce, standard, distanze, misure, e concetti come l’existent minimum, gli standard etc. etc. Questa è la follia del razionalismo. E non ho nessun problema a dire che l’urbanistica razionalista di quegli anni equivale ad un’arma di distruzione di massa che ha generato disastri incalcolabili dal punto di vista sociale. Questo mi porta e definire provocatoriamente i campioni di questa ideologia urbanistica, con in testa Le Corbusier, dei veri e propri criminali urbanistici ai quali imputo la paternità intellettuale e culturale del disastro ambientale e soprattutto sociale che si è perpetrato col diffondersi dell’”edilizia aperta” e dello sprawl come patologia urbana cronica ed endemica e li accuso pubblicamente di tentato omicidio storico premeditato nei confronti della città !

Dico questo perché è bene ricordare che in tutti i fenomeni che sono connessi al costruito e alla città e all’architettura non esiste mai nulla di spontaneo ma c’è sempre un pensiero e un discorso che ne è l’origine prima. E sta a noi definire che questo discorso sia per il bene della città. Come lo stesso Giancarlo dice infatti “La parola è prima di qualunque idea: senza comunicazione non c’è rappresentazione, non c’è concetto”. Io credo che questo sia esattamente il centro del discorso per capire sia come lo sprawl si è originato e sia come sia possibile fare in modo che torni ad esprimete l’enorme potenziale di figurazione urbana che è intrappolato da decenni e che risiede inespresso nelle persone che lo abitano e che ne vivono da generazioni ormai i disagi e le criticità.

Vorrei concludere questo primo intervento con un’ultima citazione dal libro che mi ha regalato Giancarlo. In questo caso si tratta della dedica che mi ha voluto riservare nel regalarmelo riferendosi a me come a  “un amico col quale condivido il piacere del bello”. Ecco forse questo piacere del bello è proprio la cifra professionale e umana della ricerca con la quale Giancarlo fa emergere quella città potenziale e che nelle sue architetture ci racconta come esplicita piacevolezza del suo disegnare, del suo progettare e del suo costruire.

1 Leonardo Servadio “Giancarlo Marzorati, oltre la forma” (Milano 2009)

2 Joseph di Pasquale “Faccia e facciata” (in: Studi Cattolici n 600, febbraio 2011)

Alfredo Spaggiari, achitetto, responsabile Urban Center di Milano:

Nella nostra attività di promozione della cultura urbana ci siamo occupati più volte, attraverso mostre e dibattiti, del tema della periferie e dei loro cambiamenti. Penso per esempio alla mostra “Borders” svolta nel 2012 in collaborazione col Politecnico di Milano. In ogni caso è emerso il problema del rapporto tra costruito e verde urbano. Un problema sentito da chiunque, in particolare a partire dagli anni Sessanta del ‘900, quando Milano conobbe le sue più imponenti espansioni e l’irrompere della cementificazione ha generato nostalgia per le periferie verdi di prati, come ve n’erano un tempo. Si ricordi la nota canzone in cui Celentano celebra la sua Via Gluck. Con toni fortemente nostalgici vi si pone l’alternativa tra verde e cemento: il termine “città” (declinato anche come cemento e asfalto) è citato cinque volte, il termine “verde” (declinato anche come prati ed erba) è citato nove volte. Va bene quindi la città: ma la si vuole verde. E non a caso oggi vediamo i più recenti interventi urbani, Citylife e il Progetto Porta Nuova, che si incardinano in una ricerca di armonizzazione tra i due termini: il verde e il costruito. E ovunque si costruisce qualcosa di nuovo si aprono anche nuovi spazi verdi.

L’intervento di Alfredo Spaggiari.

Tra le molte canzoni scritte su Milano, quella di Lucio Dalla Milano tre milioni / Respiro di un polmone solo” offre ancor oggi interessanti spunti di riflessione. “Milano vicino all’Europa” esordiva nel 1979 la canzone. Ed è vero. Negli ultimi anni Milano è diventata una città internazionale e, al di là degli stereotipi, con nuovi progetti, nuovi luoghi identitari della cultura, del design e della moda, il cambio di passo c’è stato. Milano storicamente è fatta di cerchi concentrici chiamati Navigli, mura spagnole e circonvallazione. Nella città odierna per descrivere gli anelli sono state create nuove funzioni e connotazioni: area C, area B e tangenziali. Ogni cerchia si è sviluppata ed estesa in maniera omogenea. La città, nella sua definizione archetipica, è un recinto che contiene pieni e vuoti, edifici e spazi comuni. A partire dal nuovo millennio Milano è protagonista di un rinascimento urbano che ha cambiato notevolmente il suo volto e la sua vita. A renderla migliore sono state due cose: la prima è che alle persone, dopo anni, è venuta voglia di conoscere e scoprire la propria identità urbana; la seconda è che la città non ha più un solo centro, ma ha moltiplicato i suoi punti cardinali e, quindi, assomiglia meno al modello di città monocentrica. Nella competizione globale tra metropoli, si presenta offrendo un modello composto di quartieri e luoghi che si rigenerano. Gli attuali scenari di cambiamento ci descrivono una città che prova ad accorciare i tempi del divenire futuro. Gli scali ferroviari, il Parco metropolitano, la riapertura dei Navigli, la valorizzazione delle piazze e dello spazio pubblico: con tutti questi temi di sviluppo urbano, Milano sarà in grado di continuare a respirare con un polmone solo?

Enrico Zio, docente al Politecnico di Milano e Presidente di Alumni Polimi:

L’università, da sempre, costituisce un luogo d’avanguardia e sperimentazione, capace di intercettare le ragioni dell’innovazione, la solidità della conoscenza e l’appartenenza alla nobile categoria dei luoghi per la cultura.

A Milano i principali poli universitari non solo risultano essere parte integrante del tessuto connettivo e sociale della città, bensì si configurano spesso come veri e propri quartieri e reti attive: parti di città con ritmi di vita e di fruizione legati al suo essere animata da utenti portatori di una loro specificità.

Enrico Zio.

Quella del Politecnico di Milano e della città di Milano sono due storie intrecciate, sia dal punto di vista diretto, se si vanno a considerare le parti di città che il Politecnico con la presenza dei suoi Campus ha trasformato, implementato e modernizzato, sia in modo indiretto, attraverso le competenze tecniche, le figure, le professionalità che il Politecnico ha messo in campo nei principali progetti di espansione e rigenerazione urbana della Milano che conosciamo.

Radicato nel territorio e cosmopolita, se c’è un’istituzione che rappresenta Milano è il Politecnico.”, così si è espresso un giornalista a favore della nostra Istituzione in occasione di un’intervista al rettore, e credo che non si possano usare parole migliori.

Il Politecnico e i suoi spazi: da campus di periferia a laboratorio urbanistico

Città Studi, quartier generale del Politecnico di Milano, rappresenta una porzione importante del sistema urbano milanese, sia per il suo ruolo attuale sia per la significatività della sua evoluzione parallela agli sviluppi della città di Milano.

Era il 1915 quando veniva posta la prima pietra della “Città degli Studi”, in seguito alla proposta del suo inserimento della cittadella nel piano regolatore Pavia-Masera del 1912. Al termine della prima guerra mondiale Milano si sviluppa velocemente, in funzione del piano urbanistico “Cesare Albertini” che promuove un’espansione della città verso le periferie: “Città Studi” diviene così un quartiere della città consolidata.

In poco più di cento anni la città nella città è andata espandendosi e modificandosi, con la firma di diversi architetti e pianificatori di fama nazionale e internazionale. Inizialmente pianificata come la “città dei recinti”, dove i padiglioni universitari si sono costruiti poco curando il rapporto con la città, fin dagli anni Cinquanta e Sessanta la Città degli Studi ha cercato le modalità e gli equilibri per la sua espansione, in relazione spesso conflittuale con la maglia urbana e la pianificazione della città circostante.

Il Politecnico di Milano, in particolare, è divenuto negli anni il principale attore urbano coinvolto nella modificazione del quartiere, e mostra ancora oggi una rappresentazione a scala ridotta della città e dei suoi paradigmi: la cultura delle differenze nella loro sovrapposizione storica e culturale. Un “laboratorio” urbanistico, architettonico e tecnologico dove produrre una nuova cultura del pensiero che, specularmente, contribuisce allo sviluppo culturale, economico e sociale della città.

Nel 1989 il Politecnico inaugura il nuovo Campus a Milano Bovisa, con il successivo avvio dei corsi della Facoltà di Architettura e di Design in via Durando. Si apre così un capitolo di storia che vede l’università politecnica sempre più “territoriale” e a rete, e che diviene nuovamente protagonista della rigenerazione di un quartiere periferico, la Bovisa, che vedrà nella presenza del Politecnico il suo principale motore di sviluppo.

L’influenza dell’Istituto Politecnico non si limita solamente alla configurazione e progressivo ammodernamento dei suoi propri campus, ma coinvolge, particolarmente negli ultimi anni, le principali aree pubbliche in relazione ad essi, andando a ridonare alla cittadinanza parti della città degradate, polmoni verdi riqualificati come Piazza Leonardo da Vinci, infrastrutture ripensate come nel caso del rapporto con la ferrovia a Bovisa. Dove il Campus Politecnico si intreccia con la città consolidata, la sua presenza va a qualificarne gli spazi.

Il Politecnico e le sue menti nello sviluppo della città moderna

Doveroso è inoltre parlare della rete di professionisti e tecnici che hanno realmente trasformato, con le loro idee, i loro progetti e il loro contributo il volto della città di Milano.

Particolarmente proficuo è da considerarsi il rapporto tra il Politecnico e la configurazione della città nel primo dopoguerra, dove la quasi totale sovrapposizione tra i professionisti impegnati nella costruzione della città moderna e il mondo accademico e della cultura, ha portato alla creazione delle più importanti opere di architettura e ingegneria della Milano moderna a firma politecnica.

I massimi esponenti dell’architettura moderna milanese, sono tutti, seppur con alcuni dissapori, laureati e spesso docenti del Politecnico di Milano, e ci hanno lasciato gli edifici che ancora oggi consideriamo simboli della città come la Torre Velasca e il Grattacielo Pirelli, o la grande operazione sull’area ex Pirelli della Bicocca.

La storia di Triennale, divenuta oggi un vero e proprio centro per l’innovazione e la creatività, si lega inoltre al Politecnico, a partire dalla figura Piero Bottoni e il disegno del QT8 fino all’attuale presidenza Boeri.

Il Politecnico nello sviluppo dei grandi episodi urbanistici dell’ultimo ventennio

Anche nel momento in cui lo stretto nesso tra mondo professionale e mondo accademico pare essere venuto meno, numerose sono state le opere di ingegneria, di architettura e di urbanistica, i brevetti, i progetti e le visioni in cui i tecnici e i docenti del Politecnico di Milano si sono cimentati per la città, non ultima la consulenza alla Veneranda Fabbrica del Duomo, che da anni si impegna a implementare il restauro della Cattedrale di Milano.

Nell’ultimo ventennio, in particolare, il Politecnico si vede partecipe a tutte le più grandi trasformazioni della città, come supporto all’amministrazione comunale nella stesura dei Piani Integrati in Intervento, e nella progettazione di grandi opere che, come nel secondo dopoguerra, segnano l’identità della città e sono a firma politecnica.

Tra i numerosi, si citano gli studi a supporto dei piani urbanistici che hanno dato il volto alla Milano contemporanea: il piano Garibaldi-Repubblica, il piano per le Aree ex Falck di Sesto San Giovanni, il piano per l’area CityLife (dove il contributo politecnico è stato nella prima fase di stesura del concorso) e per l’area Expo 2015.

Se si considerano, inoltre, le più recenti trasformazioni dei quartieri Rogoredo e Santa Giulia, e l’area di Casina Merlata, non si può non notare la determinante presenza di progettisti politecnici.

Negli ultimi anni, sempre più numerosi sono i rapporti tra Amministrazione Comunale e Politecnico, il quale si considera parte integrante di una delle fasi più vitali della storia della città di Milano, come ha raccontato il rettore Ferruccio Resta a un’anno dal suo inizio di mandato.

Dal 2014 La Scuola di Architettura e Società del Politecnico ha messo a punto in collaborazione con l’Assessorato all’Urbanistica, Edilizia Privata, Agricoltura del Comune di Milano, il progetto didattico e di ricerca dal titolo “Ri-formare Milano – Progetti per le aree e gli edifici in stato di degrado e abbandono” che ha come oggetto i fenomeni di dismissione, sottoutilizzo, abbandono di edifici e aree milanesi.

Il programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano (Polisocial), inoltre, da qualche anno lavora sull’apertura di spazi fisici in alcuni quartieri della città di Milano, supportando operazioni di rigenerazione urbana e co-progettazione con le realtà locali, promuovendone attività e progettualità. Il programma intende mettere l’università a stretto contatto con le dinamiche dei cambiamenti della società, estendendo la missione dell’Ateneo verso temi e bisogni sociali che nascono dal territorio, sia a livello locale che globale.

Ultimi, in ordine cronologico, sono le grandi operazioni urbane in cui il Politecnico si vede coinvolto: il ragionamento sugli Scali ferroviari milanesi, che ha visto due dei cinque scenari presentati da docenti e progettisti politecnici (Stefano Boeri e Cino Zucchi) il progetto Navigli, che vede il coordinamento scientifico nella persona di Antonello Boatti, anch’egli professore di urbanistica al Politecnico di Milano.

Guardare a tutte queste trasformazioni, episodi e progettualità, porta alla riflessione su come l’identità della città di Milano e quella del Politecnico sono legate e rafforzate nel mutare delle epoche, delle esigenze, degli stili, dove la nostra Istituzione ha spesso contribuito alla crescita della città moderna e contemporanea. Oggi, dove la città è ormai consolidata in quasi tutte le sue parti e che l’epoca delle grandi edificazioni pare essersi conclusa, il Politecnico aiuta a guardare a una città più vivibile, più sostenibile, dove anche gli interventi sul costruito raccontino l’identità milanese e dove Milano sia sempre più unica, ma sempre più in relazione con il territorio, con il paesaggio che ne delimita i limiti urbani e con le reti dell’intera città metropolitana.

Gianni Verga, presidente, Collegio Ingegneri e Architetti di Milano:

Milano è “luogo di luoghi”, insieme di borghi un tempo indipendenti che son diventati quartieri cittadini in varie fasi: all’epoca dell’Unità d’Italia e nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale, così che pur nello sprawl vi sono tanti luoghi che conservano la loro riconoscibilità – per non dire identità – nelle piazze e nelle tante architetture simboliche che li segnano. Si può dire che vi siano caratteri che distinguono specifiche zone: penso solo a Bollate, Comune della cintura milanese in cui si contano 6 distinte frazioni, ognuna dotata di caratteristiche proprie. Milano è un’aggregazione urbana, così come un’aggregazione umana. Una città composta da tanti immigrati che nel tempo hanno contribuito a renderla quel che oggi è. Si pensi solo ai Martinitt, istituto per ragazzi senza famiglia: sono noti con questo nome perché sono stati fondati presso la chiesa di San Martino da un personaggio venuto dal Veneto: san Girolamo Emiliani, che giunse apposta a Milano nel 1528. E lo stesso vescovo Amborgio, di cui Milano va fiera, venne qui come immigrato. Sta in questo la grandezza di Milano: oggi ancora è capace di accogliere persone da ogni parte del mondo.

Gianni Verga.

Si sono create nuove centralità anche nelle zone un tempo più marginali, soprattutto attorno ai plessi delle scuole dell’obbligo: elementari, medie e in molti casi anche materne. Il fenomeno è stato rilevato già oltre una decina di anni addietro grazie alle analisi sui servizi urbani. Si è visto che là dove si raccoglie una cospicua percentuale di cittadini di origine non italiana, la prima e più importante fase di integrazione avviene proprio attraverso le scuole: i figli dei migranti entrano in contatto con altri giovani, e questo aiuta le famiglie ad avvicinarsi ai nostri modi di vivere e alla cultura italiana. L’integrazione passa innanzitutto attraverso l’educazione dei figli dei nuovi arrivati. È un fenomeno di grande rilevanza urbanistica, sociale e umana, che rivela quanto importante sia la cultura per la vita delle città.

Entro un contesto urbano capace di accogliere proprio perché è vera città. Come lo è Sesto San Giovanni: era un non-luogo di fabbriche e, proprio grazie alla sensibilità di un architetto come Giancarlo Marzorati, coi suoi tanti progetti, è diventata luogo ospitale. È proprio questa capacità di trasformarsi e di aprirsi che fa dell’area urbana di Milano una grande città di caratura europea.

 

A conclusione dell’incontro è intervenuta dal pubblico Paola Maestroni per illustrare alcune opere realizzate dell’associazione Animum Ludendo Coles con la partecipazione di bambini delle scuole d’infanzia e primarie, e con la collaborazione di giovani di istituti d’arte, ma anche del Politenico di Milano e dell’Università di Scienze dell’educazione di Bologna. In diversi centri urbani sono state recuperate varie aree per le attività sociali, adatte soprattutto per i giovanissimi.

Paola Maestroni.

Tracciando, con la pietra incastonata nelle pavimentazioni, segni quali quelli che invitano al gioco della Campana, che è stato praticato per secoli nelle strade ma oggi è dimenticato. L’invadenza dell’automobile rende difficile e pericoloso per i bambini giocare sui marciapidi, e tanto meno in strada. «Con la nostra opera intendiamo recuperare l’uso degli spazi urbani aperti, in condizioni gradevoli e sicure, per le famiglie e per la crescita dei ragazzi; questi altrimenti oggi tendenzialmente restano chiusi in casa e isolati nel solipsismo degli smart phones».

3. Margini. Città è benessere

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Si è svolto mercoledì 15 maggio il secondo incontro nell’ambito dell’evento “Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio. Giancarlo Marzorati e i progetti per l’accoglienza, il benessere, la cultura”. L’argomento: “Città è benesere”.

Gli interventi:

Aldo Ferrara.

Aldo Ferrara, professore f.r. di Malattie Respiratorie nelle Università di Milano e Siena, Executive Manager di European Research Group on Automotive Medicine:

Società d’oggi e Mobilità

Degli anni post-fordisti la vettura è divenuta da facoltativa obbligatoria, non solo in termini di possesso ma anche di utilizzo. Viene adoperata dunque per le attività giornaliere. la mobilità è insostenibile già nella mentalità della gente. Basti pensare che l’80% del traffico delle principali città italiane (sopra 500 mila abitanti) è sostenuto dal privato e che solo il 20% è pubblico. In queste città, la velocità media è pari a 5 Km/h, a Roma nel centro storico 2.5, come cioè la velocità di un podista. Solo nelle città con meno di 500 mila abitanti, che presentano un traffico al 38% pubblico ed al 62% pubblico, si assiste a un maggiore uso di mezzi alternativi come la bicicletta, diffusa al Nord nella misura dello 0.8 ed al Sud dello 0.2%.

Questo è lo scenario non più della città industriale ma di quella post-industriale dove la produzione delle fonti di reddito non è più nel prodotto finito bensì nel suo utilizzo e nei modi di usarlo. È la società del terziario, della ampia comunicazione e scambio di merci materiali ed immateriali dove la fonte di reddito è direttamente proporzionale alla mobilità con cui lo si scambia.

L’intervento di Aldo Ferrara.

In una società post-industriale e del terziario, si affida ai mezzi di trasporto il prodotto per la sua distribuzione. Ergo una società diventa tanto più ricca quanto maggiore è il flusso dei prodotti smerciati. Ma questo ha un suo punto di saturazione che si chiama circolazione: quando la circolazione diventa traffico, il processo produttivo si arresta e si autolimita. Una società post-industriale avanzata è quella in cui il massimo rendimento economico è inversamente proporzionale all’entità di traffico generato, e direttamente proporzionale al volume di traffico gestito. La ripartizione tra traffico generato dalla quota economica e la sua gestione in termini di economicità si riconduce ad una formula fisica ideata da Bernoulli. Il flusso di una sostanza allo stato liquido o gassoso in un cilindro assume andamento laminare e regolare fino alla modifica di due soli parametri: o aumenta il flusso (contenuto) o si riduce il contenitore, a quel punto la generazione di flusso diventa fonte di irregolarità fino alla formazione di flussi vorticosi. Dunque la corrente di traffico può generarsi indipendentemente dalla modificazione del letto contenitore fino a raggiungere l’arresto. Il concetto di traffico si identifica dunque con il concetto di paralisi che, riferita ad un’entità sociale, significa paralisi della fase produttiva. Non a caso per spiegare alcuni problemi di traffico o congestione urbana, si ricorre alla similitudine della circolazione polmonare dove il reddito è l’afflusso di ossigeno ai tessuti e questo è impedito o limitato solo dalla paralisi circolatoria per riduzione del letto capillare ( insufficienza di letto stradale) o dall’aumento dei globuli rossi che si identificano con i veicoli. Il loro straordinario aumento può portare all’embolia ossia all’ostruzione dei vasi ossia dei contenitori stradali.

Se dunque il reddito economico è l’ossigeno, un sistema ad alta tenuta è un sistema gestito e non generato.

Questo giustifica anche il ricorso a cicli e motocicli nella dinamica degli spostamenti del terziario. È interessante notare che l’eccessivo ricorso alla vettura privata (fino a 1024 vetture /1000 abitanti, ossia più auto che fruitori delle stesse) ha portato a considerare il motociclo come veicolo risolutore del problema spazio-tempo. Il lettore sarà di certo sorpreso nell’apprendere che il massimo numero di cicli per abitanti non è prerogativa delle metropoli (Roma, Milano, Torino, Napoli) bensì delle piccole province. Circolano più moto a Rimini che a Firenze, a Pesaro che a Roma, naturalmente fatta salva la densità abitativa. Lo stesso dicasi per la distribuzione delle vetture private. La spiegazione non è facile ma certo prevalgono i criteri di difesa dell’automatismo della fonte di reddito, minore nella piccola città piuttosto che nella grande, dove le risorse sono differenziate e dove l’offerta di trasporto pubblico è necessariamente più limitata, dagli spazi urbanistici od orografici più esigui. Chi penserebbe di costruire a Macerata o a Belluno una metropolitana, ancorché leggera?

Dunque una società ad impronta dinamica, tesa alla distribuzione più che alla produzione. Questo ha anche reso più difficile la prevenzione del danno stradale, perché la vettura è diventata ubiquitaria, indispensabile (una testa, una vettura). Ma ha anche dilatato il concetto di educazione stradale che dalla sicurezza stradale ha sconfinato nello studio dei comportamenti stradali e soprattutto dei comportamenti della mobilità.

Per tali motivazioni, è lo stesso traffico che congiunge i centri storici con le periferie, annulla o, a seconda dei casi, aumenta le distanze.

L’altro problema è l’inurbamento. L’80% della popolazione mondiale vive in agglomerati urbani ed il suo 76% in città con più di 500 mila abitanti. L’esempio cinese ne è dimostrazione: la Cina è uscita da quel coacervo di fattori socio-economici che la isolavano, fino a pochi anna addietro, dal pianeta. Ma in quest’ultimo il 20% della popolazione, quella più ricca, possiede l’82.7% del reddito mondiale e il 20% della popolazione, quella più povera, solo l’1.4%. Dunque emerge che la globalizzazione che crea poveri, marginalizza sempre di più, crea nella città aree e sacche infoltite ed accresce un solco di divario economico che il terziario non riesce a colmare e tanto più è cospicuo il ricorso alla mobilità privata, con le vetture, tanto maggiore appare il divario economico nel segno che la mobilità crea ricchezza e diventa risorsa, il suo contrario, il traffico, la impedisce.

Appare evidente che la società soffra per modelli di sviluppo non coerenti e soprattutto non adattabili. Va dunque riproposto un progetto concreto, forse anche compatibile, di sostenibilità, sia in tema di sviluppo sia di mobilità, in un’ottica interdisciplinare con il concorso delle discipline interessate che spaziano dalla fisica, alla chimica, alla meteorologia, dalla sociologia all’urbanistica.

In assenza di alternative valide, appare tanto utopistico quanto irrealizzabile uscire dal modello oil lifestyle. Basta osservare la nostra minima resistenza ai black-out. Eppure la dipendenza dell’oil ha raggiunto un culmen che richiede almeno un’urgente diversificazione delle risorse.

In una visione futuristica, il nostro livello di civiltà, basato sull’oil lifestyle, è ancora primordiale.

Inquinanti e la loro evoluzione

Breve sintesi sull’evoluzione dell’Inquinamento Atmosferico (I.A.) perché ogni epoca ha l’inquinamento che le diversificate attività umane producono.

I.A. tipo Londra: refluo dell’industria pesante con grosse molecole di particolato, anidride solforosa, anidride carbonica e acido solfidrico o idrogeno solforato (1860-1945). Malattie: Broncopneumopatia cronica ostruttiva, cancro polmonare, cancro dell’apparato urogenitale;

I.A. tipo Los Angeles: da traffico auto veicolare a benzina, detto blu, ossidi di azoto, monossido di carbonio, anidride carbonica (1945-1985). Bronchite cronica asmatiforme, asma bronchiale, cancro polmonare e urogenitale;

I.A. tipo Roma, Milano: con l’introduzione del post-combustore catalitico, viene pressocchè abbattuto il CO ma compaiono le polveri sottili (Particulate Matter, PM107, PM2.5, per la più larga diffusione della motorizzazione a gasolio) (1990-2010). Malattie allergiche, cardio-vascolari, coronariti.

I.A. tipo Beijing quello attuale da metalli pesanti, particolato, PM10,1 Pm2.5, benzene, BaP. Malattie: la sommatoria dei precedenti.

Il problema della purezza dell’aria sorge sul finire del XIX secolo, in concomitanza con lo sviluppo della realtà industriale e con l’utilizzo dei combustibili. Sir Percival Pott intuì una re- lazione causale tra cenere, fumi e il cancro vescicolo-testicolare degli spazzacamini; Londra divenne quindi modello di studio dell’inquinamento atmosferico (il termine «smog» è parola an- glosassone composta di smoke e fog, ovvero «fumo» e «nebbia»).

L’inquinamento «tipo Londra» è caratterizzato dalla presenza nell’aria di alte concentrazioni di anidride solforosa (SO2) frutto dei processi di combustione di carbon-coke e di altri combustibili ad alto tenore di zolfo, gli stessi che si utilizzavano negli stabilimenti industriali di inizio secolo.

In quell’epoca era anche relativamente semplice individuare la fonte inquinante – in genere un insediamento industriale – e verificarne le componenti gassose in funzione del materiale o combustibile bruciato; era quindi possibile prevederne o limitarne i danni, essendo l’insediamento una variabile fissa e non soggetta a spostamento.

L’avvento dell’automobile ha complicato la possibilità di controllo della qualità dell’aria, data la mobilità intrinseca della fonte di emissione, rendendo difficile calcolare la quantità di immissione dei gas e controllarne l’impatto. Oggi viene enfatizzato il ruolo dell’automobile come fattore inquinante primario. In realtà non l’unico cui imputare danni, ma è incontestabile che il traffico giochi un ruolo determinante.

Nell’area urbana a più alta densità di traffico, quella di Los Angeles, lo smog è -dalla fine della guerra- una costante dell’ambiente tale da aver dato vita all’espressione «inquina- mento tipo Los Angeles», di cui la fonte massima è costituita da scarichi di autoveicoli, caratterizzati non più da anidride solforosa, ma da ossidi di azoto e monossido di carbonio.

La terminologia è tuttavia riduttiva perché, grazie a delle normative ad hoc (California Standard 1999) oggi Los Angeles è la prima città del mondo con un parco auto di Zev (Zero Emission Vehicle). Limitare la questione al traffico urbano è riduttivo quindi, perché la realtà emergente in tutti i Paesi -fatta eccezione per quelli, come Mosca o Beijing, dove l’inquinamento è aggravato dalla componente industriale – è quella di un inquinamento misto, somma della componente autoveicolare e dei camini domestici, entrambi determinanti nella genesi della cappa di calore; elementi che concorrono a creare liberazione di ozono per reazioni fotochimiche.

Negli ultimi decenni la situazione è notevolmente cambiata: dal 1950 al 1970, epoca della massima industrializzazione, si è registrata la più alta concentrazione di anidride solforosa (anni Cinquanta e Sessanta) dovuta a scarichi industriali (80%) e domestici (20%); dal 1980 al 1995 con l’esplosione del parco auto si sono verificate emissioni caratterizzate da ossidi di azoto (NOx) IPA e polveri (PM10-PTS) monossido di carbonio (CO); dal 1995 a oggi, l’introduzione delle prime misure legislative di contenimento – mediante l’obbligo di utilizzo di post-combustori catalitici – non ha arrestato la massiccia presenza di benzene, ossidi di azoto e PM10.

Va ricordato che gli NOx, oltre che gas serra, sono gas irritanti in specie per i soggetti affetti da Malattia Epiteliale come gli asmatici ed i rinitici (Ferrara A., 2015). Detti gas sono idonei ad evocare una condizione di flogosi epiteliale, nasale e bronchiale, testimoniata dall’aumento di neutrofili nel lavaggio bronchiale.

L’esposizione periodica, professionale e non, agli ossidi di azoto ha un effetto negativo sulle difese immunitarie umorali e cellulari, reattivo sull’attività dei macrofagi alveolari ed depressivo sulla clearance muco ciliare (Schlesinger RB, 1987).

Nella sperimentazione in vitro, l’esposizione di cellule epiteliali della mucosa nasale o bronchiale di volontari sani al biossido di azoto (NO2) all’ozono (O3) e alle particelle degli scarichi dei motori diesel determina la sintesi ed il rilascio di mediatori pro-infiammatori, che comprendono eicosanoidi, citochine e molecole di adesione, (Mills et al., 1999).

Anche Devlin, 1999, è concorde nell’osservazione sperimentale (inalazione di ossidi di azoto nella concentrazione di 3760 µg/m3 per 4 ore) circa le modificazioni della risposta cellulare, sia sull’animale sia sul soggetto volontario sano.

Particolarmente si sono registrate modificazioni nel numero delle cellule infiammatorie e nella concentrazione di mediatori solubili nel liquido di lavaggio bronco-alveolare con incremento di polimorfonucleati neutrofili, interleukina 6, interleukina 8,alfa1-antitripsina e attivatore tessutale del plasminogeno (Devlin et al., 1999).

Quanto sopra comporta che l’inalazione di gas irritanti come gli NOx determini abbassamento della soglia di iperreattività del Tratto Respiratorio Integrato nel soggetto sano, nell’asmatico e nel rinitico (Ferrara et al., 2001)

Per abbattere gli NOx, gli USA hanno reso obbligatorio il dispositivo Selective Catalyst Reduction, SCR, catalizzatore di ultima generazione atto a convertire gli ossidi di azoto in vapore acqueo e azoto, mentre, su questa materia, la normativa europea appare in ritardo.

La direttiva 98/69 CE viene emessa con la finalità di ridurre i gas inquinanti emessi dalle autovetture con motore ad accensione comandata (benzina). I costruttori d’automobili sono obbligati all’inserimento, nel quadro di bordo, di una spia (MIL, Malfunction Indicator Lamp) che indichi il malfunzionamento dei sistemi antinquinamento. Tale direttiva prevede che le vetture alimentate a benzina siano dotate di questo sistema dal 01/01/2000 per quanto riguarda le omologazioni, e dal 01/01/2001 per quanto riguarda le immatricolazioni.

Per le vetture diesel, l’entrata in vigore ha avuto inizio dal 2003. Tutto quanto sopra ha spinto la ricerca sperimentale verso i motori alternativi. Questi si distinguono in «definitivi», che sono quelli a celle combustibili (e cioè a idrogeno, ancora in fase sperimentale, la cui produzione potrebbe iniziare solo nel 2020) e i motori «transitori», ovvero gli ibridi.

Inquinanti indoor

Il drammatico fenomeno dell’inquinamento è stato fino ad oggi interpretato come fenomeno outdoor ossia esterno alle abitazioni ed agli edifici pubblici. Ma ha comportato l’alterazione diretta delle condizioni climatiche interne ossia nell’indoor, portando a quella stato di cose che definiamo la “Sindrome dell’Edificio Malato”. Ossia le alterazioni del microclima che finiscono per acquisire lo stesso grado di inquinamento esterno. Anzi l’aggravante è proprio costituita dall’ambiente confinato che impedisce il ricambio d’aria efficace e comunque da indoor inquinato.

Il ricorso a climatizzazione artificiale ha comportato un aumento delle caratteristiche sopra riferite con un feeback negativo, contribuendo ad aumentare temperatura esterna, cappa di calore per maggiore ricorso all’energia e aumento della CO2 esterna.

Ripensare le abitazioni nella visuale della biodiversità comporterebbe un minore ricorso all’energia artificiale, una maggiore utilizzazione di fonti naturali e rinnovabili come piante ed elementi biologici naturali. E’ la climatizzazione utilizzata in una struttura, potenzialmente inquinante come le Officine di Maranello della Ferrari in cui la climatizzazione avviene solo ed esclusivamente tramite piantumazioni interne con alberi di medio fusto e ricca messe fogliacea atta al ricambio non solo dei gas naturali ma di quelli tossici ed alla stabilizzazione delle caratteristiche fisico-chimiche, come l’umidità relativa e la densità aerea.

(*) Aldo Ferrara, Professore f.r. di Malattie Respiratorie nelle Università di Milano e Siena, Executive Manager of European Research Group on Automotive Medicine

Bibliogafia

Ferrara A., Venturelli C. , Sgandurra C., Di Giambartolomeie S., Azzarà V. La vita al tempo del Petrolio, Agorà& Co,Lugano, 2017

Ferrara A., Colella A., Nicotri P. Oil Geopolitics, Agorà & Co, Lugano 2019

1 Il numero che segue PM indica il diametro aerodinamico di massa, in questo caso 10 micra, 2.5 micra etc.

 

Margherita Brianza, architetto paesaggista, fondatrice di P’ARCNOUVEAU

Le domande sono come dei paesaggi, e sapere significa dimorare in questi paesaggi” Alessandro Baricco

Costruire paesaggi equivale a creare relazioni significative che, esplorando le nostre tracce più recondite ed ancestrali, generino il senso di appartenenza e di familiarità che ognuno di noi ha con la natura e con la società. Innamorati dell’innovazione, abbiamo deciso di applicare alla progettazione i principi della Biofilia “(…) che mira a collegare e incorporare le persone con l’ambiente che le circonda, riconnettendo la natura umana con il mondo naturale” (E.O. Wilson). Il vero benessere è essere inseriti nella natura non con veloci situazioni posticce ma agendo sui più profondi sentimenti. Fare paesaggio significa gestire l’apparente casualità della Natura accettandone l’imprevedibile complessità e ricercando in essa la coesistenza di ordine e disordine, per creare un nuovo luogo in cui l’uomo ci si ritrovi.

Margherita Brianza

Costruire un paesaggio significa progettare evitando leggi generali statiche ed ordinatrici, ma attraverso relazioni significative sempre nuove, in equilibrio tra natura e cultura.

Ogni società si confronta con la natura attraverso la sua cultura; ci affascina la possibilità di interpretare la società e di poter dare risposta alle esigenze dell’uomo attraverso nuovi luoghi che possano essere stimolo per nuovi comportamenti. Il paesaggio è la casa in cui in ultimo tutti viviamo, gli spazi esterni sono il luogo dei nostri incontri, dove misuriamo il nostro grado di civiltà; lavorare su di essi vuol dire contribuire al senso di appartenenza e di familiarità che ognuno di noi ha con la natura e con la società.

AnnaGrazia Tamborini, architetto, titolare di Wellness Design:

L’idea di benessere in ambito urbano (e non) è associata a quella della natura e del ritrovare se stessi, come tempi, spazi e rapporto con gli ambienti: piazze, viali, giardini, parchi per rispondere all’assillo della vita “non umana”, che spinge spesso le persone a ricercare la quiete negli ambienti privati. A Milano sono state aperte nuove piazze e nuovi spazi pubblici: ma, questa è la domanda, si tratta di spazi pensati per soddisfare la richiesta di benessere attuale?

AnnaGrazia Tamborini

A fronte di tanti giardini dotati di postazioni per il gioco e/o per esercizi ginnici e qualche postazione dedicata allo sport, in particolare pallacanestro, sembrerebbe opportuno proporre anche la diffusione di percorsi-benessere, già ampiamente sperimentati in diverse città europee e personalizzati secondo la cultura e la posizione geografica; negli spazi aperti sarebbe utile disporre di postazioni atte a suggerire movimento fisico o a proporre occasioni di incontro e di convivialità, ma anche di quiete e relax, di silenzio, che sono espressioni del recente trend del benessere. Oppure di spazi che invoglino all’esercizio della musica, delle arti e della meditazione. Nell’incalzare delle urgenze quotidiane sarebbe utile e significativo che le occasioni di riposo, di ritrovo e riconciliazione con se stessi, potessero incontrarsi tanto in luoghi pubblici condivisi quanto in luoghi pubblici atti alla meditazione e a rispondere a quei bisogni dell’essere umano che non possono essere soddisfatti solo nell’ambito privato.

Infine, si tenga presente che Milano è città d’acqua e tanta parte della ricerca del benessere avviene attraverso SPA (che un astuto marketing degli anni ’90 ha ricondotto all’acronimo di salus per aquam). A volte basta semplicemente contemplare il placido fluire dell’acqua per provare benessere, biofilia: è una condizione ben spiegata dai neuroscienziati. E chissà che, esplorando il sottosuolo, utilizzando le risorse locali e lavorando con le corrette tecnologie non si possano individuare anche nel territorio cittadino fonti e prodotti atti a proporre evoluti luoghi termali, che sin dai tempi dell’antica Roma sono considerati per eccellenza occasioni di svago, di attenzione alla salute e di rilassata socialità.

Maurizio Bessi, capo ufficio stampa ASL 1 Milano:

Il turismo termale è un fenomeno che ha interessato molte ge­nerazioni, evolvendosi nel tempo. È una tradizione giunta fino a noi dagli anti­chi Greci e Romani, grazie al vasto nume­ro di sorgenti e cen­tri termali di cui è ricco il territor­io italiano ed europ­eo. Proprio loro hanno riconosc­iuto per primi i ben­efici che balneazione, massaggi e buona aria apportavano alla salute, renden­do così il loro util­izzo una consuetudine in cui trascorrere momenti di cura e relax.

Maurizio Bessi.

Oggi il termalismo, all’interno del merc­ato del benessere, non è più inteso alla semplice cura di patologie, ma piuttosto a favorire “lo stato psicofisic­o, sociale, emotivo e spirituale di benessere della persona”, e questo nei recenti decenni ha portato quelli che erano i tradizio­nali “stabilimenti per passare le acque” a una profonda cri­si: una situazione determinata dalla diminuzione degli arrivi dei clienti che cercano solo terapie. Perché oggi si ricercano sempre di più le attività ludiche, di prevenz­ione e di medi­cina estetica: cioè prestazioni non di stre­tta attinenza all’aggettivo “ter­male” come lo si intendeva in passato, quando le terme fornivano in prevalenza cure, perlopiù a un ristretto pubbli­co borghese o ai ceti popolari attra­verso il sistema san­itario pubblico. In quest’ottic­a, anche l’architett­ura dedicata ha camb­iato stile e forma: il percorso di pro­gettazione dei moderni centri termali è sempre più orientato all’otium come questo già era inteso nell’ ant­ica Roma. Per conseguenza, i gestori e i progettisti si operano per realizza­re centri attraenti, sosten­ibili ed efficienti, anche dal punto di vista economico. E in questo modo i riscontri da parte degli utenti non mancano.

 

Alberto Salvati, Studio Salvati Architetti Associati:

Era il 1969 quando iniziavano a Gorgonzola i lavori di costruzione di una villa su progetto dello Studio Salvati-Tresoldi, diretti da un giovanissimo Giancarlo Marzorati prima ancora di laurearsi in architettura. L’edificio presentava all’esterno, pur nel segno di una continuità col preesistente, la ricerca di un benessere ambientale che già si caratterizzava per l’uso del colore. I parapetti in legno di balconi e terrazzi sono stati dipinti di un brillante color rosso Ferrari in gioioso riferimento al nome del proprietario. All’interno lo spazio assunse connotati cromatici tali da modificarne la percezione con l’uso di fasce intese ad accentuarne la verticalità focalizzando i vari piani della casa in un happening che dinamizza tutti i collegamenti interni.

Alberto Salvati.

È uno degli esempi legati alla ricerca sullo spazio abitativo che continua ancora oggi e coinvolge diversi operatori organizzati in équipe impegnate in operazioni di modificazione e valorizzazione degli spazi architettonici per la creazione di un benessere globale.
Per quanto concerne il colore mi rifaccio a quanto un gruppo di architetti (tra cui Peter Behrens, Walter Gropius, Bruno Taut etc.) dichiarò nel 1919:
«Al posto delle case grigio-sporco s’imponga finalmente la casa blu, rossa, gialla, verde, nera, bianca, in una ininterrotta armonia di colori».

Nel 1980 un maestro del razionalismo come Alberto Sartoris redige il saggio “Forme immaginarie e grafica creatrice nell’architettura di Salvati e Tresoldi”, presentando il volume “Architettura e design 1960-1980” edito da Electa, confermando che la ricerca sul colore e quella sul rinnovamento del rapporto spazio/abitanti risulta fondamentale per un ritorno a un razionalismo inserito nella modernità. Il colore si insinua nello spazio dell’architettura con evidenti intenti poetici per far abitare l’uomo «interpretando i suoi sentimenti positivi, i suoi sogni nascosti, invitandolo a sorridere piuttosto che a commuoversi di fronte all’architettura» (Federico Bucci).

Non essendo comunque solo il colore l’elemento architettonico che può contribuire al benessere degli abitanti degli spazi edilizi, ecco che contemporaneamente inizia per me sotto la guida attiva dell’architetto Carlo De Carli anche un’operazione di riforma di quella che il razionalismo definiva la cellula abitativa, intesa a modificarne i concetti costitutivi di tipo utilitaristico, per arrivare a una sua trasformazione in “spazio primario” in cui intervengono elementi di progettazione necessari a un vivere consono alle esigenze non solo fisiche ma anche spirituali dell’uomo.

In questo scenario agiscono committenti, architetti, tecnici e artisti. Gli studi sullo spazio interno ed esterno dell’architettura a partire da sensibilità e visioni diverse conducono (lo credo fermamente) allo spazio-benessere. Accanto agli elementi razionali agiscono sull’uomo anche momenti estetici che devono ritrovarsi entrambi fusi e amalgamati nei nostri ambienti domestici, così come in quelli lavorativi.
È a suo modo una sintesi delle arti. Un approccio al progetto che credo condivida, ancor oggi, anche Giancarlo Marzorati.

Carlo Gerosa, architetto, urbanista, esperto in processi integrati di valutazione ambientale strategica:

Comunemente si tende a collegare la parola “suono” a qualcosa di piacevole e la parola “rumore” a qualcosa di fastidioso, ma questa differenza è piuttosto soggettiva e legata al contesto in cui un suono o un rumore sono inseriti. Il rombo del motore di un’auto di Formula 1 può essere un fastidioso rumore oppure un bellissimo suono: dipende se chi lo ascolta è un appassionato di corse automobilistiche oppure un amante della natura e della tranquillità.

Carlo Gerosa.

L’acustica stabilisce comunque una differenza precisa (oggettiva) tra suono e rumore, basata sull’analisi delle vibrazioni: se le vibrazioni sono regolari (uguali una all’altra) abbiamo un suono; se sono irregolari (diseguali tra loro) abbiamo un rumore.

Ne deriva la duplice natura del suono, sia come fenomeno fisico caratterizzabile mediante misurazioni oggettive, sia come fenomeno legato alla percezione sonora, di natura soggettiva. Questi due aspetti sono strettamente interdipendenti e, in quanto tali, è spesso insufficiente limitarsi a esaminarli separatamente. È questo il caso, ad esempio, degli studi finalizzati a esaminare e quantificare gli effetti indotti dal suono sulla salute umana e, più in generale, delle sue reazioni psicofisiologiche.

Tanto i segnali sonori nei quali ci riconosciamo o riconosciamo il nostro ambiente, quanto quelli non desiderati o rumori, formano nel suo complesso quello che potemmo chiamare, usando un termine coniato da Shaffer, il nostro panorama sonoro (soudscape).

La volontà di controllare l’inquinamento da rumore non potrà portare a nessun risultato pratico, se si continueranno a ignorare alcuni aspetti elementari del rapporto tra energia sonora presente nell’ambiente e suo grado di accettabilità da parte della popolazione.

L’accetabilità dei livelli sonori riscontrabili in un ambiente di vita non è determinata da “ quanti decibel” ci sono, ma da quale sorgente eroga quei decibel. La normativa in tal senso dovrebbe essere riveduta e corretta.

Bisogna inoltre tenere a mente che lo spazio della città ha giocato fin dall’antichità un ruolo fondamentale per la nascita e lo sviluppo di molti dei generi musicali della tradizione colta e popolare, e con l’avvento dell’era industriale la musica ha cominciato a riferirsi al contesto urbano in modo massiccio e continuativo.

Alberto Sanna, ingegnere, direttore Centro di Tecnologie Avanzate per la Salute e il Benessere, Ospedale San Raffaele, Milano:

La Salute, intesa secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Salute come lo stato di benessere fisico, mentale e sociale di individui e comunità, deve fronteggiare molteplici sfide, che possono essere raggruppate in due grandi categorie.

Alberto Sanna.

Per essere maggiormente efficace, la scienza medica deve operare in termini predittivi, preventivi e personalizzati: per fare ciò, è indispensabile acquisire sistematicamente le enormi quantità di dati fisiologici, genomici, cognitivi, emotivi, comportamentali e ambientali che permettono di estrarre, in termini scientificamente ed eticamente appropriati, le evidenze di una scienza in perenne divenire. D’altro canto, poiché la Salute è indissolubilmente collegata agli stili di vita e all’ecosistema socio-tecnologico nel quale le persone vivono la propria quotidianità, è necessario intervenire su ogni aspetto della vita quotidiana e favorire comportamenti più salutari, ecosostenibili e socialmente responsabili nel rispetto di diritti fondamentali quali la privacy, il libero arbitrio, l’educazione, l’accesso universale ai servizi.

Nel contesto tecnologico, economico e sociale odierno, dominato dalle immense opportunità di sviluppo di servizi innovativi, è dunque fondamentale che la Salute e il Ben-Essere siano centrali nei processi di innovazione tecnologica e nei modelli di crescita economica e sociale in ogni settore. L’Ingegneria della Consapevolezza contribuisce alle sfide della scienza e della trasformazione degli ecosistemi socio-tecnologici per rendere Salute e Ben-Essere parte integrante e pervasiva della quotidianità e migliorare concretamente la qualità della vita. All’indirizzo Internet https://www.youtube.com/watch?v=TMhj4Q30q0U è disponibile un TEDx Talk introduttivo su tale tema.

4. Margini. Città è musica

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Si è svolto mercoledì 22 maggio 2019 il terzo incontro nell’ambito dell’evento “Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio. Giancarlo Marzorati e i progetti per l’accoglienza, il benessere, la cultura”. Il tema: “Città è musica”.

Le relazioni:

Carlo Capponi, architetto, responsabile Ufficio Beni Culturali, Arcidiocesi di Milano

Le chiese sono per eccellenza case della musica. La chiesa infatti è il luogo nella città più intimamente legato alla musica. Anzitutto perché questa fa parte integrante della liturgia, attraverso il canto che nella storia è accompagnato dal suono dell’organo.

L’intervento di Carlo Capponi.

Al riguardo notevole è l’organo progettato da Marzorati nella chiesa del Sacro Cuore di Triante a Monza: con reminiscenza neobarocca si presenta come una nuvola sospesa in alto da dove il suono si diffonde lungo tutta la navata. In secondo luogo perché nella tradizione il tempo è sempre stato scandito dal suono delle campane. Che nelle città questo non sia più tanto presente, o a volte sia addirittura recepito come un disturbo, è fatto recente. Nelle campagne e nei paesi, ancora i rintocchi, aleggiando all’intorno, scandiscono il succedersi delle ore e annunciano eventi, lieti o luttuosi, matrimoni, o funerali, come anche i tempi forti dell’anno liturgico: Natale, Pasqua, le solennità dei Santi… E v’è tutta una grammatica nel suono delle campane che distingue i tanti diversi messaggi che esse recano. Quindi, prima ancora che i contemporanei auditorium, le chiese erano — e rimangono — luogo per eccellenza abitato dalla musica e dedicato alla musica.

 

Paolo Cattaneo, docente di Semiotica della Musica, Università Statale di Milano, concertista, musicoterapista:

La musica e l’ascolto nel paesaggio sonoro urbano

La musica non è un’attività riservata, ma appartiene a tutta la comunità con importanti implicazioni socioculturali. Ognuno di noi, in quanto “homo audiens”, apprende spontaneamente il linguaggio musicale di appartenenza acquisendo una competenza di base che prescinde dallo studio specifico di uno strumento o di una disciplina teorica.

La musica, dunque, ha una valenza comunicativa non accessoria, ma essenziale in virtù del fatto che costituisce una modalità di espressione non verbale condivisa. Un corretto approccio educativo sarà poi determinante per favorire una consapevolezza audiopercettiva indispensabile per godere e interiorizzare pienamente l’esperienza musicale nelle sue complesse stratificazioni fenomenologiche.

Paolo Cattaneo.

Senza l’ascoltatore, infatti, la musica perde la sua cifra comunicativa, simbolica, spirituale, depauperandosi in una sorta di sottofondo che R. Murray Schafer nel suo fondamentale lavoro The Tuning of the World (tradotto in italiano col titolo Il paesaggio sonoro) definisce “Moozak”, ovvero una sorta di poltiglia sonora, avulsa da una benché minima esperienza di ascolto, percepita solo come uno sfondo anestetizzante. Ebbene, la città è perfettamente allineata a questa prospettiva, non certo entusiasmante, e ancora oggi manifesta la sua atavica ritrosia a valorizzare gli aspetti più edificanti della musica intesa non solo come prodotto artistico, ma anche come fenomeno sociale ad ampio spettro relazionale, indispensabile per l’accoglienza, il benessere, la cultura.

La città è musica, non soltanto perché offre stagioni ricche di concerti, in ambiti e generi diversificati, aspetto sicuramente importante e auspicabile; la città è musica anche perché sa ascoltare e ascoltarsi, sa interpretare la grande partitura del “paesaggio sonoro” in cui si inscrive e, in tal senso, la musica costituisce un’esperienza irrinunciabile che deve irradiarsi in tutti i gangli del tessuto urbano. Un buon ascoltatore, sensibile alle valenze affettivo-emozionali del linguaggio musicale, può essere un cittadino più armonizzato nel contesto sociale in virtù di una probabile maggior disponibilità relazionale, così come attraverso il canto, modalità espressiva ancestrale che ci appartiene fisiologicamente e che nonostante ciò spesso reprimiamo da adulti, è possibile una comunicazione più autentica e disinibita, manifestazione di una dimensione interiore alla quale non dovremmo rinunciare.

Se poi pensiamo che nel secondo dopoguerra le nostre città sono state ricostruite con il lavoro dei muratori, dei carpentieri, spesso scandito dal canto di una canzone sui ponteggi, ci rendiamo conto inequivocabilmente del rapporto inscindibile tra quelle voci, intrise di fatica e sudore, e la durezza della quotidianità del cantiere, mitigata da melodie pregnanti e condivise. D’altronde, la storia ci insegna che il canto, vera e propria fonte di energia vitale, ha accompagnato e sostenuto la vicenda massacrante delle mondine, degli alpini, dei neri nelle piantagioni di cotone. Se dunque il canto sorregge il corpo, nondimeno edifica lo spirito; e l’uomo, edificato nello spirito, diventa “Homo faber”, edificante, appunto.

Oggi tutto passa attraverso il visivo, il display; la cosiddetta “civiltà dell’immagine” ha sclerotizzato inevitabilmente le altre dimensioni sensoriali, indebolendo fortemente le capacità di ascolto e, dunque, la disponibilità a porsi in relazione. In buona sostanza, viviamo in una sorta di società “monosensoriale”, incentrata prevalentemente sulla percezione visiva. Questo inesorabile decadimento di una consapevole dimensione audiopercettiva sta creando enormi problemi anche in campo educativo. I bambini sviluppano sempre meno qualitativamente le aree corticali uditive funzionali all’ascolto inteso come elaborazione e interiorizzazione. Da decenni, ormai, le istituzioni preposte all’educazione e alla formazione devono misurarsi con queste problematiche, spesso direttamente correlate all’incremento di disturbi della percezione e dell’apprendimento (DSA).

Una città insensibile alla relazione di ascolto, alla dignità espressiva dell’uomo, alle fondamentali tematiche pedagogiche/andragogiche e quindi all’educazione dei suoi abitanti in tutte le fasce di età, rimarrà sempre un’immensa “periferia”, intrisa di solitudine, disagio, di degrado relazionale, sclerotizzata nella sua dimensione anaffettiva e non accogliente.

Allora la città, in quanto agglomerato di individui, è musica davvero solo se chi la abita può sviluppare una coscienza di ascolto all’interno delle istituzioni parentali (la famiglia), scolastiche, ricreative (sale da concerto, teatri, spazi adibiti all’ascolto della musica), lavorative/aziendali e, in ambito sanitario, favorendo l’impiego istituzionale della prassi musicoterapica in contesti operativi diversificati (psicoeducativo e sociosanitario). In tal senso, va precisato che la musicoterapia ha un suo statuto epistemologico, comprovato da dettami metodologici, dove la musica mediante le sue componenti va a stimolare olisticamente la persona sul versante psicocorporeo (ritmo), affettivo-emozionale (melodia), cognitivo (armonia).

Sarebbe auspicabile incrementare in ogni quartiere anche gli spazi specifici adibiti alla pratica musicale vocale/strumentale e di ascolto della musica, favorendo le esperienze corali, la formazione di ensemble strumentali diversificati (la valenza aggregativa/espressiva della banda docet), la nascita di centri di ascolto rivolti a tutte le fasce di età.

Persino le aree adibite a verde urbano (giardini, parchi) potrebbero costituire un luogo di sperimentazione sonora attrezzandone piccole porzioni con strumenti idiofoni come campane tubolari in successione diatonica o pentatonica, piccoli membranofoni etc., istituendo anche dei momenti guidati per stimolare la creatività musicale attraverso dei “percorsi sonori”.

Una città che comprende, accoglie, educa ed edifica l’individuo che costruendola e abitandola la rende viva, attiva, funzionante, non può rinunciare alla musica, intesa non certo come panacea di tutti mali, ma come Weltanschauung, valorizzandola nei suoi aspetti relazionali, educativi, terapeutici e, nel contempo, come bene culturale/artistico irrinunciabile per conservare la nostra identità.

Attenzione, però, il rapporto è biunivoco! Anche i musicisti devono fare un passo avanti per guardare oltre i confini della prassi esecutiva/compositiva riconoscendosi in un manifesto etico della musica volto ad accogliere la città nella complessità e ricchezza del suo paradigma espressivo.

( Il Prof. Cattaneo ha ringraziato Costanza Sansoni che ha svolto un esemplare intervento canoro).

Ruben Jais, direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi:

L’edificio dell’Auditorium di Milano ha compiuto 80 anni. Nacque come Teatro Massimo e fu poi trasformato in cinema. L’architetto Marzorati è riuscito a mantenere quanto più possibile la struttura originale, a partire dalla ghiera in cemento armato del soffitto: ora lasciata a vista, valorizzata e divenuta un segno rilevante nell’insieme dell’auditorium. Allo stesso tempo l’elaborazione acustica è stata di grande raffinatezza, al livello delle migliori sale da concerto europee. Ha un riverbero, in presenza di pubblico, tra i 2,5 e i 3 secondi: ottimale. Tanto che è usata correntemente per registrazioni da diverse case discografiche; per esempio vi hanno registrato cantanti di primo piano, come Juan Diego Flórez o Plácido Domingo.

Ruben Jais.

Nei concerti il pubblico può godere in modo ottimale la potenza complessiva dell’orchestra, del pari apprezzando le agilità musicali sin nei minimi dettagli. Ogni particolarità nella sala è curata: il legno delle sedute e delle pannellature bombate alle pareti favoriscono al meglio la diffusione sonora. Complesse sono state le operazioni che hanno consentito di raggiungere il risultato attuale: dal risanamento del sotterraneo, ora usato come foyer, al sollevamento e riposizionamento della copertura tramite martinetti. Fondamentale è che Marzorati riesce a tenere assieme l’aspetto funzionale e quello estetico, così da ottenere un risultato finale equilibrato e di elevato pregio – l’ho apprezzato anche in altre sue opere, come l’Auditorium “Manzoni” di Bologna per esempio. Segue un approccio di grande semplicità. Recentemente si è pensato di dotare l’Auditorium di Milano di un organo e ho seguito il modo in cui, partendo dall’aspetto funzionale formula l’idea progettuale, trasportandola subito anche sul piano estetico: con semplicità ed efficacia. Senza che l’un aspetto, funzionale o estetico, prevalga sull’altro. Mi sembra che questo sia frutto di grande capacità professionale, di rara virtù architettonica.

 

Alberto Artioli, soprintendente per i Beni architettonici e per il Paesaggio, Milano:

Sono state date tante definizioni di bene culturale. E quella di Umberto Eco, che lo descriveva come “un flusso di comunicazioni con un supporto fisico”, si adatta perfettamente all’Auditorium di Milano dopo il magistrale restauro condotto da Giancarlo Marzorati. Il recupero dell’edificio, progettato da Alessandro Rimini nel 1940, non solo è stato capace di reinterpretare lo spirito di questa preziosa architettura ma anche di restituirle l’essenza più intima rivitalizzando quel “flusso” di vita che si era malinconicamente interrotto a seguito della crisi delle sale cinematografiche.

Alberto Artioli.

Com’è noto queste sale, soprattutto se ubicate nei centri urbani, hanno sofferto una particolare crisi a causa delle modificate abitudini sociali e ora anche delle innovazioni tecnologiche che hanno moltiplicato le offerte audiovisive con mezzi alternativi. Giancarlo Marzorati ha saputo proporre un nuovo modello funzionale che ha consentito la continuità di un’attività pubblica e collettiva, al fine di salvaguardare il significato culturale dell’edificio storico. Partendo dall’assunto che la tutela migliore per un edificio sia quella di assicurare una funzione che a volte, come la storia ci insegna, le mutate condizioni socio-economiche ci obbligano a modificare, è stato individuato un nuovo percorso progettuale, capace di garantire comunque lo svolgimento di una rilevante attività culturale. Tale processo appare aderente alle indicazioni della disciplina del restauro: la Carta di Venezia del 1964, uno dei capisaldi di tale dottrina, introduceva infatti l’importante novità della “conservazione attiva” che superava il pensiero della “conservazione passiva” auspicando e riconoscendo, all’articolo 5, come fondamento dell’azione di tutela, l’utilizzo dell’oggetto: “La conservazione dei monumenti è sempre favorita dalla loro utilizzazione in funzioni utili alla società: una tale destinazione è augurabile ma non deve alterare la distribuzione e l’aspetto dell’edificio.

La conservazione, da azione di semplice mantenimento e custodia dei valori è diventata nelle mani sapienti di Marzorati, un virtuoso processo di trasformazione che accumulando pregi, passati e presenti, ha esaltato il significato dell’opera di Rimini.

Stefano GuadagniCofondatore e vicepresidente di Associazione Parco Segantini Onlus:

La conchiglia della Musica nel Parco Segantini, nascita, sviluppo e eutanasia di un’idea

1.Il contesto. Nel parco Segantini è attiva dal 2013 un’associazione i cui volontari in convezione con il Comune gestiscono degli orti, un’area naturalistica e un filare di alberi lungo la via Segantini, organizzandovi anche varie attività ed eventi con un modello di coinvolgimento attivo degli abitanti della zona, delle scuole e di altri enti e associazioni.

2. Nascita del progetto. Nel 2016 l’Associazione mette a punto una serie di nuovi progetti per un uso diversificato del verde urbano da parteb di un maggior numero di fasce di utenza, che vengono raggruppati in un progetto-contenitore, milanosmartpark, “il verde intelligente per la tua città”, la cui realizzazione crei il modello efornisca il know-how per la duplicabilità in altre aree del verde pubblico.
Il progetto, dal peso economico è molto superiore a quanto fino a quel momento gestito dall’Associazione, ottiene il supporto della Fondazione Cariplo

L’intervento di Stefano Guadagni.

Il progetto di maggior spicco del pacchetto è un palcoscenico per piccole performance musicali di qualità all’aperto (quasi tutti gli eventi dell’Associazione comprendono una fase di musica) per la cui programmazione musicale troviamo la sostegno dell’orchestra Verdi, del vicino Auditorium. In questo modo anche con questa attività perseguiamo il modello della rete di collaborazione con competenze e eccellenze del territorio.

Su indicazione della direzione dell’Orchestra Verdi l’Associazione si rivolge all’arch. Marzorati, progettista dell’Auditorium, una struttura acustica notoriamente fra le più eccellenti. L’architetto accetta dopo aver viositato il luogo e essersi informato delle altre attività che vi si svolgono e delle modalità di gestione.

L’idea base del suo progetto architettonico è semplice, funzionale e bella: viene presentata al settore Verde e Giardini del Comune, che la accoglie. O meglio, non la respinge:

da questo momento, infatti si avvia una lunga serie di incontri, riunioni, per definire gli aspetti tecnici, le modalità d’uso, tempistiche, con numerose richieste di pareri anche da enti non sempre ben individuabili: la Paesaggistica, la Sovrintendenza, Il Municipio etc etc.

Ma noi teniamo duro – e con noi, generosamente, l’architetto Marzorati – quindi possiamo saltare all’epilogo: dopo un buon numero di stop and go, il permesso viene finalmente concesso (Luglio 2018). Nel frattempo siamo anche riusciti a ottenere in donazione da un’azienda siderurgica i tubi di acciaio, materiale di base per la costruzione. Il teatrino si fa.

3. Eutanasia del progetto. E proprio appena ottenuta la laboriosa autorizzazione, ecco che sorgono un po’ di problemi:

a. Innanzitutto il tempo concesso per la realizzazione, è di soli 4 mesi, di cui due di fermo estivo.

b. l’autorizzazione prevede la cogestione della programmazione con il Municipio, il che lascia prevedere complicazioni sul piano decisionale sul piano procedurale.

c. nonostante le ripetute promesse, al momento di partire coi lavori nel parco non sono state realizzate le dotazioni di base pur programmate (area giochi e percorso vita): non ci sembra opportuno spendere una cifra così ragguardevole per una dotazione certo eccellente e qualificante, ma sicuramente non di primissima necessità.

d. un nuovo regolamento del Comune prevede la messa a bando di tutte le convenzioni quando giungono a scadenza. Non è piacevole l’idea di passare la mano dopo aver fatto tutto il lavoro di progettazione, finanziamento e avviamento dell’attività.

e. Anche l’Orchestra Verdi ha i suoi problemi finanziari, e il previsto sostegno musicale, di programmazione e di concerti, parte integrante e qualificante del progetto potrebbe essere fortemente ridimensionato rispetto alla intenzioni iniziali.

Sintetizzando: poco tempo, complessità della gestione mista pubblico-privato, costi inappropriati alla persistente carenza di dotazioni basilari del Parco, incertezza sul vicino futuro della gestione e sul vecessario supporto culturale. Questi cinque elementi ci convincono a rinviare – con grandissimo rimpianto e con altrettanto rammarico nei confronti dell’arch. Marzorati che tanto si è prodigato – questo bellissimo progetto.

Ma, magari, se le condizioni muteranno…

 

 

5. Margini. Verso la città policentrica

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A conclusione dell’evento espositivo e dialogico “Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio. Giancarlo Marzorati e i progetti per l’accoglienza, il benessere, la cultura”, giovedì 30 maggio si è svolto presso la Centrale dell’Acqua di Milano l’incontro sul tema “Centralità delle periferie: verso la città policentrica“. 

Ha accolto i partecipanti Gabriele Gabbini, dell’Ufficio Relazioni Pubbliche di MM, che ha manifestato la soddisfazione della Centrale dell’Acqua per l’iniziativa qui ospitata e ha presentato i relatori.

Gabriele Gabbini.

Ma anzitutto ha evidenziato che proprio in quei giorni era stato annunicato che il progetto di Giancarlo Marzorati per la ristrutturazione delle Scuderie Montel in zona San Siro, era tra i vincitori per Milano del grande concorso internazionale “Reinventing Cities”.

Nell’illustrare brevemente il progetto che è tra quelli destinati a cambiare il volto di quelle che erano le zone periferiche della città, Giancarlo Marzorati ha spiegato: “L’area delle Scuderie Montel si trova a due passi dallo stadio di San Siro e da questo è separato dall’ampia zona destinata a parcheggio”.

Giancarlo Marzorati.

“Il lungo periodo di abbandono fa sì che si tratti di un’area degradata. La ristrutturazinoe dell’edificio di fine ‘800 è quindi un’occasione per dare nuova vita a questa zona. Il progetto è intitolato Teatro delle Terme: infatti qui sorgerano le prime vere terme milanesi. L’acqua sarà ricavata da un pozzo profondo circa cinquecento metri e, oltre alle terme, vi saranno tanti altri spazi dedicati alla cura della persona, alla cultura, allo spettacolo, alla musica. Spazi che non solo attrarranno persone da tutta la città e da fuori città, ma saranno anche al servizio del quartiere: per attività ludiche e artigianli, per il piccolo commercio e per promuovere la creatività delle persone. Un esempio di come la città diviene sempre più policentrica e di come spazi un tempo marginali divengono nuove centralità”.

Scuderie De Montel, progetto per le nuove Terme di Milano.

Di seguito, le relazioni svolte nel corso dell’incontro:

Novella Beatrice Cappelletti, direttore di Paysage:

Reti verdi sono il futuro delle aree urbane. La città può essere ormai definita come “ecosistema urbano” composto da aree edificate e da aree aperte che necessitano in modo parallelo ed equilibrato di un’adeguata pianificazione per una riqualificazione urbana completa. La metodologia per la progettazione urbana cambia quindi radicalmente e l’urbanistica diventa una materia multidisciplinare che coinvolge anche le scienze naturali, oltre a quelle sociali ed economiche.

L’intervento di Novella Beatrice Cappelletti.

L’approccio nei confronti della città diventa più complesso a causa della notevole quantità di elementi fino a ora trascurati, come i grandi vuoti urbani tipici della città diffusa, ora considerati risorse da tutelare e sviluppare: i piani regolatori propongono accanto ai sistemi insediativo e infrastrutturale, nuovi elaborati di analisi e di progetto riguardanti gli aspetti idrogeologici, morfologici e botanici del suolo al fine di individuare le aree che possono essere considerate patrimonio ambientale da risanare e salvaguardare. Come auspicavano Forman e Godron già nel 1986, pensare alla città come a un ecosistema urbano ha portato a sperimentare una nuova metodologia di pianificazione, che ha coinvolto la città in tutto ciò che fisicamente le appartiene, dalle problematiche delle aree edificate agli aspetti ecologici delle aree verdi e dei sistemi idrici. Per lo sviluppo di queste aree, definite ad alta valenza e potenziale ambientale, si è tentata la strutturazione di reti ecologiche urbane applicando la stessa logica delle reti ecologiche d’area vasta, tramite una gerarchizzazione che prevede l’individuazione di aree principali (i poli) e di elementi lineari per la connessione (corridoi). Ma le aree a valenza ambientale sono solo una parte dell’ampia varietà di spazi verdi che una città presenta (parchi e giardini, viali, piazze, aree sportive, ecc.), ecco perché in ambito urbano si è ritenuto più corretto e utile ai fini riqualificativi, strutturare il sistema delle aree aperte, in una più generale rete del verde. Tale organizzazione degli spazi aperti consente una riqualificazione dell’intera area urbana, tramite funzioni riassunte in quattro tipologie:

  • funzioni di tipo sociale, svolte dalle aree verdi attrezzate con la semplice offerta di spazi per l’aggregazione sociale spesso assenti nelle periferie, soprattutto dove la mancanza di una pianificazione regolata ha portato alla creazione edificzioni monotone, compatte e omogenee;

  • funzioni di tipo estetico, svolte attraverso la realizzazione di arredo urbano;

  • funzioni di tipo igienico-sanitario, attuabili attraverso la presenza diffusa e continua delle aree verdi, che consentono la rigenerazione dei suoli, la depurazione delle acque e dell’aria, la regolazione termica del clima urbano;

  • funzioni di tipo urbanistico, svolte tramite la realizzazione di parchi attrezzati tematici che possono conferire forma a un vuoto urbano ed identità a un luogo, svolgendo funzioni didattico-culturali, sociali e ricreative.

Federico Falck, ingegnere, Gruppo Falck

Milano è città dove il senso dell’imprenditorialità è diffuso. E questo è un fatto che si traduce nel modo stesso in cui l’ambiente urbano è conformato. Si pensi per esempio all’importanza del Castello Sforzesco.

Federico Falck.

La sua elegante compostezza attuale è dovuta all’intervento di completamento e rifacimento gestito da Luca Beltrami a fine ‘800. Quell’opera fu voluta e pagata da una città che all’epoca era ancora piccola, e povera. Ma trovò i denari per compiere quello che si è rivelato un grande investimento per il futuro: ne godiamo oggi i benefici. Vi sono tanti altri esempi di simile lungimiranza nella gestione urbana. Per esempio la Pietà Rondanini: fu acquistata negli anni ’50 del ‘900 dalla città di Milano grazie a una pubblica sottoscrizione, dopo che a Roma era andata invenduta. E da allora resta come uno dei più preziosi e più visitati gioielli della nostra città. Identico impulso imprenditoriale a vantaggio di tutta l’area urbana si ravvisa ancora oggi nell’idea di associare alla Fiera del Mobile i tanti Fuorisalone. Grazie a questi le strade e i quartieri, in ogni parte dell’area urbana, sono abitati da nuova vita, inseriti in una rete che attraversa la città e diviene vetrina aperta sul proscenio mondiale – i Fuorisalone milanesi sono diventati un evento di caratura internazionale. E con essi i quartieri di Milano, centrali o periferici che siano, sono tutti uniti con pari dignità di fronte agli occhi del mondo. Come ha detto Giorgio Rumi, grande storico e accademico, cattolico e liberale, i milanesi hanno barattato l’economia col potere: lasciano che questo sia gestito altrove purché a loro resti la libertà di intraprendere, produrre, negoziare. Sta qui il segreto di una delle città più dinamiche nel mondo: ne godono i benefici tutti coloro che qui vivono, e non solo.

Luigi Vimercati, professore di Storia e Filosofia, già Senatore della Repubblica, Consigliere e Assessore nel Comune di Sesto San Giovanni

Nel corso del suo secolo breve di città industriale Sesto San Giovanni ha, sempre e a ragione, rifiutato la definizione di periferia di Milano. L’identità operaia le ha infatti garantito nel corso del Novecento una centralità tutta particolare: quella della città-fabbrica, perno della civiltà industriale. Attorno alle grandi fabbriche prima, e dopo al posto di esse, importanti urbanisti e architetti – da Piero Bottoni a Vittorio Gregotti, da Mario Botta a Giancarlo Marzorati – si sono cimentati nella pianificazione e nella costruzione fisica di un tessuto urbano che intende mantenere la propria specificità di città del lavoro, ma in stretta connessione con la dimensione moderna e internazionale di Milano. È una sfida tuttora aperta, che parte dal convincimento che i luoghi un tempo sede della produzione industriale abbiano una tale ricchezza di valori morali e civili da rappresentare uno scrigno a cui attingere per rivitalizzare le grandi aree metropolitane.

Luigi Vimercati.

Le stesse architetture della grande impresa fordista possono essere contenitori di nuova socialità urbana. L’esperienza del Carroponte della ex Breda siderurgica di Sesto San Giovanni, per esempio, ci racconta di uno spazio che negli anni recenti è diventato un punto di incontro musicale dei giovani di tutta la grande Milano. Nello spazio adiacente, il successo internazionale di Hangar Bicocca della Fondazione Pirelli, quale istituzione dedicata all’arte contemporanea, conferma l’idea che le periferie possono non essere luoghi anonimi ma, al contrario, motori di una nuova centralità culturale per tutta l’area metropolitana. Non lontana da via Ripamonti la Fondazione Prada, collocata in una ex distilleria, è diventata un attrattore di nuove eccellenze e sta contribuendo al rilancio di una zona della città di Milano nota, in precedenza, per i fenomeni di marginalità sociale.

In questo quadro la mostra dedicata a Giancarlo Marzorati, architetto e urbanista che tra i primi ha visto le potenzialità delle cosiddette periferie, può essere un’occasione importante per gli amministratori pubblici, per gli esperti e per il mondo dell’impresa, per attivare una riflessione comune sul tema dello sviluppo della città contemporanea, che assume sempre più la caratteristica di città policentrica.

Oliviero Tronconi, professore, Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito, Politecnico di Milano:

Le trasformazioni dell’area milanese e il ruolo dell’architettura di Giancarlo Marzorati

Questo breve saggio viene redatto per celebrare la ricca e multiforme attività dell’amico Giancarlo Marzorati, di cui prima di essere amico sono stato e sono sincero estimatore.

Due gli obiettivi del testo, il primo di evidenziare in modo sintetico le trasformazioni della nostra città, di Milano e del fondamentale “intorno”, ripercorrendo alcuni momenti centrali di questa evoluzione da città industriale a metropoli terziaria punta di diamante del nostro paese, sul piano economico, come su quello culturale.

Oliviero Tronconi (a destra nell’immagine).

Una trasformazione che ha avuto una forte e positiva accelerazione negli ultimi anni e di cui diviene molto importante capire le radici e le cause.

Il secondo obiettivo è quello di collocare l’architettura, le realizzazioni di Marzorati nel contesto della trasformazione milanese verso una grande area metropolitana, in grado di superare la dimensione della Provincia milanese, una Regione Urbana che comprende gran parte della Lombardia e che nel tempo, grazie al lavoro delle prossime generazioni, ritengo si estenderà a buona parte di quella che viene denominata pianura o regione padana.

L’architettura di Marzorati è importante perché oltreché funzionale e bella contribuisce ed è oggettivamente inserita in questa dinamica di trasformazione ed in grado di farci intuire già oggi, quella bellezza che potrebbe accadere nel futuro.

Le trasformazioni socio-economiche e urbanistiche dell’area milanese: verso la Regione Urbana

La formazione della moderna Milano città industriale

Nel breve lasso di tempo che intercorre tra il 1880 e il 1915 Milano si trasforma da realtà provinciale nel contesto europeo a centro propulsivo del paese. Sono gli anni in cui si registra il passaggio da un’industria manifatturiera che si alimenta della produzione di un’agricoltura avanzata ad un’economia industriale moderna.

Dagli inizi del secolo le localizzazioni industriali che si appoggiano sulla rete ferroviaria si consolidano: i principali insediamenti produttivi si addensano intorno agli scali e la riorganizzazione della cintura, che si completa nel 1931, fornisce ulteriori opportunità nelle fasce immediatamente adiacenti e nelle aree intercluse tra gli snodi.

Fin dall’inizio di questa fase storica lo sviluppo milanese è caratterizzato dall’integrazione tra agricoltura, manifatturiero e commercio, che è profondamente radicato nell’identità culturale lombarda e nel suo tessuto territoriale.

1930-1951

La popolazione di Milano supera II milione di abitanti fin dalla metà degli anni ’30, per attestarsi a 1.274.000 circa nel 1951, pari a quasi il 55% della popolazione provinciale.
Anche gli addetti all’Industria crescono fortemente, raggiungendo nel 1951 quota 366.000 nel capoluogo, circa il 60% del totale provinciale.

L’espansione urbana di questi anni è evidente: la superficie occupata da insediamenti nel capoluogo passa da 1.457 ettari nel 1911 a 7.287 ettari nel 1954.

A partire dagli anni ’50, l’Italia si avvia a recuperare il vistoso ritardo nel processo di industrializzazione che ha a lungo gravato sul suo sviluppo e Milano, insieme al nord-ovest del Paese, diviene protagonista di tale recupero.

1951-1981

Dal 1951 al 1981 gli abitanti di Milano passano da 1.274.000, pari al 55% del totale provinciale, a 1.605.000 (42%), dopo aver toccato una punta di 1.732.000 nel 1971, mentre gli abitanti degli altri comuni della provincia aumentano ancor più intensamente, da 1.050.000 a 2.234.000.

Negli stessi anni gli addetti alle attività economiche in provincia crescono progressivamente, passando da 850.000 a 1.640.000, con una crescita più intensa dei comuni del resto della provincia rispetto a quella del capoluogo.

Diversamente, gli addetti all’Industria appaiono in calo nel capoluogo a partire dagli anni
’60 (da 484.000 nel 1961 a 287.000 nel 1981), mentre negli altri comuni la crescita risulta ininterrotta durante tutto il periodo (da 256.000 nel 1951 a 515.000 nel 1981).

Nel capoluogo il suolo occupato passa da 7.287 ettari nel 1954, pari a oltre il 50% dell’analogo dato comprensoriale, a 12.107 ettari, pari a solo il 28%, nel 1981.

1981-2001

A partire dagli anni ’80 la popolazione provinciale, invertendo una tendenza secolare, entra in una fase di declino demografico, che recentemente ha subito un’inversione di tendenza con il ritorno della residenza in città.

Dal 1981 al 2001 la popolazione di Milano passa da 1.605.000, pari al 42% del totale provinciale, a 1.256.000 (34%), mentre gli abitanti degli altri comuni della provincia continuano a crescere, da 2.234.000 a 2.451.000. Complessivamente la popolazione provinciale registra un decremento da 3.839.000 a 3.707.000 abitanti.

Gli addetti alle attività economiche passano da 818 mila nel 1981 a 761 mila nel 1991 a
809 mila nel 2001, mentre a scala provinciale la crescita è progressiva (da 1.639.000 nel
1981 a 1.790.000 nel 2001).

Gli addetti all’industria si dimezzano nel capoluogo (da 287.000 a 126.000), ma decrescono anche negli altri comuni (da 515.000 a 429.000), determinando così un pesante saldo negativo a scala provinciale (- 247.000).

Nel capoluogo il consumo di suolo rimane stabile sui 12.000 ettari, mentre rilevante è l’incremento registrato negli altri comuni del comprensorio1, che passano nello stesso periodo da 30.597 a 35.385 ettari.

La “città infinita” che questo modello di sviluppo genera pone diversi problemi, amplificati dallo scollamento tra sviluppo insediativo e sviluppo infrastrutturale; consumo di risorse naturali, una mobilità quasi esclusivamente dipendente dal mezzo privato, maggiori consumi energetici, una omologazione del paesaggio suburbano e rurale.

Figura 1 Andamento di lungo periodo del consumo del suolo
A Comprensorio
B Altri comuni del comprensorio
C Milano
Dati espressi in ettari
Fonte: Centro Studi PIM

1 Il comprensorio è costituito dal capoluogo e altri 105 comuni dell’hinterland.

Figura 2 Andamento di lungo periodo degli addetti totali
A Altri comuni della provincia di Milano
B Provincia di Milano
C Milano
Dati espressi in base 100 rispetto al 1951
Fonte: Istat, Censimento dell’industria e dei servizi
Figura 3 Andamento di lungo periodo degli addetti all’industria
A Altri comuni della provincia di Milano
B Provincia di Milano
C Milano
Dati espressi in base 100 rispetto al 1951
Fonte: Istat, Censimento dell’industria e dei servizi

Esperimenti ed esperienze di pianificazione strategica di area vasta

Dalla fine degli anni ’80 ad oggi si sono sperimentati diversi strumenti di pianificazione,
accompagnati anche da alcune innovazioni legislative. Di seguito alcune tappe di questo
processo:

  • Documento direttore del progetto Passante ferroviario (Milano, 1984)

  • Riforma delle autonomie locali, che istituisce la “città metropolitana’’ (L. 142/1990)
    Piano Direttore Territoriale (Provincia di Milano, 1991)

  • Introduzione dei Programmi Integrati di Intervento (L. 179/1992 e L.R. 9/1999)
    Testo Unico degli Enti Locali (2000)

  • Riforma del titolo V della Costituzione, che modifica in senso federalista
    l’ordinamento dello Stato in ambito territoriale (2001 )

  • Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche “Ricostruire la grande Milano” (Milano, 2000)

  • Piano territoriale di coordinamento provinciale (1995/96; 2003; ecc.)

  • Legge lombarda per il governo del territorio (L.R. 12/2005)

A fianco della pianificazione istituzionale prevista dalla normativa è emersa con forza l’urgenza di altre esperienze di organizzazione del territorio più flessibili, elaborate per affrontare problemi e/o necessità espressi da specifici contesti territoriali di dimensione sovracomunale o di vasta area:

  • costituzione di Agenzie di sviluppo locale;

  • sperimentazione di altre forme di programmazione negoziata; accordi di programma, patti territoriali, processi di pianificazione d’area (ad es. Piano strategico del Nord Milano, Piano d’Area Malpensa, Città di città. Piano strategico d’area dell’Alto Milanese);

che, tuttavia, non sono riuscite a fornire risposte soddisfacenti, soprattutto riguardo alla
programmazione infrastrutturale e al suo coordinamento rispetto allo sviluppo insediativo.

1980-2004 Trasformazioni economiche e modifiche urbanistiche

Fig. 4 Trasformazioni economiche e modifiche urbanistiche 1980-2004
(Fonte: Centro Studi PIM)
Figura 5- Il quadro d’insieme dei Piani d’intervento integrato del Comune di Milano al 30/11/2007
Figura 6- Le proposte presentate – 30.11.2007
Figura 7- i dati aggregati (2)

Queste esperienze dei Programmi Integrati di Intervento (PII) sono state oltreché il motore della crescita della città anche la fase di incubazione della trasformazione degli strumenti urbanistici avvenuta a partire dagli anni ’90 nella metropoli milanese.

Gli sviluppi degli anni 2000

Oggigiorno Milano vive una fase molto positiva di crescita urbana e di miglioramento qualitativo della sua immagine e della sua capacità attrattiva che succede a un lungo periodo di stasi del suo sviluppo quantitativo e soprattutto qualitativo.

Questa trasformazione della città ha determinato, tra i diversi aspetti positivi, il forte incremento del flusso turistico, sia dall’interno del paese, che dall’estero e un miglioramento della sua capacità di attrarre investimenti diretti dall’estero (IDE) anche nel campo immobiliare.

Questo sviluppo della città lombarda ha inizio con i primi grandi progetti di recupero delle aree dismesse attraverso l’innovativo strumento urbanistico dei PII (Programmi Integrati di Intervento) promossi da alcuni dei più significativi operatori del mercato Real Estate già nel periodo tra la fine degli anni 90 e i primi del secolo scorso. Il nuovo quartiere della Bicocca al confine tra Milano e Sesto San Giovanni, l’insediamento del Politecnico nell’area della Bovisa, lo sviluppo dell’area di Porta Nuova-Garibaldi, la demolizione delle strutture della Vecchia Fiera e la nascita del nuovo quartiere City Life, il Bodio Center e molti altri interventi hanno contribuito a modificare, verso una nuova dimensione di funzionalità e modernità, il volto della metropoli lombarda.

Figura 5- Mappa dei Progetti in attuazione a Milano.
Legenda: 1 Cascina Gobba, 2 Cascina Merlata, 3 Ex area Marelli-Adriano, 4 DCPU Ferrari Ripamonti, 5 EXPO 2015, 6 Darsena, 7 Palazzo dello Sport, 8 PII Rogoredo-Montecity, 9 Parco Biblioteca degli Alberi, 10 Polo “Citylife”, 11 Portello. Fonte: Comune di Milano 11/7/2018

I progetti in corso di Attuazione nel Comune di Milano nel 2018

Piani di iniziativa privata

Progetto

Descrizione

Superficie Complessiva (mq)

Area Nord Est

P.I.I. Ex-Manifattura Tabacchi Riqualificazione di un’area vincolata dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici

80.352

P.I.I. via Adriatico, 1 Recupero di un’area dismessa

1.750

P.I.I. via Conti e via Rimembranze di Greco Nuovo intervento di riqualificazione in località Greco con recupero della Cascina Conti

48.087

P.I.I. via Frigia, 19 e via B. Rucellai, 34 Ricostruzione dell’isolato di via Frigia – via Capelli attraverso la realizzazione di nuova residenza.

22.055

P.I.I. via Pitteri, 106 Riqualificazione ambientale di una piccola area industriale dismessa

4.881

PII Via Rizzoli Realizzazione di un edificio residenziale convenzionale agevolata

10.919

Area Sud Ovest

P.I.I. Alzaia Naviglio Pavese, 260 – ex Cartiera Binda Il Programma prevede la trasformazione a funzione prevalentemente residenziale e la riqualificazione urbanistica attraverso opere di risanamento conservativo

73.450

P.I.I. Molino della Traversa Recupero di un nucleo storico della città
P.I.I. Via Forze Armate, 316 Nuovo intervento residenziale

3.460

P.I.I. Via Inganni, 12 incremento della residenza e dei parcheggi con recupero dei servizi scolastici esistenti

10.568

P.I.I. Via Parri, Via Nitti, Parco dei Fontanili Nuova edilizia convenzionata, residenze universitarie, centro sportivo ed aree a parco pubblico

341.918

P.I.I. Via Richard, 24 Nuovo intervento residenziale nell’area sud-ovest di Milano

7.033

PII Via Voltri Realizzazione di nuova residenza abitativa a Canone di locazione sociale, moderato e convenzionato e/o in godimento d’uso e con prezzo di cessione convenzionato e di strutture compatibili con la stessa residenza,

25.045

Area Centro Città

P.I.I. viali Pasubio, Montello, Crispi, Bastioni di Porta Volta, piazza Baiamonti Nuovi edifici reinterpretano la tradizione architettonica lombarda, importanti spazi per la cultura, il verde, la ciclabilità.

10.599

P.I.I. vie Torino, Della Palla e Lupetta Recupero e riqualificazione di un’area centrale strategica

2.020

Area Sud Est

P.I.I. Via Broni nn. 3, 5, 9, 15, 23 e Via Gargano dal n. 42 al n. 62 Nuovo insediamento residenziale e creazione di un parco pubblico

20.044

P.I.I. Via Marco d’Agrate, 29-31-35 Nuova residenza con creazione di un parco pubblico attrezzato

9.140

P.I.I. Via Monti Sabini, Via Antegnati, Via Amidani e Via A. Sforza Riqualificazione di oltre otto ettari di territorio con realizzazione di nuova residenza libera , convenzionata e a canone sociale.

80.119

P.I.I. Vie Lorenzini – Adamello Realizzazione di nuova edilizia convenzionata e di residenza temporanea universitaria

10.520

P.I.I. Vie Ripamonti, Pampuri Realizzazione di residenze e nuovo Centro Aggregativo Multifunzionale

19.177

P.I.I. Vie Verro, Alamanni, Ferrari Residenze nel verde e recupero della Cascina Visconta

15.340

P.I.I. via dell’Assunta, 51 – via Gargano, 55 Nuova residenza

14.164

Area Nord Ovest

P.I.I. Affori Tra la nuova stazione e il parco storico.

35.207

P.I.I. Via Stephenson, 81 Nuova edificazione, miglioramento della qualità degli spazi pubblici esistenti e della viabilità urbana  
P.I.I. Vie Pesaro, Senigallia, Urbino Costruzione di un complesso a corte aperta con appartamenti, uffici e negozi che si integra con le aree verdi circostanti

18.042

P.I.I. via Ceresio 7/9, via Bramante 49, via Procaccini 1/3 – ENEL Porta Volta Realizzazione d’intervento plurifunzionale con presenza di spazi ed edifici destinati a rilevanti funzioni di interesse pubblico.

31.900

P.I.I. via Chiostergi, 15 Nuovo intervento all’interno dell’ex borgo di Quinto Romano

3.349

P.I.I. via Eritrea, 62 area ex Istituto Negri Recupero dell’area dismessa dell’ex Istituto Negri

14.300

P.I.I. via F.lli Beolchi, 22 – 26 Riqualificazione area dismessa

9.849

P.I.I. via Moneta 40-54 Nuova edificazione e ampliamento del parco di Villa Litta

37.275

P.I.I. via Novara nn. 195 – 197 Realizzazione di un nuovo edificio residenziale a torre

3.318

P.I.I. vie Bolla, Parabiago e Castellanza Riqualificazione ambientale, urbanistica ed edilizia di un’area all’interno del quartiere Gallaratese.

24.475

Figura 6- Elenco dei progetti in attuazione nel Comune di Milano al 11/7/20183– Fonte: Comune di Milano

Dalla seconda metà degli anni ’90 la Pubblica Amministrazione lombarda, Regione e Comune di Milano, hanno operato una trasformazione degli strumenti urbanistici passando dal PRG rigido e prescrittivo e soprattutto incapace di governare lo sviluppo equilibrato del territorio, ai nuovi strumenti quali appunto i P.I.I, per infine approdare al nuovo modello della perequazione urbanistica attraverso il più agile ed innovativo ancorché perfettibile strumento del Piano del Governo del Territorio (PGT).

In questa fase è stato realizzato anche un importante sviluppo della rete viaria-autostradale nell’area lombarda collegato all’altrettanto fondamentale sviluppo della rete ferroviaria ad alta velocità.

I principali progetti infrastrutturali che hanno interessato l’area della Regione Urbana milanese e lombarda sono stati:

  • Tangenziale Est Esterna (TEM);

  • Tangenziale Ovest Esterna (TEO);

  • Pedemontana;

  • Bre.Be.Mi;

  • Alta Velocità Ferroviaria (TAV).

Figura 7 – Previsione di sviluppo della rete metropolitana milanese al 2015 (Fonte: Comune di Milano)
Figura 8 – il nuovo anello esterno di circonvallazione di Miliano (Fonte: Assimpredil-Ance)

Molto importanti per la crescita della città sono stati anche gli investimenti nello sviluppo del sistema di trasporto della metropolitana milanese tutt’ora in corso.

Gli investimenti immobiliari: motore della crescita

Credo però si debba riconoscere che il vero artefice di questa trasformazione urbana, che costituisce oggi la più importante esperienza compiuta nel nostro paese, è stato il settore Real Estate o meglio quel gruppo di operatori che hanno avuto la capacità di raccogliere gli ingenti capitali necessari per gli investimenti immobiliari e di gestire sviluppi molto complessi e problematici, resi ancor più difficili dalla generale crisi economica scoppiata sul finire del 2008.

L’evento di Expo e il collegato grande intervento di Cascina Merlata hanno sancito ed esaltato questo formidabile processo di trasformazione urbana, che ancora oggi si dispiega con notevole vigore attraverso gli sviluppi di Symbiosis, di Arexpo, di Santa Giulia, della ex area Falk a Sesto San Giovanni e gli ancora futuri interventi sugli scali ferroviari (Scalo Farini, Porta Romana, San Cristoforo, ecc…)

Il ruolo e l’importanza degli investimenti immobiliari è stato riconosciuto e fatto proprio dalla Pubblica Amministrazione già negli anni ’90 e espresso ufficialmente nel Documento dell’Assessorato allo Sviluppo del Territorio del Comune di Milano: “Ricostruire la Grande Milano-Documento di Inquadramento delle politiche urbanistiche comunali”, del giugno 2000.

In questo testo, che costituisce la prima vera pietra miliare della trasformazione urbana miliare si riconoscono i limiti del vecchio PRG e soprattutto si pongono le basi per il suo superamento: “La Regione Lombardia, da sempre, ha compiuto in questa ultima legislatura, alcuni passi significativi in questa direzione. Non solo ha dato risposta con la legge 23/97 alla sentita esigenza di semplificare le procedure di variante al piano regolatore generale, ma ha introdotto nuovi elementi in grado di superare la rigidità cui il piano regolatore ci ha abituati. La legge regionale 12 aprile 1999 n. 9, al cui art. 5 il Comune di Milano risponde con questo Documento, dà carattere ordinario agli elementi introdotti dalla legge 179/92 di cui è completa attuazione. Flessibilità e compartecipazione pubblico – privata non solo finanziaria, ricorso all’Accordo di Programma per gli interventi in variante e realizzazione di infrastrutture o servizi di interesse generale anche a gestione convenzionata tramite l’intervento diretto dell’operatore, trovano oggi la loro allocazione nell’ordinamento regionale lombardo, se pur limitatamente all’attuazione di Programmi Integrati di Intervento. È particolarmente innovativo il principio secondo cui è possibile considerare lo standard non solo in termini di quantità, ma anche di qualità, consentendo in tal modo di realizzare nuovi servizi o ampliare gli esistenti senza dover demandare tale compito solo ed esclusivamente alla pubblica amministrazione. Va inoltre in questa direzione la legge regionale 193 approvata dal Consiglio nella seduta del 16 febbraio 2000, che oltre a disciplinare i cambi di destinazione d’uso, punta sull’effettiva realizzazione dei servizi la cui necessità verrà indicata dalla verifica delle esigenze reali e non più stimata secondo criteri esclusivamente parametrici.”

L’introduzione del Documento di Inquadramento muta notevolmente il quadro tradizionale delle procedure dell’urbanistica. Il Piano Regolatore Generale – pietra angolare del nostro sistema di pianificazione – è un documento in cui si mescolano strategie e regole, accomunate dall’eguale valore impositivo nei confronti di chi attua il piano; il valore giuridico delle scelte strategiche è la ragione di maggiore rigidità del piano, in quanto richiede che ogni significativo discostarsi dalle previsioni dello stesso sia possibile solo a seguito dell’approvazione di una variante. Il Documento di Inquadramento in qualche misura espropria il piano regolatore dei suoi contenuti strategici, sottrae le strategie urbanistiche alla legge del piano e le restituisce alla programmazione politica. In questo modo si ottengono due risultati, si aumenta la flessibilità e la rapidità delle scelte, e si rende più trasparente la responsabilità delle stesse: le scelte di trasformazione urbana non trovano più la loro giustificazione nella conformità al piano ma nelle ragioni che vengono date da chi le assume. I benefici principali attesi da una maggiore flessibilità delle procedure urbanistiche sono quelli di liberare e sostenere le forze più attive e competitive con vantaggio del sistema delle imprese e dei consumatori in ordine al miglioramento del livello di qualità dell’ambiente e delle parti edificate della nostra città, garantendo in modo più diretto la realizzazione delle infrastrutture e dei servizi.”

Figura 9 – Asset Allocation totale di fondi immobiliari nel mondo e in Europa (Fonte: scenari immobiliari)
Figura 10 – confronto del patrimonio dei fondi immobiliari europei (Fonte: scenari immobiliari)
Figura 11 – gli investimenti immobiliari in Italia (Fonte: Colliers- report sul mercato italiano – Q3 2017)

Una nuova strategia per la crescita: la Regione Urbana

La crescita (o il declino) delle aree urbane non appare più condizionata in maniera prioritaria dall’offerta delle tradizionali condizioni localizzative favorevoli allo sviluppo delle attività produttive, né dalla presenza di attività terziarie di servizio al mercato locale o regionale. Nell’attuale sistema di interdipendenze essa appare piuttosto dipendere, per le grandi concentrazioni urbane, dal livello di sviluppo dei sistemi informativi e di comunicazione che costituiscono le condizioni di base per l’espansione delle attività direzionali delle organizzazioni multilocalizzate. In un’economia post-industriale lo sviluppo urbano è condizionato dal ritmo di concentrazione delle attività terziarie e di servizio ad alto contenuto informativo. Tale concentrazione, spazialmente condizionata, dipende a sua volta dalla concentrazione delle reti di comunicazione, delle infrastrutture cioè che garantiscono la circolazione intra e interurbana delle informazioni (“materia prima” e prodotto principale delle attività emergenti).”1

Larga parte degli investimenti immobiliari che hanno determinato la crescita della qualità urbana e ambientale di Milano è stata indirizzata verso aree di pregio centrali.

L’ ampliamento e lo sviluppo del mercato e della qualità urbana richiede però un cambio di direzione verso il decentramento di funzioni pregiate e di investimenti nelle aree periferiche in grado di creare nuove centralità attrattive e nuovi valori immobiliari in zone fino ad oggi marginali, modificando la struttura piramidale e centralistica dei valori fondiari.

La metropoli milanese, la sua area metropolitana può crescere e conquistare un posto ancora più significativo nell’agone delle città europee e mondiali più attrattive e competitive, solo attraverso la costruzione di nuove importanti centralità: aree ricche di funzioni pregiate, di stimoli innovativi e strutturate attraverso importanti investimenti immobiliari supportati dal contemporaneo sviluppo dell’infrastruttura per la mobilità e il trasporto pubblico.

Questa prospettiva è già stata determinata con chiarezza dal “Ricostruire la Grande Milano Documento di Inquadramento delle politiche urbanistiche comunali”

I processi di trasformazione intervenuti negli ultimi decenni hanno in gran parte confermato le direttrici storiche dello sviluppo milanese, ma gli interventi più importanti in atto e in corso di realizzazione, hanno aumentato decisamente, rispetto ad altri assi urbani, il ruolo e il peso degli assi nord-ovest (Bovisa) e nord (BicoccaSesto). La strategia di ampliamento del mercato urbano è rivolta ad una maggior articolazione del modello di organizzazione spaziale attuale. Lo strumento principale per conseguire l’ampliamento del mercato urbano è la costruzione di un nuovo modello che comprenda l’asse di sviluppo settentrionale e lo articoli in un sistema a T rovesciata, appoggiata su di un’asta forte di trasporto pubblico che va da Malpensa a Linate”

Il nuovo modello lega l’asse di sviluppo settentrionale ad una nuova dorsale urbana che ha i suoi estremi principali in Malpensa e Linate, e si sviluppa da sud-est a nordovest: da San Donato Milanese, Rogoredo e Vittoria piega su Garibaldi e Bovisa per aprirsi verso Rho-Pero-Novara e verso Saronno-Malpensa, e sulla quale si innesta l’asse verso nord, attualmente più forte, di Bicocca-Sesto San Giovanni-Monza. Il nuovo modello ha il suo cuore all’interno di Milano ma si articola su di un’area più vasta a disegnare la struttura portante della nuova Grande Milano. Il modello salda il nuovo sistema aeroportuale della regione milanese al programma di rilancio del mercato urbano di Milano e di sviluppo della sua attrattività. Alla nuova dorsale è affidato un doppio compito: garantire un’efficiente relazione tra la città e il sistema aeroportuale, e mettere in gioco nuove aree di maggior dimensione, di miglior accessibilità e di prezzi più competitivi di quelli delle aree centrali. La scelta della dorsale indica una priorità degli investimenti pubblici e privati, ma non esclude che investimenti importanti possano essere realizzati anche in altre zone della città, purché questi investimenti rispondano ai criteri fissati dalla Amministrazione.”

I corollari di questa visione sono il “ritorno della residenza in città”, “il verde e gli spazi aperti”, “le politiche contro il degrado”, “la mobilità sostenibile” fino ad una nuova proiezione della città verso la cosiddetta “Regione Urbana”

Se la strategia dell’ampliamento del mercato urbano non può che procedere dall’interno di Milano, la dimensione spaziale della strategia si estende al di là dei confini comunali. Ad esempio, il fatto che Milano faccia ormai riferimento ad un sistema aeroportuale che ha l’aeroporto principale al di fuori dei confini comunali, influisce non poco sulle politiche di localizzazione degli investimenti nel segmento dei servizi direzionali. Pertanto, una visione programmatica che sia ristretta alla dimensione comunale non dà alla strategia lo spazio necessario al suo successo e decisioni comunali non concordate ad un livello più generale rischiano di produrre effetti negativi inattesi all’interno del mercato dell’intera regione urbana. Per evitare questi rischi la strategia dell’ampliamento del mercato urbano richiede la costruzione di alleanze e coalizioni di dimensioni politiche, economiche e sociali commisurate alla regione urbana. Nel rispetto delle competenze istituzionali, si tratta di trovare le adatte forme politiche affinché Milano possa integrare le sue strategie con le strategie dei comuni contermini in uno sforzo cooperativo che coinvolga la provincia e la regione”

Figura 12- Localizzazione degli ambiti di trasformazione a destinazione prevalentemente produttiva rispetto agli altri ambiti di trasformazione (Fonte: ricerca n°5/16-20/11/16 di Assolombarda in collaborazione con il Politecnico di Milano)

 

Figura 13- Distribuzione territoriale degli ambiti di trasformazione totali e a destinazione prevalentemente produttiva nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza e relative estensioni (mq superficie territoriale) e confronto con la Lombardia (Fonte: ricerca n°5/16-20/11/16 di Assolombarda in collaborazione con il Politecnico di Milano)
Figura 14- Classi dimensionali degli ambiti di trasformazione a destinazione prevalentemente produttiva nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza (Fonte: ricerca n°5/16-20/11/16 di Assolombarda in collaborazione con il Politecnico di Milano)
Figura 15 – Localizzazione degli ambiti di trasformazione a destinazione prevalentemente produttiva rispetto alle aree a destinazione produttiva esistenti (Fonte: ricerca n°5/16-20/11/16 di Assolombarda in collaborazione con il Politecnico di Milano)

Per realizzare la Regione Urbana Milanese sono necessarie alcune condizioni imprescindibili:

  1. Lo sviluppo della residenzialità in tutte le sue articolazioni in grado di rispondere non solo alla domanda del mercato solvibile, ma anche a quella del cosiddetto housing sociale attraverso modelli economicamente autosostenibili fondati anche sulla concessione di diritti di superfice per una durata temporale adeguata e su una attenta gestione organizzata realizzata da operatori professionali.
  2. Stimolare il decentramento di funzioni pregiate di livello strategico, unitamente ad attività produttive di beni e servizi allocate in aree dotate di adeguata infrastrutturazione (servizi, energia, sicurezza, trasporti) superando l’ormai arcaico schema delle aree industriali di livello comunale;
  3. Integrazione dei trasporti e loro articolazione in relazione alle principali dorsali-linee di sviluppo dell’area regionale urbana.
  4. Promuovere e premiare la qualità architettonica e la capacità di progetti di sviluppo di impattare sulla qualità ambientale (verde, spazi pubblici, arredo urbano, street art, ecc.…) e di connettersi con le aree limitrofe.

Riflettendo sulla scala alla quale si pongono i problemi economici e territoriali nella fase attuale: globalizzazione dei mercati, competizione tra le città o meglio tra le maggiori aree metropolitane più attrattive, il grande sviluppo della finanza e quindi di capitali in cerca di impieghi remunerativi, occorre riconoscere che l’insieme di città, pressoché continuo, che va dall’Inghilterra alla pianura padana, da taluni definita la megalopoli europea, è la più grande delle tre megalopoli mondiali (le altre due sono quella dell’America del Nord, affacciata sull’Atlantico, che si sviluppa attorno a New York, da Boston a Newport e quella giapponese, che va da Tokio a Nagasaki).

La megalopoli europea presenta maggiori dimensioni di superficie: circa 250.000 chilometri quadrati, contro i 100.000 e gli 80.000, rispettivamente della giapponese e dell’americana. Anche la dimensione demografica è più significativa: oltre 70 milioni di abitanti rispettivamente contro 50 e 60 milioni. Lungo questa sorta di asse centrale, e nelle sue immediate adiacenze, si è costruita gran parte della storia europea e della sua economia.

E, aggiungiamo, lungo questo asse si costruirà il futuro del nostro Paese.

Cambia il rapporto tra il meccanismo di sviluppo economico e il territorio. Il territorio non rappresenta più tanto il semplice supporto o il “suolo’’ indifferenziato sul quale si articolano flussi di persone, beni, servizi, investimenti, informazioni, decisioni, ma rappresenta esso stesso un fattore produttivo, in quanto è caratterizzato da una dotazione di risorse produttive specifiche e non facilmente trasferibili da luogo a luogo. Da una logica distributiva del processo di sviluppo, per cui il territorio sarebbe rilevante solo nella localizzazione di livelli di attività già definiti a livello nazionale o internazionale, si passa ad una logica di sviluppo endogeno, per cui lo sviluppo è dato dalla valorizzazione di risorse produttive regionali e locali nell’ambito di un processo di interdipendenza, di competizione e di cooperazione a scala interregionale e internazionale”1

L’Architettura di Giancarlo Marzorati ha rappresentato un segnalale anticipatore della dinamica evolutiva dell’area milanese verso la futura grande area metropolitana: la regione urbana.

Non a caso una parte dei suoi progetti realizzati in Italia hanno una collocazione nella laboriosa periferia milanese ed in particolare nell’area di Sesto San Giovanni.

In questi contesti i progetti dell’architetto sono segni che scandiscono il passaggio dalla grande industria alle sempre più importanti attività terziarie e nel contempo costituiscono momenti importanti della riqualificazione di un territorio un tempo votato ad attività industriali che, in larga parte, non hanno più posto nella nostra contemporaneità.

I progetti dell’architetto sono segni tangibili ed importanti di come l’architettura possa contribuire alla rinascita di questi luoghi e renderli degna e compiuta espressione della modernità e quindi delle nuove attività economiche e sociali.

Il rilancio dell’area milanese può acquistare forza adeguata alla sempre più accanita competizione internazionale solo travalicando i confini ambrosiani e connettendo in forma organica, grazie allo sviluppo delle imprescindibili infrastrutture, un territorio che è già in larga parte integrato per quanto riguarda le attività economiche, ma anche per quanto attiene i più importanti servizi-attività commerciali, universitarie, sanitarie, culturali e turistiche.

In questa prospettiva l’architettura che si rivela capace di trasformare un’area dismessa in un luogo attrattivo, ha e avrà un ruolo primario così come le realizzazioni di Marzorati dimostrano ed evidenziano con grande efficacia.

L’attività progettuale dell’architetto non si ferma però ai pur fondamentali elementi che concorrono a definire e determinare la trasformazione e rinascita di un luogo e nella ricerca della qualità dell’architettura, ma definisce parallelamente al bello la razionalità e le prestazioni del manufatto in fase di progettazione, che nella logica dell’architetto deve rispondere al meglio alle esigenze della futura utenza, ma anche favorisce le imprescindibili future attività di conduzione e manutenzione dell’immobile ottimizzando, ovvero riducendo i sempre più onerosi costi di gestione.

La conoscenza delle problematiche realizzative e di quelle non meno importanti gestionali e manutentive dell’architetto fanno sì che il suo progetto persegua con successo l’integrazione tra la razionalità tecnica e quella economica, non solo per quanto riguarda la qualità delle opere e i costi di realizzazione, ma che si spinga a prefigurare e implementare le problematiche della successiva gestione dell’opera nel tempo per garantirne la continuità delle prestazioni e il suo valore.

Note

1 Il comprensorio è costituito dal capoluogo e altri 105 comuni dell’hinterland.

2 In allegato l’elenco dei PII del Comune di Milano al 2007 (Allegato A)

3 In allegato le schede illustrative dei singoli interventi progettati, suddivisi in aree al 11/7/17 2017. (Allegato B)

4 R. Pallottini, Sistema urbano americano e innovazione tecnologica, Gangemi Editore, Roma 1991.

5 F. Migliorini, G. Pagliettini, Città e territorio nell anuova geografia europea, Etas Libri, Milano 1993.

Bibliografia

Ricerca n°5/16-20/11/16 di Assolombarda in collaborazione con il Politecnico di Milano;

F. Migliorini, G. Pagliettini, Città e territorio nella nuova geografia europea, Etas Libri, Milano 1993

Colliers- report sul mercato italiano Q3, 2017;

Assessorato allo Sviluppo del terrirotio del Comune di Milano, “Ricostruire la Grande Milano”, Milano Giugno 2000;

In “Osservatorio Permanente sulla Pubblica Amministrazione Locale (OPPAL), L’efficienza dei processi concessori”, Rapporto 2008, Lo sviluppo e la competizione delle città e dei territori”, O. Tronconi;

O. Tronconi, Il sistema di mobilità: verso una gestione manageriale. Strumenti di pianificazione, normativa e tecnologie per il traffic management, Etas libri, Milano 1994;

A. Martelli, attrattività di sistema e fattori geografici: riflessioni su un dibattito in corso, in P. Dubini (a cura di), L’attrattività del sistema paese, Il Sole 24 Ore, Milano 2006;

European Office Market 2017”, Bnp ParibasReal Estate, 2017.

Uscire dalla cultura della corruzione

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Nelle pagine seguenti presentiamo due punti di vista in parte divergenti: la politica e la storia non sono mai oggettive, sono sempre tinte di soggettività.

Tatiana Yugay mette in risalto come il problema della corruzione sia usato per destabilizzare paesi verso i quali si hanno mire di potere: si riferisce ovviamente al mondo anglosassone e alle manovre condotte (v. in Italia con “Mani Pulite”) per destabilizzare governi e favorire l’incremento di potere finanziario di compagnie multinazionali. Come dire, chi denuncia la corruzione lo fa in modo strumentale. La lotta alla corruzione è vista in prevalenza come nuova frontiera della politica di destabilizzazione.

Leonardo Servadio parte dal presupposto che nel mondo post ideologico colpito dalla crisi finanziaria globale, le rivolte crescenti contro governanti e imprenditori corrotti e corruttori possa dar luogo a un miglioramento nei rapporti internazionali, e ritiene sia il caso di considerare corrotte anzitutto tutte le pratiche che conducono alle crisi finanziarie. La lotta alla corruzione è vista come nuova frontiera di una globalizzazione che sia ricondotta entro i binari della giustizia sociale.

Nel complesso, non si parte dal presupposto che la corruzione sia risolvibile. Si pone il problema di considerarla nella sua complessità. Essa ha sempre accompagnato la storia, esattamente come il problema della violenza.

È così che sono i problemi veri: tendenzialmente insolubili – se fossero solubili, non sarebbero problemi, o lo sarebbero di minore importanza. Tanto più insolubili perché per la corruzione vale, come per qualsiasi azione o opera umana, il principio di indeterminazione:  l’azione stessa con cui il fenomeno è compreso, interpretato o contrastato incide su di esso e lo modifica in modo tale che esso ne resta mutato, nelle forme o nelle dimensioni: diverso da quel che era all’inizio dell’opera di indagine o di contrasto. Per dire, riprendendo quel che accadde con Mani Pulite: quando l’operazione cominciò si poteva supporre che avrebbe portato almeno a ridurre il grado di corruzione diffuso. Risultò che invece a pochi anni di distanza la corruzione era forse più diffusa e ampia di prima: come se il Paese – che peraltro era già ben cosciente della corruzione esistente – avesse inteso che se qualcuno vuol essere “qualcuno”, non può evitare di corrompere o essere corrotto.

Quanto sia difficile distinguere il grano dal loglio quando ci si inoltra su questo terreno, è evidenziato dal caso di Enrico Mattei. Che è stato il maggiore, o uno dei maggiori esponenti e promotori del periodo di rinascita dell’Italia dopo il disastro della seconda guerra mondiale. Mattei ha consentito all’Italia di ottenere fonti di energia proprie sulla cui base ammodernarsi e riaffermarsi pur dopo la distruzione e la frustrazione del conflitto. Ha offerto ai paesi produttori di petrolio contratti vantaggiosi tanto per loro quanto per l’Italia (un approccio oggi chiamato “win win”: vinci tu e vinco anch’io, e promosso in particolare dalla Cina), offrendo tecnologia in cambio di materie prime, cosa che non facevano le grandi compagnie, le “sette sorelle”, che brandivano il petrolio come arma di potere entro una logica puramente speculativa. Ha promosso autentico sviluppo economico in Italia e in paesi come Algeria, Iran, Tunisia: Mattei fu un grande personaggio della politica nazionale e internazionale. Com’è noto, fu ucciso in un incidente aereo: è opinione diffusa che si sia trattato di assassinio commissionato dalle “sette sorelle” e ordito con un sabotaggio dell’aereo compiuto dalla mafia siciliana. Mafia che peraltro era stata usata esattamente vent’anni prima dagli angloamericani quando sbarcarono in Sicilia per cominciare la risalita della penisola e battere il nazifascismo.

Nel caso di Enrico Mattei si contempla tutta la complessità dell’intreccio tra politica, economia, corruzione. Mattei per perseguire i suoi obiettivi corrompeva i partiti: diceva di usarli “come un taxi”. Ma rese l’Italia all’indipendenza sul piano energetico, cosa che è la base dell’economia industriale. Che fosse un corruttore fu denunciato in particolare da Indro Montanelli, oggi universalmente riconosciuto come grandissimo giornalista. Come riferisce un libro del 2016, “Colonia Italia”, di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino, scritto anche sulla base di documenti desegretati dei servizi segreti britannici, Montanelli era stato incaricato di scrivere contro Mattei nel 1962 (pochi mesi prima dell’uccisione di questo) da Alfio Russo, all’epoca direttore del Corriere della Sera. In perfetta coincidenza con la politica britannica, il Corriere e Montanelli presentarono colui che era stato uno dei principali autori della rinascita italiana, come un corrotto assetato di potere. Perché? perché non sottostava al giogo della politica del petrolio angloamericana. Fu informazione quella di Montanelli e del Corriere, o fu manipolazione motivata da collusioni esterne?

Ci fu bensì corruzione nell’azione di Mattei, ma finalizzata al benessere dell’Italia. E c’è evidentemente un’altra opera corruttiva in chi lo accusa strumentalmente di corruzione. O non v’è corruzione in quei giornali che ordiscono campagne propagandistiche, magari facendosi forti di documenti giunti da servizi di intelligence? Corruzione contro corruzione. C’è differenza tra questi due tipi di corruzione?

Mattei fece l’interesse di molti paesi oltre che dell’Italia. Altri corrotti che contro di lui hanno agito, hanno compiuto un’operazione di guerra  nascosta lesiva degli interessi nazionali. Chi è più corrotto in questi intrecci di vicende?

Sarebbe importante che vi fosse un’autorità esterna a giudicare. E, ove si concretasse efficacemente nell’ONU, quali criteri potrebbe usare per esprimere un giudizio? Che siano difesi gli interessi propri delle popolazioni. Ma come si definiscono gli interessi delle popolazioni? La questione è tanto più difficile, quando tali interessi sono intesi dalle popolazioni stesse in modi viziati da interventi demagogici: o qualcuno pensa che ci si trovi con popoli di anime belle guidati da orde di politici corrotti, e che il populismo da cui ci si sente investiti in questi ultimi anni sia precipitato su questo pianeta da altezze siderali?

Non c’è una soluzione definitiva al problema della corruzione. Ma neppure possiamo accettarla come un fatto naturale, anche se sembra consustanziale con l’essere umano. Anche la violenza sembra consustanziale. Il primo assassinio fu quello di Caino contro Abele: si confonde nel mito alle origini delle civiltà. Questo non ci impedisce di ergerci contro l’assassinio.

Allo stesso modo non possiamo evitare di combattere la corruzione. Anzi, dobbiamo far sì che siano sempre più grandi le ondate di coloro che si ribellano. Alla fine, auspichiamo un processo che consenta la crescita della coscienza dei popoli. Che il rifiuto della corruzione divenga sempre più un fatto di cultura collettiva.

Questa prospettiva si presenta oggi necessaria e plausibile, perché diffusa a livello globale è la coscienza dell’esistenza della corruzione e dei danni che questa arreca.

Un esempio: in un articolo pubblicato da The Atlantic il 22 agosto 2018 col titolo “Washington is turning into Moskow” (Washington diventa come Mosca) Ben Judah descrive come la corruzione diffusa in Russia, nella forma di gruppi di potere che operano ai margini delle istituzioni elettive, in questi anni recenti fosse ben visibile anche nella capitale statunitense. L’intento di Judah è evidente: screditare l’amministrazione Trump. Ma quel che scrive è vero o falso?

L’ondata di rivolte anti-establilshment concretatesi un po’ ovunque dimostra che la sua percezione è ampiamente condivisa, e non riguarda solo Mosca e Washington, ma un po’ tutti i paesi. Da un lato ci sono le istituzioni legittime, dall’altro lato un potere reale che si insinua tra le maglie di tali istituzioni e prescinde dalla legittimità. Se così non fosse non ci troveremmo in un mondo in cui nelle mani di una percentuale infima della popolazione (uno percento secondo Oxfam) si è accumulata oltre la metà della ricchezza esistente e tale proporzione va crescendo nel tempo.

Di qua la legge e le istituzioni che la rappresentano, di là il potere reale che delle regole si infischia o che vive secondo regole proprie. Una situazione che a livello globale ricorda molto da vicino quella che si concreta là dove le varie organizzazioni di stampo mafioso esercitano il loro potere al di là e a prescindere dall’assetto istituzionale esistente.

I magistrati del pool antimafia di Palermo compresero che la lotta al cancro mafioso, che era inserito nelle maglie dello stato oltre che radicato nella società, non poteva avere efficacia se si fosse limitata solo all’opera repressiva. Ci voleva un più vasto impegno volto a risvegliare le coscienze, attraverso l’informazione, il dibattito, la cultura. Il coinvolgimento della gente. E non a caso promossero interventi nelle scuole per spiegare ai ragazzi che cosa fossero le mafie in tutte le loro manifestazioni e quali effetti nefasti portassero alla società nel suo complesso.

Lo stesso va fatto per la corruzione. È insita nelle usanze e nei costumi di tanti paesi, di tanti politici, di tante persone, di tanti votanti. Bisogna, mentre la si contrasta con la forza della legge – una forza che è particolarmente disarmata al livello internazionale, nel quale si manifestano i maggiori fatti corruttivi composti da trame di traffici illeciti – che si miri a educare una coscienza fondata sulla consapevolezza che un’azione corrotta si presta sempre a dar luogo ad altri momenti corruttivi.

Alla crescita di tale coscienza sono dedicate queste pagine, nell’auspicio che la  lotta alla corruzione, in tutte le sue manifestazioni, divenga una “nuova frontiera” per conquistare nuovi traguardi nel faticoso e incerto cammino della civiltà.

Gli scenari “anticorruzione” nella guerra ibrida

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di Tatiana Yugay*

Nelle seguenti pagine si analizza l’uso dell’argomento corruzione nell’imporre cambiamenti di regime politico; dal «colpo di stato» giudiziario in Italia nel decennio 1990 a una serie di «rivoluzioni colorate» avvenute in Medio Oriente e Nord Africa all’inizio del 21° secolo. L’autrice conclude che il cambiamento del paradigma della politica estera degli Stati Uniti, dagli interventi militari diretti ai metodi ibridi volti a cambiare i regimi non graditi, porta a un uso crescente di operazioni presentate come di anti-corruzione che risultano in destabilizzazioni, a basso costo ma estremamente efficaci, di altri Paesi.

L’autrice introduce il concetto delle tecnologie informatiche e finanziarie (TIF) della guerra ibrida, che ritiene siano utilizzate attivamente da vari Paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti.

È possibile individuare tre tipi principali di tecnologie informatiche e finanziarie:

1) le cosiddette offshore leaks;

2) gli scandali di corruzione finalizzati a un cambio di regime;

3) le pubblicazioni dei «rating» finanziari delle agenzie internazionali al fine di ridurre l’attrattività degli investimenti esteri al paese[1].

Questo scritto esplora l’uso delle TIF nella forma di scandali di corruzione, che nella maggior parte dei casi sono usati per sollevare manifestazioni di massa contro i governi, e spesso hanno portato a cambiamenti di regime nei Paesi bersagliati.

  1. La genesi del cambio di regime, dall’intervento militare alla guerra ibrida

Dalla seconda metà del XIX secolo e durante tutto il XX secolo, gli Stati Uniti hanno spesso effettuato cambi di regime (soprattutto nell’America Latina e nel Sud del Pacifico occidentale), ma solo a partire dalla fine dell’ottobre 1998 l’opera di cambio di regime è stata ufficialmente riconosciuta come linea portante della politica estera degli Stati Uniti[2].

È ovvio che un cambiamento di regime costituisce una grave violazione della sovranità di uno Stato indipendente e una violazione del diritto internazionale. Per questo motivo, gli istituti di ricerca e think tank degli Stati Uniti cercano continuamente giustificazioni ideologiche per queste azioni, al fine di dare una parvenza di legittimità agli occhi dei partner della NATO, della comunità internazionale e dei suoi cittadini.

Dopo la fine della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno ampiamente attuato cambi di regime con il pretesto della democratizzazione. “La storia recente suggerisce un’ondata di interventi militari da parte dei Paesi democratici, volta a rafforzare le istituzioni democratiche in altri Paesi”[3]. Questa pratica aveva raggiunto il suo culmine quando George W. Bush la incluse nella “National Security Strategy 2002”[4]

Masters osserva che dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno avuto luogo tre ondate di “interventi democratici”, o della cosiddetta “promozione aggressiva della democrazia”, suddivise in tre ventenni: 1) 1940-1950, 2) 1960-1970 e 3) 1980-1990[5].

A questo proposito, gli analisti occidentali parlano della “terza ondata di democratizzazione” per indicare “la diffusione globale di democrazia negli ultimi tre decenni”. Allo stesso tempo, gli ideologi occidentali non nascondono il fatto che la democratizzazione, dal loro punto di vista, è sinonimo di cambio di regime. Così, J. Chin indica che un prerequisito per “una transizione di successo verso la democrazia” è il ritiro volontario o forzato dei leader nazionali[6].

Bogaards osserva che «i concetti di cambiamento di regime e di democratizzazione vengono spesso utilizzati in senso molto ampio nella letteratura sulla terza ondata di democratizzazione». Tuttavia, l’introduzione del concetto di cambio di regime nel discorso scientifico non ha ricevuto molta attenzione[7]. Infatti, il termine di cambiamento di regime nella letteratura esistente è inteso come fatto tecnico e operativo. Il concetto di “cambio di regime” è stato utilizzato per la prima volta nel 1925. L’Oxford Dictionary lo definisce come “la sostituzione di un governo con un altro, soprattutto con l’uso della forza militare”[8].

La forza principale della promozione aggressiva della democrazia americana è stata la  National Endowment for Democracy (NED). Creata nel 1983, la NED si è posizionata come un’organizzazione non governativa privata, la cui attività è focalizzata nello sviluppo e il rafforzamento delle istituzioni democratiche in tutto il mondo. La NED fornisce ogni anno più di 1.000 borse premio per sostenere i progetti delle ONG all’estero, lavorando sodo per raggiungere obiettivi democratici in più di 90 paesi[9].

In realtà, la NED non è un’organizzazione non governativa. In primo luogo, i suoi padri fondatori nel 1983 sono stati il presidente Ronald Reagan e il direttore della CIA W.Casey[10].  In particolare, da allora cresce la nomea della CIA come organismo dedicato all’organizzazione di attentati contro capi di Stato, di destabilizzazioni di governi stranieri, di operazioni coperte di sorveglianza illegale sulla popolazione degli Stati Uniti[11]. Sotto l’ombrello della NED vi sono quattro affiliati, tra cui il National Democratic Institute e l’International Republican Institute, gestiti rispettivamente dall’ex Segretario di Stato Madeleine Albright e dal senatore Dan Sullivan.

In secondo luogo, la NED è finanziata dal bilancio federale degli Stati Uniti tramite il programma “Attività Internazionali”, attraverso l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), per circa $100 milioni all’anno, che coprono il 97% delle sue spese. Il restante 3% è costituito da contributi di grandi imprese come ad esempio Chevron, Coca-Cola, Goldman Sachs, Google, Microsoft, Camera di Commercio degli Stati Uniti[12].

Come è scritto sul sito ufficiale, la Fondazione finanziò il movimento di opposizione “Solidarietà” in Polonia, “Carta 77” in Cecoslovàcchìa, “Otpor” in Serbia. Negli anni 2011-2014, la NED ha finanziato le ONG ucraine per quasi 14 milioni di dollari. La NED ha sostenuto diverse decine di organizzazioni non governative in Russia, in particolare il Gruppo di Helsinki di L.Alekseeva, il movimento “Per i diritti umani” di L.Ponomariov e il Centro sociologico di Levada.

Nel 2014 ha speso 530 mila dollari al fine di “sensibilizzare l’opinione pubblica sulla corruzione”, vale a dire per raccogliere l’informazione sulla corruzione, reale o immaginaria, nell’interesse del Dipartimento di Stato e delle ONG sponsorizzate dagli USA in Russia[13].

La sovversione attuata dalla Fondazione è stata studiata dalle forze dell’ordine russe.

Il 28 luglio 2015, l’Ufficio del Procuratore Generale russo ha riconosciuto l’attività della NED come una minaccia “per l’ordine costituzionale, la difesa dello Stato e la sicurezza nazionale”. Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, attraverso la Fondazione erano controllate le ONG russe che partecipavano nelle attività di “riconoscimento dei risultati delle elezioni come illegittime, di organizzazione delle azioni politiche per influenzare le decisioni prese dalle autorità, per screditare il servizio nelle forze armate russe”.

Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, nel 2013-2014, la NED finanziò le organizzazioni commerciali e non-profit russe per circa 5.2 milioni di dollari[14].

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti espresse “profonda preoccupazione” per la sorte della società civile russa dopo la sospensione delle attività della NED in Russia[15]. 18 luglio 2017, l’Agenzia federale di supervisione delle comunicazioni, delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni di massa aveva bloccato il sito della NED[16].

Il primo esempio operativo della “terza ondata di democratizzazione” è stata la sorte riservata al regime di Saddam Hussein, che gli Stati Uniti cercavano di rovesciare dal 1991 con la prima guerra del Golfo. Nel novembre 1998, l’amministrazione Clinton disse che gli Stati Uniti avrebbero cercato di andare oltre la deterrenza per promuovere il cambiamento di regime[17]. La politica di cambio di regime è stata approvata dal Congresso, che nel 1998 adottò la legge sulla liberazione dell’Iraq[18].

Diversi scenari di cambiamento erano presentati: 1) le operazioni segrete, 2) l’uso di forze speciali, 3) l’attacco diretto e 4) le operazioni di guerriglia[19].

Negli ultimi dieci anni, gli sforzi degli Stati Uniti per cambiamenti di regime hanno ricevuto un forte sostegno ideologico dalle Nazioni Unite. Il documento finale del Vertice mondiale delle Nazioni Unite nel 2005 introdusse una nuova categoria di diritto internazionale: “la responsabilità di proteggere i popoli dal genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e dai crimini contro l’umanità” (articoli 138-140)[20].

Questo concetto è estremamente semplice e si basa su tre principi fondamentali.

In primo luogo, lo Stato ha il dovere di proteggere il suo popolo dal genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e dai crimini contro l’umanità.  In secondo luogo, “la comunità internazionale deve aiutare gli Stati a esercitare questa responsabilità, e rafforzare le capacità di proteggere” e, in terzo luogo, quando lo Stato evidentemente  non è in grado di “proteggere il popolo dai quattro crimini indicati, la comunità internazionale dev’essere pronta ad azioni collettive, tempestive e in maniera decisiva” attraverso il Consiglio di sicurezza e in conformità con lo Statuto delle Nazioni Unite[21].

Non c’è nessun dubbio che l’ONU ha adottato il concetto di responsabilità di proteggere con le migliori intenzioni, tuttavia, l’ambiguità originaria di formulazione ha portato a una confusione che richiede di colmare le lacune interpretative, molto gradite agli Stati Uniti. In particolare, ove si tratta delle azioni collettive della comunità internazionale attraverso il Consiglio di Sicurezza e in conformità con lo Statuto delle Nazioni Unite, perché gli Stati Uniti spesso si sono assunta la responsabilità di agire da soli per decidere il cambiamento di regime, nei casi in cui non riescono a raggiungere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza.

Janik indica che «le operazioni militari post-guerra fredda sono sempre giustificate con riferimento al rispetto dei diritti umani e di legittimità del governo dello Stato bersagliato. A cominciare dalla no-fly zone sull’Irak istituita dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia, il principio di sovranità è stato rivisto, così come l’attenzione si è spostata dalla pace internazionale e la sicurezza nel senso interstatale (come era intesa all’origine) agli individui come beneficiari finali dell’ordine internazionale».

La fase finale di questo processo è stata la formulazione della dottrina di responsabilità di proteggere. Come sottolinea Janik, «il problema centrale risiede nel fatto che la dottrina della responsabilità di proteggere, esattamente come il concetto precedente di intervento umanitario, in fin dei conti può essere utilizzata come un semplice pretesto per raggiungere obiettivi geostrategici: in particolare il cambiamento dei regimi non graditi». In definitiva, si può sostenere che l’uso di forza in nome dei diritti umani fondamentali quasi sempre implichi un cambiamento di regime. Inoltre Janik considera questa dottrina dal punto di vista del diritto internazionale in particolare, e pone la questione importante del rapporto tra diritti umani e sovranità dello Stato. «La dottrina della responsabilità di proteggere è basata sulla comprensione della sovranità come relativa al comportamento degli Stati e dei loro governi nei confronti di loro cittadini. Quindi, v’è solo un piccolo passo tra l’intervento in nome dei diritti umani e il rovesciamento dei governi, responsabili di atrocità di massa, al fine di imporre un sistema democratico, o addirittura al fine di creare un nuovo Stato (democratico)»[22].

R.K.Holms osserva che «a livello globale v’è un notevole disaccordo sulla questione delle norme di comportamento, tra l’Occidente e il resto del mondo. L’Occidente ritiene che la “responsabilità di proteggere” sia un importante passo avanti del diritto internazionale, che integra l’esistente capitolo 7 dello Statuto delle Nazioni Unite che prevede la possibilità di un intervento militare in caso di aggressione di uno Stato contro un altro. La Responsabilità di proteggere introduce un nuovo principio che può autorizzare un intervento militare negli affari interni degli Stati. Il resto del mondo, guidato dalla Russia e dalla Cina, attribuisce grande importanza al principio di non ingerenza. L’Occidente sostiene anche il principio di non intervento come premessa generale. La domanda è: in quali casi la dottrina della “responsabilità di proteggere” può superare il principio di non interferenza?» [23].

Murray scrive che «la responsabilità di proteggere è una dottrina che chiede il cambiamento fondamentale dei nostri concetti di sovranità e sicurezza nazionale. Invece il modello di sovranità che per secoli ha dominato il sistema internazionale, implica che lo Stato è dotato di status giuridico sovrano in virtù della capacità di esercitare potere sul popolo e sul territorio. Con il principio della Responsabilità di proteggere, nei casi in cui lo Stato o il regime non ha eseguito soddisfacentemente le proprie responsabilità, gli altri Stati possono assumersi la responsabilità di intervenire in nome della parte lesa»[24].

La dottrina della responsabilità di proteggere dà, nei fatti, carta bianca agli Stati Uniti per il perseguimento aggressivo dei loro interessi nazionali, e per questo gli analisti politici e militari degli Stati Uniti hanno accolto la sua adozione con grande entusiasmo. Tale dottrina risulta dall’azione delle  molto potenti ed efficaci lobby politiche, tra cui istituti di ricerca, funzionari governativi che lavorano in governi nazionali e in organizzazioni internazionali[25]. Uno di questi centri è l’ONG “Centro globale per la responsabilità di proteggere”, creata nel 2007. La sua missione è di “trasformare il principio della responsabilità di proteggere in una guida pratica per l’azione contro le atrocità di massa.” Tra i suoi fondatori vi sono organizzazioni non governative come il Gruppo di Crisi, Human Rights Watch, Oxfam International, Refugees International, e WFM-Istituto per la politica globale.

Gli sponsor del Centro comprendono la Carnegie Foundation, la “Open Society” di George Soros, la Markartur Foundation e altri[26].

La prima vittima della dottrina di responsabilità di proteggere è stata la Libia. Il 26 Febbraio 2011, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò all’unanimità la risoluzione №1970, basata direttamente sulla dottrina della responsabilità di proteggere che aveva condannato “le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani” in Libia. Così il Consiglio di Sicurezza impose un certo numero di sanzioni internazionali e domandò di porre la fine alle violenze, racommandando alle autorità libiche di assumere la responsabilità di proteggere la popolazione. Il Consiglio inoltre decise di deferire il dossier libico alla Corte penale internazionale.

Con la risoluzione №1973 del 17 marzo 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva domandato l’immediata cessazione in Libia delle ostilità e dei “crimini contro l’umanità”. Il Consiglio per conseguenza diede agli Stati membri la facoltà di “adottare le misure necessarie” per proteggere i civili posti sotto minaccia di attacco nel proprio Paese, ad esclusione della occupazione straniera in qualsiasi forma su qualsiasi parte del territorio libico. Pochi giorni dopo, in conformità con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aerei della NATO hanno attaccato le forze armate di Gheddafi[27].

Secondo i falchi di guerra, per avviare l’operazione militare di cambio di regime sono necessarie due condizioni: 1) la prova della colpevolezza del regime e 2) la richiesta di intervento da parte di oppositori interni del governo[28].

Come mostrano gli esempi dell’Irak e della Libia, le prove sono facili da fabbricare ad opera di quinte colonne. Dopo la caduta di Ghieddafi, il successivo candidato per la destabilizzazione è stata la Siria. Nel 2012, The Atlantic ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente “Perché abbiamo il dovere di proteggere la Siria?” propugnando il rovesciamento di Bashar al-Assad. In particolare era scritto che “il regime siriano è stato più persistente e più atroce che il regime di Gheddafi”[29]. Nonostante l’eliminazione dei cumuli di armi chimiche nel paese, la cosiddetta organizzazione per i diritti umani “Caschi Bianchi”, ha continuato a denunciare attacchi chimici e divulgare fake news che poi amplificate dai media occidentali. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare, addestrare e fornire armi ai gruppi armati illegali dell’opposizione. A poco a poco si è formata una pubblica opinione avversa al “regime criminale” e favorevole all’opposizione che chiedeva il rovesciamento di Assad. Allo stesso tempo, sono stati ampliati i tentativi di screditare il leader siriano, in particolare accusandolo di corruzione in una serie di pubblicazioni clamorose sui cosi detti Panama Papers[30].

Dopo l’euforia del picco della “terza ondata di democratizzazione” è arrivata l’amarezza della sbornia.

Come ha notato M.D.Atkins, «le lunghe guerre in Irak e in Afghanistan hanno dimostrato che l’intervento militare volto a un cambiamento di regime, può essere estremamente costoso e pieno di rischi. Per questo motivo, è improbabile che nel prossimo futuro gli Stati Uniti utilizzino gli interventi militari diretti come strumento contro regimi ostili. Gli Stati Uniti possono usare mezzi meno evidenti per cambi di regime e per diffondere la democrazia – vale a dire, sponsorizzare la rivolta popolare. Il governo degli Stati Uniti può cercare di sponsorizzare o di assistere i ribelli all’interno dei regimi che costituiscono la minaccia per i propri interessi nazionali»[31].

Simile è l’opinione di J.R.Shindler, che ha scritto che «durante la loro storia, gli Stati Uniti hanno dimostrato la capacità di effettuare cambi di regime, utilizzando la modalità di guerra. Tuttavia, i cambiamenti di regime non hanno portato risultati strategici favorevoli agli Stati Uniti sul  lungo termine.» Egli pertanto ritiene che «ci si può aspettare un passaggio graduale dalle guerre ad alta intensità che gli Stati Uniti hanno portato alla perfezione in ambito tattico e operativo», perché il resto del mondo «non sembra interessato a condurre questa lotta contro gli Stati Uniti,  usando i metodi che piacciono a loro.» Come conseguenza, in particolare a seguito dei recenti risultati problematici [in Irak e Afghanistan] l’attenzione degli Stati Uniti si rivolgerà all’uso dei metodi speciali di guerra[32].

Così, negli ultimi anni si è cambiato il paradigma della politica estera statunitense, da interventi militari diretti, alla guerra ibrida. A questo proposito, è necessario descrivere almeno brevemente la relazione tra i concetti del cambio di regime, della guerra ibrida e della rivoluzione “colorata”. Anche se di recente se ne parla tanto e sono ampiamente utilizzati nella letteratura analitica e dai mass media, sono concetti praticamente non studiati come categorie scientifiche.

Per approfondire l’argomento  proponiamo le seguenti ipotesi:

1 il cambiamento di regime è l’obiettivo finale di qualsiasi azione ostile degli Stati Uniti verso gli Stati sovrani;

2 la guerra ibrida e la rivoluzione  “colorata” sono i modi per raggiungere questo obiettivo, vale a dire il cambiamento di regime;

3 il concetto della guerra ibrida è più ampio della rivoluzione colorata, che è una delle sue forme;

4 l’obiettivo finale del cambio di regime è sempre stato il controllo delle risorse (risorse naturali, territorio, beni pubblici, e così via).

 

  1. La metodologia dell’uso delle tecnologie anti-corruzione per il cambiamento di regime

Negli ultimi decenni, v’è un processo permanente di rivoluzioni colorate nella ex-Unione Sovietica, nel Medio Oriente e nell’America Latina, che sono scoppiate istantamente dalle scintille di scandali di corruzione. Non di rado succede che i precedenti leader corrotti siano cambiati con personaggi ancora più avidi e senza scrupoli.

Nel contesto di questo scritto merita una particolare attenzione il libro di S.Beyerle “La distruzione della corruzione: il diritto delle persone alla responsabilità e alla giustizia“, che, insieme alla brochure di J.Sharp “Dalla dittatura alla democrazia. Basi concettuali di liberazione” è consigliato dal sito per attivisti di rivoluzioni colorate (https://wagingnonviolence.org).  Beyerle analizza la massiccia campagna anti-corruzione in 12 paesi, compilando i risultati e sviluppando le raccomandazioni per il loro ulteriore utilizzo in attività sovversive.

Vale a dire che Shaazka Beyerle amplia in modo significativo il concetto della corruzione stessa. Alla comprensione standard di corruzione, intesa come l’abuso di potere pubblico per un vantaggio personale, si contrappone la definizione estesa di «abuso del sistema di potere per vantaggi personali, collettivi o politici, spesso anche una complessa rete di intrecci di relazioni, espressa o implicita, con interessi radicati stabiliti che possono operare verticalmente all’interno delle istituzioni o in orizzontale in ambito politico, economico e sociale nella società o in ambito transnazionale»[33]. L’essenza di questa innovazione sta nel fatto che il fenomeno della corruzione non si limita alle transazioni non autorizzate dei funzionari pubblici, ma riguarda anche organizzazioni private e individui.

Vorrei sottolineare che una tale definizione estremamente ampia di corruzione riconduce  in pratica alla guerra ibrida. Con questa logica, ogni Stato può essere dichiarato corrotto a priori, anche se la sua leadership non è tale: ci sono sempre casi di corruzione nel mondo degli affari o nella criminalità organizzata. Questa interpretazione apre un’ampio spazio per l’ispirazione di rivoluzioni colorate. Nessun governo può essere immune da rivoluzioni colorate, mentre negli ultimi dieci anni la corruzione è stata un motivo principale per l’organizzazione di proteste di massa.

Infatti la definizione di Beyerle ha ampliata la gamma di operazioni corrotte: insieme alla corruzione classica, sono inclusi l’esportazione illegale di capitali, il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale, l’uso di giurisdizioni offshore, il possesso di costosi immobili e beni di lusso[34]. E si contano non solo tali delitti da parte dei funzionari, ma anche di organizzazioni private e individui.

Non ci può essere alcun dubbio che l’abuso di potere e l’attività illegale devono essere fermati in modo rigido e costantemente puniti dai tribunali, tuttavia. L’uso di questi delitti da parte di forze esterne come il motivo per cambiare un regime  tuttavia costituisce una diretta interferenza negli affari interni di uno Stato. E, infine, i teorici delle campagne anti-corruzione estendono ulteriormente il campo della corruzione, dichiarandola la radice di tutti i mali sociali: la disuguaglianza, l’ingiustizia, la povertà, la disoccupazione, il degrado sociale, alimentando così l’odio per un “regime corrotto”. Con questo approccio fondato sull’eccessiva estensione del concetto di corruzione può portare praticamente a riferirsi a tutti i problemi socio-economici.

Bisogna ammettere che la Beyerle esprime una serie di osservazioni giuste circa l’inefficacia della lotta ufficiale contro corruzione, di cui usufruiscano i teorici e gli operativi delle rivoluzioni colorate. A mio parere, i metodi per combattere contro la corruzione suggeriti da Beyerle potrebbero essere  utilizzati dai partiti di governo al fine di neutralizzare le attività opportunistiche di gruppi d’opposizione. Secondo Beyerle, sono infinite le iniziative dei governi attuate per combattere la corruzione: la creazione di un numero crescente di commissioni, lo sviluppo di nuove o migliori normative, codici di condotta, risoluzioni che hanno un impatto minimo sulla corruzione vera e propria.

Beyerle conclude che per sradicare questo male sociale non si può partire dall’alto, ma solo da movimenti popolari che crescono dal basso. Infatti la stessa Beyerle cita l’esempi di campagne anti-corruzione di successo in cui è chiaramente visibile “la mano invisibile” di ONG esterne e dei loro cloni interni. Lei scrive: «Movimenti civili organizzati e campagne strategiche sono particolarmente adatte per un approccio sistematico per sradicare la corruzione e gli abusi di potere, mettendo pressione su altri settori e fonti non governative di corruzione nella società.» Il «vantaggio strategico della resistenza non violenta nella lotta contro la corruzione è l’uso dei mezzi per stimolare l’azione extra-istituzionale al fine di incoraggiare azioni quando i detentori del potere sono corrotti… e i canali istituzionali sono bloccati o inefficaci” [35].

Beyerle scrive con soddisfazione che nella lotta contro la corruzione si vede un cambiamento del paradigma storico negli ultimi dieci anni. Così, il tema trasversale della XV Conferenza internazionale sulla lotta alla corruzione (2012) era “Mobilitare le persone: Unire gli agenti di cambiamento”.  “Strategia 2015” di Transparency International considera come una priorità: «L’empowerment delle persone e dei partner in tutto il mondo per agire contro la corruzione. La sfida è quella di interagire con le persone più ampiamente che mai, perché in fin dei conti, solo la gente può fermare la corruzione»[36]. Dietro la facciata degli appelli delle organizzazioni internazionali, si nasconde una verità sinistra: la pratica di interferire negli affari interni di Stati sovrani con il pretesto della lotta contro la corruzione ha ricevuto alte benedizioni e continuerà a crescere.

  1. L’anatomia di un morbido cambio di regime in Italia nei primi anni ’90

 Bisogna sottolineare che gli Stati Uniti si avvalgono di tecniche di guerra ibrida, non solo contro i suoi nemici dichiarati, ma contro gli alleati che non considerano sufficientemente fedeli. Tuttavia, in questo caso, essi usano tecniche segrete e sofisticate. Per la prima volta, un vero scenario di “anti-corruzione” è stato realizzato non contro un paese del “terzo mondo” ma contro uno Stato che è sempre rimasto un fedele alleato della NATO e uno dei fondatori dell’Unione Europea, ossia l’Italia. L’analisi retrospettiva della situazione politica in Italia nei primi anni ‘90 porta alla conclusione che il Paese sia stato assoggettato a una guerra ibrida vera e propria, anche se il termine stesso a quel tempo non esisteva.

Dall’inizio del 1992 alla fine del 1994, l’Italia subì una serie di scosse politiche senza precedenti fondate sulle rivelazioni dell’esistenza della diffusa e sistematica corruzione politica.

Il punto vulnerabile del sistema politico italiano era stata la pratica di finanziamento dei cinque maggiori partiti tramite donazioni aziendali volontarie ma di fatto obbligatorie. Le fonti di finanziamento erano segretamente divise tra i diversi partiti[37]. Questo sistema di finanziamento, divenuto tradizionale, era percepito dalla società italiana come un male inevitabile.

L’operazione della magistratura chiamata “Mani Pulite” si è svolta negli anni 1992-1994. Durante questi anni, 70 magistrati italiani hanno indagato le attività di 12 mila sospetti e hanno effettuato circa 5.000 arresti. Al termine delle indagini sono stati sottoposti a giudizio 1.233 imputati per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti politici e creazione di società fantasma.

Ancor più che l’aspetto quantitativo, colpisce la rilevanza qualitativa degli indagati e imputati.

Sei ex Primi ministri, più di cinquecento membri del Parlamento e diverse migliaia di funzionari sono stati indagati. Tra questi c’erano politici di primo piano come Bettino Craxi (Segretario del Partito socialista e il Primo ministro nel periodo 1983-1987), Giovanni De Michelis (Ministro degli Esteri, 1989-1992), Renato Altissimo (segretario del Partito Liberale Italiano, ex ministro della Sanità), Arnaldo Forlani (Segretario della Democrazia Cristiana e Primo Ministro, 1980-1981), Claudio Martelli (Vice Segretario del Partito Socialista e il ministro della Giustizia, 1991-1993).

Sei mesi dopo l’inizio del maxi processo, il panorama politico del Paese era cambiato radicalmente. Erano stati distrutti il governo del Pentapartito e i partiti storici che vi facevano parte: Partito socialista (PSI 1892-1994), partito Cristiano democratico (DC 1942-1994), Partito socialdemocratico (PSDI 1947-1998), Partito repubblicano (PRI 1895) e Partito liberale (PLI 1922-1994).

La natura politica dei processi anti-corruzione era evidenziata dal fatto che l’unico grande partito sopravvissuto dopo l’operazione “Mani Pulite”, è stato il Partito comunista italiano, il più grande partito comunista d’Europa. Ma questo non significa che la sua leadership non fosse stata coinvolta nella corruzione, seppure marginalmente.

Così, Stanton H. Burnett e Luca Mantovani, autori del libro dal titolo eloquente “The Italian Guillotine”, scrivono che «Un gruppo di magistrati altamente politicizzati, in larga maggioranza orientati a sinistra, agendo come pubblici ministeri, hanno usato una legittima inchiesta giudiziaria per perseguire, selettivamente, i loro nemici politici, ignorando o minimizzando misfatti simili dei loro alleati politici. L’investigazione di fondo è stata un’inchiesta su pratiche che erano andate avanti per decenni… I magistrati erano abbondantemente appoggiati da un gruppo di quotidiani e settimanali, tutti di proprietà di alcuni grandi industriali che avevano una chiara posta in gioco nel successo del colpo di Stato.»[38].

Una domanda legittima sorge spontanea: l’operazione di “Mani Pulite” per sradicare la corruzione della società italiana ha avuto successo, o no? A. Vannucci indica che i processi di “Mani Pulite” hanno ottenuto solo un impatto di breve respiro sulla corruzione. Il ruolo dei giudici, a cui dopo il 1992 la società civile ha delegato il compito di modificare la classe politica e di purificare tutto il sistema, ha avuto un effetto boomerang e ha lasciato un’eredità politica di crescenti tensioni istituzionali e instabilità sociale[39].

L’evidenza suggerisce che la corruzione in Italia non è scomparsa ma, al contrario, è diventata più sofisticata. La prima relazione della Commissione europea contro la corruzione ha osservato l’alto livello di corruzione in Italia, in particolare a causa dei forti legami tra politica e criminalità organizzata. Si cita il rapporto della Corte dei Conti italiana, da cui risulta che la corruzione costava all’economia nazionale quasi 60 miliardi di euro all’anno, il che ammonta a quasi il 4% del PIL[40]. Secondo l’edizione speciale dell’Eurobarometro 2013, dedicato ai temi della corruzione, il 97% degli italiani ritengono che la corruzione sia diffusa nel proprio Paese, mentre in media nei Paesi UE tale percezione allora era del 76%[41].

È evidente che né il sistema politico né gli elettori e i cittadini italiani sono stati i vincitori dal terremoto istituzionale degli anni 1992-94. A questo proposito, alcuni ricercatori sospettano che vi sia stata un’ingerenza politica estera, meglio dire transatlantica, sui giudici di Milano. Tale ipotesi prima di tutto è stata espressa da Bettino Craxi nel settembre 1992. «Io sto lanciando un grido d’allarme a tutti. Ci sono spinte da destra e da sinistra, una nuova strategia degli opposti estremismi che, attraverso il dissolvimento dei partiti, punta ad introdurre in Italia una sorta di democrazia elitaria. Non c’è una mente unica dietro a questo disegno, ma più centri di potere economico, finanziario ed editoriale, una cupola che vorrebbe avere mano libera, sgombrando l’Italia dai partiti per trasformarla a suo uso e consumo. Gli stessi che hanno altri obiettivi come quello di papparsi con le privatizzazioni indiscriminate i beni dello Stato»[42].

Dopo 10 anni, questa congettura fu confermata da parte degli Stati Uniti. Il 29 agosto 2012, il quotidiano La Stampa ha pubblicato un’intervista postuma di Richard Bartholomew, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia negli anni 1993-1997, che aveva rivelato i contatti inappropriati tra il consolato degli Stati Uniti a Milano e i giudici del pool “Mani Pulite”[43].

Il giorno dopo, sullo stesso giornale è stata pubblicata una dettagliata intervista con P. Semler, che fu console degli Stati Uniti a Milano all’epoca di “Mani Pulite”, che ha confermato gli stretti contatti con il giudice del pool Antonio Di Pietro[44].

Francesco Cossiga, che era il Presidente dell’Italia all’inizio dell’operazione “Mani Pulite”, in un’intervista al Corriere della Sera nel 2008 dichiarò, «Credo che gli Stati Uniti e la Cia non ne siano stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle “disgrazie” di Andreotti e di Craxi»[45]. L’ex ministro andreottiano Paolo Cirino Pomicino ha rivelato che all’alba di Tangentopoli, «il capo della Cia, Woolsey, tenne una conferenza in California e spiegò che l’amministrazione Clinton aveva autorizzato lo spionaggio industriale per difendere le imprese americane nel mondo. In realtà successe anche altro. Gli americani raccolsero parecchie informazioni sul sistema di finanziamento dei partiti e su atti veri e propri di corruzione. Non è un caso che nel 1992, a Milano, sbarca l’agenzia privata Kroll, con spioni a contratto»[46].

Si può quindi immaginare che la CIA abbia contribuito a compilare il dossier sul finanziamento illecito dei partiti politici e su singoli casi di corruzione. Il direttore della CIA Woolsey fece presente al governo del suo paese che qualora ce ne fosse stata la necessità avrebbero potuto far scoppiare degli scandali[47].

Quindi esiste una grande probabilità che non solo l’esponente del pool “Mani Pulite”. Antonio Di Pietro abbia in anticipo informato il consolato americano sul processo in cantiere, ma anche che la CIA abbia alimentato le indagini con  le proprie informazioni.

Quindi si vede che v’era un chiaro interesse degli Stati Uniti nel processo “Mani Pulite”. L’esperienza storica dimostra che gli interessi nazionali statunitensi sono sempre strettamente legati alle  risorse naturali di altri Paesi. L’Italia è quasi priva di risorse naturali, tuttavia, fino al 1990 aveva una importante ricchezza nazionale cioè le sue grandi aziende pubbliche.

Nel 1992, lo Stato controllava i quattro quinti del sistema bancario, l’intero sistema ferroviario e aereo, le autostrade, le reti di gas, elettricità e acqua, la telefonia, buona parte dell’industria chimica e siderurgica, e poi assicurazioni, fibre, impiantistica, vetro, meccanica ed elettromeccanica, pubblicità, spettacolo, alimentare, grande distribuzione. Il 16 per cento degli occupati dipendeva da aziende pubbliche. Per costruire e finanziare l’industria pubblica nel dopoguerra lo Stato aveva sborsato circa 75 miliardi euro, tra dividendi e privatizzazioni ne aveva incassati 65, ma aveva ancora in portafoglio un patrimonio mobiliare valutabile in oltre 35 miliardi. Il bilancio quindi risultava attivo per circa 25 miliardi[48].

Al fine di acquisire al sistema privato le proprietà dello Stato era necessario schiacciare il governo italiano, che dal 1946 era guidato dalla Democrazia cristiana, tranne piccoli interludi in cui il governo era presidiato dai repubblicani e socialisti.

Per l’Italia, il 1992 fu un anno decisivo. Vigeva un governo controllato da DC e PSI, con Andreotti e Craxi.  Ovviamente, questo tandem di statisti forti non avrebbe permesso la svendita dei beni dello Stato. Tuttavia, entrambe queste grandi figure politiche sono state compromesse agli occhi degli elettori.

Se il ruolo delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti nell’operazione “Mani Pulite” per molto tempo  era rimasto nell’ombra, l’impatto diretto dei circoli finanziari anglo-americani per avviare il processo di privatizzazione in Italia è stato evidente fin dall’inizio.

Il quotidiano La Repubblica scrisse che il 2 Giugno 1992  lo yacht «Britannia» della regina d’Inghilterra aveva ospitato un incontro segreto sul tema della privatizzazione. I capi delle grandi aziende italiane di proprietà statale, banchieri e dirigenti del Ministero del tesoro si erano incontrati con esperti finanziari britannici, come ad esempio i presidenti delle banche Baring e Warburg[49]. L’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi (che partecipò agli incontro sul “Britannia”) indicò chiaramente nel suo breve intervento di benvenuto che l’ostacolo principale per la riforma del sistema finanziario dell’Italia era il sistema politico postbellico allora vigente[50]. Sei mesi dopo, cominciò l’operazione “Mani pulite” che eliminò quell’ostacolo.

L’incontro sullo yacht “Britannia” ebbe un grande successo (per gli organizzatori) ed è servito ad avviare le privatizzazioni accelerate dell’industria statale in Italia. Il governo italiano invitò come consulenti per le privatizzazioni le banche Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers, che hanno svolto un ruolo determinante nel valutare le imprese statali.

Già l’11 luglio 1992, le grandi imprese statali Eni, Enel, IRI e INA venivano trasformate in società per azioni, e il governo si dichiarò pronto a ridurre la propria quota di partecipazione azionaria sotto il 51%. È interessante notare che l’élite finanziaria anglo-americana ha partecipato alle privatizzazioni del 48% delle imprese italiane[51].

Tuttavia, all’élite finanziaria globale non bastava ottenere l’accesso all’acquisizione dei beni pubblici dell’economia italiana di enorme valore: volevano comprarli al prezzo più basso possibile. A tal fine, nei giugno-luglio 1992, gli hedge fund di Soros hanno condotto una serie di attacchi speculativi contro la lira italiana. Come risultato di questa speculazione, nel novembre 1993 la lira aveva perso il 30% del suo valore, e negli anni successivi ha subito ulteriori deprezzamenti.

Nel disperato tentativo di resistere all’attacco, la Banca d’Italia aveva letteralmente gettato sul mercato dei cambi 48 miliardi di dollari[52]. Il che aveva portato ad una drastica riduzione delle riserve valutarie del Paese. La svalutazione della lira aveva portato ad un forte calo del valore dei beni dello Stato prima della loro privatizzazione. Secondo fonti informate, le speculazioni più aggressive contro la lira erano effettuate dalle banche di Londra, come Goldman Sachs e SG Warburg; quelle stesse che erano invitate dal governo italiano come i consulenti sulle privatizzazioni. A conseguenza di quegli attacchi speculativi, l’Italia era costretta a ritirarsi dal sistema monetario europeo (SME), e il governo adottò un piano per ridurre il deficit di bilancio dello stato, e annunciò l’inizio delle privatizzazioni[53].

Pochi anni dopo, le Procure di Roma e di Napoli hanno indagato le attività di Soros, che era accusato di speculazioni sul mercato azionario e di insider trading, utilizzando informazioni riservate[54].

Nello stesso tempo, la agenzia Moody’s ha declassato il rating dell’Italia in modo assurdo al livello «C». La Moody’s come è ben noto usa la sua valutazione di rischio come arma “politica” a favore degli interessi anglo-americani. Mentre un’altra valutazione di rating prodotta dalla agenzia Standard&Poor’s aveva declassato il debito pubblico dell’Italia, nonostante il fatto che non c’era alcun rischio di inadempienza da parte dello Stato.

Se consideriamo l’operazione “Mani pulite” in sé, questa può sembrare come un’indagine penale di carattere ordinario, anche se è stata la più massiccia e clamorosa nella storia italiana. Nello stesso modo, la massiccia privatizzazione dell’industria italiana può essere considerata come una riforma finanziaria e strutturale, simile a quelle che hanno avuto luogo in quel tempo in molti altri Paesi. Tuttavia, se mettiamo questi due fenomeni nel contesto della situazione socio-politica ed economica dell’Italia nei primi anni 1990, sarà chiaro che il Paese è stato il bersaglio di una vera e propria guerra ibrida in piena regola.

Possiamo osservare i seguenti segni di guerra ibrida:

1) I processi per corruzione e l’avvio contemporaneo delle privatizzazioni erano accompagnati da un robusto attacco al sistema finanziario del Paese da parte di Soros e dei fondi legati alle agenzie di rating degli Stati Uniti.

2) Il Paese era nello stato di costante minaccia terroristica, o cosidetta strategia di operazioni a bassa intensità (guerriglia). Nella primavera dell’anno 1992, diversi omicidi politici di alto profilo sono stati compiuti a Palermo. Sono stati assasinati il parlamentare democristiano Salvo Lima, e i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: questi ultimi due essendo i principali combattenti contro la mafia.

Esattamente un anno dopo, l’Italia cominciò a tremare per una nuova serie dei attacchi terroristici dello stesso tipo condotti da esponenti mafiosi. A Roma, Firenze e Milano esplosero ordigni contro vari obiettivi simbolici, quali via dei Georgofili vicino alla Galleria degli Uffizi a Firenze, la chiesa di San Giorgio in Velebro e San Giovanni in Laterano a Roma, la villa reale a Milano. Nello stesso periodo in Romagna avvenivano diversi attentati della Uno Bianca, e apparivano connessioni con la Falange Armata [55].

Il giornalista Federico Dezzani ha messo in risalto la stretta connessione tra gli atti terroristici, gli attacchi speculativi e gli importanti eventi politici. Tipicamente, questi attacchi avvenivano in vista di elezioni o di sedute decisive del Parlamento o del Governo[56].

3) L’operazione “Mani Pulite” era evidentemente collegata alle attività dei servizi speciali degli Stati Uniti, e nell’operazione “Britannia” aveva partecipato attivamente l’élite finanziaria anglo-americana.

4) Mentre l’operazione “Britannia” era stata condotta in un clima di segretezza, il processo “Mani Pulite” ricevette una copertura mediatica senza precedenti da parte della media mainstream[57].

5) La specificità italiana sta nel fatto che nell’operazione “Mani Pulite” e nelle serie di atti terroristici sono stati coinvolti la mafia siciliana e gruppi terroristici locali. In questo caso, i politici e gli analisti italiani non escludono infiltrazioni degli agenti dei servizi speciali degli Stati Uniti[58].

Il colpo di stato giudiziario in Italia non è stato un caso isolato. Lo stesso scenario si è svolto successivamente nel Brasile. Nell’autunno dell’anno 2016, a seguito dell’impeachment avviato da parte dell’opposizione filo-americana, ha dato le dimissioni la presidente Dilma Rousseff. Il motivo per cui la Roussef subì il voto di sfiducia fu uno scandalo di corruzione chiamato “Carwash”, anche se il coinvolgimento della Roussef non è stato definitivamente provato. Nel luglio 2017, l’ex presidente del Brasile, Lula da Silva, che nel 2018 è apparso anche il principale contendente per le elezioni presidenziali previste per il 2019, è stato condannato a 10 anni di carcere per corruzione. Allo stesso tempo, il tribunale ha respinto le accuse di corruzione portate contro Michel Temer, il presidente ad interim. Nel frattempo, il parlamento del Paese ha adottato con urgenza una legge per permettere le privatizzazioni delle più grandi aziende di proprietà statale.

Come osserva A.Bizin sulla rivista Forbes, «Questa storia possede tutto per una soap opera di successo: la corruzione nelle alte sfere e ambiziosi giovani, frasi offensive e strane morti dei giudici. Tutto questo, sullo sfondo di una crisi politica ed economica che ha colpito il destino dei cittadini comuni»[59].

  1. Le conseguenze della “Primavera araba” alla luce della corruzione

Nel febbraio del 2018, la filiale britannica della Transparency International ha pubblicato un rapporto molto interessante: “La grande spirale. La corruzione e la crescita dell’estremismo violento”. Il preambolo afferma che lo studio mostra come la corruzione rafforza i gruppi estremisti. «La corruzione è l’arma più potente nell’arsenale di estremismo violento. La corruzione rafforza i movimenti estremisti in tre direzioni. In primo luogo, i gruppi estremisti si basano sul malcontento pubblico causato dagli abusi di potere al fine di radicalizzare e di reclutare tra la popolazione, instillando odio tra i gruppi religiosi rivali. In secondo luogo, i legami tra la criminalità organizzata da un lato e funzionari corrotti d’altra parte, facilitano il flusso di fondi e spedizioni di armi illegali. E, infine, la corruzione indebolisce le istituzioni statali che possono e devono controllare le forze estremiste, specialmente quando ricorrono alla violenza»[60].

Il rapporto riassume la “Primavera araba” in termini di rapporto tra corruzione e terrorismo.  In questo caso, la colpa della diffusione strisciante del terrorismo internazionale che risultava dal rovesciamento dei regimi “corrotti” è imputata ai questi stessi regimi. La logica è la seguente: i brutali governanti corrotti alimentano malcontento popolare e, di conseguenza, emergono gruppi terroristici che si sprigionarono subito dopo aver contribuito a distruggere i regimi e gli Stati.

Soprattutto tendenziosa è stata l’analisi della situazione in Libia, che presumibilmente aveva contribuito alla diffusione di gruppi estremisti come eredità lasciata dal regime di Gheddafi. La relazione di Transparency International afferma, «come in altri Paesi della Primavera araba, la corruzione e la repressione politica durante il dominio 42-enne di Gheddafi erano i principali fattori che avevano innescato le proteste di massa e avevano accelerato la caduta del regime… Il sistema politico della Libia ruotava attorno a Gheddafi, che controllava la scena politica combinando la repressione e la distribuzione del reddito derivante dal petrolio. In realtà, si trattava di un regime cleptocratico vantaggioso in primo luogo per Gheddafi, per i membri della sua famiglia e i loro alleati»[61].

Riassumendo, gli autori del rapporto erano costretti ad ammettere che «la corruzione era stata un fattore chiave nel conflitto libico. Tuttavia, coloro che erano saliti al potere dopo la caduta di Gheddafi, non erano in grado di frenare l’abuso dilagante di potere. In un  sondaggio, il 66% degli intervistati ha risposto che la corruzione non era diminuita. Questi sondaggi di opinione, così come i documenti ufficiali, come il Global Competitiveness Report 2013-2015, avevano rilevato non solo la corruzione delle forze dell’ordine, ma anche la mancanza di competenze necessarie per garantire la legge e l’ordine in Libia»[62].

Il rapporto si conclude con un severo avvertimento, prima di tutto ai Paesi che osano contraddire gli interessi geopolitici degli Stati Uniti. «I governi occidentali devono in futuro fondamentalmente ripensare il loro rapporto con personaggi come Gheddafi, Assad e Malakis. Molti leader con cui comunicano i governi occidentali, non sono alleati nella lotta contro il terrorismo. Molti governi occidentali cercano di influenzare o frenare i comportamenti di autocrati corrotti perché sembrano essere un’alternativa all’instabilità. Ma alla fine, i governi corrotti sono coloro che creano le future crisi di sicurezza»[63]. Preoccupa che una tale conclusione non proviene da una qualsiasi ONG o da un centro di analisi privato (think-tank), ma è scritta nella relazione dell’organizzazione internazionale Transparency International, che è stata l’autorità principale nella lotta contro la corruzione e il finanziamento del terrorismo. In questo modo infatti il campo della lotta contro la corruzione si espande in un “cattivo infinito”. Tra le accuse, reali o inventate, di corruzione è ora possibile includere quella di complicità col terrorismo. La logica è la seguente: se le pressioni “soft” non hanno efficacia contro la corruzione e non riescono a eliminare il “dittatore”, il passo successivo sarà di svelare che questo tiranno promuove il terrorismo, e questo servirà agli occhi della comunità internazionale come una valida giustificazione per l’intervento militare.

Il punto di vista opposto ha espresso Kuznetsov: «La ragione principale dell’intervento armato occidentale è stata la diffusa presenza economica e politica della Libia nei conflitti in Africa e le politiche finanziarie indipendenti intraprese da Gheddafi». Kuznetsov fa notare che nel corso degli ultimi due decenni, la Libia era intervenuta nella situazione di diversi paesi africani, sia negli aspetti economici, sia in quelli politici, e aveva raggiunto un notevole successo. Così, per esempio la Libia aveva investito in trenta Paesi africani, secondo stime prudenti, circa 5 miliardi di dollari. Questo aveva causato una grandissima preoccupazione negli Stati Uniti e in Europa (soprattutto in Francia). Grazie alle entrate considerevoli dall’esportazione di petrolio (circa 50 miliardi di dollari all’anno), la Libia aveva acquisito un enorme capitale finanziario, circa 200 miliardi di dollari[64].

Lo studioso canadese P.D.Scott ritiene che la ragione principale che ha spinto la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti a rovesciare Gheddafi sia stato il suo piano di introdurre in Africa una nuova moneta – il dinaro d’oro. Che avrebbe portato a spostare il commercio di petrolio dal dollaro all’euro. A favore di questa ipotesi vi sono i seguenti fatti. In primo luogo, la Banca centrale della Libia aveva concentrato nelle proprie casse 144 tonnellate d’oro e in secondo luogo, le istituzioni finanziarie libiche erano molto attive in tutto il continente africano. Secondo le informazioni di Scott, i 30 miliardi di dollari di beni libici che erano congelati nelle banche degli Stati Uniti, erano destinati a finanziare progetti per il continente africano: l’istituzione della Banca africana per gli investimenti (a Sirte, Libia); l’istituzione del Fondo monetario africano (a Yaoundé, Camerun) con capitale sociale di 42 milioni di dollari, già assegnati dalla Libia e dalla Banca Centrale Africana (ad Abuja, Nigeria)[65]. Grave preoccupazione per la crescente influenza della Libia nel continente africano è stata espressa dagli analisti dell’intelligence americana e nei rapporti della società privata Stratfor (Strategic Forecasting Inc.)[66].

La ricerca dei studiosi russi “La Primavera araba del 2011. Il sistema di monitoraggio dei rischi globali e regionali” diretta da A.Korotaev[67]  ha smentito i miti sulle cause principali della Primavera araba. I suoi risultati dimostrano che la probabile causa della destabilizzazione non furono i fattori che di solito indicano i mass media occidentali, come le dinamiche sfavorevoli di PIL pro capita, la corruzione, la disoccupazione, la povertà, ecc., bensì che:

1) In molti paesi arabi l’economia nel corso degli ultimi trent’anni si era sviluppata molto rapidamente. Nel corso del primo decennio del XXI secolo, il PIL del mondo arabo era cresciuto del 50%. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale il PIL era aumentato di circa il 10-12%. In altre parole, i Paesi arabi si sviluppavano cinque volte più velocemente rispetto all’Occidente, grazie a una serie di riforme economiche di successo.

2) Secondo Transparency International, i Paesi del Medio Oriente erano circa allo stesso livello di quasi tutti gli altri Paesi in via di sviluppo e dell’ex-Unione Sovietica: in quasi tutti questi Paesi, secondo Transparency, v’è un alto o molto alto livello di corruzione.

3) I Paesi del Medio Oriente per i quali sono disponibili i dati, mostravano condizioni molto diverse tra loro in termini di povertà, ma in nessuno di essi la povertà superava il 20% della popolazione, a differenza di Paesi come l’India e l’Indonesia, così come in Paesi dell’Asia centrale e dell’Africa sub-sahariana. Ad esempio, nell’Egitto la povertà estrema era quasi completamente eliminata. Tuttavia, in Paesi come l’Egitto e l’Iran, dove la povertà estrema era quasi scomparsa, gli sconvolgimenti politici erano più forti che nell’Algeria, dove l’estrema povertà era un problema ancora molto grave.

4) Il tasso di disoccupazione nel Medio Oriente non poteva essere considerato molto elevato (anche se era un po’ superiore alla media generale). Questo dimostra i grandi successi dei Paesi arabi nel campo dell’occupazione, nonostante la rapida crescita di popolazione. Tuttavia, pur se non era molto elevata (per gli standard globali), i Paesi arabi avevano una disoccupazione giovanile molto alta.

L’anomalia principale identificata dagli autori del rapporto sta nel fatto che nei Paesi colpiti da disordini e dalle rivoluzioni della Primavera araba, l’alto livello di disoccupazione giovanile aveva il carattere specifico che molti di questi paesi nel 2011 si trovavano nel punto più alto della crescita della popolazione giovanile. In tali circostanze i giovani erano più inclini al radicalismo; avevano spesso difficoltà con l’occupazione[68].

A conseguenza della Primavera araba, molti Paesi della regione sono regrediti di molti decenni nello sviluppo politico e socio-economico. Secondo le stime dello Stategic Forum arabo, il danno subito dall’Africa del Nord e dal Medio Oriente  negli anni 2010-2014 a seguito degli eventi della Primavera araba, è stato circa 834 miliardi di dollari. La maggior parte di queste perdite si riscontrano nelle infrastrutture distrutte e nei danni diretti al PIL (461 miliardi e 289 miliardi di dollari rispettivamente). Come risultato di violenze, ostilità e attacchi terroristici nella regione sono stati uccisi o feriti 1,34 milioni di persone; circa 14,4 milioni di persone sono diventate profughi[69].

Come notato da Forbes, «Dovunque un governo era rovesciato, lo Stato scompariva o era indebolito… La decadenza del tradizionale potere statale ha portato al rafforzamento del potere di clan, di gruppi etnici o religiosi che sono entrati in conflitto con i governi»[70]. Come conseguenza dell’ondata di violenza che aveva colpito alcuni Paesi più stabili del Nord Africa e del Medio Oriente si è creato il grande arco di instabilità, che ora minaccia la sicurezza non solo degli Stati colpiti, ma anche di tutto il Medio Oriente e dell’Europa, che è invasa da un’ondata di profughi e da massici attacchi terroristici.

A seguito della distruzione dei regimi “corrotti”, sono scomparsi interi Paesi, ed è peggiorata la condizione sociale delle popolazioni. Secondo Forbes, «se guardiamo all’indice di percezione della corruzione di Transparency International, la Tunisia è scesa dalla posizione 39 che occupava nel 2011, alla posizione 73 e l’Egitto ha perso una trentina di punti»[71].

In conclusione, si deve notare che il cambiamento del paradigma della politica estera degli Stati Uniti, dall’intervento militare diretto ai metodi ibridi, porterà ad un uso crescente di scenari anticorruzione, che nonostante il basso costo sono molto efficaci. Ciò è dovuto al fatto che la corruzione come tale non si introduce dall’esterno, ma esiste già all’interno del corpo statale. Il compito dell’avversario che intende destabilizzare un Paese è quindi quello di iniziare a lanciare campagne tramite i social network per mostrare la corruzione alla pubblica opinione, e quindi provocare disordini, stimolare l’opposizione al governo, generare movimenti anti-corruzione e avviare processi legali di natura politica e destabilizzante, ecc.

*Yugay Tatiana, PhD, Ricercatrice, yugpole@gmail.com.

 

Note

[1]           Yugay T.A. Le  tecnologie informatiche e finanziarie della guerra ibrida // Armamento e economia – 2016 – №4 (37). Pp. 113-127.

[2]          Patterson P.R. Changes in latitudes, changes in attitudes: narrating a regime change. Monterey, California: Naval Postgraduate School. 03. 2015. URL: http://hdl.handle.net/10945/45237

[3]          Downes A.B., Monten J. Freedom by Force: Foreign-Imposed Regime Change and Democratization. URL:  https://gwucpw.files.wordpress.com/2012/05/freedombyforce_gwu_cpworkshop.pdf

[4]            Bush G.W. The National Security Strategy of the United States of America. Washington: The White House, 2002.

[5]            Masters D. Rival Military Intervention: Prospects for Regime Change and Democracy in Target States. Wilmington:  University of North Carolina. 2014. P.17.

[6]            Chin J.J.  Military Coups, Regime Change, and Democratization. Princeton University. 15 October, 2015.  P. 3.  URL:https://scholar.princeton.edu/sites/default/files/jchin/files/military_coups_regime_change and democratization 2015.09.15.pdf.

[7]          Bogaards M. Democratization: Measures of Regime Change in Comparative Perspective. Bremen. Jacobs  University 2008. P.2. URL: http://www.jacobs-university.de/directory/02727.

[8]          URL: https://en.oxforddictionaries.com/definition/regime_change.

[9]          http://www.ned.org/apply-for-grant/ru/.

[10]  TASS-DOSSIER. URL:http://tass.ru/info/2149846

[11]        Д.Дуглас-Боуэрс. Неправительственные организации: имперские миссионеры. 17.08.2015 URL:  https://www.geopolitica.ru/article/nepravitelstvennye-organizacii-imperskie-missionery.

[12]          Национальный фонд демократии. URL: http://ruxpert.ru.

[13]        Engdahl W. National Endowment for Democracy is Now Officially “Undesirable” in Russia. The New Eastern   Outlook. 03.08.2015. URL: https://journal-neo.org/2015/08/03/national-endowment-for-democracy-is-now-officially- undesirable-in-russia/.

[14]        La disposizione del Ministero di Giustizia della Russia. № 1076-r URL: http://minjust.ru/ru/node/208076 .

[15]          URL: https://ria.ru/world/20150729/1153132421.html.

[16]        URL: http://www.securitylab.ru/news/487635.php .

[17]        Katzman K. Iraq: U.S. Efforts to Change the Regime. Report for Congress. Congressional Research Service. The Library of Congress. October 3, 2002. P.2. URL: http://www.casi.org.uk/info/usdocs/crs/020322rl31339.pdf.

[18]        ILA, HR 4655, PL Pp. 105-338.

[19]        Katzman K. Iraq … P.9.

[20]          Documento finale del Vertice mondiale del 2005: Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite A/RES/60/1. 2005. 24 ottobre. 2005.

[21]          Implementing the responsibility to protect. Report of the Secretary-General. 12 January 2009. Sixty- third session. URL: http://responsibilitytoprotect.org/implementing%20the%20rtop.pdf.

[22]           Janik R. Exposé – Forcible Regime Change in International Law and Policy. Universität Wien. P.2. URL: http://backend.univie.ac.at/fileadmin/user_upload/s_rechtswissenschaft/Doktoratsstudium_PhD/Expose1 /Voelkerrecht/Regime_Change_Humanitarian_Intervention_and_the_Responsibility_to_Protect_.pdf.

[23]        Holmes K.R. The Weakness of the Responsibility to Protect as an International Norm. Jan 7th, 2014. URL:  http://www.heritage.org/defense/commentary/the-weakness-the-responsibility-protect-international-norm.

[24]        Murray R.W. R2P: More Harm than Good? URL: http://nationalinterest.org/commentary/r2p-more- harm-good-8970.

[25]        Ibid.

[26]        URL: http://www.globalr2p.org/about_us.

[27]        URL:  http://www.un.org/en/genocideprevention/about-responsibility-to-protect.html.

[28]        Hamid S. Why We Have a Responsibility to Protect Syria. Jan 26, 2012. URL: https://www.theatlantic.com/  international/  archive/2012/01/why-we-have-a-responsibility-to-protect-syria/251908/.

[29]        Ibid.

[30]  Yugay T.A. Le tecnologie…

[31]        Atkins M.D. Regime Change the Good Old Fashioned Way: US Support to Insurgencies. Newport: Naval War College. 2008. С.1. URL: http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a484259.pdf.

[32]          Schindler J.R. The Coming Age of Special War. September 20, 2013. https://20committee.com/2013/09/20/the- coming-age-of-special-war/.

[33]        Beyerle S.  Curtailing Corruption: People Power for Accountability and Justice. London: Lynne Rienner Publishers. 2014. P.25.

[34]        Ackerman P., Beyerle S. Lessons from Civil Resistance for the Battle against Financial Corruption // Diogenes. Vol. 61. Issue 3-4. P.17.

[35]        Beyerle S.  Curtailing Corruption… P.29, 31.

[36]        “Strategy 2015”. Transparency International. URL: www.transparency.org

[37]        In particolare, il Partito Socialista Italiano (PSI), di cui era il Segretario permanente B.Craxi, era inizialmente

finanziato da contributi di imprese di proprietà statale, ma poi questa pratica si era diffusa alle grandi imprese

private, le sedi dei quali erano a Milano.

[38]        Op. presso:  http://www.conflittiestrategie.it/le-mani-impunite-dei-mandanti-e-beneficiari-di-mani-pulite.

[39]        Vannucci A. The Controversial Legacy of ‘Mani Pulite’: A Critical Analysis of Italian Corruption and Anti-Corruption Policies // Bulletin of Italian Politics. – 2009. – Vol. 1, № 2. С. 258.

[40]        European Commission. Annex Italy to the EU Anti-Corruption Report. EC: Brussels. 2014. P.3-4, 12-14.

[41]        European Commission. Special Eurobarometer 397. Corruption Report.  EC: Brussels. February 2014. P.8.

[42]        Craxi B. Colloquio con Augusto Minzolini, il 18 settembre 1992. URL: https://knutwicksell.wordpress.com/2010/01/14/il-profetico-bettino/  .

[43]        Molinari M. Così intervenni per spezzare il legame Tra Usa e Mani pulite. La Stampa, 29 agosto 2012.

[44]        Molinari M. Di Pietro mi preannunciòl’inchiesta su Craxi e la Dc 30/08/2012. La Stampa. 30 agosto 2012.

[45]        Cazzullo A. Cossiga compie 80 anni: Moro? Corriere della sera. 08 luglio 2008.

[46]    D’Esposito F. «L’Italia un paese di marionette». Pomicino e la manina americana. Corriere della Sera. 19 Gennaio 2010.

[47]  Ibid.

[48]        Panara M. Italia Spa, la saga delle privatizzazione. La Repubblica. 3 ottobre 2013.

[49]        Laurenzi L. Quella reggia sul mare romantica e spartana … La Repubblica. 03 giugno 1992.

[50]        La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un’economia nazionale. Documento         diffuso dall’EIR e dal Movimento Solidarietà. 14 gennaio 1993 URL: https://www.movisol.org/draghi3.htm.

[51]        Randazzo A. Come è stata svenduta l’Italia. 12 marzo 2007. URL: https://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm.

[52]        Ibid.

[53]        Ibid.

[54]        Ibid.

[55]        Rosso U. Mancino: ‘È sempre lo stesso esplosivo’.  La Repubblica. 29 luglio 1993.

[56]        Dezzani F. Alle radici dell’infamante Seconda Repubblica: il biennio 1992-1993 (parte I). 2 marzo 2017.   URL:http://federicodezzani.altervista.org/alle-radici-dellinfamante-seconda-repubblica-il-biennio1992-1993-parte-i/ .

[57]        L’Italia, nel ‘92-‘94, fu teatro di un’autentica rivoluzione-eversione che eliminò dalla scena per via mediatico-giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”, salvando però il Pci. Lo strumento di questa rivoluzione-eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei

partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica. Il circo mediatico-giudiziario composto da due

pool, quello dei pm di Milano e dal pool dei direttori, dei redattori capo e dei cronisti giudiziari di quattro giornali (Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, l’Unità) mirava contro il Caf (Craxi Andreotti Fanfani), cioè concentrò i suoi colpi in primis contro il Psi di Craxi, poi contro il centro-destra della Dc, quindi, di rimbalzo, contro il Psdi, il Pri, il Pli. Colpì anche molti quadri intermedi del Pci-Pds, molte cooperative rosse, ma salvò il gruppo dirigente del Pci-Pds e quello della sinistra Dc”. Cicchitto F. Tangentopoli, cosi i pm salvarono il Pci URL: http://ildubbio.news/ildubbio/2017/03/01/tangentopoli-cosi-pm-salvarono-pci/.

[58]        Pipitone G. Trattativa, l’ex capo dei Servizi Fulci: “la Falange chiamava dalle sedi Sismi, alcuni 007 usavano  esplosivi. Il Fatto Quotidiano. 25 giugno 2015.

[59]        URL:  http://www.forbes.ru/finansy-i-investicii/337813-brazilskiy-skandal-kakie-vyvody-mozhet-  sdelat-

mezhdunarodnyy-investor.

[60]        The Big Spin. Corruption and the growth of violent extremism. Transparency International UK. February 2017. P.7.  URL: http://ti-defence.org/wp-content/uploads/2017/02/The_Big_Spin_Web-1.pdf.

[61]        Ibid. P. 19-20.

[62]        Ibid.

[63]        Ibid.

[64]        Кузнецов А. Роль НАТО в событиях Арабской весны 2011- 2013. URL: https://www.geopolitica.ru/article/rol-nato-v-sobytiyah-arabskoy-vesny-2011-2013.

[65]        Scott P.D. The Libyan War, American Power and the Decline of the Petrodollar // The Asia-Pacific Journal // Japan Focus. – 2011. – Volume 9. Issue 18. №2. P. 7. URL: http://apjjf.org/-Peter-Dale-Scott/3522/article.pdf.

[66]        STRATFOR: collected files and reports on Libya. 150 p. URL:       http://openanthropology.org/libya/STRATFORfiles.pdf.

[67]        Коротаев А. Арабская весна.  Стенограмма  лекции 10 сентября 2013 г. URL: http://polit.ru/article/2013/11/10/arabskaya_vesna/.

[68]        Арабская весна 2011 года. Системный мониторинг глобальных и региональных рисков / Отв. ред. А.В.

Коротаев, Ю. В. Зинькина, А. С. Ходунов. М.: Либроком/URSS, 2012. С. 28–76.

[69]        URL: https://ria.ru/world/20151216/1343046657.html.

[70]          Меламедов Г. “Арабская весна”: как реформы взорвали старый мир URL:

             http://www.forbes.ru/mneniya-column/mir/313375-arabskaya-vesna-kak-reformy-vzorvali-staryi-mir.

[71]        Ibid.

Corruzione e globalismo, il ruolo dell’ONU

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Ernesto Bertani

di Leonardo Servadio

Si trascina il dibattito secondo le linee emerse con l’ondata dei cambiamenti politici in Europa: sovranismo contro globalismo. Un po’ la riproposizione della contrapposizione “destra contro sinistra” in cui la crisi delle ondate di migranti gioca un ruolo di fondamentale esca che  dà fuoco alle polveri dell’emozione popolare. Sullo sfondo continua ad aleggiare il fantasma della crisi economica emersa nel 2007 col collasso del sistema dei crediti “subprime”, resa più pesante dal crollo della Lehman Brothers l’anno successivo e dalle ripercussioni generate ovunque nel mondo finanziario, che per sua natura è da sempre globale.

Il fenomeno del populismo, con i nuovi leader emergenti (Trump, Salvini, ecc.) e i nuovi assetti politico strategici (Brexit, Unione Europea traballante, il potere crescente  della Cina, ecc.) sconvolgono una situazione che sembrava consolidatasi dal secondo dopoguerra, e sono visti con allarme dal cosmopolitismo nel quale si riconoscono le tendenze politiche sinora dominanti nel mondo occidentale.

C’è però una novità che reclama che si vada oltre queste logiche radicate nell’abitudine. Consiste nel fatto che le rivolte, ovunque si manifestino, hanno come obiettivo la corruzione. Il tentativo di rifiutare la corruzione come strumento di acquisizione e gestione del potere pubblico sembra oggi il principale motore di ogni tentativo di cambiare l’assetto di potere esistente. Il fenomeno trascende le ideologie e i confini nazionali e mostra che i tempi sono maturi perché a livello globale si risponda al problema con appositi provvedimenti.

Che cos’è la corruzione?

Ma che cos’è esattamente corruzione? All’epoca di Mani Pulite, in Italia il concetto pareva ben chiaro: politici che sollecitano e accettano denari da imprenditori e dirigenti in cambio di favori dispensati alle aziende. Il sistema che si può considerare “classico” del finanziamento delle forze politiche.

Ma a guardare oggi al fenomeno quando, pur nel mezzo della crisi, com’è noto l’uno percento dei ricchi non solo è divenuto più ricco di prima, ma ha accumulato più del cinquanta percento della ricchezza mondiale e continua ad accumulare profitti[1] mentre la restante parte della popolazione in proporzione accumula perdite, si nota che la corruzione è un fenomeno più vasto e complesso del semplice sistema casereccio delle bustarelle.

Anzi, si scopre che crisi economica, crisi dei migranti e corruzione sono un tutt’uno. E che in realtà il fenomeno corruzione è proprio quello che riunisce tutti gli aspetti degenerativi del vivere sociale. Così nei singoli paesi, come nei rapporti internazionali e sulla scena globale.

Ed è sullo sfondo di tale situazione che si può considerare il fenomeno Trump che, per quanto visto da molti come espressione della rivolta anti establishment, in realtà potrebbe rivelarsi l’espressione più pura del sistema corruttivo radicato e cresciuto a dismisura nel mondo, a partire da quel che negli ultimi decenni è stato l’elemento guida, gli Stati Uniti d’America.

In Europa i nuovi movimenti politici anti sistema attribuiscono la corruzione all’establishment di Bruxelles. E chi afferma questo ne ha ben donde: il sistema euro è divenuto un meccanismo oppressivo per molti.

A differenza dei movimenti che si sono agitati sul proscenio della storia sinora, il tema della corruzione ha bensì un carattere pubblico, ma è anche intimamente legato con la coscienza di ogni singolo individuo. Infatti la corruzione è trasversale a sistemi politici, ideologie, religioni, stati. E coinvolge i singoli individui a prescindere dal grado di potere di cui essi sono detentori.

Per questo si può dire che sia un elemento di fondo dell’assetto sociale, in qualsiasi forma esso si manifesti. Perché una società funzioni bene, è necessario che le persone collaborino tra loro. E per collaborare bisogna che si fidino degli altri, o quanto meno che vi sia un quadro di riferimento giuridico funzionante che garantisca i diritti di ciascuno.

Il paradigma della società ben funzionante è reso plasticamente dall’affresco “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo” dipinto da Ambrogio Lorenzetti nel palazzo pubblico di Siena (1338-39). Nella parte relativa al buon governo le attività si svolgono tranquillamente e in via cooperativa. Nella parte relativa al cattivo governo prende piede il sospetto, la rapina, la violenza, la ruberia, la paura. L’opera del Lorenzetti resterà come paradigma di come una società può operare bene o male a seconda che vi sia o no fiducia e collaborazione.

Significativo al riguardo è anche che il Monte dei Paschi di Siena (MPS), la più antica banca operate nel mondo, fu fondata proprio a Siena nel 1472, un secolo dopo l’opera pittorica, allo scopo di aiutare le famiglie disagiate. La banca è infatti uno strumento che ha la capacità di promuovere le forze sociali e favorire il lavoro e l’impresa. Ma proprio MPS, nei primi anni duemila, a seguito di spericolate azioni condotte con titoli derivati ad alto rischio si è trovata in condizioni estremamente precarie che hanno richiesto un pesante intervento statale e il ritorno nell’alveo della proprietà statale, per salvarsi dai marosi del mercato. MPS, come del resto ogni istituto bancario, può favorire (ed essere favorita da) il “buon governo” quanto il “cattivo governo”.

Che la faccenda riguardi tutti e non solo i detentori del potere politico o economico, è dimostrato da un’infinità di fatti. Citiamo solo questo: 23 agosto 2018, L’unione sarda.it presenta un filmato sotto il titolo “Metro di Napoli: uno fa il biglietto, decine di scrocconi entrano gratis”. Certo, è banale: si vedono persone accalcarsi alle spalle di chi supera i tornelli col biglietto, così da entrare senza pagare sulla coda del primo. La cultura della corruzione è diffusa. Va contrastata a livello di leadership, perché da questa derivano gli esempi che influiscono sulla condotta delle persone. Sussiste un circuito a retroazione positiva che favorisce la corruzione a tutti i livelli.

E lo si vede in tutti i paesi. Malgrado la vulgata secondo cui i paesi nordici sono meno inclini alla corruzione di quelli meridionali, si constata come la corruzione domini ovunque. A mo’ d’esempio: nei primi anni 2000 un grosso scandalo ha colpito la Siemens, una delle maggiori società tedesche: emerse che usava dare bustarelle per ottenere commissioni. Nel 2008 Siemens ha accordato con diverse autorità europee e americane una compensazione di 1,6 miliardi di dollari per superare le indagini di cui era stato fatta oggetto a seguito dell’uso di quel che chiamava “denaro utile”, ovvero la corruzione sistematica[2].

 

Corruzione come strategia

Dopo il crollo del Muro di Berlino e il collasso dei regimi socialisti nell’Est Europa, i servizi di intelligence statunitensi hanno riformulato la loro azione. Se in precedenza una parte preponderante di questa era assorbita dall’impegno nella guerra fredda, dopo il 1991 impegno precipuo sarebbe stato di sostenere le società (corporation) statunitensi e le loro imprese economiche nel mondo. Ecco che lo spionaggio, agito sia con i sistemi tradizionali, sia con le nuove tecnologie, sarebbe stato indirizzato a favorire il potere economico a stelle e strisce.

In tale ambito nel 2013 emerse lo scandalo del NSC (National security council) che spiava le conversazioni di cittadini e leader di paesi alleati – si dà per scontato che lo spionaggio avvenisse anche verso paesi non alleati, ovviamente[3]. Si potrebbe ritenere che tale attività non sia inquadrabile entro la categoria delle attività corruttive. Ma se insider trading è corruzione, come definire lo spionaggio compiuto verso governi amici?

Per quanto l’esistenza dello spionaggio statunitense verso gli alleati, e verso i propri cittadini, fosse noto anche prima, il caso è riemerso con particolare forza dopo le denunce compiute da Edward Snowden, analista che operò per diverse agenzie di sicurezza statunitensi. Snowden espatriò nel maggio 2013 dopo aver raccolto una messe di dati che dimostrano le azioni illegali di spionaggio compiute alle agenzie statunitensi e dopo varie peripezie si rifugiò in Russia.

Sostenuto dalla Russia in funzione anti americana, Snowden in un’intervista al quotidiano tedesco  Süddeutsche Zeitung il 29 giugno 2018 denunciò come la situazione russa in fondo, quanto a corruzione non sia migliore di quella americana: la corruzione in Russia è diffusa ed è parte integrante “del regime di Putin”[4] .

Per quanto sia entrata a far parte del dibattito politico e sia usata come arma a doppio taglio, la corruzione è anzitutto un fatto di coscienza. E con le questioni di coscienza operano le religioni, prima degli stati. E tra le religioni quella cristiana cattolica, la più diffusa nel mondo, dovrebbe essere esempio specchiato. Eppure anche nelle maglie delle sue strutture burocratiche si annida la corruzione. Tra i tanti casi di carattere corruttivo che sono emersi (e ovviamente sono stati sfruttati dalla propaganda anticattolica) nel corso degli anni, forse il più clamoroso riguarda Theodore McCarrick, che fu arcivescovo di Washington ed è stato accusato di aver insidiato sessualmente oltre un migliaio di seminaristi, anche minorenni. In questo caso non si tratta di corruzione di carattere economico o politico, ma di fatti di carattere eminentemente morale. Particolarmente sconvolgente, poiché nel vangelo sta scritto “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Mc 9, 42): parole di fuoco che dovrebbero portare chi si riveste di responsabilità nell’ambito della Chiesa a una condotta esemplare. Che vi siano casi in cui questo non avviene testimonia della fallibilità umana. Ma non può bastare constatarla.

La corruzione fa parte di ogni sistema politico. La questione è che oggi essa emerge ovunque come problema. Di per sé questo è un grosso passo avanti. Al di là delle ideologie e delle contrapposizioni politiche, si pone il problema se sia possibile contrastarla e ottenere così sistemi sociali che meglio si approssimino all’immagine del “buon governo” dipinto da Lorenzetti a Siena.

 

Il sistema “euro”

Nacque come tentativo per contenere la Germania[5] , ma a seguito del vigore tecnologico e produttivo di questa, l’euro è divenuto lo strumento con cui proprio la finanza tedesca è giunta a dominare il continente.

I paesi del sud Europa hanno una bilancia commerciale sfavorevole verso la Germania. La cui forte industria si basa anche su un sistema bancario compatto e strutturato, che è parte delle istituzioni di governo (il cosiddetto “capitalismo renano” consociativo e pertanto fortemente nazionalista e vincolato e vincolante per la politica nazionale). Questo determina una situazione per la quale la Germania, col suo sistema economico, è riuscita a primeggiare in Europa usando proprio quella moneta, l’euro, che doveva servire per contenerne l’influsso politico.

Ha rafforzato la fama che praticamente da sempre l’accompagna, di paese rigoroso e ben amministrato a differenza in particolare dei paesi del sud, proclivi alla corruzione.

Ha fortemente accresciuto la capacità di esportare. Così che la forza economica che da questo deriva comunica al mondo una percezione di sicurezza, a differenza di quel che si percepisce in particolare nei paesi accomunati non senza un tono di scherno nell’acronimo PIGS (Portogallo Italia Grecia Spagna).

Grazie a tale posizione di privilegio, la Germania è in grado di dettare legge sul piano dei rendimenti dei titoli di stato: perché tanto più uno stato è percepito come incapace, tanto più deve rendere appetibili i propri titoli di debito attribuendo loro rendimenti elevati. Ma in questo modo esso aumenta il proprio debito pubblico, che a sua volta è un criterio per giudicare deficitaria, mal funzionante e pericolante la sua economia. Non solo, la situazione interna dei PIGS porta a giustificare la continua richiesta di austerità: aumento delle tasse, riduzione delle spese pubbliche (per la scuola, la sanità, ecc.) così deprimendo l’economia del paese colpito e favorendo la fuga di capitali e di imprese dallo stesso: fenomeni che a loro volta incidono negativamente sul complesso dell’economia in questione[6].

Certo non è la Germania la causa di tale situazione di relativa difficoltà delle economie PIGS, essa non fa che agire per il meglio secondo i propri interessi: starebbe agli altri paesi di comportarsi in modo adeguato. Ma qui entra il gioco il meccanismo del “libero mercato”, che in realtà di libero non ha nulla se non il nome.

Nelle condizioni in cui la moneta unica toglie la possibilità in precedenza esistente di praticare le svalutazioni competitive, la burocrazia di Bruxelles (con Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale)  impone le sue condizioni di rigore che si traducono in austerità crescente (perdita di capacità produttiva e riduzione della ricchezza nazionale) in diversi paesi: così è stato e continua a essere in Grecia che nel 2015 è stata presa di mira a fronte del tentativo allora attivato dal governo di Tsipras e Varoufakis di uscire dalla schiavitù del continuo rifinanziamento (riciclaggio) del debito pubblico. La tipica situazione generata dalla corruzione, che a sua volta viene alimentata dalle misure che sono presentate come atte a contrastarne gli effetti ma in realtà li accentuano.

Come ha dimostrato Yanis Varoufakis nel suo dettagliato resoconto della crisi greca nell’anno in cui fu al governo , il 2015 (v. nota 6), le istituzioni finanziarie internazionali fecero orecchie da mercante alle proposte di operare per ridurre la corruzione interna greca, salvo proporre che per combatterla il paese fosse invaso da un esercito di burocrati stranieri (come dire, salvo proporre che la Grecia perdesse la propria sovranità politica), mentre nel frattempo favorivano che al potere, nelle istituzioni bancarie e finanziarie greche, restassero o tornassero i personaggi più corrotti, che erano proprio quelli più intimamente legati proprio alla burocrazia finanziaria europea.

Perché questo? Perché gli uni e gli altri (i corrotti all’interno del paese e le burocrazie finanziarie) agiscono secondo la logica del “libero mercato”, inteso come l’ideologia del massimizzare i profitti a breve termine prescindendo dal tipo di investimento praticato e delle sue conseguenze a medio e lungo termine. Qualcosa che risulta incompatibile con gli investimenti nell’economia produttiva che per sua natura richiede opere di lungo termine con ritorni relativamente modesti.

La Grecia fu presa di mira per farne un esempio per gli altri paesi deboli: provate a ribellarvi alla logica nella quale vi siete da soli imprigionati e sarete castigati con livelli disastrosi di austerità.

 

Il caso italiano

In Italia la situazione non è molto dissimile a quella della Grecia. Lo snodo cruciale è stato il 1991-92. Con la crisi dell’assetto post seconda guerra mondiale è sembrato che tutto il sistema politico fosse corrotto e pertanto dovesse essere sostituito, e con esso che l’industria statale, allora forte, dovesse essere privatizzata (privatizzare, insieme con la politica del “rigore” ovvero dell’austerità e del taglio dei servizi sociali e delle pensioni, è da sempre il verbo che propagandano le istituzioni finanziarie internazionali come autentica espressione del “libero mercato” contrapposto allo statalismo, accusato di essere ricettacolo di ogni tendenza corruttiva e degenerativa).

Nel ’91-’92 cominciò, anche a seguito dell’ondata speculativa contro la lira, la grande ondata di privatizzazione di quella che era l’industria pubblica. Ma questo non solo non ha generato un particolare introito per lo stato centrale, il cui livello di indebitamento ha continuato a crescere, ma ha indebolito tutto il tessuto industriale nazionale rendendolo sempre meno capace di resistere alle pressioni competitive delle industrie estere.

Tutto questo è avvenuto senza che l’opinione pubblica percepisse l’esistenza di attività corruttive nella politica delle privatizzazioni: la corruzione a livello di opinione è sempre percepita come a carico esclusivo delle autorità di governo: un tempo era la DC, poi il pentapartito, quindi Berlusconi, infine Renzi.

E poiché non si cambia il sistema, fondato sulla corruzione globale che domina il “libero mercato”, ma solo i personaggi che operano nel sistema, i governi cambiano ma la corruzione resta. E si traduce nel fatto che il paese resta indebolito e pertanto più facile preda della corruzione globale: significativo che mentre l’Italia, come tutti o quasi gli altri paesi sprofondavano nella crisi, gli alti burocrati dello stato e i Chief Executive Officer delle aziende vedevano aumentati i loro emolumenti, mentre allo stesso tempo l’industria italiana riduceva le capacità produttive o fuggiva all’estero perché oppressa da un sistema fiscale sempre più rapace e un sistema sindacale che non riesce a partecipare alla gestione dell’interesse pubblico (a differenza di quel che avviene in Germania), per favorire (seguendo a suo modo gli stessi principi della concorrenza a tutto campo dominante nel “libero mercato”) solo l’interesse dei propri rappresentati.

Dunque, dalla burocrazia europea (ministri delle finanze dei paesi europei e Banca Centrale Europea) e dalla finanza globale (Fondo Monetario Internazionale) vengono proposte politiche di austerità che comprimono le capacità produttive in tal modo riducendo i ritorni fiscali e favorendo fuga di capitali e di attività produttive, mentre vengono promossi i personaggi che a livello nazionale sono più legati alla finanza internazionale. Salvo poi ricorrere allo stato per ripianare i buchi che si generano nei sistemi bancari nel momento in cui le forsennate attività speculative si traducono in crisi e fallimenti: dal punto di vista del grande capitale finanziario speculativo (che è la versione contemporanea dell’attività piratesca) lo stato ha una funzione di vassallo.

È questo ampio complesso perverso che è l’essenza della corruzione: non una porzione di esso, ma il suo insieme. Non il semplice aumento degli emolumenti alle alte cariche dello stato, non l’aumento delle tasse in sé, non l’aumento della fuga di capitali che singoli privati portano a Montecarlo, in Lussemburgo o alle Cayman island, non il ricorso allo stato quando il sistema bancario è in sofferenza. È l’insieme della circuitazione degli interessi che si inseguono alla ricerca di vantaggi a breve termine rifiutando la prospettiva di investimenti a lungo termine per vantaggi futuri non limitati alle proprie tasche, ma estesi al benessere del paese nel suo complesso, che è il vero fattore corruttivo.

 

Il caso spagnolo

In Spagna la situazione non è di molto differente da quella italiana: forse l’unica differenza è che  qui le forze indipendentiste, in particolare catalane, pur essendo state nel recente passato corrotte predatrici dell’economia reale tramite forme di tassazioni aggiunte quali tangenti coatte (clamoroso è il caso dell’ex presidente della Generalitat, il governo locale catalano, Jord Pujol che ha intascato privatamente miliardi di euro portati nelle banche di Andorra – altro mercato off-shore –  e di qui chissà dove)[7], sono favorite da un’ampia percentuale della popolazione, quasi la metà dei votanti. Se la Catalogna riuscisse veramente a ottenere l’indipendenza sarebbe un poco come se la Sicilia venisse separata dall’Italia per formare un governo autonomo controllato dalla mafia (com’è noto già nel secondo dopoguerra ci fu il tentativo di separare la Sicilia dall’Italia: allora era fresco il ricordo di come le truppe Alleate vi sbarcarono anche grazie al sostegno degli apparati mafiosi, che peraltro erano ben diversi da quelli attuali: all’epoca la mafia operava in situ taglieggiando i negozianti, oggi le tante mafie operano sul piano globale col traffico di stupefacenti e di esseri umani)[8].

 

Il problema dei migranti

Il che apre il discorso su un altro aspetto che molto colpisce l’opinione pubblica europea portandola a rifiutare i partiti politici tradizionali. Noto al riguardo è il caso della cancelliera tedesca Angela Merkel che nel 2015 accettò che circa un milione di migranti in fuga in particolare (il 40 percento circa) dalla Siria entrasse in Germania.

Le ondate migratorie sono ritenuto uno dei fattori che hanno favorito Brexit e le difficoltà di molti governi europei[9].

Il punto è che i migranti sono i nuovi schiavi del XXI secolo. Seguono le stesse rotte che seguivano gli schiavi tratti dai paesi africani dal medioevo in poi e trascinati in Europa e nelle Americhe da mercanti specializzati. Oggi i migranti provenienti dall’Africa sono in prevalenza “reclutati” da mafie africane (in particolare nigeriane) e poi trattati dalle varie mafie locali dei diversi paesi in cui transitano. Come in prevalenza avviene coi migranti, sono portati a credito, poi costretti a produrre profitto (con ogni mezzo, a partire dalla prostituzione) per pagare i trafficanti stessi. Il profitto di questo commercio è paragonabile a quello del mercato delle droghe[10] che, essendosi ingigantito, comporta anche una forte concorrenza; inoltre i siti di maggiore produzione delle droghe sono relativamente lontani dall’Europa (Colombia, Messico, Afghanistan, Birmania, ecc.) e quindi comportano molti passaggi intermedi ognuno dei quali riduce il profitto dei singoli agenti.

Insomma: a prescindere dal fatto che le persone che operano con le ONG per salvare i migranti siano tutte benintenzionate, il traffico in quanto tale è il risultato di un sistema totalmente corrotto.

 

Corruzione come “libero mercato”

Infine c’è la vera e propria corruzione finanziaria: grandi banche che possono operare sui mercati finanziari, i grandi conglomerati di gestione fondi e singoli privati possono mobilitare miliardi di dollari per operazioni speculative su qualsiasi mercato possibile nel mondo: dalle materie prime alle azioni, dai derivati (l’equivalente di scommesse sull’andamento futuro delle valutazioni mobiliari) agli immobili, in tal modo accumulando capitali ingentissimi. Noto è il caso  Black Rock, considerato il maggiore fondo speculativo che opera nel mondo, con sede a New York e una dotazione superiore ai 6.000 miliardi di dollari. Per paragone si pensi che il prodotto interno lordo della Croazia ammonta a poco più di 50 miliardi di dollari, quello dell’Austria è di poco meno di 390 miliardi di dollari, quello della Spagna è di 1.200 ovvero un quinto del patrimonio di Black Rock, quello dell’Italia non arriva a 2.000 miliardi di dollari.

Siccome speculare è un’azione che praticamente nulla ha a che vedere con l’economia reale, se non nella misura in cui quando avvengono crolli finanziari, gli stati sono chiamati a rimpinguare le banche e le istituzioni finanziarie in perdita perché, com’è noto, senza le banche che prestano denaro a imprenditori di ogni sorta l’economia non “gira”, e se non gira tutti soffrono, quel che avviene è che coloro i quali speculano mobilitando somme che superano i bilanci di intere nazioni sovrane, finché riescono a estrarre profitto dalle proprie attività si lamentano dei lacci e lacciuoli che gli stati oppongono al loro agire. Poi quando soffrono perdite, chiamano gli stati a rimetterli in sesto con i soldi che questi estraggono dalle tassazioni che gravano sulle popolazioni. In ultima analisi le popolazioni tassate, in quanto residenti in stati “sovrani”, sono costrette dagli stati stessi a ripianare i debiti di coloro che operano al di sopra e al di fuori degli stati, prevalentemente in paradisi fiscali dove non sono assoggettati a imposte statali.

Questo in soldoni è il meccanismo perverso che costantemente succhia denaro nella forma di tasse ai paesi “sovrani” per trasferirli nelle tasche di chi opera e guadagna cifre strepitose fuori dai paesi “sovrani”.

La cosa ulteriormente assurda è che spesso i profitti dei grandi speculatori provengono proprio dalle operazioni compiute contro le economie degli stati “sovrani” medesimi: al riguardo si pensi alla speculazione contro la lira e contro la sterlina compiuta nel 1991[11]  da diversi grandi speculatori tra i quali il noto George Soros

Detto in altri termini: prima la finanza sovranazionale estrae profitti dalle economie nazionali, poi le bastona attraverso istituzioni finanziarie internazionali (BCE, IMF, Eurogruppo) che con la scusa di correggerne i difetti le affossano nella miseria dell’austerità, in questo confortate dai paesi virtuosi che approfittano della situazione per dividersi con i grandi speculatori sovranazionali le spoglie delle economie al cui dissesto hanno più o meno attivamente contribuito. Il tutto nel nome del “libero mercato”.

Chi è “sovrano”?

Tornado all’esempio di Balck Rock: chi può pensare che uno stato dal piccolo bilancio quale quello italiano possa resistere alle ondate speculative smosse da un tale gigante della finanzia mondiale?

E chi è mai in grado di sanzionare tale gigante nel caso venisse pizzicato a compiere operazioni corruttive, o comunque avverse agli interessi di un paese? Nessuno. Nessun paese “sovrano” ha la forza di colpirlo, vuoi per carenza di peso economico, vuoi per carenza di leggi che regolino i mercati internazionali sui quali immancabilmente operano gruppi di tale peso: che non sono “residenti” in un singolo paese, a meno che tale residenza non comporti per loro vantaggi fiscali e totale libertà di movimento. Ecco dunque che la condizione di sovranità di un singolo paese viene a cessare per tutti coloro che agiscono, come una “Spectre” dei film di James Bond, in una condizione  che si pone come esterna a qualunque sistema giuridico.

Una gerarchia di corruzione

Per riassumere dunque: abbiamo la corruzione dei ladri di polli a livello di piccolo cabotaggio nazionale; i corrotti a livello nazionale che vengono mobilitati dalle forze di natura sovranazionale per far sì che il loro paese si pieghi alla logica del “libero mercato” che consiste nel permettere ai grandi speculatori di operare in modo impune nel mondo; gli stessi stati vengono compressi e taglieggiati e a loro volta taglieggiano la popolazione che dovrebbero difendere, poiché tali stati hanno lo scopo giuridicamente stabilito di difendere i diritti di libertà di azione delle istituzioni finanziarie da cui sono taglieggiati e devono piegarsi ai diktat che nel nome del libero mercato sono imposti dai gruppi privati o dai paesi più forti che hanno in mano gli apparati burocratici che amministrano istituzioni internazionali come per esempio la BCE o il FMI, le quali istituzioni a loro volta operano esclusivamente non in difesa degli interessi degli stati e delle popolazioni, ma della astratta logica sottostante al libero mercato: la giungla darwiniana in cui chiunque è chiamato a perseguire il proprio massimo vantaggio nel tempo più rapido possibile nell’assurda supposizione che questo alla fine favorisca tutti. È la logica del “quel che è giusto per Ford è giusto per gli Stati Uniti”: ma almeno Ford produceva automobili, mentre la speculazione finanziaria non produce che profitti monetari facendo defluire liquidità nelle tasche di pochi che magari potrebbero investire in attività produttive che facciano lavorare centinaia,  migliaia, milioni di persone in tal modo diffondendo ricchezza. Ma poiché di solito queste attività richiedono parecchio tempo per essere messe in moto, preferiscono semplicemente operare sui mercati più astratti delle monete, dei titoli di stato, dei titoli mobiliari, dei derivati; corrono rischi maggiori ma sono attratti dalla prospettiva di facili e rapidi guadagni[12]. Operando solo sul piano finanziario si contano numeri e non si sentono i pianti di chi è ridotto in schiavitù o gettato nella miseria. Ma comunque la conseguenza della propria opera è diffusione delle schiavitù e diffusione della miseria.

Tutto questo è corruzione molto più dannosa di quella dei ladri di polli nazionali. Ma nessuno la può perseguire. Perché questi crimini sono compiuti in un universo astratto e lontano da quello in cui operano gli stati nazionali. Un universo nel quale neppure la Comunità europea potrebbe incidere, neppure se ne avesse il desiderio (che comunque non ha: per i motivi sopra detti essendo piuttosto parte dei persecutori che dei perseguiti). Non solo, la Comunità europea, essendo composta da paesi che non hanno mai veramente appianato le loro tensioni interne (si ricordi, per fare solo un esempio, come la Francia promosse la destabilizzazione della Libia nel 2011 in funzione anti italiana) molto difficilmente riuscirà a mettere assieme la forza e la coerenza necessaria per ribellarsi a questo stato di cose.

Legge globale contro corruzione globale

Occorrerebbe dunque una legge di carattere globale, come sono globali le forze che operano nel senso della distruzione delle economie nazionali. Piaccia o non piaccia, non vi sono altre soluzioni possibili.

Vi sono solo tre entità che al momento attuale paiono interessate a contrastare questi fenomeni degenerativi. E questi sono le Chiese (per motivi di principio morale, e in particolare la Chiesa Cattolica che col papato e col Vaticano ha una particolare coerenza e una notevole influenza nel mondo, pur con tutte le magagne interne ccon cui si trova a dover fare i conti), la Cina (il primo paese che in questi anni ha lanciato una campagna anti corruzione interna e che, poiché sta sviluppando la propria economia reale, è interessata a difenderla dalle depredazioni), e le Nazioni Unite per il semplice fatto che è questo l’unico foro internazionale che potrebbe mettere assieme le alleanze necessarie tra stati sovrani motivati da interessi comuni a regolamentare il cosiddetto “libero mercato” globale, che di libero ha solo il nome.

Il ruolo del papato

Il Vaticano con papa Francesco in particolare si è mosso lanciando proclami e anche per la prima volta concrete indicazioni in varie encicliche (a partire dalla “Laudato si’”): la sua è un’opera di convincimento e di formazione morale e culturale oltre che religiosa: un punto fermo cui non a caso il mondo tende sempre più a guardare, per quanto poi le linee politiche siano ovunque dettate dai compromessi che si realizzano tra le forze politiche ed economiche locali.

Il ruolo della Cina

La Cina con Xi Jinping dal 2012 ha lanciato una campagna interna contro la corruzione: è l’unico paese al mondo ad averlo fatto. Certo si può ritenere che tale campagna sia usata anche strumentalmente per contrastare avversari politici del regime: ma sinora non si sono viste prove concrete che questo sia avvenuto, mentre si sa che centinaia di funzionari proni a intascare denari per motivi privati e contrari all’interesse pubblico e imprenditori che con la loro attività inquinano l’ambiente sono stati arrestati o comunque emarginati[13]. E l’economia continua a crescere. Non solo, la Cina ha lanciato diverse iniziative di carattere internazionale volte a promuovere l’economia reale, non quella finanziaria: tale è l’iniziativa One Belt One Road, e tale è la Banca per lo sviluppo infrastrutturale asiatico alla quale partecipano decine di altri paesi, anche non asiatici.

Insomma oggi la Cina è il singolo paese che si sta muovendo in una direzione diversa da quella dell’ideologia del “libero mercato”, sia all’interno, sia nei rapporti con l’estero.

Nel compiere queste opere, la Cina sembra potenzialmente seguire un impulso di carattere culturale che le deriva da una tradizione ben più antica di quella comunista che oggi nominalmente la domina: l’insieme delle tradizioni taoista, confuciana e buddista che costituiscono il suo patrimonio culturale profondo[14]. Tale patrimonio è, in ogni paese, costituito dal retaggio religioso, anche laddove, come in Cina, è stata compiuta una scelta di governo materialista. Perché tale sostrato resta nelle famiglie e negli individui e compone il loro  carattere e il loro modo di interpretare gli eventi.  E in Cina per tradizione l’importanza della famiglia è molto forte.

La tradizione religiosa e culturale cinese (taoista, confuciana, buddista) pone il bene pubblico prima di tutto, e la pace come un fine che la nazione e i singoli sono chiamati a perseguire: aspetti questi che l’avvicinano alla tradizione cristiana che caratterizza l’Occidente.

Dunque la Cina attuale, per quanto lanciata a tamburo battente nel campo della produzione e della tecnologia e attualmente impegnata a trasferire la propria economia sul terreno del consumo (sia per permettere più elevati livelli di vita alle vaste zone tutt’ora povere, sia per sviluppare un più florido mercato interno per rispondere alla guerra commerciale lanciata da Trump nel 2018), è un potenziale alleato delle religioni, e in particolare della Chiesa Cattolica, nel moderare i rischi di conflitto sul piano internazionale. Non  caso papa Francesco ha segnalato di auspicare un dialogo con la Cina e sembra che vi siano segnali di risposta positiva[15].

Il problema ovviamente è che la Cina continentale attuale è anche legata ai pregiudizi di origine materialistica: un fatto che forse potrebbe essere superato se riuscisse a privilegiare le proprie origini culturali antiche.

Il ruolo dell’ONU

L’ONU non è un governo, ma un’associazione di stati sovrani, in realtà dominata dai cinque membri permanenti del cosiddetto Consiglio di sicurezza, ovvero dai vincitori della seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia. Se alcuni di questi insieme con altri paesi riuscissero a formulare un sistema di regole per imbrigliare la corruzione in senso lato, l’ONU potrebbe divenire uno strumento atto a contenere le distorsioni che sono derivate al sistema del libero mercato in particolare in questi ultimi anni.

Il problema è che gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale sono sempre più assoggettati ai poteri forti della finanza e del complesso militare industriale, contro la cui invadenza invano avvertì il presidente Dwight Eisenhower nel 1961[16] , che dal tempo del Vietnam vi ha impresso la tendenza a muovere guerre non per vincerle ma per destabilizzare diverse regioni del mondo e per ovviamente generare mercati per le armi di cui è il maggiore produttore al mondo. Di fronte all’emergere della Cina, gli USA con l’Amministrazione Trump sembrano tendere a rispondere secondo la logica della geopolitica: tentano da un lato la via della guerra commerciale e dall’altro tendono a muoversi secondo la logica strategica implicita nella dottrina dello “Arco della crisi” elaborata da Zbigniew Brzezinsky nella seconda metà degli anni ’70. Tale dottrina contemplava una zona di instabilità che dall’oceano Indiano arriva al Corno d’Africa, dove allora la destabilizzazione mirava a creare difficoltà all’Unione Sovietica (e il suo coronamento è stata l’invasione sovietica in Afghanistan a fine 1979, i cui effetti hanno notevolmente contribuito al crollo del regime comunista).

Oggi la dottrina/strategia dello Arco della Crisi, recuperata in funzione anti cinese, mira a destabilizzare tutta la regione dove la Cina estende la sua influenza con One Belt One Road. Ecco dunque che l’Arco della Crisi tenderà a estendersi dalla Somalia al mar della Cina meridionale: sono zone dove attualmente la Cina sta ponendo propri presidi navali (dal Ciad alle isole artificiali nel Mar cinese meridionale).

Ovviamente poi un punto di rilevanza strategica è l’isola di Taiwan, che la Cina ritiene territorio proprio (in questo sostenuta anche dal Kuomintang in Taiwan che tuttavia oggi è divenuto partito di opposizione rispetto al Partito democratico progressista attualmente al potere, che ambisce al riconoscimento di Taiwan come stato indipendente).

Mentre in Asia l’incipiente destabilizzazione e scontro con l’Iran mira ad arrestare l’iniziativa infrastrutturale cinese che ha gettato “ponti” rilevanti di dialogo con il Pakistan e con il suo avversario storico, l’India.

In questo contesto geopolitico il ruolo della Russia sarà sempre più centrale: la Russia infatti può essere, come i cinesi auspicano, un sostegno di carattere strategico per la Cina (la Russia essendo l’unico paese dotato di armamenti comparabili con quelli statunitensi); oppure può cercare di recuperare il terreno perso in Europa a seguito dell’annessione della Crimea sacrificando, come chiedono gli Stati Uniti, il suo appoggio alla Cina. La Russia potrebbe essere tentata ad unirsi alla strategia dello Arco di Crisi per il contenimento della Cina per due motivi. Il primo è che con quest’ultima condivide la lunghissima frontiera siberiana in cui si sente debole, poiché la Siberia è spopolata, mentre il suo vicino meridionale è popolosissimo. Il secondo è che la Cina sta giungendo ad avere influenza, proprio grazie ai commerci via terra, su zone dell’Europa dell’Est un tempo appartenenti al dominio russo.

Queste considerazioni non saranno estranee agli atteggiamenti e agli allineamenti che potrebbero assumere i paesi del Consiglio di Sicurezza ONU se in tale ambito si arrivasse a promuovere provvedimenti atti a contenere i livelli di corruzione diffusi nel tessuto economico nel mondo.

Regole esistenti e future

I Dieci Principi del Global Compact (del 2000) delle Nazioni Unite e la Convenzione contro la corruzione (del 2003)[17] già includono provvedimenti che mirano a imbrigliare i sistemi corruttivi, ma la corruzione è definita in modo piuttosto ristretto, limitandosi a concetti che in Italia sono intesi come l’uso di tangenti e bustarelle per promuovere interessi propri a discapito degli interessi pubblici. Per cui i provvedimenti attualmente approvati in sede ONU richiamano gli stati membri a promuovere la trasparenza, a evitare l’uso improprio di notizie (insider trading), a regolamentare l’attività di lobbying, ecc. Il tutto è inteso come una serie di linee guida rivolte ai governi e, notava Kofi Annan, segretario generale ONU al momento della pubblicazione di questo documento (nel 2004) si tratta di un primo passo.

Dopo quanto accaduto nel corso di questi due primi decenni del nuovo secolo (estensione delle guerre regionali in Asia e Africa, le nuove tensioni sopra descritte originanti da motivi di dominio economico tra USA e Cina, dopo la perdurante crisi finanziario-economica emersa nel 2007-2008 e le distorsioni avvenute in Europa a seguito dei vizi insiti nel sistema euro) è forse tempo di rivedere ed estendere la Convenzione contro la corruzione ampliandone la definizione e di considerare di compiere l’ulteriore passo della costituzione di un Foro internazionale atto a giudicare i delitti di corruzione al di fuori delle logiche nazionali.

Il principio ONU anti corruzione dovrebbe essere allargato a includere le pratiche finanziarie la cui attuazione mette in pericolo la stabilità del sistema globale e che portano al trasferimento di ricchezza dai pagatori delle imposte nei diversi paesi sovrani ai privati (come i grandi fondi finanziari) operanti sul piano globale e al di fuori dei sistemi di leggi.

Come già indicato, solo una legge di carattere sovranazionale può porre limiti a poteri che operano sul piano internazionale.

Nuove regole globali

In pratica l’ONU dovrebbe elaborare, e trovare il modo di far rispettare, un sistema di regole che agiscano sullo stesso piano sul quale oggi agiscono indiscriminatamente i flussi finanziari che esulano dal controllo sovrano dei singoli paesi.

Il problema ovviamente è che parti cospicue delle élite dominanti nei vari paesi dispongono di enormi fondi propri, e il caso dei Panama Papers[18] ne è stata una chiara dimostrazione; e quei fondi nei mercati non regolamentati incidono negativamente su tutte le economie reali. E i fondi di origine statunitense sono al primo posto in questo universo della speculazione finanziaria globale.

Dunque, per giungere a ottenere lo stabilirsi di regole a livello ONU per imbrigliare la giungla dei mercati sregolati che opprimono i paesi del mondo (favorendo ogni sorta di degenerazione, dalle nuove forme di schiavitù, al commercio di droghe, all’estrazione di tasse a vantaggio di organismi finanziari che operano in modo predatorio) occorre ottenere il consenso di paesi che attualmente sul piano geostrategico si trovano divisi tra i due poli del conflitto fondamentale dei nostri anni (Stati Uniti da un lato, Cina dall’altro lato) e di paesi i cui governanti sono favoriti (corrotti) dall’esistenza dei mercati finanziari internazionali.

Il principio cardine

A livello di principio, da notare è che il fondamento del pensiero liberale, cioè che la libertà propria termina là dove comincia quella dell’altro, potrebbe fungere da motivo guida negli accordi che possono essere raggiunti, pur nel rispetto di quel che si intende come libero mercato: che la libertà di azione di qualsiasi gruppo sociale, nazione, stato, istituto finanziario, sia garantita e protetta ma solo fin là dove essa non giunge a ledere i livelli di sicurezza e la qualità del vivere di altri gruppi sociali, nazioni, stati, istituti finanziari.

Tendenzialmente il nuovo dispositivo dovrebbe permettere che un’apposita corte costituita in seno all’organizzazione della Nazioni Unite abbia la possibilità di vagliare ed eventualmente sanzionare tutti i comportamenti di persone, associazioni, organizzazioni, istituzioni pubbliche e private, stati, le cui conseguenze dirette si traducono in un danno o una limitazione alla libertà, o alla salute, o al benessere fisico e morale di persone, gruppi, associazioni, istituzioni pubbliche o private, stati la cui esistenza e la cui opera non costituiscono una minaccia per la convivenza civile a livello nazionale o internazionale.

In questo modo verrebbe salvata la possibilità di intervenire tramite apparati militari contro chi minacciasse la pace nel mondo mentre si potrebbe agire contro chi danneggia l’economia, le condizioni ambientali, le attività produttive di singoli paesi o gruppi di paesi tramite attività fondate sulla corruzione e sull’uso di fondi per generare ricchezza puramente nominale (monetaria) senza compiere investimenti nell’economia reale (ovvero quella collegata alla produzione di beni e servizi legittimi).

Ovviamente se tale principio potesse essere stabilito e fatto valere, un fenomeno come quello verificatosi in questi anni recenti e tutt’ora in fase di crescita, ovvero che l’uno per cento della popolazione mondiale controlli un potere economico superiore al 50 percento della ricchezza totale e continui a incrementarla pur mentre intere popolazioni sono ridotte in miseria, non sarebbe accettabile.

Possono la Russia, la Cina, la Francia e la Gran Bretagna stimolare la ricerca di un tale accordo?

Motivi di carattere geostrategico o geopolitico non spingono in questa direzione, anzi tendono ad allontanare da questa prospettiva. Anche l’interesse privato di molti esponenti di spicco di tali paesi  spingono in senso avverso alla ricerca di un consenso su regole globali anti corruzione.

La forza cui principalmente si può fare appello per promuovere un sistema di regole globali è quella della coscienza dei leader delle nazioni. Parlare di tale coscienza appare ovviamente utopico: ma in realtà dagli accordi di Kyoto sul clima[19] s’è visto invece che è possibile trovare ragioni di accordo globale, a fronte di minacce globali: e la crisi finanziaria e il grado di corruzione morale ed economico che vi sta alla base è una crisi globale tanto quanto la crisi del clima dovuta all’effetto serra.

Ovviamente un problema è che, con Trump al potere, proprio gli Stati Uniti, il paese che ha portato il concetto moderno di democrazia e di diritti condivisi, si sono dichiarati aversi agli accordi di Parigi che portavano a maturazione quelle precedentemente raggiunti a Kyoto. Non solo, con personaggi intimamente legati al fenomeno Trump, quale Steve Bannon, dagli USA stanno emergendo tentativi di costituire un’alleanza globale volta a sfruttare il fenomeno populista  per renderlo strumento volto a ristabilire il primato americano contro la minaccia a questo portato dall’emergere di un mondo multipolare.

Spetterà al resto del mondo questa volta salvare gli Stati Uniti dall’errore che stanno commettendo.

Cina, Russia e gli altri paesi dal forte peso economico dovranno recuperare la cognizione che l’economia ha il fine di permettere degni livelli di vita alle persone, non di essere usata come un’arma allo scopo di esercitare un dominio. È questo quel che richiedono gli elettori che hanno espresso voti “anti sistema”. Deluderli potrebbe portare ad aprire il vaso di Pandora di una nuova catena di scontri.

 

Note

[1]   Rapporto Oxfam del 22 gennaio 2018 dal titolo “Reward work, not wealth” (“Richest 1 percent bagged 82 percent of wealth created last year – poorest half of humanity got nothing”).

[2]   Un parziale sunto dello scandalo Siemens è riferito dal Guardian, 18 settembre 2013: https://www.theguardian.com/sustainable-business/siemens-solmssen-bribery-corruption

[3]   Lo spionaggio di NSA e di altre agenzie a questa collegate, sia americane, sia britanniche, avveniva da anni ed è stato ampiamente riferito dalla stampa occidentale, A mo’ d’esempio citiamo il Guardian, 25 ottobre, 2013: https://www.theguardian.com/world/2013/oct/24/nsa-surveillance-world-leaders-calls

[4]  Scrive il giornale tedesco: Mit seinem Leben in Russland habe er sich arrangiert, mit dem

     System Putins allerdings nicht. “Die russische Regierung ist in vielerlei Hinsicht korrupt”, sagte

     Snowden, “das wissen die Russen. Die Regierung ist das Problem, nicht das russische Volk.” Cfr

     https://www.sueddeutsche.de/politik/edward-snowden-im-interview-merkels-haltung-ist-eine

     enttaeuschung-1.4034633

[5]  K. Dyson and K. Featherstone: “An EMU initiative was justified by the demonstatable need to bind German monetary power into a stronger European franmework that could negotiate on term of equality with the USA…. (Pompidou) saw EMU as pre-eminently a political project: a means to ‘deepen’ the EC whilst simultaneouslu ‘widening’ it to embrace southern Europe and Britain. In this way Europe could be ‘rebalanced’… to serve French interests and contain Germany”.  The Road to Maastricht, Oxford University Press, 1999, page 106.

[6]  Yanis Varoufakis, che fu ministro delle Finanze in Grecia nei primi mesi del 2015, spiega molto bene la situazione nel volume “Audults inthe Room. My battle with Europe’s deep establishment”, Vintage, London, 2017.

[7]  “El clan Pujol llegó a mover, en sus momentos de máximo «esplendor económico»… una cifra global de 3.000 millones de euros, según fuentes que han seguido esta investigación a lo largo de los últimos años, consultadas por LA RAZÓN. Hubo momentos en que hasta el 40 por 100 de ese dinero estaba disponible en «cash»”, La Razon, 9 maggio 2017.

[8]  wikipedia.org/wiki/Movimento_per_l%27Indipendenza_della_Sicilia (consultato h 11,08 il 4 agosto 2018): il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) nacque nel 1942 e “Nel settembre del 1945 numerosi mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra, Francesco Paolo Bontate, Gaetano Filippone, il quattordicenne Pippo Calò e il diciassettenne Tommaso Buscetta, confluirono nel MIS nel corso di una riunione a casa del barone latifondista Lucio Tasca e decisero di utilizzare i gruppi di banditi che battono la campagna per rinsanguare il loro braccio armato, l’EVIS”.

[9]  “Fear of immigration drove the leave victory – not immigration itself”, The Guardian, 24 June 2016.

[10]  Cfr “Mercanti di uomini. Il traffico di ostaggi e migranti che finanzia il jihadismo” di Loretta Napoleoni (Milano, 2017).

[11]  Salvatore Rossi: “For the economic and financial system the most dramatic “break” was the foreignexchange crisis and the financial quasi-crisis of September 1992; politically, it was the end of the First Republic in the spring of 1993”, “The Italian Economy – Models, Measurements and Structural Problems Aspects of Italian Economic Policy from the 1992-93 Crisis to the Crisis of 2008-09” (5 marzo 2010).

[12]  Philipp Mundt, Niels Förster, Simone Alfarano, Mishael Milaković “The Real Versus the Financial Economy: A Global Tale of Stability Versus Volatility” (Discussion Paper No. 2013-8 | January 28, 2013, economics-ejournal.org/economics/journalarticles/2014-17).

[13]  Gueorguiev and Stromseth, “New Chinese agency could undercut other anti-corruption efforts. Open government information would yield long-term benefits in war on graft”, Nikkei Asian Review, 06 March  2018.

[14]  Mariola Moncada Durruti, “El despertar del Neoconfucianismo en China. Impacto en el discurso político del Partido Comunista Chino” in Memoria y civilización 14, 2011.

[15]  “La Cina coglie la possibilità di risolvere il problema con la Chiesa Cattolica grazie a un papato straordinario”: questo il titolo di un articolo apparso sul giornale cinese Global Times, a firma di Zhang Yu, il primo di agosto 2018 (“China grasps rare chance to solve its Catholic problem during a unique papacy”). Il testo spiega come stiano circolando due film che si riferiscono ai rapporti storici tra Chiesa e Cina, al ruolo positivo svolto da sacerdoti cattolici in opere umanitarie e culturali in Cina, e alla figura di papa Francesco, la cui esperienza con i teologi della liberazione in America Latina è considerata importante per dialogare con la Cina comunista.

[16]  “The potential for the disastrous rise of misplaced power exists, and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes” disse Eisenhower nel suo discorso di chiusura del suo mandato presidenziale, il 17 gennaio 1961, quando denunciò il rischio crescente che il paese venisse assoggettato alla logica della produzione e dell’uso di armi.

[17]  United Nations Office on Drugs and Crime, Vienna, United Nations Convention Against Corruption” (2004).

[18]  “Mossack Fonseca: inside the firm that helps the super-rich hide their money”, The Guardian, 6 aprile 2016, in cui si spiega come i “super ricchi” (molti dei quali italiani) evadono i controlli fiscali  (sentendosi “ingiustamente perseguitati” dagli stati) e per questo usano i paradisi fiscali. Tra questi il Panama emerge come uno snodo rilevante, per esempio per europei che da lì possono riportare con falsi nomi i loro capitali in altri mercati di facile acceso, quali il Lussemburgo che, essendo in  Europa, consente loro di esercitare potere economico nel continente.

[19]  Com’è noto il protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005 e riconosciuto da 192 paesi, recepisce e rielabora la United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) e si fonda sul principio di responsabilità condivise ma in modo differenziato tra i paesi del mondo. Si tratta dell’inizio di un percorso a tappe che mira a ridurre la produzione dei “gas serra” (ovvero degli effetti dei sistemi di combustione tradizionali). Non vi partecipano solo gli Stati Uniti, il Canada, il Sud Sudan e Andorra.

Qualche esempio

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C’è da mettersi le mani nei capelli. A voler tentare di raccogliere solo alcuni esempi di corruzione che sono emersi sul proscenio della stampa nel mondo nel periodo recente (la prima metà del 2018), si scopre che praticamente ogni giorno, praticamente in ogni parte del mondo se ne trovano.

Alcuni esempi spulciando qua e là in Rete.

Domenica 9 settembre 2018, nel Corno d’Africa si stanno concretando, auspice la Cina i cui interessi economici nella regione sono sempre maggiori, accordi di stabilizzazione tra Somalia, Etiopia, Eritrea e Gibuti. L’Onu ha sanzioni economiche in corso verso l’Eritrea, accusata di sostenere guerriglieri islamisti in Somalia, nell’ambito del profilarsi degli accordi si prevede che le sanzioni saranno sollevate. Ma ecco sorgere un problema: in Eritrea vige un regime personale, Isaias Afewerki dal 1993 è ininterrottamente al potere. E viene pubblicato un libro dell’ex ministro delle Finanze eritreo Berhane Abhere Kidane, “Eritrea, il mio Paese”. L’autore accusa il perpetuo presidente eritreo di tradimento e corruzione. Ne richiede le dimissioni paventando altrimenti il rischio di una guerra civile.

Si può catalogare l’atto di accusa di Kidane come una contromossa favorita da chi vuol impedire l’estensione dell’influsso cinese in Africa. Ma questo non toglie che vi siano fatti che parlano di un regime corrotto.

Lo stesso giorno, nove di settembre 2018, compare la notizia che il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez — da poco succeduto al governo del Partido Popular di Mariano Rajoy (vedi sotto) caduto sotto il peso di scandali di corruzione — riattiva la fornitura di armi (400 bombe di precisione per 9,2 milioni di euro) all’Arabia Saudita (l’accordo era stato sospeso due giorni prima) per “salvare” la commessa di 1,8 miliardi di euro per la fornitura di cinque corvette spagnole ai sauditi. Il problema è che tutte queste armi saranno usate nella guerra per procura in corso in Yemen, tra Sauditi e Iraniani. Si potrebbe dire che ci troviamo di fronte a un caso di Realpolitik. Ma siamo sicuri che fornire armi a un paese in guerra – una guerra indiretta e non dichiarata – non abbia alcunché a che vedere con la corruzione?

In America Latina dal 2014 vari paesi sono scossi da quella che si chiama “Operazion Lava Jato”, una trama corruttiva venuta alla luce attorno all’ex presidente brasiliano Luiz Ignácio Lula da Silva, ma che si estende a diversi altri paesi. Il due settembre 2018 è stata pubblicata la notizia che il tribunale elettorale ha escluso Lula da Silva dalle prossime elezioni brasiliane; questi, divenuto presidente nel 2002 e rieletto nel 2006 (fino al 2010) condusse una politica economica di notevole importanza e grande successo per risollevare le classi più povere del paese. Ma qualche anno dopo aver lasciato il potere è stato accusato di rapporti illeciti con Petrobras per trarne vantaggi economici personali. In Perù, Ecuador, Guatemala, Argentina sono da tempo in corso simili scandali. Che almeno in parte possono essere stati pompati ad arte: ma questo avrebbe potuto avvenire se non vi fosse corruzione alla base?

In Italia, parliamo sempre del 9 settembre 2018: editoriale di Avvenire a firma di Leonardo Becchetti. “Tentazione Mugabe” ovvero di trovarsi invischiati in una situazione simile a quella riferita allo Zimbabwe, di accusare forze esterne mentre il paese stenta per problemi propri: “Si parla della ‘battaglia’ per chiedere all’Europa fondi per nuovi investimenti quando ci sono 150 miliardi già stanziati bloccati per ritardi procedurali e alcune nostre Regioni spendono meno del 5% dei fondi strutturali – scrive Becchetti — I grandi mali d’Italia sono le lentezze burocratiche, i tempi della giustizia civile, la corruzione, l’evasione e l’elusione fiscale… La macchina è ingolfata perché la qualità della pubblica amministrazione è molto peggiorata e laddove non ci sono funzionari validi le difficoltà si fanno enormi.”

Il giorno prima, 8 settembre 2018 sulle pagine dei giornali erano emersi scandali a Lecce: nove ordinanze di misura cautelare emesse insieme con 5 interdizioni e 34 avvisi di garanzia ad amministratori e impiegati pubblici per associazione per delinquere, peculato, corruzione (anche elettorale tramite voto di scambio), abuso d’ufficio, ecc… Le indagini erano cominciate nel 2013. Tutto molto classico; tra le altre cose, una donna che si sarebbe concessa a un politico per ottenere un appartamento di Edilizia residenziale pubblica. Sono notizie che passano sempre più inosservate, più tempo passa, più la corruzione è data per scontata.

In Cina nel 2012 Xi Jinping fu eletto segretario generale del PCC anche per condurre una lotta alla corruzione. Sono migliaia i quadri di partito, funzionari e imprenditori arrestati da allora. L’otto di maggio 2018 si è saputo che Sun Zhengcai, già membro del Politburo (la leadership del Partito comunista cinese) e personaggio di tale rilevanza da aver conteso a Xi la leadership del paese, è stato condannato per aver intascato 26 milioni di dollari in bustarelle. Anche qui: campagna ordita ad arte o corruzione reale? Certo la Cina non brilla per trasparenza, ma è da credere che la campagna anticorruzione sia solo strumento di lotta di potere?

Dell’inizio di luglio 2018 è la notizia della sentenza emessa da un tribunale del Pakistan, di dieci anni di carcere e una multa di 8 milioni di dollari contro l’ex primo ministro Nawaz Sharif per esportazione illecita di capitali e per il possesso di quattro appartamenti a Londra. La sentenza è stata emessa poco più di due settimane prima delle elezioni: fa parte dunque della lotta politica in corso? Chissà. Ma il fatto oggetto di condanna è vero o no?

Il 10 maggio 2018 il Sunday Times riferisce che a Città del Capo, in Sudafrica, Arno Lamoer, responsabile della polizia, è stato condannato per aver accettato denari da un imprenditore. Lamoer era stato arrestato nel 2015 con l’accusa di corruzione e riciclaggio.

Alla fine di aprile 2018 la Corte nazionale di Madrid ha chiuso un lungo processo contro diversi esponenti del Partido Popular allora al governo, per una vasta trama di corruzione chiamata “Gurtel” comminando un totale di 351 anni di carcere a 29 esponenti del partito. Denari in cambio di favori: la solita solfa. Il sistema di finanziamento dei partiti che poi in realtà diviene anche o forse soprattutto sistema di finanziamento di pochi esponenti dei partiti.

Di contro ai paesi del Sud Europa visti generalmente come corrotti, un tempo si ergeva splendente l’immagine della Germania: prona al lavoro, dedita al valore della cosa pubblica, incorrotta. Non è più così da tempo. Già il 16 marzo 2003 il quotidiano Die Welt, sosteneva che il mito della correttezza negli affari pubblici tedeschi fosse crollato: allora gli uffici della Deutsche Bahn (le ferrovie nazionali) in tutto il paese furono perquisiti dietro ordine del procuratore per contatti illeciti con lo stato di Brandenburg. Pochi anni dopo, nel 2006, Siemens, una delle maggiori società tedesche, è stata oggetto di un grosso scandalo attinente alle bustarelle erogate in diversi paesi al fine di assicurarsi contratti. I processi furono chiusi nel 2008 con multe e compensazioni per un totale di 1,8 miliardi di dollari. Più recentemente Deutsche Bank (DB), la più importante banca tedesca, come denunciato da Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italia Oggi il 18 giugno 2018 è stata trasformata nel corso degli anni Novanta “in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, «accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici»”. Così, se fino a tutti gli anni Ottanta (prima della caduta del Muro) DB era impegnata a sostenere progetti industriali, dopo si è dedicata alla speculazione pura: a cercare di fare denaro col denaro, senza compiere investimenti nell’economia reale. Che è l’essenza stessa della corruzione. A conseguenza di questo, per DB “il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro!”. Come riportano Lettieri e Raimondi, le autorità finanziarie americane hanno probabilmente cercato di approfittare della situazione “come se si volessero addebitare alla Db tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche «too big to fail», troppo grosse per fallire, in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.”.
Tutte grosse banche americane, perché certo gli USA non sono esenti da corruzione. Del resto il loro attuale presidente si è sempre vantato di essere un grande uomo di affari, avendo fatto affari in settori non precisamente produttivi ma anzi assai prossimi all’economia grigia, quali il gioco d’azzardo, la speculazione immobiliare, i concorsi di bellezza. E, come riferisce Bloomberg il 16 agosto 2018, Trump “si è rifiutato di rendere pubbliche le sue dichiarazioni fiscali, come ogni presidente ha fatto dal tempo di Gerald Ford”. Inoltre non ha messo i suoi capitali in un “blind trust”, ha usato la sua posizione per promuovere gli affari del suo nuovo hotel di Washington DC e ha introdotto nell’amministrazione della Casa Bianca sua figlia Ivanka e il di lei marito Jared Sushner. Alla faccia del nepotismo. Sono solo alcuni esempi di attività che manifestano corruzione ai massimi livelli degli Stati Uniti.

Ecco dunque quanto si trova sulla stampa tutti i giorni. Se oggi qualcuno agitasse con convinto vigore il motto “corrotti di tutto il mondo, unitevi!” probabilmente in breve metterebbe assieme la più poderosa task force mai vista nel corso della storia.