Nelle pagine seguenti presentiamo due punti di vista in parte divergenti: la politica e la storia non sono mai oggettive, sono sempre tinte di soggettività.

Tatiana Yugay mette in risalto come il problema della corruzione sia usato per destabilizzare paesi verso i quali si hanno mire di potere: si riferisce ovviamente al mondo anglosassone e alle manovre condotte (v. in Italia con “Mani Pulite”) per destabilizzare governi e favorire l’incremento di potere finanziario di compagnie multinazionali. Come dire, chi denuncia la corruzione lo fa in modo strumentale. La lotta alla corruzione è vista in prevalenza come nuova frontiera della politica di destabilizzazione.

Leonardo Servadio parte dal presupposto che nel mondo post ideologico colpito dalla crisi finanziaria globale, le rivolte crescenti contro governanti e imprenditori corrotti e corruttori possa dar luogo a un miglioramento nei rapporti internazionali, e ritiene sia il caso di considerare corrotte anzitutto tutte le pratiche che conducono alle crisi finanziarie. La lotta alla corruzione è vista come nuova frontiera di una globalizzazione che sia ricondotta entro i binari della giustizia sociale.

Nel complesso, non si parte dal presupposto che la corruzione sia risolvibile. Si pone il problema di considerarla nella sua complessità. Essa ha sempre accompagnato la storia, esattamente come il problema della violenza.

È così che sono i problemi veri: tendenzialmente insolubili – se fossero solubili, non sarebbero problemi, o lo sarebbero di minore importanza. Tanto più insolubili perché per la corruzione vale, come per qualsiasi azione o opera umana, il principio di indeterminazione:  l’azione stessa con cui il fenomeno è compreso, interpretato o contrastato incide su di esso e lo modifica in modo tale che esso ne resta mutato, nelle forme o nelle dimensioni: diverso da quel che era all’inizio dell’opera di indagine o di contrasto. Per dire, riprendendo quel che accadde con Mani Pulite: quando l’operazione cominciò si poteva supporre che avrebbe portato almeno a ridurre il grado di corruzione diffuso. Risultò che invece a pochi anni di distanza la corruzione era forse più diffusa e ampia di prima: come se il Paese – che peraltro era già ben cosciente della corruzione esistente – avesse inteso che se qualcuno vuol essere “qualcuno”, non può evitare di corrompere o essere corrotto.

Quanto sia difficile distinguere il grano dal loglio quando ci si inoltra su questo terreno, è evidenziato dal caso di Enrico Mattei. Che è stato il maggiore, o uno dei maggiori esponenti e promotori del periodo di rinascita dell’Italia dopo il disastro della seconda guerra mondiale. Mattei ha consentito all’Italia di ottenere fonti di energia proprie sulla cui base ammodernarsi e riaffermarsi pur dopo la distruzione e la frustrazione del conflitto. Ha offerto ai paesi produttori di petrolio contratti vantaggiosi tanto per loro quanto per l’Italia (un approccio oggi chiamato “win win”: vinci tu e vinco anch’io, e promosso in particolare dalla Cina), offrendo tecnologia in cambio di materie prime, cosa che non facevano le grandi compagnie, le “sette sorelle”, che brandivano il petrolio come arma di potere entro una logica puramente speculativa. Ha promosso autentico sviluppo economico in Italia e in paesi come Algeria, Iran, Tunisia: Mattei fu un grande personaggio della politica nazionale e internazionale. Com’è noto, fu ucciso in un incidente aereo: è opinione diffusa che si sia trattato di assassinio commissionato dalle “sette sorelle” e ordito con un sabotaggio dell’aereo compiuto dalla mafia siciliana. Mafia che peraltro era stata usata esattamente vent’anni prima dagli angloamericani quando sbarcarono in Sicilia per cominciare la risalita della penisola e battere il nazifascismo.

Nel caso di Enrico Mattei si contempla tutta la complessità dell’intreccio tra politica, economia, corruzione. Mattei per perseguire i suoi obiettivi corrompeva i partiti: diceva di usarli “come un taxi”. Ma rese l’Italia all’indipendenza sul piano energetico, cosa che è la base dell’economia industriale. Che fosse un corruttore fu denunciato in particolare da Indro Montanelli, oggi universalmente riconosciuto come grandissimo giornalista. Come riferisce un libro del 2016, “Colonia Italia”, di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino, scritto anche sulla base di documenti desegretati dei servizi segreti britannici, Montanelli era stato incaricato di scrivere contro Mattei nel 1962 (pochi mesi prima dell’uccisione di questo) da Alfio Russo, all’epoca direttore del Corriere della Sera. In perfetta coincidenza con la politica britannica, il Corriere e Montanelli presentarono colui che era stato uno dei principali autori della rinascita italiana, come un corrotto assetato di potere. Perché? perché non sottostava al giogo della politica del petrolio angloamericana. Fu informazione quella di Montanelli e del Corriere, o fu manipolazione motivata da collusioni esterne?

Ci fu bensì corruzione nell’azione di Mattei, ma finalizzata al benessere dell’Italia. E c’è evidentemente un’altra opera corruttiva in chi lo accusa strumentalmente di corruzione. O non v’è corruzione in quei giornali che ordiscono campagne propagandistiche, magari facendosi forti di documenti giunti da servizi di intelligence? Corruzione contro corruzione. C’è differenza tra questi due tipi di corruzione?

Mattei fece l’interesse di molti paesi oltre che dell’Italia. Altri corrotti che contro di lui hanno agito, hanno compiuto un’operazione di guerra  nascosta lesiva degli interessi nazionali. Chi è più corrotto in questi intrecci di vicende?

Sarebbe importante che vi fosse un’autorità esterna a giudicare. E, ove si concretasse efficacemente nell’ONU, quali criteri potrebbe usare per esprimere un giudizio? Che siano difesi gli interessi propri delle popolazioni. Ma come si definiscono gli interessi delle popolazioni? La questione è tanto più difficile, quando tali interessi sono intesi dalle popolazioni stesse in modi viziati da interventi demagogici: o qualcuno pensa che ci si trovi con popoli di anime belle guidati da orde di politici corrotti, e che il populismo da cui ci si sente investiti in questi ultimi anni sia precipitato su questo pianeta da altezze siderali?

Non c’è una soluzione definitiva al problema della corruzione. Ma neppure possiamo accettarla come un fatto naturale, anche se sembra consustanziale con l’essere umano. Anche la violenza sembra consustanziale. Il primo assassinio fu quello di Caino contro Abele: si confonde nel mito alle origini delle civiltà. Questo non ci impedisce di ergerci contro l’assassinio.

Allo stesso modo non possiamo evitare di combattere la corruzione. Anzi, dobbiamo far sì che siano sempre più grandi le ondate di coloro che si ribellano. Alla fine, auspichiamo un processo che consenta la crescita della coscienza dei popoli. Che il rifiuto della corruzione divenga sempre più un fatto di cultura collettiva.

Questa prospettiva si presenta oggi necessaria e plausibile, perché diffusa a livello globale è la coscienza dell’esistenza della corruzione e dei danni che questa arreca.

Un esempio: in un articolo pubblicato da The Atlantic il 22 agosto 2018 col titolo “Washington is turning into Moskow” (Washington diventa come Mosca) Ben Judah descrive come la corruzione diffusa in Russia, nella forma di gruppi di potere che operano ai margini delle istituzioni elettive, in questi anni recenti fosse ben visibile anche nella capitale statunitense. L’intento di Judah è evidente: screditare l’amministrazione Trump. Ma quel che scrive è vero o falso?

L’ondata di rivolte anti-establilshment concretatesi un po’ ovunque dimostra che la sua percezione è ampiamente condivisa, e non riguarda solo Mosca e Washington, ma un po’ tutti i paesi. Da un lato ci sono le istituzioni legittime, dall’altro lato un potere reale che si insinua tra le maglie di tali istituzioni e prescinde dalla legittimità. Se così non fosse non ci troveremmo in un mondo in cui nelle mani di una percentuale infima della popolazione (uno percento secondo Oxfam) si è accumulata oltre la metà della ricchezza esistente e tale proporzione va crescendo nel tempo.

Di qua la legge e le istituzioni che la rappresentano, di là il potere reale che delle regole si infischia o che vive secondo regole proprie. Una situazione che a livello globale ricorda molto da vicino quella che si concreta là dove le varie organizzazioni di stampo mafioso esercitano il loro potere al di là e a prescindere dall’assetto istituzionale esistente.

I magistrati del pool antimafia di Palermo compresero che la lotta al cancro mafioso, che era inserito nelle maglie dello stato oltre che radicato nella società, non poteva avere efficacia se si fosse limitata solo all’opera repressiva. Ci voleva un più vasto impegno volto a risvegliare le coscienze, attraverso l’informazione, il dibattito, la cultura. Il coinvolgimento della gente. E non a caso promossero interventi nelle scuole per spiegare ai ragazzi che cosa fossero le mafie in tutte le loro manifestazioni e quali effetti nefasti portassero alla società nel suo complesso.

Lo stesso va fatto per la corruzione. È insita nelle usanze e nei costumi di tanti paesi, di tanti politici, di tante persone, di tanti votanti. Bisogna, mentre la si contrasta con la forza della legge – una forza che è particolarmente disarmata al livello internazionale, nel quale si manifestano i maggiori fatti corruttivi composti da trame di traffici illeciti – che si miri a educare una coscienza fondata sulla consapevolezza che un’azione corrotta si presta sempre a dar luogo ad altri momenti corruttivi.

Alla crescita di tale coscienza sono dedicate queste pagine, nell’auspicio che la  lotta alla corruzione, in tutte le sue manifestazioni, divenga una “nuova frontiera” per conquistare nuovi traguardi nel faticoso e incerto cammino della civiltà.

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