2. Margini. Dopo lo sprawl, l’evoluzione dello spazio urbano

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Giancarlo Marzorati, Marco Romano, Gianni Verga

Atti del primo incontro nell’ambito dell’evento Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio. Giancarlo Marzorati e i progetti per l’accoglienza, il benessere, la cultura”

Mercoledì 8 maggio: Dopo lo sprawl: nuovi limiti, nuove identità. L’evoluzione dello spazio urbano

Ha accolto i partecipanti Luca Montani, direttore della Comunicazione di MM (l’Azienda che gestisce la rete idrica milanese):

Costruita nel 1906, in concomitanza con l’Expo di Milano, la Centrale dell’Acqua è rimasta in funzione sino agli anni Ottanta. Dal 4 luglio dell’anno scorso è stata musealizzata e viene visitata da decine di scolaresche perché consente di apprezzare come funzionava il sistema di pompaggio e distribuzione dell’acqua in città e, più in generale, di conoscere il vasto, globale ciclo dell’acqua: quel che si può considerare il motore della biosfera.

Luca Montani

Ma la Centrale dell’Acqua è diventata anche luogo aperto ad incontri ed esposizioni, un’occasione che MM offre alla città per conoscere meglio la sua storia, e per continuare a viverla nel segno di una cultura condivisa.

Leonardo Servadio, giornalista: 

Constantinos Dioxadis già a metà degli anni Sessanta notava che il mondo stava trasformandosi in una ecumenopoli (città globale) e che già si era costituita in Europa una eperopoli (città-continente). Oggi il fenomeno è molto più ampio e da tempo sono stati cancellati i confini tra nuclei urbani. Il che è evidente in quelle che erano le aree periurbane di Milano: i brani di campagna che un tempo si distendevano tra questa città e i centri urbani vicini sono inglobati entro un ambiente totalmente urbanizzato.

L’apertura della mostra, incontro sullo sprawl urbano. Intervento di Leonardo Servadio.

Lo stesso è avvenuto tra Parigi, Londra e Copenaghen, lungo tutto l’arco ligure e la Costa Azzurra, così come nella East Coast statunitense tra Boston e Washington, ecc. Si pone dunque il problema se, ed eventualmente come, recuperare segni che indichino il passaggio tra una città e l’altra nella continuità del costruito. “La mega città è inevitabile scrisse Dioxadis nel 1970 – e la qualità della vita al suo interno è cattiva. Dal momento che è un fenomeno ineludibile, l’unica soluzione è migliorarla“: ma come farlo?

Marco Romano, urbanista e professore di Estetica della città:

Chiariamo in primo luogo che non v’è un problema di identità urbana. Non sono le città a essere dotate di identità infatti, ma le persone e solo le persone. Queste si definiscono come cittadini, poiché dispongono di una dimora registrata in un contesto urbano e dispongono in questo di un indirizzo. E le persone si ritrovano in spazi pubblici, anzitutto nelle strade, che non sono tutte uguali. Ci sono quelle più povere e quelle più ricche, quelle più eleganti e quelle meno eleganti. Ma in tutte c’è una ricerca di bellezza e decoro, anzitutto nelle facciate.

Da destra a sinistra: Marco Romano, Giancarlo Marzorati, Domenico Tripodi

Così come tutte le donne, a prescindere dal ceto di appartenenza, amano vestirsi al meglio delle loro possibilità. Anche le contadine in pieno Medio Evo si cucivano vestiti di pregio: e così amavano godere della bellezza, e sfoggiarla. Allo stesso modo le strade a loro volta sono state rivestite, ovunque esse siano, di caratteri che esprimono questa ricerca di bellezza: ed è qui che si ritrova il gusto delle comunità locali. Nei temi collettivi che innervano le città di molteplici individualità.

Nelle altre grandi città occidentali l’età d’oro dei grattacieli è stata attorno agli anni ’30. A Milano è ora, perché questa città si è sempre mossa in modo circospetto e di conserva, quindi in ritardo. Le facciate dei palazzi non sono splendide, come a Firenze; splendide sono invece, entro quei palazzi, le dimore e i cortili. Eppure la città ha avuto cent’anni fa l’occasione per diventare tra le più belle d’Europa, quando il piano regolatore stilato alla fine dell’800 da Cesare Beruto ha ripreso il programma di Bonvesin della Riva, di mantenere la città perfettamente circolare con al centro il palazzo del Broletto pur circondandola con quanto l’avrebbe resa più bella alla fine di quel secolo, una triplice cerchia di boulevard, larghi 30, 40, 50 metri, che la cingono come una collana preziosa, intervallata dai larghi viali alberati che la legano alla campagna, da viale Monza a corso Lodi – ma soprattutto da passeggiate cospicue come viale Argonne o corso Sempione, larghe 90 metri come gli Champs Elysées a Parigi, e scandite da sequenze di passeggiate minori come via Morgagni e via Melloni e di square verdi uno di seguito all’altro come piazza Martini e piazza Insubria, come la grande croce intorno a piazza Libia, come poi il parco Sempione nella parte nord… sentiti dai cittadini come spazi che rispecchiano la loro dignità, dunque fatti propri dagli abitanti, fuori dalla gelosa chiusura del proprio “particulare”. Ancor oggi, se fosse ripreso, consentirebbe a Milano di porsi al pari di metropoli quali Barcellona o Berlino, tanto lodate per le loro più recenti trasformazioni. Prima vanno studiati i viali e le piazze, le chiese, le biblioteche e i musei; solo dopo gli altri edifici possono trovare un’adeguata collocazione. 

Joseph Di Pasquale, urban designer:

Ogni volta che mi capita di intervenire in un convegno succede sempre la stessa cosa, e cioè che mi preparo tutto un percorso mentale per il mio discorso ma poi sento quelli che parlano prima di me e mi viene voglia di cambiare tutto. Anche questa volta è successo lo stesso e i concetti che ha proposto il prof. Romano mi hanno scombussolato tutta la scaletta che adesso ho voglia di invertire partendo da quella che all’inizio era per me la fine.

L’intervento di Joseph Di Pasquale.

Prima però vorrei dire che quando qualche settimana fa sono stato a trovare Giancarlo nel suo studio per condividere una colomba pasquale, mi ha regalato questo piccolo meraviglioso libricino 1 che raccoglie alcune sue architetture, pensieri e scritti critici sul suo lavoro che ho avidamente letto e dal quale ho tratto spunti e parole chiave per questa chiacchierata. Punti che mi trovo come dicevo poco fa a dover riorganizzare.

Il nuovo punto di partenza è il concetto che ci ha raccontato il prof. Romano quando ha detto che l’identità riguarda esclusivamente le persone e non le città. Condivido profondamente questa idea e anch’io penso che non esiste un’identità delle città ma solo l’identità dei cittadini che si riconoscono in quella città. Questo mi spinge a parlare di un’opera di Giancarlo che io considero in assoluto la sua più interessante e stimolante intellettualmente, e che è qui esposta anche in questa mostra: la torre Pluralista. Innanzitutto a partire dal nome, che a mio avviso già di per sé potrebbe perfettamente essere il frutto dell’intelligenza narrativa di un Giorgio Gaber. Trovo che l’idea generatrice della torre pluralista vada esattamente nella direzione che intendeva il professor Romano e cioè quella di immaginare un’architettura che sia l’insieme delle identità di ciascun singolo individuo che vive nell’edificio nel quale ogni piano appunto è diverso dagli altri perché è il frutto dell’interscambio specifico e singolare di quello specifico abitante con l’architetto. Questa figurazione ad un tempo unitaria e composita, o se volgiamo unitaria proprio perché composita, sia una traccia di lavoro importante che Giancarlo ci indica e che io personalmente sento molto forte come stimolo di lavoro e di ricerca.

A questo proposito, proseguendo nel percorso riorganizzato di quanto volevo dirvi, vorrei citare un passaggio che ho trovato sempre in questo libricino tratto dal commento critico del curatore: “Marzorati sboccia alla libertà progettuale entro un universo in cui la tendenza all’uniformità è già stata superata, ma la cultura del rispetto del singolo entro un quadro di armonia sociale ancora non è stato definito”. Mi pare che queste parole siano la perfetta definizione della criticità identitaria (sempre riferita al rapporto tra persone e città) nel tentativo di rispondere al tema che ci è proposto per il dialogo di questa sera: dopo lo spraw… e io aggiungo: che fare?

Ovviamente esiste un dato strutturale che ha generato l’esplosione delle città così come le abbiamo viste nelle immagini notturne dal satellite presentate in apertura di questa serata. Il genere umano ci ha messo diecimila anni per passare dal primo homo sapiens ad un miliardo di persone all’inizio del XIX secolo, e poi solo poco più di duecento anni per passare da un miliardo di persone a sette miliardi. Questo ci racconta da un lato di un grande successo della nostra specie, migliori condizioni di vita, incremento esponenziale della produzione agricola, enormi progressi nella medicina e nella cura delle malattie. Ma dall’altro ci porta a considerare appunto gli squilibri e le problematiche connesse a questa crescita senza precedenti nella storia dell’umanità e direi nella storia delle specie viventi. Ogni volta che penso a come il genere umano che costruisce le sue città per analogia penso ad altri esseri viventi che fanno la stessa cosa: le formiche, le api, le termiti etc. e mi sono spesso domandato se all’interno di queste comunità viventi, tra le api operaie ad esempio, non ci siano anche delle “api architetto” preposte a governare e a dare le direttive per la costruzione dell’alveare, che potremmo definire come un “edificio città”, un unico organismo ad un tempo architettonico ed urbano. In realtà non credo che esistano delle “api architetto”, penso invece che tutte le api abbiamo come inscritto nel loro DNA anche il progetto del loro edificio-città come corrispettivo spaziale della loro strutturazione sociale e comunitaria, e che quindi abbiano sviluppato nel tempo un saper fare condiviso che è diventato un patrimonio collettivo nel quale tutte le api si riconoscono istintivamente.

La stessa cosa è successa anche per il genere umano che per migliaia di anni è andato avanti elaborando, perfezionando e costruendo un’idea condivisa di città che corrispondeva in qualche modo al DNA urbano e sociale iscritto nella coscienza profonda di ciascun essere umano. Poi ad un certo punto è arrivata la “follia del razionalismo”. Uso intenzionalmente il contrasto tra le due parole “follia” e “razionalismo” per evidenziare quanto è successo alle origini dell’esplosione urbana successiva alla seconda guerra mondiale quando appunto abbiamo assistito ad un rapido estendersi del costruito ma anche però rispetto al passato non è più stato capace di generare città. E’ vero come abbiamo detto che l’identità non delle città ma delle persone che si identificano nelle città, ma perché questo possa avvenire la città deve esserci, e invece abbiamo avuto del territorio consumato e costruito ma senza più generazione città. La città “storica” sembrava morta e con essa l’idea stessa di città. Ma era un omicidio premeditato perché questa enorme espansione del costruito seguiva appunto la “follia del razionalismo”. Essa ha generato dei non luoghi che hanno generato non persone insieme a tutti i conseguenti disagi sociali che ben conosciamo.

A questo proposito vengo ad un altro spunto che ci ha dato il professor Romano quando ci ha raccontato che uscendo dalla propria casa una volta ci si trovava una strada, oggi invece nei quartieri di periferia quando si esce si trova un prato e non c’è più quindi la visibilità pubblica del proprio “abitare”, ruolo che “le facciate” avevano sempre avuto nel rappresentare l’identità dei singoli come frontiera identitaria costruita tra spazio privato e spazio pubblico. Anni fa ho scritto un articolo che si intitolava appunto “faccia e facciata” 2 denunciando come l’architettura razionalista avesse mancato di interpretare proprio questo ruolo di interfaccia fisica e simbolica del rapporto tra edificio e strada come rappresentazione della comunità come insieme di identità individuali.

Ma qual è l’origine di questa incapacità? A mio parere non è affatto il frutto di una mancanza di pianificazione, ma al contrario è la conseguenza diretta di una precisa elaborazione teorica sviluppata appunto da chi ha pensato di poter ridurre la città ad un mero fatto razionale, tecnico e numerico riducendo tutto ad aria, luce, standard, distanze, misure, e concetti come l’existent minimum, gli standard etc. etc. Questa è la follia del razionalismo. E non ho nessun problema a dire che l’urbanistica razionalista di quegli anni equivale ad un’arma di distruzione di massa che ha generato disastri incalcolabili dal punto di vista sociale. Questo mi porta e definire provocatoriamente i campioni di questa ideologia urbanistica, con in testa Le Corbusier, dei veri e propri criminali urbanistici ai quali imputo la paternità intellettuale e culturale del disastro ambientale e soprattutto sociale che si è perpetrato col diffondersi dell’”edilizia aperta” e dello sprawl come patologia urbana cronica ed endemica e li accuso pubblicamente di tentato omicidio storico premeditato nei confronti della città !

Dico questo perché è bene ricordare che in tutti i fenomeni che sono connessi al costruito e alla città e all’architettura non esiste mai nulla di spontaneo ma c’è sempre un pensiero e un discorso che ne è l’origine prima. E sta a noi definire che questo discorso sia per il bene della città. Come lo stesso Giancarlo dice infatti “La parola è prima di qualunque idea: senza comunicazione non c’è rappresentazione, non c’è concetto”. Io credo che questo sia esattamente il centro del discorso per capire sia come lo sprawl si è originato e sia come sia possibile fare in modo che torni ad esprimete l’enorme potenziale di figurazione urbana che è intrappolato da decenni e che risiede inespresso nelle persone che lo abitano e che ne vivono da generazioni ormai i disagi e le criticità.

Vorrei concludere questo primo intervento con un’ultima citazione dal libro che mi ha regalato Giancarlo. In questo caso si tratta della dedica che mi ha voluto riservare nel regalarmelo riferendosi a me come a  “un amico col quale condivido il piacere del bello”. Ecco forse questo piacere del bello è proprio la cifra professionale e umana della ricerca con la quale Giancarlo fa emergere quella città potenziale e che nelle sue architetture ci racconta come esplicita piacevolezza del suo disegnare, del suo progettare e del suo costruire.

1 Leonardo Servadio “Giancarlo Marzorati, oltre la forma” (Milano 2009)

2 Joseph di Pasquale “Faccia e facciata” (in: Studi Cattolici n 600, febbraio 2011)

Alfredo Spaggiari, achitetto, responsabile Urban Center di Milano:

Nella nostra attività di promozione della cultura urbana ci siamo occupati più volte, attraverso mostre e dibattiti, del tema della periferie e dei loro cambiamenti. Penso per esempio alla mostra “Borders” svolta nel 2012 in collaborazione col Politecnico di Milano. In ogni caso è emerso il problema del rapporto tra costruito e verde urbano. Un problema sentito da chiunque, in particolare a partire dagli anni Sessanta del ‘900, quando Milano conobbe le sue più imponenti espansioni e l’irrompere della cementificazione ha generato nostalgia per le periferie verdi di prati, come ve n’erano un tempo. Si ricordi la nota canzone in cui Celentano celebra la sua Via Gluck. Con toni fortemente nostalgici vi si pone l’alternativa tra verde e cemento: il termine “città” (declinato anche come cemento e asfalto) è citato cinque volte, il termine “verde” (declinato anche come prati ed erba) è citato nove volte. Va bene quindi la città: ma la si vuole verde. E non a caso oggi vediamo i più recenti interventi urbani, Citylife e il Progetto Porta Nuova, che si incardinano in una ricerca di armonizzazione tra i due termini: il verde e il costruito. E ovunque si costruisce qualcosa di nuovo si aprono anche nuovi spazi verdi.

L’intervento di Alfredo Spaggiari.

Tra le molte canzoni scritte su Milano, quella di Lucio Dalla Milano tre milioni / Respiro di un polmone solo” offre ancor oggi interessanti spunti di riflessione. “Milano vicino all’Europa” esordiva nel 1979 la canzone. Ed è vero. Negli ultimi anni Milano è diventata una città internazionale e, al di là degli stereotipi, con nuovi progetti, nuovi luoghi identitari della cultura, del design e della moda, il cambio di passo c’è stato. Milano storicamente è fatta di cerchi concentrici chiamati Navigli, mura spagnole e circonvallazione. Nella città odierna per descrivere gli anelli sono state create nuove funzioni e connotazioni: area C, area B e tangenziali. Ogni cerchia si è sviluppata ed estesa in maniera omogenea. La città, nella sua definizione archetipica, è un recinto che contiene pieni e vuoti, edifici e spazi comuni. A partire dal nuovo millennio Milano è protagonista di un rinascimento urbano che ha cambiato notevolmente il suo volto e la sua vita. A renderla migliore sono state due cose: la prima è che alle persone, dopo anni, è venuta voglia di conoscere e scoprire la propria identità urbana; la seconda è che la città non ha più un solo centro, ma ha moltiplicato i suoi punti cardinali e, quindi, assomiglia meno al modello di città monocentrica. Nella competizione globale tra metropoli, si presenta offrendo un modello composto di quartieri e luoghi che si rigenerano. Gli attuali scenari di cambiamento ci descrivono una città che prova ad accorciare i tempi del divenire futuro. Gli scali ferroviari, il Parco metropolitano, la riapertura dei Navigli, la valorizzazione delle piazze e dello spazio pubblico: con tutti questi temi di sviluppo urbano, Milano sarà in grado di continuare a respirare con un polmone solo?

Enrico Zio, docente al Politecnico di Milano e Presidente di Alumni Polimi:

L’università, da sempre, costituisce un luogo d’avanguardia e sperimentazione, capace di intercettare le ragioni dell’innovazione, la solidità della conoscenza e l’appartenenza alla nobile categoria dei luoghi per la cultura.

A Milano i principali poli universitari non solo risultano essere parte integrante del tessuto connettivo e sociale della città, bensì si configurano spesso come veri e propri quartieri e reti attive: parti di città con ritmi di vita e di fruizione legati al suo essere animata da utenti portatori di una loro specificità.

Enrico Zio.

Quella del Politecnico di Milano e della città di Milano sono due storie intrecciate, sia dal punto di vista diretto, se si vanno a considerare le parti di città che il Politecnico con la presenza dei suoi Campus ha trasformato, implementato e modernizzato, sia in modo indiretto, attraverso le competenze tecniche, le figure, le professionalità che il Politecnico ha messo in campo nei principali progetti di espansione e rigenerazione urbana della Milano che conosciamo.

Radicato nel territorio e cosmopolita, se c’è un’istituzione che rappresenta Milano è il Politecnico.”, così si è espresso un giornalista a favore della nostra Istituzione in occasione di un’intervista al rettore, e credo che non si possano usare parole migliori.

Il Politecnico e i suoi spazi: da campus di periferia a laboratorio urbanistico

Città Studi, quartier generale del Politecnico di Milano, rappresenta una porzione importante del sistema urbano milanese, sia per il suo ruolo attuale sia per la significatività della sua evoluzione parallela agli sviluppi della città di Milano.

Era il 1915 quando veniva posta la prima pietra della “Città degli Studi”, in seguito alla proposta del suo inserimento della cittadella nel piano regolatore Pavia-Masera del 1912. Al termine della prima guerra mondiale Milano si sviluppa velocemente, in funzione del piano urbanistico “Cesare Albertini” che promuove un’espansione della città verso le periferie: “Città Studi” diviene così un quartiere della città consolidata.

In poco più di cento anni la città nella città è andata espandendosi e modificandosi, con la firma di diversi architetti e pianificatori di fama nazionale e internazionale. Inizialmente pianificata come la “città dei recinti”, dove i padiglioni universitari si sono costruiti poco curando il rapporto con la città, fin dagli anni Cinquanta e Sessanta la Città degli Studi ha cercato le modalità e gli equilibri per la sua espansione, in relazione spesso conflittuale con la maglia urbana e la pianificazione della città circostante.

Il Politecnico di Milano, in particolare, è divenuto negli anni il principale attore urbano coinvolto nella modificazione del quartiere, e mostra ancora oggi una rappresentazione a scala ridotta della città e dei suoi paradigmi: la cultura delle differenze nella loro sovrapposizione storica e culturale. Un “laboratorio” urbanistico, architettonico e tecnologico dove produrre una nuova cultura del pensiero che, specularmente, contribuisce allo sviluppo culturale, economico e sociale della città.

Nel 1989 il Politecnico inaugura il nuovo Campus a Milano Bovisa, con il successivo avvio dei corsi della Facoltà di Architettura e di Design in via Durando. Si apre così un capitolo di storia che vede l’università politecnica sempre più “territoriale” e a rete, e che diviene nuovamente protagonista della rigenerazione di un quartiere periferico, la Bovisa, che vedrà nella presenza del Politecnico il suo principale motore di sviluppo.

L’influenza dell’Istituto Politecnico non si limita solamente alla configurazione e progressivo ammodernamento dei suoi propri campus, ma coinvolge, particolarmente negli ultimi anni, le principali aree pubbliche in relazione ad essi, andando a ridonare alla cittadinanza parti della città degradate, polmoni verdi riqualificati come Piazza Leonardo da Vinci, infrastrutture ripensate come nel caso del rapporto con la ferrovia a Bovisa. Dove il Campus Politecnico si intreccia con la città consolidata, la sua presenza va a qualificarne gli spazi.

Il Politecnico e le sue menti nello sviluppo della città moderna

Doveroso è inoltre parlare della rete di professionisti e tecnici che hanno realmente trasformato, con le loro idee, i loro progetti e il loro contributo il volto della città di Milano.

Particolarmente proficuo è da considerarsi il rapporto tra il Politecnico e la configurazione della città nel primo dopoguerra, dove la quasi totale sovrapposizione tra i professionisti impegnati nella costruzione della città moderna e il mondo accademico e della cultura, ha portato alla creazione delle più importanti opere di architettura e ingegneria della Milano moderna a firma politecnica.

I massimi esponenti dell’architettura moderna milanese, sono tutti, seppur con alcuni dissapori, laureati e spesso docenti del Politecnico di Milano, e ci hanno lasciato gli edifici che ancora oggi consideriamo simboli della città come la Torre Velasca e il Grattacielo Pirelli, o la grande operazione sull’area ex Pirelli della Bicocca.

La storia di Triennale, divenuta oggi un vero e proprio centro per l’innovazione e la creatività, si lega inoltre al Politecnico, a partire dalla figura Piero Bottoni e il disegno del QT8 fino all’attuale presidenza Boeri.

Il Politecnico nello sviluppo dei grandi episodi urbanistici dell’ultimo ventennio

Anche nel momento in cui lo stretto nesso tra mondo professionale e mondo accademico pare essere venuto meno, numerose sono state le opere di ingegneria, di architettura e di urbanistica, i brevetti, i progetti e le visioni in cui i tecnici e i docenti del Politecnico di Milano si sono cimentati per la città, non ultima la consulenza alla Veneranda Fabbrica del Duomo, che da anni si impegna a implementare il restauro della Cattedrale di Milano.

Nell’ultimo ventennio, in particolare, il Politecnico si vede partecipe a tutte le più grandi trasformazioni della città, come supporto all’amministrazione comunale nella stesura dei Piani Integrati in Intervento, e nella progettazione di grandi opere che, come nel secondo dopoguerra, segnano l’identità della città e sono a firma politecnica.

Tra i numerosi, si citano gli studi a supporto dei piani urbanistici che hanno dato il volto alla Milano contemporanea: il piano Garibaldi-Repubblica, il piano per le Aree ex Falck di Sesto San Giovanni, il piano per l’area CityLife (dove il contributo politecnico è stato nella prima fase di stesura del concorso) e per l’area Expo 2015.

Se si considerano, inoltre, le più recenti trasformazioni dei quartieri Rogoredo e Santa Giulia, e l’area di Casina Merlata, non si può non notare la determinante presenza di progettisti politecnici.

Negli ultimi anni, sempre più numerosi sono i rapporti tra Amministrazione Comunale e Politecnico, il quale si considera parte integrante di una delle fasi più vitali della storia della città di Milano, come ha raccontato il rettore Ferruccio Resta a un’anno dal suo inizio di mandato.

Dal 2014 La Scuola di Architettura e Società del Politecnico ha messo a punto in collaborazione con l’Assessorato all’Urbanistica, Edilizia Privata, Agricoltura del Comune di Milano, il progetto didattico e di ricerca dal titolo “Ri-formare Milano – Progetti per le aree e gli edifici in stato di degrado e abbandono” che ha come oggetto i fenomeni di dismissione, sottoutilizzo, abbandono di edifici e aree milanesi.

Il programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano (Polisocial), inoltre, da qualche anno lavora sull’apertura di spazi fisici in alcuni quartieri della città di Milano, supportando operazioni di rigenerazione urbana e co-progettazione con le realtà locali, promuovendone attività e progettualità. Il programma intende mettere l’università a stretto contatto con le dinamiche dei cambiamenti della società, estendendo la missione dell’Ateneo verso temi e bisogni sociali che nascono dal territorio, sia a livello locale che globale.

Ultimi, in ordine cronologico, sono le grandi operazioni urbane in cui il Politecnico si vede coinvolto: il ragionamento sugli Scali ferroviari milanesi, che ha visto due dei cinque scenari presentati da docenti e progettisti politecnici (Stefano Boeri e Cino Zucchi) il progetto Navigli, che vede il coordinamento scientifico nella persona di Antonello Boatti, anch’egli professore di urbanistica al Politecnico di Milano.

Guardare a tutte queste trasformazioni, episodi e progettualità, porta alla riflessione su come l’identità della città di Milano e quella del Politecnico sono legate e rafforzate nel mutare delle epoche, delle esigenze, degli stili, dove la nostra Istituzione ha spesso contribuito alla crescita della città moderna e contemporanea. Oggi, dove la città è ormai consolidata in quasi tutte le sue parti e che l’epoca delle grandi edificazioni pare essersi conclusa, il Politecnico aiuta a guardare a una città più vivibile, più sostenibile, dove anche gli interventi sul costruito raccontino l’identità milanese e dove Milano sia sempre più unica, ma sempre più in relazione con il territorio, con il paesaggio che ne delimita i limiti urbani e con le reti dell’intera città metropolitana.

Gianni Verga, presidente, Collegio Ingegneri e Architetti di Milano:

Milano è “luogo di luoghi”, insieme di borghi un tempo indipendenti che son diventati quartieri cittadini in varie fasi: all’epoca dell’Unità d’Italia e nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale, così che pur nello sprawl vi sono tanti luoghi che conservano la loro riconoscibilità – per non dire identità – nelle piazze e nelle tante architetture simboliche che li segnano. Si può dire che vi siano caratteri che distinguono specifiche zone: penso solo a Bollate, Comune della cintura milanese in cui si contano 6 distinte frazioni, ognuna dotata di caratteristiche proprie. Milano è un’aggregazione urbana, così come un’aggregazione umana. Una città composta da tanti immigrati che nel tempo hanno contribuito a renderla quel che oggi è. Si pensi solo ai Martinitt, istituto per ragazzi senza famiglia: sono noti con questo nome perché sono stati fondati presso la chiesa di San Martino da un personaggio venuto dal Veneto: san Girolamo Emiliani, che giunse apposta a Milano nel 1528. E lo stesso vescovo Amborgio, di cui Milano va fiera, venne qui come immigrato. Sta in questo la grandezza di Milano: oggi ancora è capace di accogliere persone da ogni parte del mondo.

Gianni Verga.

Si sono create nuove centralità anche nelle zone un tempo più marginali, soprattutto attorno ai plessi delle scuole dell’obbligo: elementari, medie e in molti casi anche materne. Il fenomeno è stato rilevato già oltre una decina di anni addietro grazie alle analisi sui servizi urbani. Si è visto che là dove si raccoglie una cospicua percentuale di cittadini di origine non italiana, la prima e più importante fase di integrazione avviene proprio attraverso le scuole: i figli dei migranti entrano in contatto con altri giovani, e questo aiuta le famiglie ad avvicinarsi ai nostri modi di vivere e alla cultura italiana. L’integrazione passa innanzitutto attraverso l’educazione dei figli dei nuovi arrivati. È un fenomeno di grande rilevanza urbanistica, sociale e umana, che rivela quanto importante sia la cultura per la vita delle città.

Entro un contesto urbano capace di accogliere proprio perché è vera città. Come lo è Sesto San Giovanni: era un non-luogo di fabbriche e, proprio grazie alla sensibilità di un architetto come Giancarlo Marzorati, coi suoi tanti progetti, è diventata luogo ospitale. È proprio questa capacità di trasformarsi e di aprirsi che fa dell’area urbana di Milano una grande città di caratura europea.

 

A conclusione dell’incontro è intervenuta dal pubblico Paola Maestroni per illustrare alcune opere realizzate dell’associazione Animum Ludendo Coles con la partecipazione di bambini delle scuole d’infanzia e primarie, e con la collaborazione di giovani di istituti d’arte, ma anche del Politenico di Milano e dell’Università di Scienze dell’educazione di Bologna. In diversi centri urbani sono state recuperate varie aree per le attività sociali, adatte soprattutto per i giovanissimi.

Paola Maestroni.

Tracciando, con la pietra incastonata nelle pavimentazioni, segni quali quelli che invitano al gioco della Campana, che è stato praticato per secoli nelle strade ma oggi è dimenticato. L’invadenza dell’automobile rende difficile e pericoloso per i bambini giocare sui marciapidi, e tanto meno in strada. «Con la nostra opera intendiamo recuperare l’uso degli spazi urbani aperti, in condizioni gradevoli e sicure, per le famiglie e per la crescita dei ragazzi; questi altrimenti oggi tendenzialmente restano chiusi in casa e isolati nel solipsismo degli smart phones».

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