Corrado Gavinelli

INTRODUZIONE

Coloro che scoprono con piacere una etimologia […] Tali persone, anche se non si conoscono, stanno salvando il mondo” (Jorge Luis Borges, I Giusti, 1996)

Essendo vissuto, nelle mie infanzia e giovinezza, dalla fine della conclusione della Seconda Guerra Mondiale (dal 1943, più precisamente) e sostanzialmente fino al 1965, nel paese novarese di Bellinzago [Figura 254], mi sono sempre interessato alla sua storia, soprattutto urbanistico-architettonica, per il mio desiderio di conoscenza del sito dove vivevo, ma particolarmente per la presenza – per me architetto e storico – del grande progettista piemontese Alessandro Antonelli, che in quella località ha costruito due delle sue migliori architetture (una religiosa, e quando era giovane, e l’altra civile, nella sua maturità) della propria carriera (la Chiesa di San Clemente – con la annessa Casa Parrocchiale e i collegati servizi clerical-civici destinati anche alla popolazione – ed il contiguo Asilo Infantile).

Era quasi automatico, dunque, che il contesto abitativo bellinzaghese con la sua storia mi interessasse alquanto, e ne fossi portato a  scriverne, anche se un altro storico locale, mio amico e dal cognome omonimo (in quanto la famiglia Gavinelli, insieme ad altri pochi ceppi nativi locali, è – ed ancòra di più lo è stato in passato – una delle maggiori denominazioni ricorrenti in Bellinzago) Gian Michele (con cui ho scritto saggi e organizzato mostre), delle vicende bellinzaghesi si fosse occupato ed avesse trattato più complessivamente – per quanto disciplinarmente in modo differente – per la tematica documentaria di genere discorsivo e non progettuale.

Ed uno degli aspetti tipici e fondamentali della bellinzaghesità è inevitabilmente costituito dalla etimologia, o derivazione, del nome Bellinzago: dal quale proveniva, e dipendeva, la storia non soltanto del paese ma la identità tipica della intera zona circostante nella evoluzione delle sue vicende epocali.

Avendo perciò abbandonato da anni – per altri motivi di mia attività professionale – quella specifica ricerca bellinzaghese, e lasciato la trattazione approfondita, onomastico-topografica, ad altri storici e studiosi, non ho mai indagato a fondo su tale nomenclatura; che invece adesso, dopo momenti di riprese mnemoniche, ripensamenti e riflessioni, ho voluto meglio – e personalmente con mie indagini specifiche – affrontare e sviluppare, per ricavarne una più soddisfacente risposta possibile di risoluzione.

Anticipatamente alla mia trattazione nella sua specificità accertativa, voglio soltanto premettere – per quanto tali aspetti possano essere sicuramente conosciuti non solamente agli esperti – le tipiche distinzioni tecniche sulle parole basilari (forse un poco linguisticamente specialistiche) di cui fondamentalmente mi avvalgo per questa mia ricerca: ricordando che il Toponimo è il nome proprio di un luogo geografico, e il suo settore specifico di studio è la Toponomastica, la quale appartiene alla categoria più generale ed ampia della Onomastica, cioè l’analisi del significato e della origine di una denominazione specifica, per un luogo o una persona.

E ritengo infine anche opportuno ed utile aggiungere che – come è diventato ormai tipico nelle mie indagini storiografiche – anche per questo mio lavoro mi sono abbondantemente avvalso del metodo iconologico, per il quale l’impiego (perfino critico-probatorio) delle immagini (Iconografia) è assurto ad indispensabile criterio avvalorante di conoscenza e informazione attestanti, pari (e complementari) alle documentazioni scritte.

La cui consistenza conoscitiva e pratica si può facilmente comprovare con un semplice confronto: leggendo soltanto il testo del saggio, senza immagini, e seguendolo invece con l’ausilio delle corrispondenti illustrazioni, tecniche o didascaliche; accorgendosi con immediatezza come le figure sappiano rendere molto più agevole, e soddisfacente, la generale comprensione di quanto soltanto scritto con parole e frasi unicamente.

LA LOCALITA’ DI BELLINZAGO (NOVARESE), NELLA SUA STORIA

 Prima di addentrarmi nell’argomento tipico di questo mio lavoro, vorrei soffermarmi brevemente sul luogo odierno di Bellinzago, nel Novarese (il cui riferimento al capoluogo territoriale di Novara è stato aggiunto al toponimo originario nel 1863, per distinguerlo dall’altrettanto paese lombardo con il medesimo nome) [Figure 1, e 2], per poterne fornire una specifica configurazione storica nei suoi avvenimenti epocali più importanti [Figura 3].

1 e 2Localizzazione topografica di Bellinzago Novarese (segnato con il pallino rosso) nel proprio circondario comunale (Posizione geografica) in una mappa di autore  ignoto e senza data (ma forse del 2003) [sopra], e nella sua Provincia di Novara (di disegnatore anonimo, ripresa dalla cartografia appartenente alla Collezione delle Immagini PNG del 2019) [sotto]. Il nome del paese ha ricevuto l’aggiunta di specificazione geografica – con l’aggettivo Novarese – nel 1863, per distinguerlo dall’omonimo luogo lombardo (ed eventuali altre simili località)

Figura 3 [sotto]Giuseppe Gelati, Bellinzago Novarese – Panorama, 1950: il paese bellinzaghese, ripreso dalla collina occidentale, mostra la sua caratteristica di tipico borgo agricolo, con bassi caseggiati a cortile chiuso, e tetti in tegole tradizionali (coppi), da cui emergono i soli due elementi storici di connotazione urbano-religiosa degli edifici ecclesiali con i loro campanili: della ottocentesca Parrocchiale di San Clemente (ri-costruita dall’architetto piemontese Alessandro Antonelli: a sinistra) e la sei-settecentesca Chiesa di Santa Anna (a destra).

Facendolo unicamente per offrire un inquadramento generale di situazioni significative, in quanto già non soltanto il mio collega e omonimo Gian Michele Gavinelli, prima ricordato, ne ha trattato abbondantemente nelle proprie pubblicazioni, ma in quanto io stesso ne ho elaborato un completo, sebbene succinto, sviluppo, dalla epoca romana al Novecento, nel mio saggio (Bellinzago e Antonelli – La storia dello sviluppo urbanistico bellinzaghese e delle sue opere antonelliane) uscito nel 1989 sul cospicuo e approfondito volume di vari autori (dal titolo Uomini e Terre. Vicende di tre comunità tra Ticino e Terdoppio – Bellinzago. Dulzago. Cavagliano) pubblicato dalla Amministrazione Comunale di Bellinzago Novarese (ed al cui testo rimando per le informazioni generali di maggiore compiutezza) [Figure 4 e 5].

Figura 4La copertina del libro di autori vari Uomini e Terra, descrivente le “vicende di tre comunità tra Ticino e Terdoppio – Bellinzago . Dulzago . Cavagliano”, edito dalla Amministrazione Comunale bellinzaghese nel 1989. E’ il volume a stampa che – finora insuperatamente – ha riportato, con dovizia documentaria, e ampia trattazione espositiva, la storia di Bellinzago e delle sue località frazionarie, nei loro vari aspetti epocali e di significativa importanza (foto di Corrado Gavinelli del 2021). A riferimento della qualità dei contenuti di questo libro, tengo a citarne il commento di recensione (dal titolo anche esso Uomini e terra) apparso nel 1991 sulla prestigiosa rivista di argomenti storici ‘Studi Piemontesi’ (al numero XX-1), scritto da Gustavo Mola di Nomaglio, rinomato bibliofilo e studioso di storia del Piemonte: “La provincia novarese offre non raramente allettanti opportunità bibliografiche agli studiosi” con “diversi lavori pregevoli per contenuti e veste editoriale” anche per “centri di più piccole dimensioni e di meno evidente importanza storica”; e tra questi lavori “bene si inserisce anche Uomini e terra”, un “volume” per il quale “è stata chiamata una collaudata équipe di ricercatori, composta da alcuni dei principali studiosi della storia novarese”); che in particolare del mio saggio riferisce: “Bellinzago e Antonelli, la storia delllo sviluppo urbanistico bellinzaghesee delle sue opere antonelliane […] è il titolo di un ampio lavoro di Corrado Gavinelli che, dopo avere preso […] in esame lo sviluppo urbanistico di Bellinzago dal ‘500 al primo novecento, si sofferma sulle vicende progettuali e costruttive dei due edifici antonelliani, la chiesa parrocchiale di San Clemente e l’Asilo Infantile De Medici”. Per inciso, la immagine della copertina del volume è la mappa del Castello di Bellinzago del 1750 (si veda la Figura 132)

Figura 5La pagina del saggio di Corrado Gavinelli riferito a La storia dello sviluppo urbanistico bellinzaghese e delle sue opere antonelliane (contenuto nel citato libro Uomini e Terra), comprendente le immagini di ricostruzione ipotetica del tracciato castramentale romano di Bellinzago, che è stato alla origine della nascita – e crescita – dell’insediamento abitativo bellinzaghese e della sua evoluzione successiva (disegni di ricostruzione di Corrado Gavinelli del 1973-76, fotografati nel 2021).

La provenienza dalla lontana epoca eneolitica (2750-800)

Con documentazioni non sempre puntualmente attestate da rinvenimenti archeologici, ma accertate su diverse fonti storiche e atti pubblici di vario genere e luogo, le origini bellinzaghesi risalgono alla lontana epoca del Neolitico (che in Piemonte si è sviluppato un poco più con ritardo rispetto ad altri siti europei, e risalente alle prime presenze dal 5500 aC riferibili alla Cultura della Ceramica Impressa di provenienza egeo-anatolica, evolutasi e durata fino al 2200 aC con le trasformazioni introdotte dalla lavorazione del rame) nella sua fase però Eneolitica (o Calcolitica, come meglio tendono adesso a chiamarla gli esperti), ovvero appartenente al periodo tra 2750 e 800.

Che, come ha spiegato la archeologa alessandrese Marica Venturino Gambari nel suo saggio del 1998 su Forme e Dinamiche degli Insediamenti Umani nel Neolitico e nell’Eneolitico riferiti all’area pianeggiante pre-lombarda dei monti del Piemonte, riporta i luoghi presso il Fiume Ticino di Bellinzago e Briona tra i “principali siti eneolitici piemontesi” [Figure 6-8].

Figura 6

Figure 6-8La situazione degli insediamenti preistorici più recenti del Piemonte (ripresa dalle mappature di Marica Venturino Gambari, archeologa e storica italiana, pubblicate nel suo saggio su Forme e Dinamiche degli Insediamenti Umani nel Neolitico e nell’Eneolitico del 1998): nel periodo neolitico “antico” [sopra], in quello “medio-recente” [sotto], e nella fase specificamente eneolitica (dove ai numeri 1 e 2 sono indicati i luoghi archeologici di Bellinzago – nella sua frazione di Bornago – e di Briona) [in basso]

 

  Figura 7

Figura 8

Località presumibilmente non proprio corrispondenti agli insediamenti successivi della Civiltà di Golasecca, bensì rapportate ad altra situazione proto-storica precedente – forse collegata ai ritrovamenti più antichi, di epoca sempre neolitica – rinvenuti nella vicina frazione bellinzaghese di Cavagliano (che, sebbene nei tempi più arcaici non appartenesse alla territorialità bellinzaghese, con le epoche più recenti, dal Medioevo e moderna, ne viene considerata parte). Ed in un sito in cui, nella immediata zona settentrional-occidentale della collina, nella tenuta della Cascina Crimea, “nel 1969” – come riferisce il citato Gian Michele Gavinelli nel suo intervento Frammenti di Storia da Salvare nel volume Uomini e Terra sopra rammentato – “fu portata in luce una piccola necropoli” con “7 tombe”, purtroppo in parte devastate da intrusi “clandestini” [Figure 9 e 10].

Figure 9 e 10I resti delle tombe, trovate già devastate, di epoca neolitica, analizzate nel 1969 nella zona settentrional-occidentale della collina di Cavagliano, adesso frazione di Bellinzago: nella foto (Cavagliano. Necropoli in località ‘Crimea’) pubblicata da Gian Michele Gavinelli su ‘Uomini e Terra’ [sopra]; e nella localizzazione cavaglianese (in basso nell’angolo sinistro) [sotto] sulla carta topografica di Bellinzago Novarese disegnata da autore anonimo dell’Ufficio delle Mappe degli Ingegneri Rilevatori della Armata Statunitense di Washinton nel 1944 (ripresa dai rilevamenti del Touring Club Italiano del 1938 aggiornati al 1943)

E di cui nel 1984 Filippo Maria Gambari (marito della archeologa Marica sopra citata, ed esimio studioso di pre/proto-storia, nonché Sovrintendente Archeologo di Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Lombardia; morto purtroppo di Covid nel 2019), in una sua descrizione per il Numero 2 dei ‘Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte’ ha specificato che “i materiali raccolti, costituiti per lo più da frammenti ceramici, sono da attribuirsi prevalentemente alla media-tarda età del Bronzo, ma non mancano reperti più antichi” con manufatti in pietra “da riferire ad età neolitica” (e dunque a quei resti diversamente indicati “ove erano comparsi abitati preistorici d’altura” della fase tra 1100 ed 800), ma riferiti anche a vestigia più vecchie, datate (da Paola Di Maio, compilatrice delle scheda storiche riguardanti Il Territorio Novarese dalla Preistoria alla Romanizzazione per i percorsi degli Itinerari Archeologici in Provincia di Novara ideati da Maria Rosa Fagnoni, Presidente della Agenzia Turistica Locale novarese) al 2750-2400 (e scavate sempre “nella zona retrostante alla cascina sita in via Mulino ed in località Crimea, nella Riserva Ravera”, dove “la ceramica e l’industria litica documentano almeno due distinte frequentazioni, l’una tra il 2750 e la metà del III millennio a.C., l’altra nella seconda metà del III millennio”).

La appartenenza alla Età del Ferro della Civiltà di Golasecca (700-550)

E’ questa, la golasecchiana, la epoca che maggiormente appartiene alla prima storia – sebbene ancòra in una fase attardatamente preistorica – di cui Bellinzago si fregia di riconoscersi nelle sue prime notizie e vestigia territorali note, riferite al paese, e che sono state per altro ritrovate da un suo illustre cittadino, l’Avvocato Lorenzo Apostolo (storico locale e archeologo dilettante), nel 1902, nella vicina località di Bornago, a ridosso del più alto avvallamento del Ticino, presso la Cascina Ranchini in località Abbasso del Motto: 5 tombe riferibili alla cultura golasecchiana, e databili alla fase della Età del Ferro tra 700 e 550 [Figure 11-13 (e 14)].

Figura 11La localizzazione (nel dettaglio della mappa di Turbigo di Wikipedia Commons del 2018, di elaboratore anonimo) della Cascina Bornago, nel territorio bellinzaghese verso il fiume Ticino, nei pressi della quale sono stati titrovati – nel 1900-02 e dall’avvocato bellinzaghese Luciano Apostolo – i numerosi reperti (si veda la Figura 14) di epoca golasecchiana

       

Figure 12 e 13Planimetria (nel dettaglio della Carta Tecnica di Borgo Vedro del 2019 di esecutore ignoto) [sopra, a sinistra] e foto d’epoca (di autore sconosciuto e senza data, ma di fase primo-novecentesca, pubblicata da Giuseppe Leoni nel 2016) [sopra, a destra] del cascinale bornaghese, dove sono stati rinvenuti i materiali golasecchiani di pertinenza bellinzaghina. Per ulteriore informazione di cronaca, aggiungo che lo storico galliatese Angelo Jorio ritiene – ma senza prove certe – la cascina odierna a Bornago sorta sul sito di una precedente antica villa romana

Di tale ritrovamento il suo stesso scopritore, e nel medesimo anno del suo scavo (1902), racconta sul giornale locale ‘Il Corriere di Novara’ come i suoi ritrovamenti fossero provenuti dalla condizione storica del fiume Ticino di allora, che “nelle lontane epoche geologiche, successivamente ritirandosi fino alla valle, dove attualmente scorre, ha formato tre alti scaglioni i quali benissimo si distinguono” ancòra “nel territorio di Bellinzago Novarese”, e nei cui recessi sono apparsi copiosi resti della antica civiltà preistorica (ed in ogni “fossa sta l’urna cineraria […] ordinariamente accompagnata da uno o più vasi di foggie assai diverse”, in un più fitto insieme minuto di manufatti e monili accuratamente elencato  [Figura 14].

 

Figura 14 I numerosi materiali risalenti alla Civiltà di Golasecca (databili alla fase della Età del Ferro tra 700 e 550) ritrovati nella località bellinzaghese di Bornago (Oggetti ricuperati dall’Avv. Lorenzo Apostolo in località ‘Abbasso del Motto’) nel 1902, e dal suo scopritore poi donati all’attuale Museo Civico di Novara (foto ripresa dal libro ‘Uomini e Terra’)

La popolazione golasecchiana, isolata dal contesto bellinzaghese vero e proprio (che allora non era ancòra abitato) sebbene si trovasse vicinissimo al suo sito di futura evoluzione storica, ne costituiva un insediamento del tutto indipendente, e ricollegabile invece a quegli stanziamenti fluvial-lacustri sparsi, tipici della civiltà di Golasecca piemontese, di matrice celtica austriaca, proveniente dalla più vecchia (iniziata nel 1200 e conclusasi nel 500) Civiltà di Hallstatt [Figura 15]: i cui abitanti, dal Lago Maggiore sono discesi lungo le sponde fluviali ticinesi arrivando a Sesto Calende, raggiungendo la stessa Golasecca (località varesina da cui prende il nome questa cultura) e Castelletto Ticino,  terminando – appunto – con le sue ultime propaggini, fino a Bellinzago e, prima di Novara, a Cavagliano [Figure 16, e 17].

Figura 15 [sopra]La localizzazione della Cultura di Hallstatt (iniziata nel 1200 aC e conclusasi nel 500 aC) riportata da John Thomas Koch – storico statunitense e professore itinerante nella Università del Galles a Cardiff in Inghilterra – nella sua Enciclopedia Storica della Civiltà Celtica del 2006, mostrante la appartenenza italiano-piemontese alla Civiltà di Golasecca

                 

Figure 16 e 17 [sotto] – La distribuzione tribale dei Celti nord-italici relativa agli staziamenti fluvial-lacustri della civiltà golasecchiana piemontese, che dal Lago Maggiore si è diffusa lungo le sponde ticinesi arrivando a Sesto Calende, raggiungendo la stessa Golasecca (località varesina da cui prende il nome questa cultura) e Castelletto Ticino,  terminando con le sue ultime propaggini, fino a Bellinzago, e – prima di Novara – a Cavagliano: nella proposizione topografica del 2018 della Cultura di Golasecca del geografo e scrittore lombardo Daniele Bagnoli [a sinistra] e nella indicazione mappale del 2014 del ricercatore e pubblicista italiano Andrea Bonaveri (Carta dei fiumi e laghi del nord-ovest italico con l’ubicazioni della cultura proto-celtica di Canegrate, del XIII sec. a.e.v. e della celtico-lepontica Golasecca, a partire dal XII sec. a.e.v.) [a destra]: nella quale ultima “Sono indicate inoltre le varie tribù Liguri, Celto-Liguri e Celtiche stanziate o che si stanziarono in quei territori”. Da queste raffigurazioni documentarie si ricava, e viene specificato, come in realtà i Golasecchiani bellinzaghesi sono di appartenenza alla tribù dei Vertamacori, insediati nella area piemontese del Ticino, mentre i loro corrispondenti lombardi sono più specificamente Insubri.

Ed è proprio ancòra sulla già ricordata collina cavaglianese che un ultimo insediamento golasecchiano è stato ritrovato, ugualmente tra i variamente epocali scavi effettuati alla Crimea, per i quali sempre il Gambari nel 1983 dichiara come “ancòra una volta si riscontra quindi […] la medesima sovrapposizione culturale documentata ormai in numerosi siti collinari a Nord di Novara […] probabilmente da riferire ad età golasecchiana” che “si ricollegherebbero […] alle scoperte fatte da L. Apostolo a Bellinzago”.

In epoca celtica: scarse tracce archeologiche (357-355), e l’Accampamento provvisorio dei Punici di Annibale per la Battaglia del Ticino (218 aC)

Di tutto il periodo di occupazione dei Celti, sul posto di Bellinzago non esistono riscontri di presenza archeologicamente provati (e trovati), se non nelle vicinanze più prossime del paese, nella frazione di Badia di Dulzago, che è stata soprattutto importante area di attestazione religiosa nel Medioevo, dove è stata rinvenuta una testa di pietra elementarmente scolpita, databile al 357-355 [Figure 18 e 19].

Figure 18 e 19La localizzazione topografica della Badia di Dulzago (nome proveniente dalla Abbazia medievale in quel sito esistente) nel dettaglio della citata mappa di Bellinzago Novarese disegnata nel 1944 dalla Armata Statunitense [sopra], dove è stata trovata, nel 1665, la grossa testa elementarmente sbozzata nella pietra, unica prova di una esistenza celtica sul posto (foto ripresa da ‘Uomini e Terra’) [sotto]

Un ritrovamento che – sebbene in una sola e laconica testimonianza – riprova di una esistenza celtica in zona, e però sempre discostamente dal sito bellinzaghese effettivo.

La situazione geografico-tribale della Gallia celtica pre-romana

Prima della effettiva colonizzazione, e fondazione urbana, di Bellinzago avvenuta intorno al 41 aC, come esporrò più avanti, il territorio bellinzaghese era scarsamente frequentato da popolazioni stanziali di provenienza celtica (o altro genere), se non, come poco fa osservato, nella limitata zona di pertinenza di Dulzago. E precedentemente, anche l’area golasecchiana tra Bornago e Cavagliano sembrerebbe stata scarsamente popolata, preferendo i Golasecchiani soffermarsi e risiedere in attestazioni acquatiche (le coste lacustri o fluviali, come ho riferito) e di altura (le colline) più che stare nella pianura (per altro allora paludosa e incoltivabile).

E nel pieno, poi, della civilizzazione celtica, le terre bellinzaghesi, appena sotto Oleggio e prima di Novara, non rimandano a decisive testimonianze di utilizzo del suolo, abitativo o coltivo, se non fino a dopo la colonizzazione romana.

Ma anche in sèguito alla romanizzazione, questo territorio rimane sostanzialmente una zona di gerbido, ridotto sostanzialmente a pascolo per utilizzo comune (compascuus) nelle aree più basse, e sempre lasciato a prati e boschi verso il fiume Ticino [Figura 20].

Figura 20 Giuseppe Balosso e Luciano Galli, Pertica del territorio di Oleggio in epoca romana, 1975 (foto di Corrado Gavinelli del 1976). Il disegno porge la restituzione grafica della situazione oleggese (località sùbito sopra Bellinzago), in sèguito alla limitazione (suddivisione delle terre di conquista romana, con opere di bonifica territoriale e di contemporanea organizzazione agraria, attuata dai legionari di Roma in conseguenza alla centuriazione delle nuove colonie) che si può ritenere effettuata verso il 42 dC. La mappatura chiaramente indica però ancòra la mancanza di interventi (ed insediamenti) romani nella attuale area bellinzaghese, indicando la destinazione d’uso dei suoi terreni a “campo per pascolo comune” (ager compascuus) neppure agrariamente coltivato (e con le altre parti tenute a prati e boschi verso il fiume Ticino)

Ad ogni modo, in epoca di insistenza dei Celti nella pianura padana, erano parecchie le tribù (galliche) che si aggiravano e possedevano precisi stanziamenti in vari possedimenti ed estensioni; che diverse ricostruzioni mappali storiche hanno differentemente rappresentato nelle loro circostanze epocali e territoriali.

Antecedentemente alle riforme augustee di sistemazione geografica colonico-municipali (dopo il 7 aC), la conoscenza della distribuzione tribale celto-gallica era imprecisamente specificata nelle storiografie degli antichi Romani, e generalmente gli abitanti dei luoghi padani settentrionali tra la Dora Riparia (che costituiva il limite di occupazione dei Salassi, dalle Alpi) e la odierna Lombardia (con confine naturale stabilito dal Fiume Adda, più che dall’Oglio), erano indicati tutti come Insubri (e così troviamo rappresentata, tale situazione, nella mappa – purtroppo di autore ed epoca ignoti – riprodotta nel 2007 dalla storica piemontese Elisa Brunero, in cui ai popoli insubrici vengono fatti appartenere tutti i luoghi settentrionali oltre la Dora Riparia: Vercelli, Novara, Como, Milano) [Figura 21].

Figura 21 [sopra] Le popolazioni celtiche della Italia Settentrionale Pre-Romana: nella mappa (di autore e data ignoti) riportata dalla storica piemontese Elisa Brunero nel 2007 sul sito telematico Eporedia  (nella quale agli Insubri vengono fatti appartenere indistintamente tutti i luoghi settentrionali oltre la Dora Baltea ed il Po: Vercelli, Novara, Como, Milano)

Ma in realtà altri popoli antichi occupavano più specificamente la generica Insubria, ed erano – secondo quanto ha riportato la magnifica mappa oro-topografica della Italia Gallica ossia Gallia Cisalpina disegnata dal famoso cartografo e geografo olandese Abraham Ortels (Abramo Ortelio) nel 1579 per il Teatro dell’Orbe Terrestre stampato dall’altrettanto noto editore di Anversa Christophe Plantin, che in fondo costituisce il primo atlante moderno della storia – i Lebui eporediesi tra Dora e Sesia insieme ai vercellesi Libici e Lebezii, e quindi i Vertacomari novaresi ed i Levi ticinensi, e infine i Boi milanesi ed i lombardi Lambrani (sistemati lungo il Fiume Lambro) [Figure 22 e 23].

Figure 22 e 23 – La distribuzione delle popolazioni celtiche nella più specificata Italia Gallica ossia Gallia Cisalpina (già di dominazione romana) disegnata “dal lavoro geografico di Abramo Ortelio” (il famoso cartografo fiammingo altrimenti noto come Abrahamus Ortelius e in realtà Abraham Ortels) per ‘Il Nuovo Atlante’ stampato ad Anversa nel 1680 dal connazionale Jan Janszoon (a sua volta cartografo ed incisore) [in basso]: dove, nella più vecchia versione topografica (del 1579, eseguita per il Theatrum Orbis Terrarum, il primo atlante geografico moderno, pubblicato sempre nella città anversina dal tipografo olandese di origine francese Christophe Plantin) [sopra] si può chiaramente riconoscere invece la distinzione tribale degli Insubri gallici dai Salassi e da altri popoli circonvicini, nonché la specifica assegnazione di Novara ai Vertacomari

Esistevano inoltre altre tribù più localmente concentrate, di cui la località oleggese, appena sopra Bellinzago, segnava il confine dei Vittimuli; oltre il quale – verso Novara – si estendeva il dominio antico vertacomarico, e dunque quello dei Voconzi (cui sostanzialmente apparteneva il sito bellinzaghese – che però, ripeto, allora non era ancòra stabilmente abitato – quale propaggine agreste libera), e della cui consistenza territoriale lo storico romano antico Caio Plinio Secondo (il Vecchio, vissuto in epoca immediatamente post-augustea) riporta – nel Terzo Libro della sua Storia Naturale pubblicata nel 77-78 – una più eterogenea composizione; ottocentescamente tradotta dallo storico novarese Antonio Rusconi avvocato (di cui avrò modo di trattare variamente, tra poco e più avanti) nel suo libro del 1875 su Le Origini Novaresi, con esplicite attestazioni: “Vercelli dei Libi […] originaria dai Salij; Novara dai Vertacomari, anche in oggi è paese dei Voconzi, e non dei Liguri come dice Catone” (cui tuttavia va fatta una contraria correzione, in quanto la stirpe voconzia precede quella vertacomarica, da cui questa proviene, poichè la sede insediativa tipica del popolo voconziano si ritrova in Francia, nella allora Gallia Narbonense fra il Fiume Rodano e i corsi fluviali più bassi dell’Isère e della Durance) [Figure 24 e 25].

Figure 24 e 25 Ulteriore specificazione delle Popolazioni del Piemonte preromano, in due pannelli del Museo di Antichità di Torino (di disegnatore e anno sconosciuti) [sopra e sotto]

La presa di possesso padano dei Galli, viene riassuntivamente spiegata da Elisa Brunero (architetto e storica di Ivrea) in un suo studio del 2007 pubblicato sul sito telematico Eporedia: “I più antichi abitanti del Canavese” – ma anche, aggiungo io, della vicina area continuante del Novarese fino al Ticino – “di cui si abbia notizia sono i Salassi, che occuparono anche tutta l’attuale Valle d’Aosta, anche se di loro non sappiamo né quando vi si fossero stabiliti, né da dove provenissero, né quale fosse la loro stirpe. Alcuni autori collegano la loro origine alla discesa di Ercole in Italia attraverso il Piccolo San Bernardo, avvenimento ancora oggi ricordato dal nome delle Alpi della zona che […] avrebbero preso il nome di Graie, cioè greche. Secondo questa opinione i Salassi sarebbero quindi una popolazione d’oltralpe giunta nella valle della Dora Baltea al seguito dell’eroe greco. L’ipotesi più probabile sembra però essere quella di far risalire l’origine dei Salassi all’invasione della valle padana da parte dei Celti o Galli […], avvenuta all’incirca alla metà del V secolo a.C.”. A cui poi seguì la più ampia espansione fino a metà della Italia, perchè – “Come ricorda Livio, verso il 400 a. C. […] queste popolazioni, lasciata la loro madrepatria, dopo aver valicato il Monginevro, invasero l’Italia scendendo attraverso il paese dei Taurini e andarono a stabilirsi nelle odierne Emilia Romagna e Marche”: unendosi, ed integrandosi, con altre tribù locali.

Una ampia collocazione territoriale che conferma la stessa estesa genericità attribuita anche agli Insubri nella numerosa, e differenziata, congerie celtica.

Il Campo di Annibale (218 aC)

E all’interno di questa occupazione celto-gallica a settentrione del Po, per la nostra zona bellinzaghese si ritrova una particolare situazione di avvenimento storico, mai (o scarsamente) finora considerata nella sua giusta condizione di conseguenza territoriale: e consistente nella interessante attestazione epocale di un insediamento militare, momentaneo e non abitativo, ma di solo accampamento per operazioni belliche, proprio nella allora vuota area dell’attuale luogo di Bellinzago, dove sembrerebbe – nelle propaggini più novaresi – si sia svolto il fatidico scontro tra il condottiero cartaginese Annibale Barca ed il generale romano Publio Cornelio Scipione (detto l’Africano proprio a causa di questo suo personale conflitto annibalico durante le guerre puniche, di cui alla fine risultò vincitore in Africa nella Battaglia di Zama del 202 aC; ma invece duramente sconfitto nel primo impatto bellico ticinese in questione, che fra poco esporrò nei dettagli) avvenuto nel 218 aC e chiamato Battaglia del Ticino proprio perché svoltasi sulle sponde di questo fiume.

Rimando tale trattazione bellica ad un paragrafo completo più avanti, e adesso riporto riassuntivamente soltanto le essenziali considerazioni dell’avvenimento in rapporto a Bellinzago, di cui ha scritto lo storico appena citato Rusconi nella edizione però del 1877 del suo importante testo sulle Origini Novaresi (seguendone le tracce dalla grande storiografia dei 142 volumi riguardanti le vicende di Roma antica Dalla fondazione della Città che il romano Tito Livio ha compilato tra il 27 aC ed il 17 dC).

La particolare analisi rusconiana riporta che provenendo da Vercelli “Annibale trovavasi campeggiando tra Oleggio e Bellinzago”, sicchè “Scipione […] si avanzò a cinque miglia di distanza dai Vittumuli” (ovvero più modernamente Vittimuli) “dov’era Annibale con le sue genti, e vi si arrestò, ponendovi il campo […] nel sito” che era chiamato “Campo Romano, sincopato in Cam-Rom”, corrispondente alla attuale località di Cameri. “Ed è in que’ dintorni ch’ebbe luogo lo scontro” (e più precisamente, come riferirò tra poco, nella zona della Cascina Inglesa in territorio di Trecate).

Ed in questa sua analisi particolare addirittura il Rusconi giunge a concludere che il nome “Bellinzago […] potrebbe dire: campo di Annibale, Annibalis Ager”; una affermazione forse esasperata, e tuttavia interessante (di cui anche per essa discuterò più avanti a proposito dell’ètimo bellinzaghese).

Ad ogni modo, questo accenno all’accampamento annibalico, di inequivocabile attestazione per quanto fuggevole e non confermante un iniziale insediamento bellinzaghese propriamente abitativo (bensì denotante solamente la presenza di un occasionale stanziamento militare temporaneo  dell’esercito cartaginese in attesa del proprio spostamento verso il luogo camerese per lo scontro con gli eserciti scipioniani) mi sembra molto importante: perché giustifica la futura scelta della località di fondazione castramentale romana, eseguita a protezione di un sito determinante (e strategico) di transito dal Piemonte alla Lombardia (e nella direzione verso Milano) che all’epoca punica si è rivelato fatalmente scoperto (perché utilizzato senza difficoltà e opposizioni dai Cartaginesi per accamparsi), e necessitante di una protezione campale di milizie stabili; poi assestata in una definitiva postazione castrense di difesa e stazionamento fisso con la fondazione della Bellinzago romana.

All’epoca annibalica comunque un sito abitativo non esisteva nell’attuale sito bellinzaghese, e neppure lo fu per tutta la fase pre-romana di occupazione celtica, a causa di vari motivi storici e topografici di cui sinteticamente ho esposto poco sopra: e comunque essendo le sue terre invase in parte da paludi e lasciate a gerbido in una brughiera non di coltivazione agraria ma per sola frequentazione di raccolta periodica e di occasionale attività venatoria.

E rimase senza abitanti fino alla riorganizzazione regionale augustea composta tra 17 aC e 41 dC, quando un più sistematico – ma progressivo e lento –  sfruttamento agricolo si attuò con la utilizzazione abitativa del fondovalle collinare, allorchè – appunto – i Romani pensarono di colonizzare quelle terre brulle con i loro soliti inserimenti di militari e contadini, e proprietari terrieri di affidamento dei lotti di suddivisione centuriale, con i conseguenti campi agricoli per il sostentamento di ognuno (e della loro intera comunità sociale).

Quella zona bellinzaghese, come ho esposto sopra, era allora la propaggine di occupazione dei Vertamacori novaresi, tribù celtica immediatamente sottostante al confine oleggese dove risiedevano i Vittimuli precedentemente citati; e anche dopo lo rimase, appartenendo alla Gallia Transpadana ed alla Insubria, popolate dai Salassi. Ma non ebbe mai insediamenti importanti, se non – ripeto – con la occupazionedell legioni di Roma.

Ed infatti, per il periodo anche recente di insediamento dei Celti, sul posto di Bellinzago nessuna traccia archeologica è pervenuta, e soltanto ci sono giunti reperti nelle sue vicinanze più prossime, alla frazione della Badia di Dulzago, importante area di attestazione religiosa nel Medioevo ma con testimonianze esili di presenze anteriori (romane e antiche) dove è stata ritrovata quella testa di pietra rozzamente scolpita di cui ho già discusso [Figura 19] ma niente altro di più: a debole riprova comunque di una esistenza celtica in zona, e però esigua, e sempre discosta dal sito bellinzaghese effettivo.

Le presenze romane riferite al luogo bellinzaghese (12 aC -47dC/196)

Invece, più varie attestazioni archeologiche, sebbene sempre scarse, sono state rinvenute nel territorio bellinzaghese (ma non – come finora – nel luogo odiernamente abitativo del vecchio paese e della attuale cittadina) e nei suoi vicini dintorni, di già antica attestazione stanziale (golasecchiana) e di continuità residenziale, sempre nelle citate frazioni di Dulzago e Bornago.

Nella cascina dulzaghese

Nella prima delle due località, Dulzago, è stato trovato un consistente reperto (pure esso isolato) appartenente ad una tomba romana, in un sarcofago lapideo compatto che venne usato per diverso tempo come abbeveratoio animale [Figure 26-28].

Figure 26-28La Badia di Dulzago presso Bellinzago: in una foto odierna (Veduta Aerea della Cascina dulzaghese) di autore anonimo e senza data (tratta dal sito telematico ‘Piemonte Italia’ del 2021) [sopra], ed in due disegni di rilevamento (entrambi dell’architetto pavese Francesco Portaluppi, e del 2002): nel suo assetto storico (Pianta del Piano Terreno del Centro del Borgo di Dulzago) [sotto, a sinistra] e nella planimetria dell’edificio ecclesiastico abbaziale (Chiesa di San Giulio – La Pianta) [sotto, a destra]

Figura 27             Figura 28  

Un massiccio sarcofago scavato, giacente adesso ancòra là, a ridosso di un portico di una stalla, quale vasca per mandrie e testimonianza storica [Figure 29 e 30].

Figure 29 e 30Due immagini epocali del reperto tombale romano ritrovato in territorio dulzaghese: nel suo aspetto originario, in una foto di autore e data ignoti (Sarcogfago romano della Badia) pubblicata nel 1989 da Gian Michele Gavinelli su ‘Uomini e Terra’ [sopra], e nella più recente sua condizione (nel 2020) in una immagine (Abbeveratoio Sarcofago Romano) di Renato Casarotto, escursionista alpino e cronista locale [sotto]. Dal suo ritrovamento, la bara lapidea, senza il coperchio andato perso, è stata usata come abbeveratoio animale, e quindi come vasca di cascina

Su un lato di questo ritrovamento è scalpellata una dedicazione mortuaria (Verviciae D Q Fil Quartulae), riferita alla persona sepoltavi [Figure 31 e 32]: che Francesco Portaluppi (architetto pavese) in un suo saggio non datato (Un Sarcofago Romano con Iscrizione) ha interpretato (con la trascrizione estesa riferita “Agli dèi Mani di Vervicia Quartula, figlia di Quinto”) quale elemento tombale appartenente ad una donna del luogo di origine celtica ma romanizzata, la cui denominazione gentilizia e nella modalità di scrittura delle parole incise “inducono a collocare la nostra iscrizione intorno al II secolo d.C.”, in epoca ormai tardo-imperiale (e però,  magari, portando ad ipotizzare, a mio parere, l’attribuzione della assegnazione municipale di Dulzago alla Tribù Vervicia).

Figure 31 e 32 – Il Sarcofago di Dulzago in due rilievi dell’architetto Francesco Portaluppi del 2002: il suo prospetto inserito nel portico del cascinale (La sua posizione nel cassero) appositamente colorata per la segnaletica turistica della Badia [sopra], e nel disegno tecnico del reperto isolato (Prospetto, sezione e pianta del sarcofago), mostrante il fianco (con la scritta latina), lo spaccato longitudinale, e la visione zenitale [sotto]

    Figura 32

Ma nonostante tale indicazione secolare, la data generica scolpita non risulta sufficiente per attestare con precisione la effettiva esecuzione del manufatto. Che si può tentare – magari – di scoprire ricorrendo ad una notizia rilasciata dall’escursionista (e storico locale) vicentino Renato Casarotto, importante alpinista italiano e scalatore di fama internazionale, che in un suo lavoro cronachistico-fotografico sulla Badia di Dulzago: tra natura, arte, storia e … buon cibo! del 2020, riporta come “Al centro della prima grande corte, edificata tra il Cinquecento e il Seicento per ospitare le stalle e i fienili, un abbeveratoio è stato ottenuto utilizzando un sarcofago romano in serizzo ghiandone”: un tipico gneiss marmoreo non esistente sul posto, ma proveniente dalle Alpi Meridionali (soprattutto del Piemonte e del Cantone Ticino e di Sondrio, ed in dialetto detto sarizz giandùn), dove i Romani traevano pietre da lavorare proprio in epoca augustea (27 aC – 14 dC) nel luogo più vicino di Crevoladossola (ma comunque ad una considerevole distanza da Bellinzago di un centinaio di chilometri). E nel caso dulzaghese, effettuando un trasporto che durava un giorno intero, prima in barca lungo il Fiume Toce ed il Lago Maggiore, giungendo all’antico porto di Bornago sul Ticino, e poi proseguìto con un tragitto in carro, o a dorso di mulo, a seconda dei carichi da portare, fino a Dulzago.

A causa però della genericità di datazione attribuita al sarcofago in questione, può risultare probabile che il suo blocco sia stato trasportato sulla Via Settimia Severa, compiuta nel 196 dC (e di cui dà conferma una lapide commemorativa di quell’anno ritrovata presso il Ponte di Masone verso Vogogna, nella quale non soltanto vengono ricordati i patrocinatori – Caio Domizio e Publio Fusco – dell’opera, ma anche i suoi “curatori”, nelle persone di “Marco Valerio e Salvio”, nonché il “fornitore dei marmi […] Venusto conduttore pubblico”): un insieme di notizie che fa ritenere l’oggetto dulzaghese scalpellato per la sepoltura quell’anno stesso, o poco dopo.

Nel contesto cavaglianese      

Per la seconda località frazionale di Cavagliano invece, un anonimo compilatore contemporaneo della scheda (mancante per altro anche in questa circostanza di datazione) dell’itinerario Civiltà di Golasecca pubblicato anche essa sul sito ufficiale del Comune di Bellinzago Novarese, riferisce che “Il villaggio di Bornago” (dove in prossimità della Chiesa di Ognissanti “la tradizione popolare narra che qui sorgeva un antichissimo insediamento, probabilmente di origine romana”, ed in cui a tutti gli effetti è stata comunque “ritrovata una lapide romana in sasso”) è stato “un importante porto romano sul Ticino, […] anche citato nel testamento dell’imperatrice Angelberga dell’877”, considerato ancòra per la sua importanza strategico-funzionale in epoca franca (come vedremo più oltre): poiché – ha ricordato nel 2016 Giuseppe Leoni, storico e giornalista-scrittore turbighese – in un suo articolo dal medesimo titolo del testo che cito adesso, “Prima del passaggio Turbigo-Galliate, il Ticino si attraversava a Bornago, territorio di Cameri”), e qua esisteva anche– sempre secondo il predetto anonimo contemporaneo bellinzaghese sopra riferito – “una villa romana”.

La romana Strada Maggiore

Infine non si deve dimenticare che, nel contesto bellinzaghese da Oleggio rivolto verso Bornago, passava la antica strada romana conducente a Novara dal Lago Maggiore, dal mio collega e omonimo Gian Michele Gavinelli (sempre sul suo saggio in Uomini e Terra) è stata ampiamente documentata: il quale ricorda anzi che “Attraverso i territori di Bellinzago e di Cavagliano, dal nord verso sud” erano “due, distinte ed importanti”, le “vie di comunicazione: la strata Novariensis e la strata maior”; che, entrambe, “potrebbero, ricondursi alla romanità”.

La Strada Maggiore si sviluppava in percorsi viarii diversi da quelli modernamente utilizzati per gli spostamenti interterritoriali, ma sue tracce si trovano nei tratti stradali di campagna denominati “Strera per Marano e Oleggio, Strena per Bellinzago, Strella per Cameri”; eppure poco (nella realtà fisica, ma abbastanza nelle tracce toponomastiche) della completa entità costruttiva di quella strata è purtroppo rimasta [Figura 33].

Figura 33Corrado Gavinelli, Mappa delle permanenze odierne nei tratti stradali locali della Strada Maggiore romana (Strere e Strene), 2021-22. Queste strade, e stradine di diramazione, vengono ancòra chiamate con un simile riferimento linguistico alla parola latina strata: e quindi Strera per Marano e Oleggio, Strena per Bellinzago, Strella per Cameri (questa ultima non più reperibile nella cartografia odierna). La vecchia Strena (oleggese-bellinzaghese: segnata in nero) andante dalla Cascina Sonzini fino al Cantone della Lanca, corrisponde al tratto locale della antica Strada Maggiore romana (la quale proseguiva – nei tratti marroni in figura – a settentrione fino a Castelnovate, e a meridione si concludeva in Novara) [si vedano anche le Figure 40 e 34]

Invece il tragitto della Strada Novarese possiede riferimenti più complessivi, perché “era l’itinerario che da Oleggio per Bellinzago, Cavagliano, Veveri, portava a Novara”, e nella sua prosecuzione superiore di provenienza, conducente al Lago Maggiore, costituiva la importante arteria trans-padana settentrionale (confermatasi poi come determinante infrastruttura di collegamenti e commerci) che, ricevendo la sua connessione da Milano, arrivava ad Aosta per discendere in Francia. E nel suo “Attuale tracciato” bellinzaghese il percorso stradale novarese “seguiva la Strada per Castelnovate, passava davanti alla Madonna di Loreto, raggiungeva il Cantone della Langa, prendeva la carrareccia a levante dell’abitato di quel borgo e si inseriva sulla Bellinzago-Cameri circa a 1 km a sud del paese” [Figura 34].

    Figura 34

Figura 34Corrado Gavinelli, Ricostruzione della Strada Maggiore sul tessuto topografico recente, 2021-22. Il percorso (disegnato sulla ‘Mappa Turistica della Provincia di Novara’ del 2021 aggiornata dall’originale del 2012, di autore anonimo della agenzia cartografica internazionale OnTheWorldMap) segue l’itinerario antico ricavato dalla indicazione descrittiva di Gian Michele Gavinelli del 1989 (ripresa, e verificata, sui documenti archeologici e archivistici)

Una indicazione sintetica che tuttavia trova una attestazione sicura di percorso nella fisica presenza testimoniata – però materialmente non conservata ed andata distrutta – nel “confine sud di Oleggio al cantone della Lanca”, dove “venne scoperto un tratto lastricato, subito disperso”; reperto comunque ricordato a confermare una effettiva presenza di tracciato viario romano, discendente verso i territori bellinzaghesi (come viene riscontrato dalla mappatura già citata di Balosso e Galli della limitazione romana di Oleggio) [Figure 35 e 36 (e 37)].

 

    Figura 35

Figure 3537La romana Strata Maior nel tratto riferito al territorio di Bellinzago: nel tracciato del 1975 riportato da Balosso e Galli per la Limitatio Olegii (si veda la Figura 20) con il suo percorso deviante, da Oleggio, verso il Cantone della Lanca [sopra]; quindi nel proprio itinerario odierno (eseguito – in viola – sulla cartografia moderna della mappatura statunitense citata: composizione ricostruttiva – La Strata Maior nel disegno del Balosso del 1975 riportata sulla topografia del 1944 – di Corrado Gavinelli del 2021-22) [sotto]; e nella immagine tecnica di una strada romana tipica (illustrazione dell’esperto romanista, scrittore e disegnatore britannico-statunitense David Macaulay del 1974) [in basso], che idealmente può dare una significativa immagine del percorso sostanzialmente diritto del tratto lastricato della romana Strada Maggiore nella baraggia bellinzaghese tra la collina e i boschi verso il fiume Ticino

E non soltanto: perché, a più accertabile conferma del suo territoriale percorrimento, nella zona oleggese periferica, tra le località frazionarie di Galnago e Loreto, allora più importanti di oggi, si rinvengono numerose, sebbene frammentarie, indicazioni toponomastiche di altre presenze di romanità: tra la attuale zona industriale a settentrione di Oleggio ed il sottostante suo abitato odierno, non soltanto all’incontro delle odierne vie Sempione e Verbano esiste una trasversale Via Romana, che esce ad oriente e si innesta – con vari tratti curvilinei di campagna – nella Via Castelnovate, sul suo itinerario accanto alla Via Strera di pertinenza loretina [Figura 38]; ma si ritrovava anche (non più segnata nelle carte odierne, ed invece bene indicata nella mappa militare statunitense del 1944 rappresentante Bellinzago Novarese al 1938) una Cascina Romana poco sotto il Cascinale dei Sonzini [Figura 39],

Figura 38         

Figura 38 [sopra]La contorta situazione andamentale dei resti storico-toponomastici romani ancòra rintracciabili nella cartografia odierna (i tratti della attuale Via Romana e sue estroflessioni) nella zona periferica nord-orientale di Oleggio, che corrispondevano ai Segmenti secondari di strade romane nel collegamento locale oleggese alla Strada Maggiore (ricostruzione di Corrado Gavinelli del 2021-22, sempre ripresa dalla sopra citata mappa di OnTheWorldMap)

Figura 39 [sotto]La posizione della Cascina Romana oleggese a settentrione del paese nella citata cartografia statunitense del 1944, situata sul costone collinare a settentrione di Oleggio (la cui posizione, nelle mappature più recenti, non è più riportata, a causa delle trasformazioni edil-topografiche del sito)

da cui proprio la Strada Maggiore discendeva per raggiungere il Cantone della Lanca (come si vede disegnato nella ricostruzione della limitazione oleggese balosso-galliana) [Figure 35, e 36].

E tali esigue, ma certificate, presente topografico-topomomastiche consentono di giungere ad una interessante ricostruibilità viaria del tragitto disperso della Strada Maggiore davvero confortante (che portano a determinarne il percorso storico con una certa sicurezza andamentale, tra Castelnovate – dove esisteva un altro passaggio fluviale sul Ticino comunicante con la Lombardia – e Novara) [Figura 34] in un insieme globale più minuto di tratti ancòra permanenti di articolazione viaria collaterale [Figura 40].

Figura 40 Il percorso variegato (e non soltanto rettilineo) che mostra L’insieme totale delle Tracce Rimanenti di Romanità Stradale riguardanti la Strata Maior e le corrispondenti connessioni viarie (ricostruzione di Corrado Gavinelli del 2021-22)

Riconducendo così ad una viabilità non più attualmente praticata, perché mutata abbondantemente con le trasformazioni moderne ed industriali, e successive, ma dalla quale però si evince come quell’antico percorso stradale realizzato dai Romani passava per il futuro territorio bellinzaghese centuriato, e tuttavia non presso l’abitato (non ancòra esistente) ed invece all’esterno dell’odierno suo perimetro orientale, e deviando leggermente verso il Ticino, congiungendosi quindi a Cavagliano con una consistente incurvatura di collegamento che non toccava comunque il futuro sito bellinzaghese, aggirandone l’accidentato suolo ancòra paludoso e di brughiera.

Il percorso descritto dal Gian Michele Gavinelli, di specifica pertinenza territoriale riferita a Bellinzago, è comunque una parte soltanto del più complesso (e completo) tragitto della Strata Maior effettiva, che sostanzialmente si innestava agli itinerari viari provenienti dalla Lombardia e dalla Liguria per andare, rispettivamente, al Monginevro (deviando per Torino e continuando fino alle Alpi Cozie) ed al Sempione (procedendo sempre verso settentrione, costeggiando il Lago Maggiore – o, secondo altra ipotesi, quello di Orta – e penetrando tutta la Valle dell’Ossola), come verificherò adesso esaminando altre interpretazioni (che hanno permesso una completa ricostruzione del suo tragitto, effettivo e di varia congiunzione stradaria con le corrispettive vie imperiali per Spagna, Francia, e Svizzera/Germania) [Figura 47].

Altre testimonianze stratal-topografiche

 Della importante strada romana finora descritta localmente, di cui non viene data attribuzione dataria, esistono diverse altre attestazioni documentarie, che possono ricondurre ad un suo più complessivo andamento, e ad un possibile riscontro epocale maggiormente circoscritto.

Ne scrive sinteticamente l’ignoto cronista (che si denonima con lo pseudonimo – volendo mantenere il proprio completo anonimato – Rodan: riprendendone il nome dal mostro alato della fantascienza giapponese divenuto un personaggio ricorrente nei filmati di Godzilla) in un suo articolo del 2011 riguardante Le Vie di Melpum, chiamandola però Strada Maggiore Ticinese, ovvero del Ticino (il corso fluviale italiano e non il Cantone Svizzero), in quanto percorrente un tragitto di parallelità, sebbene ad andamento più diritto, con il fiume piemontese-lombardo: che, cominciata “circa sulla provinciale Vigevano Galliate […] poi diventa una stradina secondaria da Galliate a Castelletto Ticino, […] corre più vicina al fiume, parallela alla strada 32, Novara-Arona, la quale è circa la Strata Maior Ticinensis” in questione, che era “diretta al passo del Sempione […]. Questa stradina, che a tratti è un sentiero di campagna, fu l’antica via ligure dei Giovi, e quando giunge a Marano Ticino, scende giù nella valle del Ticino, passa ad est di Pombia” andando quindi verso Castelnovate, aggiungo io, e dunque “risale sul terrazzamento, passa per Varallo Pombia e presso Castelletto Ticino, dove il fiume è più stretto in una gola, lo attraversava” [Figura 41].

Figura 41 – Corrado Gavinelli, La Strata Ticinensis, 2022. Ricostruzione della Strada Maggiore (detta Ticinese perché procedeva parallelamente al fiume Ticino, ripresa dalla versione descrittiva dell’anonimo Rodan, partente da Vigevano e concludentesi al Passo del Sempione (ma in tale caso riportata non passante per Novara). Questo tracciato, come gli altri alle Figure 43-44-47 e 59-60 (nonché 196-199-200), è stato disegnato sulla Carta del Piemonte Valle d’Aosta composta dalla Redazione Geografica (realizzata nel 1968 da esecutore anonimo sotto la direzione del grafico novarese Achille Soldani) dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara pubblicata nel 1973 sull’Atlante Mondiale curato dagli italiani Umberto Bonapace e Giuseppe Motta, rinomati cartografi e pubblicisti deagostiniani    

La decisamente specificata descrizione rodaniana è invece diversamente indicata dallo storico novarese, conosciuto esperto di vicende locali, Giancarlo Andenna, nel proprio intervento a proposito Di un nuovo centro di culto micaelico nell’Italia settentrionale. Olegium qui dicitur Langobardorum” (pubblicato nel 2004 all’interno di un più ampio volume – Profili Giuridici e Storia dei Santuari Cristiani in Italia – di autori vari curato dagli storiografi pugliesi Gaetano Dammacco e Giorgio Otranto per EdiPuglia di Bari), in cui viene riferito espressamente della Strada Maggiore romana individuandone la schematica percorrenza complessiva: considerando che “la chiesa di Oleggio” – di San Michele al Cimitero – “era anche una possibile tappa su di un percorso stradale da Sud verso Nord, o viceversa, in quanto da Pavia il viaggiatore poteva dirigersi verso il potente castrum di Lomello, oppure da Milano al castrum di Vigevano”, succedeva che “Da questi due centri era possibile raggiungere su di una strata maior Mortara, da qui, con una deviazione, la civitas di Novara, mentre continuando sulla medesima strata maior, ampiamente testimoniata nel X secolo, si giungeva a Galliate Vecchio, Cameri, Oleggio, Pombia, sede di comitato, Cicognola di Lupiate, nel territorio attuale di Borgo Ticino” (in verità adesso è nell’area di Castelletto Ticino), “e Sesto Calende, sulla riva milanese del fiume”. E tale descrizione verbale viene accompagnata da una mappa – disegnata dal ricercatore barese Luca Avellis nel 2003 – che riporta “la posizione di Oleggio nel contesto della rete viaria medievale della pianura padana”, con il percorso rettilineare della Strata Maior in questione nel tratto da Sesto Calende a Lomello passante per Pombia-Oleggio-Cameri-Mortara) [Figure 42, e 43].

Figure 42 e 43 – La ricognizione della Strada Maggiore secondo la ricomposizione documentaria medievale dello storico novarese Giancarlo Andenna del 2004, nel disegno schematico del pugliese Luca Avellis (ricercatore alla Università Aldo Moro di Bari) [sopra], e nella ricostruzione di Corrado Gavinelli (La Strata Maior andennese, 2022) seguente la descrizione letteraria del testo dell’autore novarese [sotto]: si può notare come il percorso, partente da Lomello, passa per Novara (e non prosegue per Vignale per andare verso Bellinzago) e devia su Galliate e Cameri, e poi si innesta nella Strata Maior bellinzaghese congiungendosi ad Oleggio per proseguire lungo la Via di Castelnovate e arrivare a Sesto Calende. E’ probabile che questa deviazione galliatese corrisponda ad una variazione di itinerario di epoca medievale, che aveva trascurato ormai la vetusta strada romana per altri tragitti, trattandosi anche del suo passaggio sacrale per raggiungere i luoghi ecclesiali più importanti (quale è il San Michele oleggese al Cimitero di cui tratta il testo andenniano)

E per individuare, infine, una possibile datazione cronologica di quella strada, si può fare riferimento alla laboriosa ed ampia ricerca su I Miliari come Fonte Topografica e Storica – che la sua autrice ha riferiti al solo “Esempio della XI Regio (Transpadana) e delle Alpes Cottiae” – scritta per la Ecole Française di Roma nel 1999 da Elena Banzi (archeologa e storiografa lombarda); dai cui contenuti si ricava (a riguardo delle grandi arterie consolari rapportabili alla Strada Maggiore con le quali questa si interseca e collega) come in particolare nel percorso della Via “Milano – Pavia – Torino – per l’Alpe Cozia”, sul suo tratto pavese-torinese, “A Gropello, dalla via publica, si dipartiva una via minore, ricordata nel medioevo con l’appellativo stratella via fossilizzatosi sino ad oggi negli esiti moderni ‘Strella’, ‘Strena’, ‘Strera’, che risaliva la sponda destra del Ticino e attraverso Garlasco (Pv), Vigevano (Pv), Trecate (No), Cameri (No), Bellinzago (No), Oleggio (No), il lago d’Orta e la valle del Toce, raggiungeva il passo del Sempione” [Figure 44]. Potendola così riferire agli stessi anni di costruzione della Via delle Gallie della quale si trovava “Ai margini”: e dunque considerarla dal 12 aC (quando questa strada conducente alla odierna Francia è stata iniziata) fino al 47dC (allorchè essa è stata compiutamente lastricata).

Figura 44Corrado Gavinelli, Ricostruzione del Percorso della Strata Maior secondo Elena Banzi, 2022: il tracciato è stato eseguito seguendo l’analisi della archeologa italiana effettuata nel 1999 sulla ricognizione dei Cippi Miliari romani da lei studiati e ritrovati, e dunque presenta alcune discrepanze dalle precedenti mappature finora considerate; ed in particolare mostra la partenza viaria da Gropello (da cui inizia la cosiddeta Stradella poi divenuta Strada Maggiore) e il suo passaggio, mai considerato, dal Lago di Orta anziché dal Lago Maggiore

Ed anche con le inevitabili discrepanze topografiche tra i vari autori, è però con le più precise ricognizioni miliarie di rintracciamento apportate dalla Banzi [Figure 45 e 46]

Figure 45 e 46 – Il percorso della Strada per le Gallie (ricostruito dalla Banzi sopra citata nel 1999): nella Carta 1., mostrante il tratto da Pavia a Torino (corrispondente alla mappatura di “distribuzione dei principali rinvenimenti archeologici effettuati lungo il tratto Ticinum – Augusta Taurinorum” seguendo “il tratto Vercellae-Eporedia della Mediolanum – Νovario – Augusta Praetoria – Alpis Graias e lungo gli itinerari minori Vercellae-Hastae e Augusta Taurinorum – Eporedia) [sopra]; e nella Carta 2. con la simile “distribuzione dei principali rinvenimenti archeologici effettuati lungo il tratto Augusta Taurinorum – ad Summas Alpes” (ovvero dalla capitale piemontese alle montagne Cozie, fino al Passo del Monginevro) [sotto]. Per più leggibile informazione, ricordo che Eporedia è la odierna Ivrea, ed Hasta corrisponde ad Asti (e faccio notare poi che la parola Novario è stata erroneamente scritta, e deve correggersi in Novaria)

che questa fatidica Strada Maggiore può venire complessivamente ricomposta nel suo andamento totale, e nei tratti collaterali di percorso complessivo (stratelle e qualsiasi altro “tratto secondario”, come quello da Milano a Novara e Vercelli tramite Vigevano e Mortara): raggiungenti, ripeto, la Spagna (dal Passo dei Giovi in Liguria), la Francia (dalla cosiddetta Via Cozia andante al Monginevro da Torino-Susa), e la Gallia Superiore (attraverso la Svizzera dal Valico del  Sempione) [Figura 47].

Figura 47 – Corrado Gavinelli, Tutte le Strade romane inerenti alla Strata Maior, 2022. Le percorrenze viario-stradali sono complessivamente ricomposte nel loro andamento totale, specifico e reciproco, riferiti alla Strada Maggiore nella sua globalità (nell’itinerario – linea verticale – dal Passo dei Giovi in Liguria al Valico del Sempione verso la Svizzera, con la Via delle Gallie – tragitto orizzontale – da Pavia, in Lombardia, al Monginevro sulle Alpi Cozie piemontesi). Sono compresi anche i cosiddetti Tratti Collaterali di complementare articolazione viaria (stratelle da Gropello a Oleggio comprendente anche Bellinzago, e percorso “secondario” da Milano a Novara e Vercelli tramite Vigevano e Mortara) con sostanziale partenza dalla città pavese (da cui iniziava il vero tragitto della effettiva Via delle Gallie): con cui si potevano raggiungere le provincie galliche di conquista o sottomissione, della Spagna (a meridione), della Elvezia (a settentrione), e della Francia (ad occidente)

E tutto questo quando ormai i territori piemontesi di risistemazione municipale augustea erano in pratica stati definiti; e qualche decennio prima,  nell’anno 41 avanti Cristo (e per la giustificazione di tale data, di cui vagamente ho già riferito, tratterò però più oltre nello specifico), era avvenuta ormai anche la fondazione romana del paese di Bellinzago, quale postazione colonica: e della quale ho descritto le modalità topografico-fondative – ripeto – nel mio saggio suddetto per il volume ‘Uomini e Terra’ (all’interno della mia trattazione su Bellinzago e Antonelli, riguardante “La storia dello sviluppo urbanistico bellinzaghese e delle sue opere antonelliane”), e dei cui aspetti specifici mi accingo adesso a porgere una più approfondita analisi storiografica.

LA CENTURIAZIONE COLONICA A BELLINZAGO (41 AC)

All’argomento Storia, pubblicato sul sito telematico ufficiale del Comune di Bellinzago Novarese, e curato da ignoti (perché non vengono nominati) autori vari (i quali però, altrove nel loro scritto, dichiarano il loro testo “Tratto da: ‘Percorsi, Storia e Documenti Artistici del Novarese – Volume 14 Bellinzago Novarese’ Provincia di Novara 1998”; e la cui specifica trattazione della parte storica romana deve venire riferita a Roberto Cortinovis), nel paragrafo riguardante la Epoca Romana viene specificato che “Il primo nucleo insediativo di Bellinzago sorse probabilmente in epoca romana”, e che “Corrado Gavinelli, nei suoi scritti, indica la presenza di una centuriazione del territorio e di una probabile presenza di strutture di difesa dell’originario accampamento romano che era forse collocato dove oggi sorgono la chiesa di Sant’Anna e l’edificio del Municipio. E’ da notare però che questi dati non sono avvalorati da nessuna fonte archeologica. Nonostante ciò è piacevole immaginare sulla collina dei soldati romani con armeggi che si concedono un po’ di riposo, le genti del posto che dalle capanne osservano con aria stupita, spaventata e forse divertita l’augure (sacerdote) che, dopo aver concluso le meditazioni e i rituali, poneva il suo cippo gromatico […] per tracciare le due strade principali delle città romane, il cardo e il decumano”, dalla cui delineazione “si dovevano erigere le costruzioni dell’avamposto romano”.

Est modus in rebus: c’è un limite alle cose

Una descrizione, quella cortinovisiana, nella sua forma considerabile descrittivamente compiuta, ma non proprio esatta nelle modalità di fondazione (e comunque esposta dal suo autore non citando parole o frasi mie, ma di sua elaborazione), che si rivela tuttavia fantasiosa e imprecisa, ed impropria, nella modalità di presentazione delle operazioni castramentatorie contingenti: che non possono essere avvenute con militi romani in collina, poiché – come la storia stessa delle colonizzazioni centuriali romane specifica – i tracciati di ripartizione delle terre avveniva in luoghi pianeggianti, evitando le difficoltà topografiche di posti elevati, impervi da misurare con regolarità geometrica ortogonale [Figure 104 e 105]; e nemmeno si sono potute svolgere, nel caso di Bellinzago, in presenza di popolazioni locali (presumibilmente celtiche) che a quell’epoca non abitavano le terre bellinzaghesi, perché queste – come ho sufficientemente di-mostrato più sopra – erano prive di insediamenti, e tantomeno con loro capanne. E tutto ciò proprio in considerazione della dichiarata inesistenza di “dati non […] avvalorati da nessuna fonte archeologica”: che se valgono per le tracce romane sul luogo devono ancòra di più valere anche per ogni altra presenza insediativa epocale mai provata (come quella della presenza abitativa celtica sulla immediata collina bellinzaghese).

Ho tenuto opportuno, su questa mia scoperta – o meglio induzione concettuale – di fondazione romana bellinzaghese (basata comunque su supporti documentarii topo-cartograficici che ognuno può constatare nel mio saggio precedentemente riferito apparso su Uomini e Terre) [Figura 5] soffermarmi ulteriormente sulle affermazioni generiche e sommarie (ed improprie) dell’autore in questione dei Percorsi: e non per avvalorare un vanto storiografico personale, ma per chiarezza espositiva e critica, allo scopo di commentare quelle considerazioni sopra riportate, che ritengo giusto – per il lettore e la autenticità di cronaca storiografica – fare conoscere e spiegare nei loro corretti termini di esposizione mia, a confronto con interpretazioni inopportunamente (e aggiungerei,  superficialmente) pubblicate.

E ritengo opportuno, infine, segnalare – e con questo concludo su tale argomentazione – che, tra le notizie riferite dagli autori dei Percorsi nel sito comunale bellinzaghese precedentemente citato, tutta la parte finale della loro trattazione, riguardante i testi biografici più elaborati – e con fotografie – dei Personaggi (ad eccezione della sola, marginale e laconica, correzione del titolo “Francesco Vandoni senior Calcaterra”), risulta incredibilmente copiata per intero, senza variazioni, proprio dal testo del Gian Michele Gavinelli che egli ha pubblicato sempre su Uomini e Terra: senza però citarlo compiutamente nella piena sua consistenza, e ponendolo soltanto nella scheda biografica finale (di “Antonio Vandoni sacerdote”).

Ed a proposito, infine, di dimenticanze citazionali, nella bibliografia dei testi bellinzaghesi riportata sul testo a stampa dei Profili in questione, devo ancòra rilevare che è stato inopportunamente tralasciato il volumetto sull’Asilo De Medici uscito nel 1976 – che tra l’altro ha costituito la prima completa pubblicazione bellinzaghese su questo edificio antonelliano – realizzato da me con il mio omonimo Gian Michele [Figura 48].

 

Figura 48La copertina del libretto sull’Asilo di Bellinzago (realizzato dagli storici bellinzaghesi Gavinelli, Gian Michele e Corrado, nel 1976 in occasione del centenario della conclusione costruttiva della importante opera scolastica antonelliana) che costituisce la prima completa pubblicazione bellinzaghese su questo edificio (foto di Corrado Gavinelli del 2021). La immagine dell’Asilo è di un autore anonimo (ma forse della Tipografia-Cartoleria Forzani di Borgomanero) e del 1959

Le tracce topografiche della centuriazione bellinzaghese e la loro ricostruzione

Venendo dunque alla mia trattazione sul reticolo romano di Bellinzago, nel mio lavoro citato [Figura 5] ho chiaramente (di)mostrato la derivazione della mia ipotesi da una approfondita analisi cartografica, prioritariamente ricavata dalle mappe catastali teresiane del 1722-23 (che risultano i più vecchi rilevamenti topografici attendibili nella loro precisione misurativa), controllate sulla specifica Carta di Bellinzago (non particolarmente titolata però, e contenente soltanto la scritta misurativa Trabucchi – Milanesi) disegnata nel 1725 dal misuratore (“agronomo della città di Novara”, però probabilmente di nascita  bellinzaghese) Giuseppe (e non Francesco) Vandoni, e verificata sulla Mappa Rabbini del 1855-58 [Figure 49 e 50 (e 51)].

Figure 49 e 50 (e 51)Le due mappe di Bellinzago sulle quali è stata effettuata la verifica topografico-toponomastica degli assetti stradali storici, e delle tracce centuriali romane rimaste: la settecentesca Carta del Borgo di Bellinzago (senza titolo, ma riportante la scritta misurativa inerente ai Trabucchi – Milanesi) attribuita tradizionalmente al geometra misuratore bellinzaghese Antonio Vandoni con esecuzione nel 1723 (foto di Giacomo Musetta del 2021) [sopra] ma in realtà eseguita dal suo omonimo Giuseppe due anni dopo (si veda la Figura 51); e la cosiddetta Mappa Rabbini (così chiamata dal suo autore, il topografo-rilevatore Antonio,  nominato – dal Ministro delle Finanze italiane Camillo Benso Conte di Cavour – nel 1853 Direttore Generale del Catasto) compilata nel 1855-58 e rappresentante L’insediamento bellinzaghese nella seconda metà dell’Ottocento (foto di Corrado Gavinelli del 1988) [sotto]. Della cartografia vandoniana, non essendoci riferimenti scritti al suo proposito (almeno finora ritrovati), circola, tra gli storiografi bellinzaghesi, una sua duplice informazione generica, finora tradizionalmente accettata: la presunta didascalia di riferimento, riportata sul retro del disegno (“Misura Fatta da Franc.o Vandone Agronomo della Città di Novara”) – che io però, dalle mie ricerche bellinzaghesi effettuate tra 1973 e 1976 (e dopo), non ho riscontrato esistere – e la ipotetica sua data, attribuita al 1723 (in quanto la sua rappresentazione risulta chiaramente ripresa dall’istituzionale Catasto Teresiano: così chiamato – come è noto – perché voluto dalla Imperatrice di Austria Maria Teresa di Asburgo, la Arciduchessa Regnante del Sacro Romano Impero, e che è stato compilato nel 1722-23). Ma a mio parere tali considerazioni devono considerarsi in parte improprie e per certi aspetti errate, ed anche inventive: poiché non soltanto già dal 1989 ho fatto osservare (nel mio sintetico esame dello sviluppo urbano bellinzaghese elaborato per ‘Uomini e Terra’) come “la splendida mappa colorata” in questione fosse opera di “Josef Vandone” (avendolo ritrovato in uno scritto archivistico comunale: e tale attestazione, sebbene con trascrizione grafica leggermente diversa, la si riscontra proprio dietro al foglio della cartografia stessa con la seguente dizione: “Fecit Iosef Vandoni”: nel proprio nome scritto per altro, con maggiore esattezza, al plurale) [in basso, Figura 51], ma anche adesso posso confermare che tutti i disguidi – attributivi e datari – debbano venire considerati in altro modo (e conseguentemente corretti): e magari (ma nulla attesta tale congettura) ritenere il noto (perchè con certezza ha lavorato alla mappa del castello bellinzaghese del 1750: si veda la Figura 132) agrimensore Francesco Vandoni quale materiale rilevatore topografico della mappa bellinzaghese, e lo sconosciuto (anche professionalmente, almeno finora) Giuseppe Vandoni (di cui non si sa  neppure la eventuale parentela con il suo omonimo collega) come colui che invece ne ha elaborato (“fatto”, come scrive: ovvero eseguito) il disegno nella sua stesura finale; compiendo tutto quanto nel 1725, come mi sembra di avere trovato scritto in altri miei appunti (di cui però non sono più riuscito a recuperare la espressa attestazione fisica). Comunque, la precedente supposizione mediatoria tra i due Vandoni non possiede conferme documentate probanti. Per cui, alla fine, io sono giunto alla conclusione, e opinione definitiva, che a questa Carta di Bellinzago la presenza vandoniana dell’agrimensore Francesco (detto Franco) sia totalmente da escludere, perché di lui nulla perviene dai documenti storici, e che sia invece da assumere la sua attribuzione totale all’omonimo Giuseppe, unico firmatario dell’opera (dietro alla mappa): e di cui credo di riconoscere anche il suo esplicito ruolo tecnico, duplice e combinato insieme (di agrimensore, o misuratore, e di realizzatore cartografico) dal fatto che, nel disegno della cartografia (come ugualmente ho indicato dal 1989) si scorgono chiaramente gli elementi grafici di composizione geometrica dei tracciati mapparii, nei piccoli fori di riferimento misurativo (“i punti di riporto bucati col compasso”) che venivano praticati per i giusti dimensionamenti in scala, come gergalmente si dice. A conclusione, del rintracciamento della immagine a colori vandoniana finora discussa (che io possedevo soltanto in bianco-nero), come per le altre cartografie alle Figure 93 e 132, devo ringraziare lo storiografo locale Giacomo Musetta, escursionista naturalistico professionale e Presidente della Associazione Culturale Bellinzaghese Amici del Caffè, che me le ha procurate direttamente; ma devo ricordarne anche il supporto pratico, per la loro ricerca (e anche per le altre cartografie antiche e odierne bellinzaghesi, alla Figura 94) e varie informazioni generali di genere bellinzaghese, alla dottoressa Mariella Bovio, cultrice di conoscenze ed esperienze su Bellinzago (di cui inoltre è stata Sindaco dal 2004 al 2014)

Figura 51 – Il retro della Mappa bellinzaghese di Giuseppe Vandoni (si veda la figura 49), da lui autografata (foto di  Giacomo Musetta del 2021)

Dalle sopra citate cartografie sette-ottocentesche, ho rinvenuto i soli tracciati ortogonali ancòra esistenti nonostante le inevitabili deformazioni campestri dei lotti agrari avvenute in epoca medievale e soprattutto industriale successiva [Figure 52-53 e 54], sovrapponendone le linee topograficamente permanenti sulla rete stradaria moderna del paese, e ritrovando la scacchiera romana di origine sulle direzioni rimaste degli andamenti viari attuali [Figura 55].

          

Figure 52-55Il rinvenimento grafico delle linee di centuriazione romana restanti nella topografia bellinzaghese, ricavato dalle tracce catastali ancòra esistenti nella suddivisione terriera ed urbana, fondamentalmente impostata sulla mappa vandoniana settecentesca precedentemente citata: la alterata situazione stradaria nella mappa novecentesca di Bellinzago (cartografia di disegnatore ignoto e senza data, ma sicuramente dopo il 1981) [sopra, a sinistra]; le linee di varia ripartizione campestre ricavata dalle particelle terriere presenti nella Carta di Bellinzago rilevata da Giuseppe Vandoni del 1725 (Corrado Gavinelli, Riproduzione della situazione catastale dell’abitato bellinzaghese del Settecento, 1973-76) [sopra, a destra]; ed i segni di ortogonalità rimanenti, più probabilmente corrispondenti alle antiche righe di regolare suddivisione terriera attuata dai coloni romani (Corrado Gavinelli, Ricostruzione della centuriazione romana nel territorio dell’abitato bellinzaghese, 1973-76) [sotto]

Figura 54 [sopra] e Figura 55 [sotto]

Figura 55 – Corrado Gavinelli, Ricostruzione della castramentazione romana nel territorio dell’abitato bellinzaghese, 1973-76): le antiche strade romane (in grigio) sulle deformazioni viario-topografiche avvenute nelle epoche successive (soprattutto nel Medio Evo) [si veda anche la Figura 90]

E sebbene gli storici novaresi già ricordati Giuseppe Balosso e Luciano Galli abbiano sostenuto (nel loro lavoro di ricerca sulla Oleggio Romana apparso nel primo numero del 1975 del ‘Bollettino Storico per la Provincia di Novara’) che una centuriazione sia inesistente nella area bellinzaghese (osservando come altrove nel territorrio esterno a Bellinzago sono rinvenibili evidenti tracce di righe centuriali o “Altri allineamenti con presunti cardines”, ed invece “I segni della limitatio nelle terre intorno a Bellinzago sembrano estranee al grande schema” della suddivisione colonica dei Romani, forse a causa della “grande macchia di Baraggia compresa tra Oleggio e Cameri e fra il Ticino e il Terdoppio”) [Figura 20], la mia deduzione di possibile castramentazione centuriale rileva il contrario: poiché  essa è fondatamente ricavata dalle attestazioni mappali condotte su antiche cartografie sette-ottocentesche (e non effettuate, come sono quelle balossian-galliane “Esaminando le carte dell’I.G.M. al 25.000 ed. 1962”, in una data alquanto recente, e lontana quasi 2 secoli dalle cartografie storiche da me consultate: e quindi piuttosto topograficamente più sconnesse con il trascorrere del tempo) che inequivocabilmente evidenzia un rimarcato tracciato romano, riconoscibile e netto (per quanto anch’esso già turbato dalle deformazioni avvenute – sono costretto a ripetere – col Medio Evo e più recentemente).

Derivazione topografica, questa mia, che per altro in un successivo lavoro del solo Balosso (L’impianto territoriale antico, eseguito per il libro di vari autori riguardante La Bassa Novarese ed edito dalla Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Novara nel 1981) non viene più completamente sostenuta, ed invece parzialmente negata, perché nella sua ricomposizione delle limitazioni romane nei siti ad oriente del territorio novarese, una traccia minima di linee centuriali vengono riconosciute anche alla zona di Bellinzago (tanto tra le “località interessate da tracce di limitatio” quanto nei loro “allineamenti superstiti”): confermando la possibile, per quanto esile, centurialità di quel luogo che io ho deduttivamente ricavato [Figura 56].

Figura 56 – Giuseppe Balosso, Quadro schematico della Limitatio Romana nel territorio novarese, 1980. Sebbene con esigue e leggere tracce, nel suolo bellinzaghese la presenza attestata di organizzazione centuriale della antica Roma si può percepire anche nella territorialità di Bellinzago (“Belliciacum”), segnata tra le “località interessate da tracce di limitatio” (ovvero centuriazione)

Altre considerazioni di attestazione storiografica, e la posssibile data di fondazione romana

Concludendo, quindi, sulla nascita (e fondazione) storica del paese bellinzaghese, sebbene non ne esistano attestazioni documentarie precise (il mio omonimo Gian Michele tuttavia, senza riportarne la fonte di riferimento, colloca – nel citato suo lavoro per Uomini e Terre – la Romanità bellinzaghese in un comunque accettabile periodo di “I Sec. a. C. – IV Sec. d. C.”), la sua fondazione si può ritenere che risalga con una certa sicurezza alla immediata epoca pre-augustea della massiccia colonizzazione romana di Lombardia e Piemonte, quando (faccio ricorso alle ricerche dello storico italiano Gino Bandelli, pubblicate nel suo saggio sulle Colonie e Municipi  delle Regioni Transpadane in età repubblicana) le aree galliche piemontesi, appartenenti alla XI Regione della organizzazione territoriale effettuata da Caio Giulio Cesare edOttaviano Augusto (che comprendeva i territori piemontese e lombardo divisi dal Fiume Po nella sua parte settentrionale fino alla X Regio Veneto-Istriana), erano state istituite, in generale, nel “quarantennio 90-49”, in autonomi municipi civici di genere tipicamente laziale e non più di referenza federale gallica.

Ma non tutte però, poichè nello specifico delle assegnazioni disparate, le fondazioni nuove ed i rinnovati assestamenti di località già precedentemente interessate dalla presenza romana, avvennero anche più tardi; ed a questo proposito – come  riporta Manlio Lilli, nel suo saggio del 2004 per la Enciclopedia Treccani riguardante L’Italia Romana delle Regiones – “lento e difficile risulta il processo di romanizzazione nell’Italia settentrionale, a partire dalla Lex Pompeia, che determinò un cambiamento giuridico-istituzionale nelle regioni a nord del Po nell’89 a.C., attraverso la concessione della cittadinanza romana alla Cisalpina nel 49 a.C. e l’estensione anche giuridico-istituzionale dell’Italia fino ai piedi delle Alpi, tra il 42 e il 41 a.C.”; mentre “Relativamente alle aree alpine, la […] conquista si sviluppò tra il 35 e il 7 a.C.” [Figure 57 e 58].

Figure 57 e 58Le Regioni dell’Italia Augustea di Andrew Dalby (storico e scrittore-traduttore inglese) del 2019 [sopra]; ed i Territori della Gallia Cisalina e Transpadana riportati nell’Atlante Storico di William Robert Shepherd (cartografo e storiografo statunitense) del 1911. La prima mappa mostra la suddivisione regionale rapportata al 7 dC, ad organizzazione augustea ormai avvenuta; mentre la seconda cartografia presenta la situazione giurisdizionale delle popolazioni galliche agli “inizi I sec aC” [sotto]

E di conseguenza, non è proprio nella quarantina di anni riferita dallo studio bandinelliano che propriamente può essere stato fondato il Castro bellinzaghese, bensì leggermente più tardi, in conseguenza alla sequenza cronologico-geografica della colonizzazione delle nuove terre lombardo-piemontesi costituite in municipalità di varia sistemazione pubblica con le assegnazioni poderali, attuata dalle riforme prima cesaree- e poi augustee.

E considerando infatti che Aosta risale al 25 aC (e  consegnata alla Tribù Sergia), Susa al 13-12 (e lasciata alla locale Tribù Cozia di composizione salassa), Torino al 28 aC (assegnata alla Tribù rurale Stellatina), Vercelli e Novara al 49 aC (la prima affidata alla Tribù Aniese, e la seconda alla Tribù Claudia), Pavia al 43-42 (tenuta dalla Tribù Papilia), come infine Milano anche essa riportabile al 49 aC (e consegnata alla Tribù Quirina con la Legge Roscia, che concesse ai Transpadani la piena cittadinanza romana) [Figura 59]; e collateralmente, approfondendo le fondazioni municipali delle località minori nei dintorni bellinzaghesi, indipendenti ma sottoposti alla giurisdizione dell’Agro Novarese (Oleggio e Cameri nel 42 aC, rispettivamente date alle Tribù Ollia e Marzia, e dunque Galliate e Trecate, che posseggono scarse attestazioni di municipalizzazione antecedenti al Primo Secolo dopo Cristo, e tuttavia – dalla analisi topografica sul territorio – mostranti una intima corrispondenza con la raggiera di villaggi ad oriente di Novara) si può alla fine configurare un possibile assetto fondativo di Bellinzago proprio nel 41 aC, come antecedentemente ho accennato [Figura 60].

Figure 59 e 60La mappatura della Municipalizzazione Romana concessa (ed effettuata) agli insediamenti gallici piemontesi (e dell’immediata area lombarda oltreticinese)[sopra], e nello specifico territorio riguardante Novara (Municipi di Attestazione romano-antica nel Novarese) [sotto], con le relative date di istituzione (elaborazioni grafiche di Corrado Gavinelli del 2021-22), e specificamente con Bellinzago riferita al 41 avanti Cristo

E come è stata effettuata la fondazione della Bellinzago romana?

Tengo a riportare, a conclusione di tale mia argomentazione di storicità romana bellinzaghese, ad illustrare più ampiamente gli aspetti possibili di castramentazione e centuriazione dei terreni praticati dai coloni romani sul suolo di Bellinzago; per fornirne una illustrazione anche maggiormente comprensiva e completa, e perché no – nell’insieme pesante e ampio delle trattazioni tecniche e scientifiche – anche … piacevole (come vuole il commento del Cortinovis)!

E’ piacevole, dunque (ed anche utile per verificarne le attuabilità specifiche), ripercorrere più minuziosamente – ma con la sintetica riassunzione dovuta – le modalità tipiche dei procedimenti fondativi (e di sviluppo) dei Romani antichi a Bellinzago, per complessivamente definire quell’atto di costruzione fondamentale per la storia insediativa del paese (e per rivivere quelle semplici ma grandiose procedure di cui si è avvalsa la sagacia operativa di Roma in generale, indipendentemente da tutte le condizioni politiche e belliche di inevitabile efferatezza e dominio che le hanno rese possibili per lasciare il segno duraturo della civiltà romana antica nel mondo).

E per rendere più scorrevole (ma precisa) la descrizione, mi affido ad un esperto a noi contemporaneo della cultura della Roma del passato: il distensivo scrittore, e capace disegnatore illustrativo, britannico-statunitense David Macaulay, autore di un chiaro testo sintetico su La Storia delle Pianificazione e Costruzione dei Romani, pubblicato nel 1974 a Boston.

“I soldati, e gli schiavi che viaggiavano con loro, giunti sul posto impiantavano un campo militare, il castro[Figura 61]. Che ancòra non possedeva una fortificazione complessamente compiuta e solidamente murata, come siamo abituati a considerare tali tipi di accampamenti, ma consisteva soltanto in una postazione provvisoria, del tutto analoga agli insediamenti da guerra che gli eserciti romani di occupazione realizzavano per le soste di spostamento delle legioni di conquista o di colonizzazione [Figura 62].

Figure 61 e 62 Il tipico acquartieramento legionario di un iniziale Castro romano da guerra (di marcia o di sosta) in un territorio di conquista o di colonizzazione, nella sua estensione territoriale [sopra] e nel particolare della castramentazione [sotto] (disegni di David Macaulay – illustratore e storico divulgatore statunitenese – del 1974)

Ed in questo procedimento, bisogna ricordarlo, l’impianto castrense precedeva la centuriazione del territorio, poiché l’accampamento doveva provvedere sùbito alla minima ed indispensabile necessità di acquartieramento delle truppe e dei loro seguaci, ed alla solerte abitabilità del suo contesto (che doveva poi venire composto in un assetto urbano più stabile e difensivamente protetto, nonché internamente organizzato, nel tempo). Ed in tale iniziale suo progetto, il campo militare “riproduceva in piccolo la pianta di una città e […] veniva realizzato seguendo lo stesso metodo” pianificatorio dell’urbe, già variamente sperimentato in moltissime altre occasioni.

“Prioritariamente” i militi “scavavano attorno ad una area rettangolare” (precedentemente dimensionata secondo le esigenze di contenimento residenziale , che comunque gli ingegneri del territorio – o i tecnici misuratori preposti a tale còmpito: i cosiddetti Gromatici di cui tratterò più esiesamente dopo – al sèguito delle truppe avevano già disegnato nella sua approssimazione migliore, e nella loro decisa consistenza spaziale e costruttiva, complessiva e di ampiamento futuro) [Figure 63 e 64] – e su quella ampia perimetrazione confinaria

Figure 63 e 64Le tabelle (tavolette in genere di cera) progettuali disegnate dagli architetti-ingegneri romani per la definizione delle città castramental-centuriali e per il loro controllo insediativo [sopra], ed il conseguente impianto urbano (residenzialmente ancòra parziale, entro il reticolo castrense di ampiamento) inciso sulla lapide del cippo gromatico posto al centro dell’accampamento [sotto]: in due illustrazioni macaulayane sempre del 1974, riferite alla ideale urbe colonica di Verbonia Augusta fondata nel 728 (data rapportata alla creazione di Roma) ovvero nel 25 aC (lo stesso anno di costruzione di Aosta)

ricavavano “una trincea protettiva” (chiamata vallo, perché composto dall’avvallamento della terra di riporto dello scavo del fossato sottostante) [Figure 65 e 66] oltre la quale, all’interno del campo, “erigevano una staccionata difensiva di pali”.

65 e 66Un Vallo (cosiddetto “cesariano” perché sostanzialmente inventato dal generale – poi dittatore – romano Caio Giulio Cesare nelle sue campagne galliche del 58-51) [sopra] scavato ad immediata protezione del perimetro castrense, e il suo posizionamento generale intorno all’intero accampamento legionario [sotto]: in un disegno storico dell’ingegnere italiano Romolo De Caterini, pubblicato nel 1935 nel suo saggio sui Gromatici Veteres – I Tecnici Erariali Dell’antica Roma

Una barriera di tronchi alti e robusti accostati (e comunque sufficientemente resistenti per opporsi ad improvvisi assalti) acuminati in punta [Figure 67 e 68, e 62].

Figure 67 e 68La Figura del campo Romano, fosse, palafite, tende & padiglioni (“ritratta da uno antico marmo, la quale ancor si vede”), in un disegno del 1558 del sedicente “Guglielmo Choul Gentilhuomo lionese Consigliero del Re” Francesco I di Francia, per il libello di un suo Discorso scritto “Sopra la Castramentatione & bagni antichi de i Greci & Romani” stampato a Padova da Innocente Olmo [sopra]; e nella Ipotesi ricostruttiva di una palizzata romana, con alle spalle alcune tende dell’accampamento da marcia proposta dall’illustratore tedesco Matthias Kabel nel 2007 [sotto]. Si noti come nella rappresentazione cinquecentesca la palizzata si mostra più come un recinto a staccionata che quele barriera di tronchi accostati (ma forse si tratta di una interpretazione errata del rilievo da cui è stata copiata, oppure riproduce una situazione arcaica di fortificazione)

“Poi venivano tracciate le due strade principali, una che andava da Nord a Sud e l’altra da Est a Ovest, e nel loro punto di incontro si lasciava”, lateralmente, “un grande spazio aperto chiamato Foro” (ovvero luogo vuoto), “dove” – inizialmente, perché dopo quell’ambiente diventerà il centro pubblico dell’insediamento cittadino formato – “i soldati si potevano adunare giornalmente per ricevere gli ordini” di attività e lavoro [Figura 69].

  Figura 69

Figura 69 – Autore Anonimo di StoriaFacile, Accampamento romano, 2001: schema della ripartizione sistemativa di un castro romano da conquista, con fossato e palizzata esterni, e dentro con le tende militari e di servizio attorno al padiglione pretorio (che veniva posizionato al centro del campo, accanto all’altare votivo dove sorgeva anche il cippo gromatico, all’incrocio delle vie principali del cardine e del decumano)   

L’accampamento iniziale era composto, per immediatezza e velocità di sistemazione, di grosse tende militari da campo, che facevano parte della attrezzatura di carico trasportata dalle milizie: e “Ad una estremità del Foro” veniva eretta “la tenda del comandante, mentre le tende dei soldati, degli schiavi, e dei magazzini, allineate in file parallele” (e con una gerarchia di posizionamento planimetrico) [Figure 70 e 71].

Figure 70 e 71Un Accampamento da Marcia (disegno di autore anonimo, con pseudonimo Cristiano, del 2015) composto sulle indicazioni dello storico romano (di provenienza greca) Polibio [sopra]; ed una tipica tenda campale (di illustratore ignoto del sito telematico Romano.Impero, del 2009) [sotto] composta di spesse pelli animali e cuoio, impermeabili, cucite insieme

Alloggiamenti provvisori che poi saranno “sostituiti con capanne permanenti costruite in legno” (e successivamente ancòra, con caseggiati in mattoni e pietre) [Figure 80, 92, 231 e 232].

La Castramentazione (ossia la regolata divisione dei terreni interni al castro in lotti squadrati da assegnare ai coloni per le loro residenze urbano-abitative) avveniva quindi immediatamente dopo, preceduta da una propiziatoria (e perciò effettuata dai famosi Aùguri, sacerdoti preposti alla dedicazione del sito) cerimonia di consacrazione del suolo, che corrispondeva in pratica all’atto di fondazione istitutivo [Figura 72].

Figura 72Il rito di fondazione del Castro da parte dell’Aùgure (sacerdote che presiedeva alle cerimonie di consacrazione dei luoghi di attestazione campale-urbana, interpretando il comportamento degli uccelli e sacrificando offerte animali su un apposito altare occasionalmente approntato, che poi diverrà elemento stabile nel Foro), in un ulteriore disegno di Macaulay del 1974

Ed “il giorno seguente” stesso “gli agrimensori si mettevano all’opera per tracciare i percorsi delle strade” interne, riguardanti la suddivisione urbana dei quartieri nell’accampamento, divenuti poi gli isolati della città e lotti residenziali, che “dovevano, secondo il progetto, intersecarsi ad angolo retto”, utilizzando appositi “strumenti che, sebbene rudimentali” (ma tuttavia ottimamente idonei alla qualità realizzativa delle operazioni necessarie) “avrebbero garantito una certa precisione nei tracciati”.

E quindi, anche la Centuriazione (la egalitaria suddivisione dei terreni effettuata fuori dall’impianto castrense in ripartizioni ortogonali e appezzamenti altrettanto squadrati per provvedere ogni colono di un proprio campo da coltivare per l’approvvigionamento agricolo, famigliare e collettivo) procedeva altrettanto presto, e similmente, come un prolungamento più in grande della castramentazione.

E come è noto, il più tipico, importante e primario, di quegli attrezzi misurativi usati dai colonizzatori “era la groma” (che è un sostantivo, lo ricordo, femminile), con cui, “seguendo la direzione dei bracci della croce” metallica di cui era fornita, appoggiata al suo gambo di sostegno conficcato in terra, “si potevano tracciare strade esattamente perpendicolari tra loro” [Figura 73 (e 117-118].

Figura 73 L’uso dello strumento tracciatore (la groma) dei percorsi ortogonali nella castramentazione romana, da parte di un tecnico militare, in un diventato famoso (e variamente riprodotto) disegno del 1933 dell’architetto-ingegnere comasco Federico Frigerio, storico e restauratore (rinomato fautore del Tempio Voltiano a Como nel 1927-28)

E intorno a questi percorsi urbani con lo “stesso metodo venne fatto per la divisione dei campi agricoli” all’esterno dellee palizzate di recinzione residenziale  [Figure 74 e 75].

Figure 74 e 75Lo stesso procedimento per la centuriazione territoriale, eseguita dai Gromatici (il cui nome deriva appunto dal mezzo operativo per il tracciamento delle linee viarie, la groma) [sopra], misuratori esperti nei più vari lavori di determinazione della equa suddivisione regolare delle terre in lotti uguali, coltivabili ed edificabili dai coloni [sotto] (in altrettante illustrazioni macaulayane del 1974)

Queste sostanzialmente furono le operazioni per attuare la definizione castrense ed immediatamente agraria dell’accampamento bellinzaghese nel 41 aC, assegnato al comandante (ma non console, in quanto il suo nome non risulta negli elenchi dei magistrati di quell’anno, e del periodo corrispondente) Bellicio, personaggio istitutivo – di cui tratterò più avanti – al quale viene attribuita la fondazione e formazione dell’abitato [Figura 76].

Figura 76Disegnatore Anonimo (riportato da Barbara Gastaldi nel suo sito telematico Elementari), Accampamento Romano Minimo, 2020. In questa originaria essenzialità campale doveva consistere il primo campo romano bellinzaghese del 41 aC, poi diventato insediamento fisso e Castro ampliatosi nei secoli

Il primo iniziale campo poi subì una elementare sistemazione  urbanizzata minimale, costituita da una nuova e “alta muraglia intorno al castro, con porte fortificate da torrioni” (prima in tralicci lignei e poi in pietra, o mattoni) in corrispondenza della fine delle strade interne, che prevedevano anche gli spazi delle future espansioni [Figure 77 e 78-79].

Figure 77-79Sempre nelle illustrazioni del Macaulay del 1974, è mostrata la progressiva evoluzione urbana del castro militare, ingranditosi nella sua consistenza insediativa [sopra] e munitosi di un più grande perimetro – di espansione – protetto da difese in muratura con torri intervallate [sotto]; il cui ampiamento è stato generalmente indicato, inciso sulla lapide gromatica dell’accampamento legionario [in basso] (si veda anche la Figura 64)

E dentro il nuovo perimetro fortificato sarebbero sorti quindi gli isolati urbani più compiutamente costruiti con caseggiati pubblici e privati, in muratura o pietra, sostituenti le originarie tende e capanne [Figure 80, e 81-82, e 83].

Figura 80 – La fase inizialmente conclusiva della espansione urbana del castro in una città composita, in un altro disegno ancòra macaulyano e coevo, che sta riempendosi di abitazioni a domus e di edifici pubblici (nell’area del Foro) ma anche si dota di attrezzature di servizio utili e ludiche, come l’area con l’Anfiteatro (nell’angolo in alto a destra) ed il vicino (a settentrione) Acquedotto proveniente dal territorio esterno: elementi, questi due ultimi, ovviamente mai realizzati a Bellinzago, il cui assetto urbano restò sempre nella limitazione dimensionale del paese poi identicamente sviluppatosi, nella sua consistenza topografica, con il Medioevo e fino al primo Ottocento

Figure 81 e 82La suddivisione degli isolati in lotti edificabili squadrati [sopra], e la stessa tecnica costruttiva ortogonale nella esecuzione delle murature edilizie [sotto] (illustrazioni di Macaulay del 1974), rimandano – nella loro analoga geometria regolare controllata – al disegno perpendicolare delle misurazioni urbane e territoriali, medesimamente tracciate nella loro sistematicità squadrata (si veda la Figura 79)Figura 83Una raffigurazione oggettiva di costruzione di una villa romana, in un affresco dell’Ipogeo (tomba di famiglia scavata nel sottosuolo con una composizione di stanze riproducenti l’assetto abitativo di una residenza vera) delll’impresario edile Trebio Giusto, realizzata tra le catacombe di Via Latina a Roma, in epoca tardo-antica e con stile paleocristiano, probabilmente nel 304-305. Il sepolcro apparteneva ad un facoltoso architetto e costruttore, come mostrano la sua grandiosità spaziale e la diffusa, accurata, decorazione illustrativa che ricopre tutti gli ambienti tombali con immagini realistiche (tra cui questa del cantiere edile)

Per la edificazione delle case residenziali poi, esistevano precise regole e obblighi di esecuzione prescrittivi, per un civico ordinamento urbano (una sorta di generico regolamento edilizio): e “nessun fabbricato di proprietà privata doveva essere alto più di due volte la larghezza della strada” su cui esso sorgeva, per consentire “alla luce del sole di raggiungere tanto la strada quanto i caseggiati”, richiedendo inoltre “a tutti i proprietari di edifici affacciati sulle vie principali, di costruire a loro spese una tettoia” (poi diventata eventualmente un portico ad arcate in muratura) “sopra il marciapiede in modo che i pedoni” (e le pareti al piano terreno degli edifici, di solito adibiti a negozi) “potessero sentirsi protetti dal caldo e dalla pioggia” [Figure 84 e 85].

Figure 84 e 85Un duplice esempio (sempre di Macaulay e del 1974) di una via interna al castro con i portici aggiunti sui marciapiedi relativamente alle altezze medie dei caseggiati: in una veduta prospettica [sopra] e nella sezione corrispondente [sotto]

In tale ordinato sistema stradario e lottizzato, ogni cittadino però “aveva la libertà di costruire a suo piacimento” e secondo le possibilità economiche, realizzando “case di varie tipologie, […] per cui all’interno degli isolati si poteva ritrovare la dimora ricca e appariscente, in genere ad un piano, per singole famiglie, e la casa a due o più livelli” per diverse quantità plurime di abitanti, anche di aggregazione condominiale [Figure 86-87 e 88 (e 89)].

Figure 86-88 – La caratteristica casa residenziale urbana (domus) degli antichi Romani: in due disegni macaulayni (nella sua distribuzione planimetrica – Pianta della Casa[sopra] e nella sezione trasversale [sotto]); e nel proprio più consueto aspetto (esteriore, e di tipica descrizione spaziale interna) in una restituzione assonometrica di Tobias Langhammer (Disegno di una tipica domus romana con atrio) del 2010 [in basso]

Figura 88 [sopra] – La distribuzione di una tipica Domus romana antica: 1 Ingresso, 2 Negozi, 3 Atrio, 4 Impluvio (vasca con acqua, raccolta dalle piogge e conservata, ma poi altrimenti alimentata da condotte idrauliche), 5 Tablino (sala di soggiorno casalingo e ricevimento), 6 Orto, 7 Triclinio (sala da pranzo) 8 Ali (stanze a disposizione), 9 Cubicolo (camere da letto)

Ed è probabile che, data la circostanza dimensionale ed edificatoria di Bellinzago – rimasta sempre piuttosto bassa nelle elevazioni costruttive, secondo una consuetudine contadina di carattere cascinale – gli edifici di abitazione in epoca romana non superassero i 2 o 3 piani di altezza; arrivando poi anche a 4 in conseguenza alle trasformazioni di periodo medievale [Figure 89 (e 90)].

Figura 89 – Uno spaccato (sempre di Macaulay e del 1974) di un caseggiato condominiale castrense di Roma antica [sopra]

Conservando così un assetto di impianto regolato, fino alla decadenza imperiale, quando il paese cominciò a manifestare quella caratteristica trasformazione morfologica rinvenibile nella deformazione topografica dei suoi isolati cittadini, che hanno planimetricamente disgregato gli assetti viari ortogonali con i quali sono venuti ad essere condizionati anche gli aspetti costruttivi e formali contingentemente successivi [Figura 90].

    Figura 90 Le aree edilizie di residenza bellinzaghesi (affacciate su strada) interessate da presenze costruttive nel Moedioevo, topograficamente documentate (Corrado Gavinelli, Composizione della morfologia antica di Bellinzago, di provenienza medievale, 1973-76)

Ma anche nella immagine dell’originario, e di quello poi evoluto, impianto romano antico di fondazione, è alquanto difficile che il castro bellinzaghese abbia assunto quella magnificenza urbana delle grandi città dell’impero, con imponenti monumenti, grandiosi palazzi e sontuose dimore [Figura 91] di cui conosciamo parecchi esempi; mantenendo invece il suo perimetro nella chiusura squadrata del recinto di propria immediata evoluzione espansiva [Figura 92].

Figura 91 [sopra]Un tipico caso di espansione urbana di un campo militare romano: la Rimini Romana, nel suo pieno sviluppo cittadino sotto l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano (117-138), nella ricostruzione tridimensionale del 2021 di un anonimo elaboratore del sito telematico riminese Capitolivm (in cui si riscontra la regolata, ma differenziata, diffusione abitativa delle domus ad impluvio, signorili o meno)

Figura 92 [sotto]La restituzione prospettica di un caratteristico Castro ormai urbanisticamente formato al proprio interno, cresciuto intorno all’area pubblica centrale del Foro, e con le prime attestazioni borghive fuori dalle mura (illustratore ignoto di Romano.Impero, Esempio di Castrum, 2009)

Sviluppo urbano che nel caso bellinzaghese si è preservato fino al Medioevo negli isolati intorno alla Piazza Santa Anna (odierna Martiri della Libertà), che costituì l’unico spazio pubblico centrale più antico; rimasto ambientalmente tale nei secoli, ed ancòra adesso non tanto variato nella propria conformazione di organizzazione planimetrica, e funzione storica, stabilizzata entro il moderato ruolo di essenziale luogo di contenimento delle qualifiche civiche di maggiore eminenza: della amministrazione politica (municipio), della religione (tempio, e – dopo – chiesa), di condizione giudiziaria (prigione), e di attività commerciale (mercato, forno comunale, e successivo luogo della Pesa del Dazio) [Figure 93-95, e 96-97].

  Figure 93 e 94   

Figure 93-95Tre immagini storiche della bellinzaghese vecchia Piazza Santa Anna (adesso Martiri della Libertà), il luogo antico centrale del paese, derivato dallo spazio tipico del Foro romano, comprendente le istituzioni politico-religiose determinanti dell’insediamento abitativo: in un particolare della mappa di Giuseppe Vandoni del 1725 (si veda la Figura 49) [sopra, a sinistra]; nel suo corrispondente stralcio dalla mappa catastale odierna (rilevamento – Comune di Bellinzago Novarese – di autore e data ignoti aggiornato al 2022 sulla base della elaborazione del GisMaster del GeoPortale del Piemonte – in una scansione del 2022 del geometra Cristiano Brusati, Tecnico Comunale bellinzaghese: che devo ringraziare per la sua decisiva concessione) [sopra, a destra]; e nella foto storica della Chiesa di Santa Anna (Facciata, a Est) di autore anonimo della Soprintendenza per i Beni  Archeologici e Artistici di Torino [sotto]. Soprattutto nei due stralci di mappa, sono espliciti elementi di visualizzazione documentanti le riplasmazioni e alterazioni (particolarmente per la nuova sede – in alto a sinistra nella cartografia attuale – del Palazzo del Comune ad andamento curvilineo: si vedano le Figure 96 e 97). Per la cronaca, la Chiesa di Santa Anna (dedicata anche alla Beata Vergine di Loreto) è stata fondata (ed eseguita nel suo primo edificio di culto) nel 1618 (e non nel 1621: questo è l’anno in cui ospitò, poi permanentemente ma in un locale apposito, la sede della Confratenita del Gonfalone) dal Reverendo “prete Gaudenzio Bovio”, allora parroco bellinzaghese; e venne definitivamente compiuta – nell’assetto complessivo che ancòra adesso conserva – tra il 1632 e 1637 (anche con l’aggiunta dell’esterno Oratorio gonfaloniero nel 1635). Venne poi variamente riplasmata, ma senza eccessivi cambiamenti fondamentali: nella sacrestia nel 1698, con la Cappella del Crocefisso nel 1701, con il Coro nel 1767, e nell’emergente Campanile – ancòra esistente – del 1771 (riplasmato sulla precedente torre campanaria seicentesca, maggiormente tozza ed altimetricamente moderata)

   Figura 95

Figure 96 e 97Una delle alterazioni edilizie più esteriormente evidenti avvenute a Bellinzago, costituita dal nuovo Palazzo del Comune sorto (tra 1978 e 1980/81 su progetto del 1976 dell’ingegnere novarese Giancarlo Ceresa) sul sito dello storico edificio settecentesco della Pia Casa del Riposo (Asilo per Anziani) del paese, completamente demolito. L’edificio è stato realizzato senza particolare corrispondenza formal-ambientale con le preesistenze paesane, se non nella sola bombatura di facciata su strada riprendente la curva del caseggiato vecchio. Nella prima immagine (di autore e data ignoti, con rielaborazioni tecniche di Corrado Gavinelli del 2022) è mostrata la nuova costruzione, tuttora esistente [sopra]; e nella seconda raffigurazione è visualizzato l’edificio vecchio eliminato (fotografia di sconosciuto del 1974-75: con una curiosa scritta di inneggiamento stalinistico sulla parete curva delle botteghe settecentesche di provenienza tipologica medievale) [sotto]. Per le notizie sulle date esatte di costruzione del Palazzo Municipale bellinzaghese devo ringraziare l’apporto del geometra Massimo Ardizio dell’Ufficio Tecnico del Comune di Bellinzago Novarese

 

I GROMATICI

Fautori tecnici e operativi delle semplici (ma ugualmente complesse per la definizione esatta delle loro operazioni) procedure misurative urbane e di suddivisione terriera compiute dai Romani, sono stati i cosiddetti Gromatici (il cui nome, ovviamente, deriva dal fondamentale strumento misurativo della Groma) che sovente venivano accompagnati dall’aggettivo latino Veteres: non perché particolarmente vecchi o anziani, come significherebbe il loro appellativo, ma in quanto addetti esperti, e professionalmente – o mestieratamente – capaci, ed abili ad effettuare quanto loro richiesto in ogni circostanza, anche più difficoltosa e sfavorevole (e perfino gigantesca o di grande estensione, come lo sono stati acquedotti regionali e strade consolari, e ponti territoriali) [Figure 98, e 99-100 e 101].

 

Figura 98 [sopra]La rappresentazione (nel già citato ipogeo di Trebio Giusto: si vedano le Figure 83 e 116) di un possibile gromatico romano (indicato, nella scritta sotto il dipinto, quale “Maestro generoso”) e per questo ritenuto anche un architetto: il personaggio è mostrato con una lunga asta (emblema di comando, o anche palina di misurazione), nell’atto di impartire ordini alla persona che gli sta accanto, probabilmente un capomastro, che tiene nelle mani una cazzuola e una assicella da dimensionamento (dima). Dietro di loro, si scorge una costruzione finita, raffigurante la villa del proprietario della tomba (che nella parete di fronte a questo affresco è raffigurata in costruzione: si veda la Figura 83)

Figure 99-101 Il Coròbate, uno degli attrezzi più complessi (ma di composizione abbastanza semplice) usati dai misuratori romani antichi (gromatici) per la realizzazione tecnica dei livellamenti orizzontali nei terreni più impervi e di differenti quote altitmetriche, tramite cui sono state realizzate anche imponenti opere infrastrutturali (come illustrano le tre raffigurazioni di Macaulay del 1974): nel suo aspetto fisico [sopra], nella modalità di propria applicazione operativa (Andamento del Terreno) [sotto], e nel risultato di una delle sue tipiche forme di esecuzione attuativa (un grande ponte fluviale in pietra e legno) [in basso]

Perché (ed in parte lo può essere stato anche per la castramentazione-centuriazione a Bellinzago: luogo posto a ridosso di una collina, e su un terreno pianeggiante tuttavia non livellatamente omogeneo, probabilmente scelto come tale per il suo assetto asciutto e non coinvolto da circostanti acquitrini o paludi, che allora infestavano la brughiera – o baraggia – tra Oleggio, Bornago, e Cameri) [Figure 102 e 103] molto spesso certe colonizzazioni

Figure 102 e 103Curve di livello e sezione altimetrica della zona territoriale  bellinzaghese, con il percepibile sbalzo di quota tra la collina e la prima piattaforma di terreno discendente verso il fiume Ticino: nel dettaglio della già citata mappa del 1944 della Armata Statunitense (la parte topografica disegnata in rosso, sulla sinistra: che si presenta orograficamente complessa provenendo dal basso, e più snellita verso l’area superiore) [sopra] e nella corrispondente sezione della Altimetria di Bellinzago (riferita alla linea più spessa A, in un dislivello di 25/20 metri) tracciata dallo storico novarese Giampietro Monreale nel 1988 per il suo saggio su Economia e Società dalla Fine del Medioevo alla metà dell’Ottocento nel libro ‘Uomini e Terra’ pubblicato l’anno dopo [sotto]. In entrambe le immagini si vede con chiarezza come il paese di Bellinzago sia sorto proprio a ridosso delle alture collinari (a sinistra), disposto verso la immediata piana alluvionale (occupata dai campi agrari e dall’iniziale contesto gerbido) che precede le discese di terreno delle coste fluviali (a destra)

dovevano venire effettuate anche su terreni veramente impervi e problematici da suddividere regolarmente e identicamente, quali sono le cosiddette zone subsecive (che letteralmente significano rimanenti, residue, o marginali, e dunque non centuriate, lasciate alla loro condizione naturale: come boschi e campi incolti, alture, sponde fluviali o marine, acquitrini e paludi) [Figure 104 e 105 (e 124-125)].

Figure 104 e 105Le zone di centuriazione non completamente pianeggianti (come poteva essere Bellinzago a ridosso di una collina e compressa dalle zone acquitrinose) [sopra] chiamate subsecive perché costituenti luoghi di difficoltosa misurazione, o di risulta territoriale, in quanto infestate da paludi oppure occupate da boschi e gerbidi incolti [sotto]: essendo terreni di difficoltosa frequentazione e impervi per ricaverne precise dellimitazioni, venivano lasciati immuni dalla ortogonalizzazione terriera (le illustrazioni sono riprese dalla edizione del 1913 del libro sui Gromatici Veteres del 1554 curato dal filologo svedese Carl Olof Thulin: si vedano le Figure 106 e 107). Nella prima immagine (sopra), il sito corrisponde alla colonia di Augusta Concordia, territorio a conduzione agraria presso Roma affidato alla tribù dei Tigulli in epoca post-repubblicana

E di questi provetti e tenaci operatori del territorio esistono anche specifici ricordi soggettivi nelle persone più disparate, dagli agrimensori specializzati ai geometri vari, agli ingegneri e costruttori (e capomastri e muratori).

La loro memoria professionale è stata complessivamente tramandata in un importante, ed unico nel suo genere (perché costituisce una sorta di antologia a carattere progettual-costruttivo, ed anche un manuale teorico), volume storico in latino, intitolato Corpo degli Agrimensori Romani. Un testo impropriamente attribuito a Siculo Flacco (a sua volta gromatico, e scrittore romano-antico di agrimensura), ma in realtà massiccia raccolta di testi latini del VI secolo (e non del V come talvolta viene riportato) dopo Cristo assemblata nel 1545 dagli intellettuali francesi Pierre Galland (ricercatore erudito, e Professore di Greco Antico al Regio Collegio in Parigi) e Adrien Turnèbe (stampatore umanista, e Professore alla Università di Tolosa) in un insieme di manoscritti romano-antichi (contenenti opere di agrimensura) raccolti in vari monasteri della Francia Settentrionale e delle Fiandre durante un apposito viaggio di ricognizione da loro effettuato (ma in realtà ripreso da una copia manualmente confezionata da amanuensi e miniatori ignoti della francese Abbazia di Saint-Bertin a Saint-Omer, sotto il Passo di Calais), che essi hanno pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1554 (in un libro poi prodotto con altre edizioni, tra cui le più famose sono quelle curate dai filologi, rispettivamente tedesco e svedese, Karl Lachmann nel 1848 e Carl Olof Thulin nel 1913) [Figure 106 e 107].

  Figura 106

Figure 106 e 107Il Corpo degli Agrimensori Romani (Corpus Agrimensorum Romanorum), manoscritto miniato in latino onciale – ovvero scritto con lettere maiuscole – più convenzionalmente noto come Codice Arceriano (perché acquistato nel 1590 da Giovanni Arcerio di Utrecht,  Professore di Greco della Università della Frisia a Franefer; ma precedentemente testo in possesso anche del grande poeta e narratore italiano Francesco Petrarca nel Trecento, e del famoso filosofo-teologo umanista, e saggista, olandese Erasmo da Rotterdam nel Cinquecento), adesso depositato nella Biblioteca Herzog a Wolfenbüttel, cittadina tedesca tra Hannover e Magdeburgo. Il volume è stato pubblicato a stampa per la prima volta nel 1554 a Parigi da Adrien Turnèbe (editore umanista, e Professore alla Università di Tolosa), che lo ha curato insieme a Pierre Galland (ricercatore erudito, e Professore di Greco Antico al Regio Collegio in Parigi) con il titolo Sulle condizioni dei campi, & sulle regole di delimitazione. La sua trascrizione manuale proviene da testi latini di vari autori antichi – romani e successivi – esperti di agrimensura del VI secolo (e non del V) dopo Cristo, assemblati nel 1545 dai due intellettuali francesi in un insieme di opere da loro raccolte in vari monasteri della Francia Settentrionale e delle Fiandre durante un apposito viaggio di ricognizione (anche se in realtà ne era già stata fatta una selezione in una altra copia francese proveniente dalla Abbazia di Saint-Bertin a Saint-Omer sotto il Passo di Calais); e ricevette poi altre edizioni, tra cui le più famose sono quelle curate dai filologi, rispettivamente tedesco e svedese, Karl Lachmann nel 1848 e Carl Olof Thulin nel 1913. Nelle immagini, la copertina della prima edizione a stampa, parigina, del 1554 [sopra], e una pagina interna (raffigurante la definizione di cardine e decumano di una Colonia Iulia non espressamente identificata) [sotto]

    Figura 107

Tra i personaggi eminenti di questo antico testo di commensurazione spicca il gromatico Igino (detto il Maggiore per distinguerlo dal proprio omonimo vissuto un secolo dopo) [Figure 108 e 109], autore di un trattato pratico di teorizzazione agrimensoriale piuttosto vasto.

       Figure 108 e 109     

Figure 108 e 109Il presunto ritratto (di autore medieval-rinascimentale ignoto) del gromatico Igino Maggiore, nella edizione del 1554 [sopra] e nella riproduzione illustrativa sul libro di Lachman del 1848 [sotto]. E’ interessante notare che il personaggio viene raffigurato (mentre effettua un calcolo aiutandosi con le dita) sotto una sorta di baldacchino non chiuso, e soltanto coperto da un tetto, molto simile a quelle semplici tettoie di cantiere del Medioevo dove architetti e mastri scultori, o lapicidi, lavoravano all’aperto; e che divennero noti come logge, i tipici laboratori a chiosco della prima massoneria costruttiva di epoca gotica

Dal titolo Costituzione dei Limiti (riguardante la definizione dei confini terrieri), che riportava le casistiche operativo-giuridiche delle modalità misurative di cui il suo estensore era soprattutto esperto, nelle perizie legali riguardanti le controversie di proprietà nei confronti delle demarcazioni confinarie e del metodo per stabilirle, dei casi e criteri di loro perimetrazione, e delle condizioni di dimensionamento fisico dei campi [Figura 110].

Figura 110 [sopra]La pagina iniziale riferita alle figure della opera tecnico-grafica dell’agrimensore Igino nel testo di Thulin del 1913, in cui è visibile il criterio di determinazione orientata dei tracciati ortogonali di cardine e decumano (a destra) derivata dalla croce cosmica (a sinistra: che non è ancòra un simbolo cristiano, sopravvenuto più tardi), e variamente sviluppata nelle centuriazioni campali (al centro) e nelle limitazioni territoriali (sotto)

In questo suo lavoro, sono minutamente elencate le modalità di misurazione e determinazione dei sistemi centuriali, dalla definizione dei cardi e dei decumani [Figura 111]

    Figura 111   

Figura 111 – Il tracciamento cardo-decumanico nell’inquadramento dei 4 punti cardinali, nel disegno iginiano riportato sempre nel testo thulinese

e dei loro conseguenti tracciati viari [Figura 112], fino alla esaminazione stradale delle tipologie urbane rispetto alla loro collocazione sui terreni [Figure 113 e 114].

Figura 112 [sopra] Una altra illustrazione di Igino Gromatico Maggiore riprodotto nel Manoscritto Palatino 1564 (questo è un numero di catalogazione, e non l’anno di edizione; poiché il testo è stato redatto dall’801 all’825, nella Bassa Renania imperiale carolingia, da un Amanuense Sconosciuto di Aquisgrana) mostrante “decumano e cardine massimi con il quintario” (lo spazio contenente 5 centurie di terra)

Figure 113 e 114 [sotto] – Due altre figure miniate di Igino con differenti conformazioni dei tracciati misurativi ortogonali rispetto al castro di riferimento (la fortificazione turrita nei disegni): dall’andamento angolarmente regolare, nel precedentemente citato Manoscritto Palatino, raffigurante la castramentazione (nelle linee ortogonali più spesse, attraversanti ortogonalmente il castro) e le correlate divisioni centuriali di una Colonia Claudia (forse la latina Aventicum, corrispondente alla odierna Avenches in Svizzera) [a sinistra], e dal delineamento invece trasverso nei confronti dell’impianto castrense (nella illustrazione della citata edizione thuliniana del 1913) [a destra]

            

E proprio per questa sua esperienza tecnica in fatto di misure e tracciati, gli era stata attribuita anche la stesura di un manuale militare di esecuzione di castri tipici (Sulle Fortificazioni degli Accampamenti), che però adesso è più giustamente riconosciuta essere opera tarda (e precipuamente del comandante Publio Taruzieno Paterno, Prefetto del Pretorio dell’imperatore Marco Aurelio), in quanto è accertatamente stata compilata al tempo delle guerre marcomanniche marcaureliane (avvenute tra 166 e 189), mentre l’epoca iginiana è riscontrabilmente inerente al precedente regno, dell’imperatore Traiano (98-117).

Il testo paterniano è piuttosto importante, poiché contiene una precisa descrizione verbale di un Accampamento da Marcia Legionario databile al 178-182, che ne fa una delle più dettagliate esposizioni di castro romano nelle sue forma e costruzione tipiche [Figura 115].

Figura 115La ricostruzione di un Accampamento da Marcia Legionario in un disegno del 2010 di un anonimo illustratore che si identifica con lo pseudonimo Mediatus, nel suo completo assetto planimetrico

Ma il disguido attributivo sulla paternità del trattato nulla toglie comunque alla grande capacità procedurale di Igino, che rimane uno dei gromatici romani più completi, ed anche un argomentante teorizzatore di trattati tecnici.

Un altro noto misuratore, e soprattutto progettista e costruttore, è il già riscontrato Trebio Giusto, che nel suo ipogeo citato si è fatto pomposamente raffigurare, dal proprio ignoto pittore-decoratore, nella postura dello scriba, su un sedile leggero in metallo (ripiegabile, e comodamente trasportabile) con un registro (il volumen) aperto sulle ginocchia, circondato da tavolette cerate (impilate chiuse, o sparse aperte), una cesta per i disegni cartacei (rotula: una sorta di nostro odierno tubo porta-disegni arrotolati), e un contenitore (theca calamaria) per accogliere gli stili da scrittura (gli antichi càlami, canne vegetali corte e sottili, appuntite all’apice con un taglio obliquo; usati tali fino alla loro sostituzione, nel Medioevo, con le penne degli uccelli): tutti i tipici strumenti, cioè, per scrivere e disegnare [Figura 116].

Figura 116Il precedentemente commentato misuratore e costruttore romano Trebio Giusto, che nel suo ipogeo tombale citato (si vedano le Figure 98 e 83) si è fatto orgogliosamente raffigurare, dal suo ignoto pittore-decoratore, nella postura dello scriba, su un sedile leggero in metallo (da campo: ripiegabile e facilmente trasportabile) con un registro aperto sulle ginocchia, circondato dai diversi tipici strumenti per scrivere e disegnare

Nel testo del Corpo degli Agrimensori Romani, altri gromatici vengono indicati, e trattati nei loro specifici lavori lungo un percorso cronologico di secoli, che va dal regno di Ottaviano Augusto a quello di Onorio (e dunque tra il 27 aC al 423 dC); comprendendo anche il periodo successivo dello scrittore tardo-imperiale romano Severino Boezio (Anicio Manlio Torquato) studioso di matematica e astronomia, e filosofo (testimone della decadenza dell’impero romano e della ripresa della nuova cultura latina durante il regno barbarico del goto Re Teodorico, di cui fu console e senatore) che scrisse i suoi Trattati del Quadrivio – le 4 scienze fondamentali di allora, di tradizione platonico-euclidea: aritmetica, geometria, astronomia, e musica) dal 502 al 505 (date significative, che permettono di stabilire la compilazione del Corpus degli Agrimensori a dopo questa ultima stesura boeziana; ma che la storiografia odierna tende a rimetterne la compilazione integrata – come riferisce la ricercatrice italo-greca Libera Alexandratos nel suo saggio del 2006 relativo agli Studi sugli Agrimensori Romani: per un commento a Hyginus Maior – ad “un redattore cristiano, identificato nello Pseudoagennio” (autore noto per essere stato un antico commentatore dell’opera agrimensoria in questione), il cui ultimo “intervento afferirebbe” al “terminus post quem” che “è il 533”).

Tra i rilevatori del Corpo Agrimensorio, oltre al costruttore Sesto Giulio Frontino (attivo tra il 30 e il 104) che era esperto di opere riguardanti gli acquedotti e le strategie militari (su cui scrisse anche due trattati: De Aquis e Stratagemata), e si occupava di argomenti più attuativi che misurativi (gestione di costruzioni idrauliche e artifici bellici per la conduzione della guerra), sono ricordati in particolare Agennio Urbico, operante all’epoca dell’imperatore Domiziano (81-96), per la sua specialità nel riconoscimento della “qualità delle terre” e nel seguire le “dispute riguardanti i campi”; e quindi i meno noti Gaio, Fausto, e Valerio, però indicati quali “uomini perfettissimi” e di abilità commensurativa specializzata; nonché Innocenzo, rinomato per il suo “commento giuridico”.

Ma prioritariamente risaltano, tra questi egregi personaggi, il gromatico Igino Maggiore già sopra ricordato [Figure 108-109, e 110-111 e 112] – di cui riferirò però anche più specificamente tra poco per altra questione tecnico-procedurale e di attestazione cronologico-dataria – e soprattutto il cosiddetto Balbo (che è stato identificato in Quinto Giulio, console nel 129 dC insieme a Publio Iuvenzio Celso, governatore – costui – della Tracia nel 114 e noto scrittore di diritto, nonchè maestro iginiano).

Il lavoro balboiano è particolarmente interessante per il singolare impianto trattatistico che questo gromatico ha compilato tra il 102 ed il 106, in base alla propria esperienza pratica sul campo, come gergalmente si dice, ma anche per la sua teorizzazione procedurale, ampiamente confrontata e discussa con il proprio precettore sopra ricordato Celso, con cui ebbe anche una fitta conversazione epistolare.

L’allievo, nel suo scritto nel Corpo dei Gromatici, dichiara al proprio maestro di avere dovuto interrompere, temporaneamente (a causa della propria chiamata alle azioni di guerra imperiali) la stesura di un proprio trattato completo sui lavori agrimensorii (modestamente indicato quale “piccola opera” alla quale – “affinchè nulla mancasse […] ho dedicato tutte le mie forze”), in cui egli avrebbe raccolto la sua acquisita conoscenza ma soprattutto i risultati della pratica militare “al servizio del nostro Cesare” (molto probabilmente l’imperatore Domiziano nelle campagne belliche condotte in Dacia dall’85 all’89) per i lavori richiesti dalla “disciplina degli agrimensori” al sèguito delle legioni, in riferimento alla quale “una ingente mole di difese fu innalzata” operando “dall’uso della groma” [Figura 117 e 118].

         Figure 117 e 118           

Figure 117 e 118La già riscontrata Groma – il più importante, e determinante, mezzo misuratorio degli antichi Romani – nella ricostruzione funzionale effettuata dall’archeologo ed epigrafista italiano (della Campania) Matteo Della Corte, partendo dai resti oggettivi da lui trovati a Pompei nel 1912: in un suo disegno ricavato dai reperti [sopra] ed in una pagina del proprio testo pubblicato nel 1922 con la analisi da lui effettuata sull’uso pratico dello strumento [sotto]

Una attività realizzativa che puntualmente il Balbo elaborò in disegni specifici, con una grafica semplice ed elementare, in una sorta di codice iconologico di rappresentazione, cui adeguare ogni rilievo dal vero, con le conseguenti illustrazioni (ed è questo dunque il motivo per cui le immagini della raccolta del Corpo Agrimensoriale risultano tutte uguali, oltre al fatto di essere poi state eseguite da un rimasto ignoto illustratore del Sesto secolo dopo Cristo, tramandato poi da un altrettanto anonimo miniatore amanuense medievale) [Figure 119-123].

             

119-123 – Vari tipi e generi di elementi linear-figurali disegnati dal teorico misuratore Quinto Giulio, detto Balbo, console nel 129 dC, che ha in pratica composto una sorta di trattato figurativo sui segni topo-grafici e le loro composizioni geometriche derivabili (e combinabili), producendo una sorta di prontuario codificato facilmente utilizzabile nei disegni degli agrimensori: nelle immagini si possono vedere il procedimento dalla linea semplice all’angolo retto giungente alle figure piane [sopra, a sinistra], la variegabilità della linearità, da diritta a curva (circolare e ondulata) [sopra, a destra], alcune delle più comuni e ricorrenti forme composite (lago, caseggiato con siepe confinaria, montagne) [sotto (Figura 121)], i poligoni irregolari delle zone subsecive [più sotto (Figura 122)], ed una tavola compendiaria di differenti figurazioni raggruppate insieme [in basso (Figura 123)]

  Figura 121

 

  Figura 122

  Figura 123

E se per la opera balboina siamo in presenza di un manuale grafico illustrativo dei procedimenti misuratori dei gromatici romani, per il lavoro del Boezio sulla geometria euclidea ci troviamo al cospetto di un autentico trattato didascalico; nella cui esposizione, di dizione chiara e sicura, basata sulla semplicità della formulazione linguistica (ne lascio un saggio nella Premessa che l’autore ha posto alla sua trattazione: “Il punto è ciò di cui non vi è alcuna parte. La linea è una lunghezza senza larghezza, e invero i confini di una linea sono punti. Una linea retta è quella che giace ugualmente rispetto a ogni suo punto. Una superficie è ciò che ha solo lunghezza e larghezza. I confini di una superficie sono linee. Una superficie piana è quella che giace ugualmente rispetto a ogni sua linea retta. Un angolo piano è l’incontro di due linee che si toccano in un piano e non vanno nella stessa direzione. Quando poi le due linee che contengono un angolo sono ortogonali, allora l’angolo è detto rettilineo. Se poi una linea retta che sta sopra una linea retta formerà intorno a sé angoli eguali dall’una e dall’altra parte, entrambi gli angoli eguali saranno retti, e la linea che sta sopra quella su cui poggia si chiama perpendicolare. L’angolo ottuso è maggiore dell’angolo retto, mentre l’angolo acuto è minore del retto. Una figura è ciò che è racchiuso da uno o più termini. Un termine invero è ciò che è il confine di qualcosa”), pare di diversamente ritrovare – con altra impostazione ma nella medesima inflessione concettual-elaborativa – i tratti espressivi della moderna dissertazione dell’artista russo-tedesco Vasilij Vasil’evič Kandinskij (il grande teorico estetico della famosa Scuola della Bauhaus germanica a Dessau) impostata per il metodo neo-compositivo del suo libro Punto Linea Superficie del 1926.

Ed infine, Per quanto riguarda la possibile datazione, più precisabile, della opera iginiana che l’esperto storiografo inglese dei lavori agrimensorii romani, Brian Campbell – nel suo studio del 2000 riguardante Gli Scritti degli Agrimensori Romani – attesta essere, genericamente, “del I secolo d.C.”, la si può collocare tra 98 e 102, il periodo durante il quale il gromatico lavorò secondo quanto ha precisato la sopra citata Alexandratos).

La Colonia Giulia Augustea e la Ocelo gallica di Caio Giulio Cesare

E sempre per concludere sul lavoro del portentoso Igino Maggiore, in una ulteriore indagine di specifica collocazione topografico-dataria, ma anche a piena conferma della sua variegata attività procedurale, ed alle inimmaginabili conseguenze delle sue perizie tecniche per la storia e geografia della antica romanità epocale, voglio ancòra affrontare (e proporre come fatto attestativamente esemplificativo, ed analiticamente esemplare) una stupefacente ricognizione filologica di una valutazione tecnica territoriale eseguita dal grande agrimensore, che egli ha precisamente riportata nel proprio testo del Corpus sui Confini, dalla quale ho potuto trarre impensabili conseguenze, di corrispondenza cronologica e di ubicazione localistica in base alle presenze cartografiche ed alle proprietà fondiarie dal nostro misuratore riferite, ed in particolare riscontrabili nella illustrazione rappresentante una Colonia Giulia e il suo terreno subsecivo assegnato (“concessus”) a un “Publ. Scipione” [Figure 124 e 125]; che senza troppi dubbi può riportare l’epoca di quel disegno al periodo del regno augusteo (27aC-14dC), in quanto il contesto colonico iuliano in questione viene indicato con la chiara aggiunta “August.”.

Ma da questa iniziale conseguenza, provengono ben altre interessanti conclusioni. Ed in particolare, il riferimento scipioniano (che non può venire confuso con la identità del – più precedentemente vecchio – generale oppositore di Annibale) è con certezza attribuibile all’omonimo Publio Cornelio Scipione che è stato stretto collaboratore dell’imperatore Ottaviano (legatus militare – ovvero sostituto del console per il comando delle legioni di occupazione – in Germania; e proconsole pretorio, nonché console nel 16 aC), ed anche uno – per ricordare un pettegolezzo però di significativo riscontro etico per i tempi di allora – degli amanti della dissolutissima figlia dell’imperatore, Giulia.

             

Figure 124 e 125 – Una pagina del testo del gromatico romano Igino (detto il Maggiore per distinguerlo dal suo omonimo, di un secolo più tardo), contenente la raffigurazione topografica (Sulla Composizione dei Limiti) della Colonia Iulia Augustea, di cui l’agrimensore ha effettuato una perizia tecnica: nel disegno della prima edizione – del 1554 – del Corpo degli Agrimensori Romani [a sinistra], e nel dettaglio mostrante il Fondo “concesso” ad un Publio Scipione (alla lettera I), che non è comunque il comandante oppositore di Annibale [a destra]. Anche perchè (come viene  precisato nel testo del libro), la Colonia in questione è dichiarata “affidata” al “Duumviro” Publio “Sempronio Gracco”, che è stato collaboratore e confidente di Ottaviano Augusto, nonché console nel 16 aC (dichiarato inoltre “fondatore”, presumibilmente in quell’anno, della colonia stessa)

E siccome le guerre germaniche augustee si sono svolte dal 12 al 9 aC, è probabile ritenere che la assegnazione del “Fondo” subsecivo consegnato al nostro personaggio scipioniano, possa risalire proprio alla fine del conflitto bellico tedesco, e dunque all’8 prima di Cristo: anno perciò dopo il quale è avvenuta la compilazione della causa legale su quei terreni, di cui Igino Maggiore – tempo dopo – dovette occuparsi.

Inoltre, nella ricerca di una possibile individuazione del luogo di consistenza geografica della Colonia Iulia Augustea sopra esaminata, ulteriori risultati provengono dalla esaminazione della tavola iginiana che la raffigura.

Innanzitutto la lettura del testo che accompagna il disegno, riportante (come viene confermato anche da un estraneo, ma espressamente riferito, testo di numismatica antica seicentesco – la Antologia Selettiva di Monete Antiche composta tra gli imperi “da Giulio Cesare a Costantino” scritta nel 1677 da Jacques Oisel, giurista e filologo francese – che porge una esplicita identificazione all’insediamento colonico di cui il suo autore tratta, con precise affermazioni: “della COlonia IULia AUGUSTa, di cui si fa menzione in questo Conio, penso che da qualche parte, ne sia trattato sui vecchi Autori, particolarmente da parte dell’Igino della Costituzione dei Limiti, dove la Colonia Iulia Augusta è illustrata & descritta ripetutamente, comprendente il fiume Assino & i monti Masuino, Gemino, e Mica”) un diretto riferimento alla stesura iginiana; ma in particolare confermante la precisa affermazione su una ulteriore notizia, fondamentale, con la quale viene attestato che “il Duumviro Sempronio Gracco è stato il fondatore della colonia”: dato prezioso, quest’ultimo, che ci permette di collocare la costruzione colonica giulio-augustea agli anni di incarico consolare gracchese, avvenuto nel 16 aC.

La localizzazione della colonia è poi segnalata da alcune indicazioni topografiche specifiche, soprattutto riferite (nel testo della perizia iginiana) ai sopra citati “monti Masuino, Gemino, e Mica” (due di essi ricordati anche nella didascalia della raffigurazione di Igino) [Figura 124], nonchè definiti ai “confini di Opulentini, Cesiensi, Cesolenti, Utiecensi, Cesenlii”: popolazioni di difficile individuazione collocativa in termini di topografia moderna, ma anche di incerta riconoscibilità antica, di cui si sono variamente interessati diversi studiosi (e per non dilungarsi troppo su tale problematica, allo scopo di averne una sintesi complessiva, suggerisco di riferirsi al testo Il Paesaggio e l’esperienza del 2012, scritto dai professori  Rodolfo Bargnesi e Rita Scuderi della l’Università di Pavia). Ma la cui accertabilità dipende dall’unico popolo riconosciuto, quello degli Opulenti: la capitale dei quali era Opulentia (o Pollentia: situata nella pianura cuneese tra Bra ed Alba), nel cui estremo territorio montano poteva trovarsi Ocelo, la “antica città scomparsa della Valle di Susa” (come la ha chiamata il filosofo piemontese, ed autore di argomenti variamente esoterici, Andrea Cogerino, in un suo saggio del 2019).

Per questa emblematica località padano-montana, si tratta della latina Ocelum ritenuta misteriosa, perchè incertamente individuabile, di cui ha scritto nientemeno che Caio Giulio Cesare nel suo libro Sulla Guerra Gallica (redatto tra il 58 ed il 50, durante e appena dopo la conquista delle Gallie francesi da parte del grande generale romano), indicandola come città alpina nel versante italico da cui il suo esercito si “spinse”, proprio “da Ocelo, che è la parte più estrema della Provincia Citeriore” altrimenti chiamata Cisalpina, “nei territori dei Voconzi, nella Provincia Ulteriore” [Figura 126]: ovvero nel contesto gallico rivolto alla Francia (l’àmbito voconzino costituiva la provincia romana della Gallia Narbonense, che si trovava precisamente localizzata fra il fiume Rodano e i bassi corsi dei fiumi Isère e Durance).

Figura 126Dan Carlin, La Conquista della Gallia da parte di Cesare, 2017. Ocelo è chiaramente segnata nella mappa (in basso a destra, dopo Taurasia ovvero Torino) come luogo italico più prossimo all’area degli spostamenti e dei combattimenti in territorio gallico-francese (avvenuti tra 58 e 51). Non devono confondere, nella cartografia trascritta con termini latini, le parole Genova e Vienna, che corrispondono alle località di Ginevra (in Svizzera) e Vienne (questa ultima la città francese odierna situata sotto Lione)

E’ difficile acquisirne il vero luogo di localizzazione, ma diverse carte – antiche e più recenti – la hanno localmente segnalata. E certi autori perfino la hanno individuata in luoghi attuali precisi: come soprattutto (e nella più attendibile sua accertazione) il francese Jean Baptiste Bourgignon D’Anville (geografo e cartografo, membro della Accademia Reale delle Iscrizioni e Belle Lettere di Parigi, che nella sua Notifica della Antica Gallia del 1760 ha mostrato con chiarezza come “Ocelum era a Usseaux, villaggio nella valle di Fenestrelle, e non, secondo quanto supposto da precedenti autori, a Oulx nella vallata della Dora” [Figura 127].

    Figura 127

Figure 127-130Le terre dei Voconzi, con la (eventuale) localizzazione di Ocelo, nelle mappe storiche e recenti: in quella del 1760 del geografo e cartografo francese Jean Baptiste Bourgignon D’Anville, pubblicata nella sua Notifica della Antica Gallia del 1760 [sopra], in cui Ocelum è da lui individuata nel Borgo di Usseaux appena dopo Fenestrelle (nella mappatura se ne vede il sito poco prima del valico delle Alpi Cozie, che portava ai territori francesi voconziani nella Gallia Cisalpina) [sopra]; quindi nella mappa della Gallia dello storico tedesco Teodoro Mommsen incisa nel 1884 da un anonimo “H.K.” (probabilmente Kristian Gottlob Hammer) [sotto e in basso]; e nella litografia colorata (L’Italia ai tempi di Augusto – I secolo d.C – La regione XI Traspadana e l’agro vercellese) presa dall’Atlante Storico del Mondo del Touring Club Italiano, riportante la versione dello storico vercellese Rosaldo Ordano del 1955 da lui pubblicata sul proprio Sommario della storia di Vercelli (dove Ocelum si vede rappresentato sul fiume Dora, la Baltea, proprio al confine topografico con le Alpi Cozie) [più sotto]

Figure 128 e 129 [sopra] e 130 [sotto]

Nella loro attestazione topografica, tra tutte la mappe storiche la migliore è quella della Gallia del 1884 del grande storico tedesco Theodor Mommsen, pubblicata nella replica editoriale della sua famosa Storia di Roma del 1854-56 [Figure 128 e 129]; ma altre poi hanno riportato la ignota località cesariana, anche se in maniera topograficamente generica e non proprio specificamente riscontrabile: e tra queste la più precisa cartografia è L’Italia ai tempi di Augusto – I secolo d.C – La regione XI Traspadana e l’agro vercellese ripresa dall’Atlante Storico del Mondo del Touring Club Italiano, secondo la versione del Sommario della storia di Vercelli dello studioso locale Rodolfo Ordano del 1955, in cui Ocelo è, sulla Dora Baltea, tra Torino ed Aosta, proprio al confine montano delle Alpi Cozie [Figura 130].

Dobbiamo pensare, dunque, che la Colonia Giulia Augustea descritta da Igino possa coincidere con la cesarea Ocelo a causa dei (sebbene deboli) riscontri popolazionali di occupazione di Opulenti e Voconzi? Tale ammissione resta una ipotesi possibile, ma non certificata con assolutezza. Sebbene qualche corrispondenza dataria intono al 16 aC, di sua presunta fondazione, si può riscontrare nel confronto con le altre circonvicine creazioni urbano-municipali (di Torino nel 28, Aosta nel 25, e Susa verso il 12-10).

Ed il caso di questa non bene identificata colonia giniana rimane comunque tra le interessanti ricognizioni attestative che gli scritti dei Gromatici antichi ci hanno tramandato e sottoposto: non solamente per la conoscenza dei loro metodi esecutivi, ma anche per le possibilità di riscontro ricognitivo, e ricostruttivo, di specifici siti geografici e territoriali di allora, ancòra oggi esistenti.

Nel Medioevo

Dopo tutta questa romanità bellinzaghese di carattere storico e anche tematicamente erratica, tornando allo svolgimento epocale degli eventi riguardanti la ufficiosa presenza documentaria su Bellinzago, per il periodo medievale le informazioni di questa fase storica risultano scarse e labili nei primi secoli del Medio Evo, ed incomplete; e le notizie in merito debbono essere spostate alla piena medievalità, ed alle iniziali attestazioni risalenti al Mille (come ricordano gli autori dei Profili, senza però indicarne la fonte documentaria: “Bellinzago viene citato nel 1014, quando compare sotto il comitato di Pombia e nel 1025 in un diploma rilasciato dall’imperatore Corrado II”).

E per il resto della cronaca più ampia ed esaustiva, rimando al saggio del già ricordato Andenna da lui scritto per ‘Uomini e Terra’, soffermandomi invece io sui più importanti riscontri letterari inerenti alla situazione bellinzaghese, del borgo e delle sue adiacenze adesso frazionarie, sempre di Bornago e Dulzago (dove, nella fase post-imperiale romana e di iniziale barbarità medievale, si sono manifestate le prime ricorrenze testimomiali).

E a tale proposito, l’anonimo autore contemporaneo compilatore della scheda golasecchiana precedentemente riportato, riferisce che “Il villaggio di Bornago è stato un importante porto […] sul Ticino, […] anche citato nel testamento dell’imperatrice Angelberga dell’877”. Perché  (così conferma il già ricordato Leoni) “Prima del passaggio Turbigo-Galliate, il Ticino si attraversava a Bornago, territorio di Cameri”, e per questa sua consistenza infrastrutturale “Nel 912” il sito bornaghese “era diventato un casale fortificato per la sua posizione strategica sul Ticino. Durante il dominio dei Franchi – secondo il Pezza – nel IX secolo, Bornago era diventato un porto fluviale, assai importante, conteso tra le Amministrazioni di Novara e Milano” che “restò comunque una consistente base portuale sino al Mille”. Poi “Nel 1155, passò con i possedimenti novaresi di Pombia, al vescovo di Novara, Guglielmo Tornielli, ma perse la sua importanza portuale, probabilmente per lo spostamento del Ticino a sud, nell’attuale alveo, dove il porto-natante fu realizzato in corrispondenza di Turbigo-Galliate”. E “Proprio lo spostamento” del passaggio “del fiume divenne la causa della sua decadenza”; ed infatti più tardi, “Nel 1281 gli Statuti Novaresi nominano quali porti ticinesi soltanto Cameri (Galdina) e Galliate”.

Per il resto, altre notizie alto-medievali provengono anche dalla vicina località dulzaghese, che – stando ai Percorsi già precedentemente riferiti – “In età tardo carolingia” (ovvero dal 962 – con la nascita del Sacro Romano Impero di Ottone il Grande di Germania – al 987) “il vicus (villaggio, insediamento) di Dulzago ebbe il suo massimo splendore in quanto ritenuto l’insediamento di maggior rilievo fra quelli collocati nel comprensorio tra Agogna e Ticino”.

E nella fase post-carolingia la località dulzaghese viene rammentata in tre documenti (come riporta il già citato architetto Francesco Portaluppi della Università di Pavia, nel sito della Associazione Comunità della Abbazia di Dulzago del 2002): nel primo di essi, “L’antico paese di Dulzago che sorgeva alla sinistra dell’odierna Badia, fu nominato già nell’892 in un documento che riferiva di una permuta di terreni tra il vescovo di Novara” (si tratta di Liuterio, che per altro restò in carica brevissimamente, dall’Aprile dell’891 al Febbraio dell’895)  “ed un tale Curiberto di Dulzago”; e per gli altri due,  “successivamente altri cenni sono in documenti del 1013 e poi ancora del 1132 che confermano di un possesso da parte del vescovo Litifredo”, lo stesso che consacrò la chiesa dulzaghese quell’anno.

Ma in realtà la precedente riassunzione, integrante carte scritte cronologicamente diverse, va precisata nelle seguenti circostanze dispositive: il documento del primo decennio del Mille riguardava la possessione del fondo terriero di futura fondazione abbaziale, stilata durante l’episcopato novarese di Pietro III detto il Prudente (il quale non va dimenticato che fu – come nel 2008 lo ha tratteggiato il Conte Leopold di Weißenstein, compilatore su Wikipedia della voce Pietro III Vescovo di Novara – “personaggio influente vicino alle corti imperiali di Enrico II e Corrado II, sovrani dai quali ottenne, nel 1014 e nel 1025, importanti concessioni territoriali a favore della Chiesa novarese”); mentre il secondo atto di donazione, di pertinenza litifrediana, è un cosiddetto precetto d’uso, dato in favore dei Canonici del Duomo di Novara, che Litifredo – come spiega lo storico novarese rimasto anonimo (ma probabilmente Alessandro D’Alfonso, archeologo e fotografo) in un suo articolo su Un Vescovo colto e potente a Novara: Litifredo (1123-1151), scritto nel 2020 per il sito telematico scientifico Piemonte Medievale – si è fatto concedere dal Papa Innocenzo II, in merito a parecchi possedimenti urbani novaresi e del circondario agricolo. In cui tuttavia, nei repertori dei luoghi e dei loro nomi doviziosamente riportati (“Rivolgendosi direttamente” all’imperatore “il papa elencò i possessi e i diritti dell’episcopato” da lui affidati al vescovo), sono presenti “26 centri pievani” (oltre a Novara, “erano questi: Sant’Albino di Mortara, San Pietro di Gambolò, Vigevano e Cassolo […], Oleggio, Dulzago, Varallo Pombia, Gattico, Gozzano, San Giulio dell’isola d’Orta, Omegna, Baveno, Intra, Mergozzo, Pieve Vergonte, Domodossola, Grignasco, Ghemme, Sizzano, Suno, Cureggio, Proh, Casalvolone, Cameriano, Vespolate”) ma tra loro Bellinzago non appare per nulla: a riprova della sua scarsa importanza quale pievalità esistente, che era tutta riferita a Dulzago.

Per evitare, comunque, tutte queste complicate intersezioni notiziarie variamente riprese e interpretate, poiché spesso i riporti non sempre sono effettuati con completezza e senza distorsioni devianti, lasciando la sequenza delle vicende storiche bellinzaghesi post-medievali per continuare a procedere verso notizie più vicine ai secoli moderni (di cui rimando al mio già variamente ricordato saggio su Uomini e Terra), preferisco adesso specificamente addentrarmi nella tematica dell’argomento onomastico-toponomastico di Bellinzago, analizzando le condizioni storiche, direttamente riprese dai documenti antichi e più recenti da me consultati sulla denominazione del paese (e che non ho ripreso da altri testi di stampa altrimenti rielaborati), e quindi delle proposte di derivazione etimologiche addotte dalla storiografia specialistica.

IL NOME BELLINZAGO, E DA DOVE PROVIENE

Esiste, come ho sopra accennato, anche un altro Bellinzago, situato in Lombardia; il cui ètimo – inevitabilmente – viene fatto risalire al toponimo romano (considerato epocalmente iniziato intorno all’80 aC) Biliciacum, rispondente ad un luogo di Bilicio (e derivante dalla congiunzione di questo nome con il suffisso -aco, designante il riferimento toponomastico Bilicii-acum).

Di questa denominazione latina la storiografia lombardo-bellinzaghese non riporta molto di più, in quanto – come spesso per tali località paesane e non cittadine – le prime documentate notizie pervengono dagli atti giuridici scritti di epoca medievale (e nella fattispecie per Bellinzago Lombardo si deve risalire all’èra carolingia, con due “carte” dell’848 e dell’855).

Interessante, comunque, di queste poche informazioni, è la datazione presunta che – per quanto generica ed approssimativa – riporta la nascita storica di quel paese alla epoca pre-augustea e repubblicana (un paio di anni dopo la Prima Guerra Civile avvenuta a Roma che vide opporsi i Popolari del generale Caio Mario e gli Ottimati del comandante Lucio Silla) della occupazione romana della Lombardia; quando (faccio ricorso sempre alle ricerche del sopra riportato storico italiano Gino Bandelli, pubblicate nel sul suo saggio Colonie e Municipi  delle Regioni Transpadane in età repubblicana) le terre lombarde, distinte da quelle venete, appartenenti alle X e XI Regione della organizzazione territoriale di Augusto (la Decima comprendendo il territorio di Lombardia e Piemonte, e la Undecima riteneva la parte veneto-istriana), in particolare si erano istituite, nel “quarantennio 90-49”, in autonomi municipi civici a carattere tipicamente latino e non più di composizione federale caratteristicamente tipica dei Galli [Figura 57].

E dunque anche certe località minori, come la Bellinzago Lombarda, assegnata alla colonizzazione della famiglia di un Bellicio intorno all’80 aC, si istituiscono quali sedi (avamposti) di nuova frontiera romana: proprio sul confine di separazione, delineato dal territorio cremonese appartenente agli antichi Cenomni, dalla X Regione, comprendente invece tutto il Milanese e la parte occidentale del Piemonte giungente alle Alpi [Figura 58].

E sul nome beliciano in genere, dal sito telematico dei Cognomi Italiani sono indicati dei “Belicchi […] piccolo ceppo nel cremonese, che probabilmente proviene dal parmense, dove è presente un ceppo a Parma, Fidenza ed un Torrile, Bellicchi, più raro, è sempre del parmense, di Noceto in particolare, dovrebbero derivare dal nome latino medioevale Belicius, di cui abbiamo un esempio d’uso in un atto del 1134”.

La denominazione di Bellinzago (Novarese)

 La appartenenza etimologica bellinzaghese per il riferimento territoriale a Novara tuttavia è indipendente, e diversa, dalla sua omonima località (e derivazione nominale) lombarda: possedendo – il sito piemontese – una propria storia di accertata provenienza in epoca romana (come ho già trattato congetturalmente sulla romanità topografica, e meglio esporrò in dettaglio più avanti) anche se non testualmente provata da materiali documentarii diretti, la cui denominazione, di traduzione volgare, in Bellinzago si ritrova scritta nelle testimonianze storiche dalla prima epoca medievale, in una trasposizione non sempre uguale, e all’opposto invece con definizioni simili e però differenti, a seconda del loro riporto linguistico dal dialetto locale o da una latinizzazione non originaria bensì pervenuta dai secoli post-imperiali e più addentratamente del Medioevo.

Dopo il Mille

 Le prime, attestate, formulazioni verbalizzate di Bellinzago (novarese: ormai eliminiamo ogni altra confondente e impropria interferenza lombarda) provengono dagli scritti storici più vari, che riportano riferimenti non solamente da atti ufficiali ma anche da notizie strane e diversificate, come si ritrova nella scrittura di assegnazione (riportata, nell’ormai citatissimo testo di interventi plurimi Uomini e Terra, dallo studioso novarese già accennato Giancarlo Andenna, Professore di Storia Medievale e direttore della rivista ‘Novarien’, nel suo saggio Gli uomini, e l’alternanza della sorte) rilasciata nel “1141” dall’Imperatore Corrado III Hohenstaufen al Conte Guido di Biandrate, padrone di molti terreni locali, in cui il paese è nominato “Brenzago”, e riconosciuto come uno dei “numerosi castelli e villaggi del Novarese”; in una denominazione similare che si ritrova anche più tardi nei secoli, nel 1558 ad esempio, in quella didascalica “lista dei capi famiglia del borgo” bellinzaghese (di cui ha scritto, sempre nel medesimo libro sopra riferito, l’allora Direttore dell’Archivio di Stato di Novara, Giovanni Silengo, anche egli nel suo Pergamene, carte e disegni su Bellinzago), in cui l’abitato bellinzaghese viene indicato quale “Communitatis Blanzaghi”, secondo la antica dizione medievale.

Nel caso dell’atto imperiale sopra riferito, la trascrizione del nome Bellinzago è fatta con più esplicito rimando alla pronuncia dialettale corrente (Branzàg, come ancòra adesso viene gergalmente chiamata la località bellinzaghese), e nel secondo con attinenza maggiore ad una sua traduzione deformata dal latino.

Ma in diversi aggiornamenti giuridici, altri atti imperial-medievali  confermano i privilegi del borgo bellinzaghese con la medesima dizione (senza erre, e con la elle) tra cui quello emanato da Federico I, il famoso Barbarossa anche egli di stirpe hohenstaufenese, nel “1152” per “tutti i beni allodiali e feudali e tutti i diritti fiscali e giurisdizionali”; ed in particolare nelle cosiddette Consignationes (cospicuo volume sulle proprietà ecclesiastiche “compilato l’anno 1347 all’epoca del Reverendissimo Signore Guglielmo Vescovo” Amidano da Cremona, riportante l’elenco dei possedimenti della Diocesi di Novara), dove viene nominato il “Comune Belenzaghi”, a proposito dell’utilizzo di “beni, rappresentati in genere dagli incolti e dai boschi”, dove era usanza normale consentire alla gente, e al popolo, di esercitare liberamente la raccolta di frutti selvatici e legname caduto a terra, ma non di cacciare (privilegio riservato invece solamente ai nobili padroni delle terre).

E solo un decennio dopo, nel 1357, Bellinzago è definita addirittura come luogo urbano (“Villa Belenzaghi”), e poi nel 1397 riconosciuta quale “castrum Blanzaghi”, affidato in conduzione a Francesco Barbavara, “uno dei maggiori esponenti del Consiglio Segreto del Duca di Milano” (quel Gian Galeazzo Visconti che, per la precisione venne anche nominato, quell’anno, Duca di Lombardia da Venceslao IV, Re di Boemia e Germania).

Nel Rinascimento

In epoca quattrocentesca, negli Statuti della Città di Novara pubblicati dalla “edicola” (libreria, ma anche stamperia) di Francesco Sessallo nel 1583 (conosciuti anche come gli ordinati “di Francesco Sforza”, e dunque corrispondenti al periodo del suo ducato milanese tra 1450 e 1466) a proposito di varie gabelle richieste da pagare ad una serie di paesi del Novarese, è compreso anche il “Comune di Blanzago”.

Mentre analogamente, al “1462, rogato nel palazzo episcopale”, risale un atto di “completa soluzione del fitto scaduto” in occasione della esazione della tassa decimale  (“decime Blanzagi”); e “del 1475” sono “due documenti” riguardanti una sorta di contenzioso tra il comune bellinzaghese e gli “uomini” abitanti nelle “terre Blanzaghi” (altrove chiamate, pochi anni prima, nel 1472, “la terra de Blanzago” o “ad Blanzago”, o “territorio de Blanzago”, contemporaneamente) “nei confronti di Giorgio Lango”, anche egli residente a Bellinzago e “uomo d’arme del duca” milanese nuovamente, ma questa volta nella persona di Galeazzo Maria Sforza.

In quegli anni, nel “1476-77” viene ricordato anche un personaggio bellinzaghese allora localmente abbastanza noto, il capomastro “Zanino da Belenzago”, nominato in una “lettera di Agostino Calco, nobile lombardo figlio di Bartolomeo” (che era “Segretario di Stato al tempo di Ludovico il Moro”).

Al Cinquecento appartiene quindi una notizia riguardante la speciale vicenda del Castello bellinzaghese, posto sulla collina appena fuori dal paese, e rivolto a protezione della strada proveniente da (e conducente a) Dulzago (e adesso alla Stazione Ferroviaria che congiunge Novara ad Oleggio), appartenente al feudatario “Ippolito Sforza del Mayno” e chiamato “castrum communis Blanzagi”: un maniero difensivo piuttosto importante per Bellinzago [Figure 131-135], risalente al Millecento, e nel 1529 ricostruito dal suo nuovo proprietario, e residente (“habitator castri Blanzaghi”), Anchise Visconti, Capitano d’Arme degli Sforza.

    Figura 131

Figure 131-135Il distrutto Castello di Bellinzago, che si trovava sulla immediata collina appena dopo l’abitato occidentale, sùbito oltre la strada conducente alla Badia di Dulzago (e più di recente anche alla Stazione Ferroviaria), nella immagine storica tramandata dai rilievi settecenteschi: dalla topografia bellinzaghese del geometra misuratore già altrimenti citato Giuseppe Vandoni del 1725 (si veda la Figura 49) [sopra], e nel rilevamento più tardo (di 25 anni dopo) dei possedimenti terrieri (e della parte residenziale) effettuato dall’altrettanto ricordato geometra-agrimensore suo omonimo, Francesco (L’Anno 1750. Si E Fatta la Misura, e Disegno de Beni Uniti al Castello di Bellinzago del Sig.r Giuseppe Ant.o Florio. Di Romagnano: foto di Giacomo Musetta del 2021) [sotto]: con il dettaglio della planimetria del maniero nel suo impianto di caseggiato spazial-edilizio [in basso], nonché nel particolare del proprio specifico aspetto esteriore [più sotto]. Anche su questa situazione di “Misura, e Disegno” della mappatura del Castello, occorre chiarire (perché sempre non viene fatto) che il rilevamento dei terreni è stata opera del Vandoni Francesco (e non, come apparentemente proverrebbe dalla titolazione della carta, del Florio stesso): perché nelle didascalie degli elenchi dei beni si legge espressamente “Misura.- Fatta da Fran.co Vandone – Agrim.re approvato della Città di Novara”, da cui si evince come le raffigurazioni corollarie al rilevamento topografico sono invece da attribuire, con certezza, allo stesso proprietario del maniero (che per altro direttamente ha scritto – auto-firmandosi – nell’angolo a sinistra in basso, “Disegno Fatto da Me F.o Florio”). Inoltre, per quanto riguarda l’insieme planimetrico castellare si possono scorgere, all’interno del maniero circondato da un ampio fossato protettivo, le ripartizioni distributive dei vani abitativi, senza però precisazioni particolari di utenza (e con una certa genericità di composizione, geometricamente ripetitiva); mentre nella veduta prospettica si può anche ritenere che qualche parte inventiva sia stata apportata dalla espressività floriana (nelle quattro torri angolari soprattutto, ma anche negli altri edifici vicini e discosti). Eppure, la esistenza del fosso pieno d’acqua, della ulteriore recinzione a pali appuntiti, e particolarmente del poderoso arco di ingresso al forte, nonché la immagine – Torre del Castello di Bellinzago (Sec. XV), di autore e data ignoti – dell’unico torrione salvatosi dalle demolizioni del 1822 (di cui però non è accertabile la effettiva autenticità, non riscontrandosene tracce nelle mappature storiche) [più in basso], possono portare a credere, nel disegno del Florio, ad una certa sua effettiva oggettività formale. Un Castello di Bellinzago, esistente già nel Millecento ma al centro del paese (e però non si sa dove con precisione), nel 1360 venne raso al suolo dalle truppe di Galeazzo II Visconti Co-Signore di Milano; mentre un altro edificio castellaneo si ritrova indicato come ricostruito soltanto nel 1397 (probabilmente quello ormai fuori dal contesto abitato e sulla prospiciente collina); ed è lo stesso di cui nel Cinquecento risulta notizia di essere in possesso, e quale abitazione, dei Visconti di Aragona spagnoli: che appartenne poi a vari altri signori, e che nel Settecento (1735) passò ai Florio di Romagnano, restandovi di loro proprietà fino all’abbattimento dell’edificio per ordine degli ultimi suoi tenutari, i Demarchi, nell’anno 1822. Con maggiore precisione si sa comunque dai documenti esistenti che il maniero castellare nel 1529 è stato ricomposto dal suo nuovo proprietario, e residente, Anchise Visconti, Capitano d’Arme degli Sforza poi governatore di Novara, e che nel 1545 appare nominato quale possedimento di Ippolito Sforza Del Mayno, feudatario di referenza milanese, e dichiarato espressamente “castello superiore” (non tanto per distinguerlo dal contesto castrense paesano, ma in quanto ormai costituito in una presenza autonoma sulla collina sopra il paese). Nel 1822 sopra citato, quando l’edificio venne sostanzialmente demolito, ne venne lasciato soltanto un grosso torrione in muratura lateritica, considerato quattrocentesco (si veda la Figura 135): e per questo solo suo rudere laconicamente abbandonato il Castello di Bellinzago ha finito per costituire unicamente una memoria caratteristica dei Bellinzaghesi (perfino fantasiosa: perché è stato infatti lo sfondo di un romanzo storico, La Marchesina di Bellinzago pubblicato nel 1881, dello scrittore ossolano – perché il padre, bellinzaghese, era medico condotto a Premia nell’Ossola – Carlo Calcaterra, esimio letterato specializzato negli studi petrarcheschi, e Professore di Letteratura Ialiana nelle due Università della Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell’Ateneo di Bologna)

Figure 132 [sopra], 133 [sotto, a sinistra], 135 [sotto, a destra], e 134 [in basso]

             

Il quale, particolarmente distintosi durante la Battaglia della Ariotta (cascina non più esistente presso il Borgo di Pernate sulla strada per Trecate, dove si effettuò uno scontro bellico tra Svizzeri – vincitori – e Francesi, avvenuto nel 1513), per il suo eroismo nel combattimento  ottenne la nomina, da parte del Duca Massimiliano Sforza di Milano, a Governatore di Novara [Figura 136].

Figura 136 – La Battaglia di Novara del 1513, descritta in una xilografia del 1548 contenuta nella Cronaca dello svizzero Johannes Stumpf, storico alquanto stimato dai suoi connazionali della propria epoca e Pastore protestante, nonchè cronista e cartografo. La popolare illustrazione (opera di incisore ignoto della famosa stamperia zurighese di Christoph Froschauer, primo editore cittadino, particolarmente noto per la pubblicazione dei Vangeli cosiddetti proprio froschaueriani e per la traduzione della Bibbia del riformatore elvetico Zwingli, ma soprattutto perché il suo laboratorio ha costituito il nucleo della casa editrice di Orell Füssli) mostra lo scontro avvenuto presso la Ariotta (cascina non più esistente vicina al Borgo di Pernate sulla strada che porta a Trecate, dove si effettuò il truce conflitto bellico tra Svizzeri – vincitori – e Francesi, avvenuto nel 1513). Fu questa battaglia, nella quale si distinse l’eroismo del capitano d’Arme Anchise Visconti padrone del castello bellinzaghese, che procurò a questo personaggio la nomina, da parte del Duca Massimiliano Sforza di Milano, a Governatore di Novara. E’ curioso notare, nei cartigli di indicazione delle località rappresentate, la storpiatura dei nomi piemontesi riportata nella illustrazione, con Novara chiamata Naverra, e Pavia scritta Bauia

Ed è a proposito di tale castello, che provengono anche altre interessanti notizie, di solito mai riferite o ampiamente trascurate, della situazione fortificativa del borgo bellinzaghese nella sua totalità di luogo abitato, e difeso.

Le fortificazioni medievali del paese

Perché dal Trecento i documenti storici riportano – sebbene con ambigua comprensione attestativa – della presenza, a Bellinzago – come ho solamente accennato sopra – di due castelli: quello chiamato, con dizione antica proveniente dall’impianto romano, castro (che dovrebbe corrispondere all’intero paese, o ad una sua particolare parte fortilizia), ed il più specifico castello superiore, attinente al maniero collinare dei Visconti aragonesi (e dei Del Mayno, e di altri). E risulta anche che – secondo quanto racconta l’Andenna citato – la “comunità” bellinzaghese “aveva circondato l’intero abitato” (come era in uso già nei paesi pievani all’inizio del Medioevo, tra i secoli Novecento e Mille: e di cui il caso della altrettanto piemontese cittadina di Pinerolo, sotto le Alpi Cozie, dà una identica testimonianza fattuale tipica) “con un fossato, protetto anche da una fractam maiorem, o spessa siepe di rovi e biancospini acuminati intricati tra loro”: di cui non rimangono tracce fisiche ovviamente (se non nel cosiddetto fossalone ancòra esistente nell’Ottocento ed ai primi del Novecento, ripreso da diverse cartoline [Figura 137], e passante davanti alla Chiesa periferica di San Clemente, allora ancòra fuori dall’abitato.

Figura 137 – Dettaglio (rielaborazione tecnica di Corrado Gavinelli del 2022) di una foto di autore ignoto del 1931 mostrante la copertura del Fossalone (canale scoperto di raccolta dei liquami e degli scarti solidi paesani) di Bellinzago che passava davanti alla parrocchiale di San Clemente (allora appena restaurata dall’architetto novarese Giovanni Lazanio, tra 1928 e 1930) conservante ancòra la cunetta dello scolo delle acque sporche nella via prospiciente, ed il più lontano, davanti al sagrato, punt d’la gesa (ponticello della chiesa, segnalato dai due nuovi piloncini in sasso) che sovrappassava il fosso, prima della sua copertura lasciato (come si dice) a cielo aperto

Questo edificio clementino, nelle Consignationes del 1347 viene significativamente indicato quale costruzione “posta all’oriente dell’antico castro […] dove si dice in Baraggia ovvero in Brea” e lungo la “Strada novarese”, ossia il percorso medievale sostitutivo della ormai disusata Via Maggiore di epoca imperiale romana, precedentemente descritta, e leggermente più addentrata nel territorio orientale [Figura 138].

Figura 138 Particolare (foto di Corrado Gavinelli del 2022) della mappa bellinzaghese (si veda la Figura 49) del 1725 (ruotata su un lato per metterla nella stessa posizione della precedente fotografia della Chiesa di San Clemente) mostrante la corrispondenza del Fossalone – costeggiante la strada esterna del paese proveniente dalla chiesetta di San Grato, indicata con B – e del canale di scolo della via perpendicolare di fronte all’edificio clementino (segnalato con A): in cui si vede la ancòra vuota parte agraria oltre il perimetro urbano orientale, che 4 secoli prima era molto più incolto e gerbido, stendendosi all’interno di una ampia baraggia che andava fino al Ticino    

E tale recinzione difensiva la si può pertanto immaginare  (anche osservando la più tarda permanenza di un analogo sistema protettivo attuato tipicamente per il castello settecentesco – con pali, fossato, e mura [Figura 139] – quale secolare proseguimento,

Figura 139 – Particolare (foto di Corrado Gavinelli del 2022) della mappa del Castello di Bellinzago (si vedano le Figure 132-134) mostrante il sistema più elementare tipico della medievalità difensiva (con palizzata, fossato allagato, e mura in pietra), lontanamente ripreso dalle opere fortificate di Roma antica (si vedano le Figure 140-142)

aggiornato, della pratica legionaria di Roma attivata per le colonie e i castri di stazionamento urbano) composta cioè da un fosso più esterno (ottenuto dal vallo di scavo) eventualmente allagabile, da un declivio protetto con rami e sterpaglia – chiamati tecnicamente cervi per il loro aspetto di articolate fronde cornute – che rendevano più difficile l’arrampicamento, ma anche difeso con pali appuntiti, prima della più convenzionale chiusura di fortificazione composta da una robusta palizzata inizialmente, sostituita poi con opere in muratura [Figure 140-142].

Figure 140-142Il sistema di fortificazione romano-antica, quasi invariatamente proseguito dalla epoca repubblicana fino alla tarda imperialità (e ripresa con varianti tecniche nel Medioevo): nella fortificazione di Caio Giulio Cesare all’assedio della città gallica di Alesia del 52 aC (nella ricostruzione di Renato Drusiani – Schema delle fortificazioni del Campo Romano ad Alesia – del 2021, basata sulla descrizione desunta dal Settimo Libro Della Guerra Gallica redatto dal condottiero romano tra 58 e 50) [sopra]; nel particolare del disegno ricostruttivo del 2008 – Le opere di assedio di Cesare ad Alesia (52 a.C.) – di autore anomino che si firma con lo pseudonimo Cristiano (in cui sono evidenziati i cosiddetti cervi: ramificazioni vegetali di rami e sterpi) [sotto]; e nel Dettaglio del Vallo Antonino (1 Fosso, 2 Arpioni di legno, 3 Berma: una piattaforma come un argine per contenere i cedimenti di terreno, 4 Bastione o Vallo, 5 Parete frontale in pali lignei) di illustratore altrettanto ignoto ma pubblicato nel 2018 dallo storico australiano, e geometra misuratore di Parramatta vicino a Sydney, John Francis Brock (da non confondere con l’omonimo presidente statunitense della Coca-Cola) nel quale meglio si vedono i cornuti rami collocati a protezione dalla scalata del pendìo del bastione [in basso]. Per la cronaca, il muro antoniniano (lungo 60 chilometri) è stato costruito in soli 2 anni (nel 142-144) per ordine dell’imperatore Antonino Pio, all’estremo confine settentrionale della Scozia oltre la linea territoriale tra Glasgow ed Edimburgo, congiungendo le località opposte di Old Kirkpatrick e Bridgeness tra i fiumi Clyde e Forth: quasi un centinaio di anni dopo le difese alesiane, che in tutto misuravano 36 chilometri, e sono state finite invece in un solo mese e mezzo

L’ultimo Cinquecento

Restano poi, alla fine del Sedicesimo secolo, le indicazioni geografiche dei luoghi sacri del Novarese descritti dall’esimio Vescovo di Novara Carlo Bascapè (poi riscritto più comunemente in Bescapè) nelle sue Visite Pastorali alla propria diocesi, di cui rimando al secolo successivo, essendo quei suoi viaggi di contatti religiosi stati pubblicati nel 1612.

Il Seicento  

La frequentazione delle località ecclesiali novaresi di visitazione bescapeica riportano Bellinzago con una dizione del tutto nuova, e non usata nei documenti ufficiali in precedenza; e se ne può capire il motivo, essendo le descrizioni del vescovo – compilate tramite il proprio trascrittore al suo sèguito che ne stendeva le osservazioni – riportate non nella terminologia degli atti amministrativi ma in una declinazione più còlta, ecclesialstica e non burocratica o di parlata convenzionale, dei nomi dei luoghi visitati. Per cui la località bellinzaghese viene nel testo denominata, con dizione più eruditamente latina, “Biliziaco […] ovvero Bilenziaco”; mentre nella mappa che accompagnava il volume risulta segnata “Belinzago” (perché trascritta – dall’esecutore della cartografia, l’incisore novarese Giacomo Ozeno – secondo la dizione corrente di pronuncia) [Figure 143, e 144 (e 173 e 179)].

Figure 143 e 144La famosa Carta Topografica della Diocesi di Novara (elaborata senza titolo specifico) pubblicata nel 1612 dal vescovo novarese Carlo Bascapè (poi trascritto anche in Bescapè), incisa dal grafico novarese Giacomo Ozeno: nella immagine intera (la mappa era collocata all’interno del libro bescapeico della Novara Sacra) [sopra] e nel dettaglio riferito a Bellinzago (scritto dall’incisore con una sola elle) [sotto]: in due foto di Corrado Gavinelli del 2022. In pratica questa cartografia è la prima mappatura storica riportante la località bellinzaghese in una stesura ufficiale (si vedano anche le Figure 173 e 179), e faceva parte del famoso testo delle Visite Pastorali fatte dal prelato (dal 1593) alle sue parrocchie del Novarese

In questo secolo comunque, altri documenti – ecclesiali e no – intervengono sui fatti comunitari del paese fornendone una documentazione più ampia e frequente, però sempre tornando alla dizione tradizionalmente linguistica della parola diffusamente pronunciata, e trascritta come tale nella loro latinizzazione (e italianizzazione) di provenienza post-medievale.

Così, nel 1610, una Asta di Appalto per la riscossione delle Decime, riporta “Communitatis Belinzaghi”, mentre gli Inventari del 1617-18 del Vescovo novarese Cardinale Francesco Taverna elencanti i beni della chiesa diocesana, li denomina appartenenti al “locis Belinzaghi”, o della “Comunità di Belinzagho”. E invece, nei registri dei Contributi di Guerra dovuti alle truppe interessate dai conflitti bellici nei dintorni, compilati da estensori meno cólto, nel 1640 viene fatto riferimento ancòra (con derivazione dialettale) a “La terra di Branzago”, e nel 1657 – diversamente – alla “terra di Belinzago”.

Infine, nei Regesti degli Ordinati della Comunità bellinzaghese, consultabili nell’Archivio Comunale di Bellinzago, redatti dal 1654 al 1740, il riferimento al paese viene riportato, per diverse annate (nel 1655-56, 1668, 1671, 1673, 1718, e 1738) sempre quale, identicamente, “Belinzago”.

In una acquisizione verbale ormai istituzionalizzata (sebbene ancòra scritta con una elle sola) che diverrà la matrice istitutiva della denominazione futura.

Nel Settecento

Infatti, come si può notare dalle documentazioni precedenti, fino a tutto il Seicento il nome bellinzaghese, tranne che per le espressioni con la erre di derivazione gergale, è trascritto con una elle soltanto.

E’ invece dal Settecento che le elle diventano 2, e proseguono tali fino alla modernità ed ai giorni nostri.

Il primo documento del paese che riporta questa variante innovativa, è una lettera del 1710 riguardante la nomina dei 6 consoli comunali (una sorta di assessori) inviata dal Notaio Giacomo Francesco De Marchi, “pubblico Sindaco” bellinzaghese, al Magistrato Ordinario di Milano a riguardo della “comunità di Bellinzago”.

Mentre invece parecchi decenni più tardi, nel suo attestato di eredità del 1794, Giuseppe Antonio Vandoni ancòra scrive – arcaicamente, nella corrente parlata paesana – “luogo di Belinzago”.

Un riporto tradizionale di popolare tra-dizione linguistica difficile da cambiare, che perfino permane nel meraviglioso Cabreo del 1778 realizzato, per alcuni “Beni Stilati nei Terrj di Belinzago”, dall’agrimensore novarese Gioacchino Bini [Figura 145].

Figura 145L’elaborato cartiglio contenente la perizia del Cabreo (regesto degli inventari dei beni delle grandi amministrazioni ecclesiastiche o signorili, e quindi più comunemente privati, comprendenti i documenti che loro competevano: mappe, elenchi delle proprietà, dei diritti, delle servitù) del 1778 realizzato, per alcuni Beni – Stilati nei Terrj di Belinzago. – Cauagliano, dall’agrimensore novarese Gioacchino Bini. La particolare ornamentazione, e le figure anche allegoriche e realistiche che accompagnavano i testi scritti e i rilievi cartografici, servivano non soltanto ad abbellire il volume, ma anche ad affermare la importanza burocratica del documento (si vedano anche le Figure 190 e 191)

L’Ottocento

E veniamo dunque al Diciannovesimo secolo delle grandi trasformazioni tecniche ed amministrative, in cui il fatidico raddoppio consonantico che connota la denominazione attuale bellinzaghese, introdotto dal dispaccio demarchiano sopra citato di un secolo prima esattamente, appare in una altra ordinanza a proposito della “ellezione” (sembrerebbe che ormai il raddoppio della elle sia diventata una ricorrenza trascrittiva anche nelle parole comuni!) per la “nomina de’ Maestri” delle Scuole Elementari da poco istituite, emessa “li 26 agosto 1815”, documentando il nome del paese quale “Bellinzago”, scritto – come ormai adesso – con due elle.

Ma già nel 1803 i funzionari napoleonici di occupazione del Piemonte (che l’anno prima era stato annesso alla Francia) utilizzano la denominazione a doppia elle, ufficiosamente acquisita negli atti pubblici; ed il Cancelliere per il Censo del Dipartimento della Agogna della allora Repubblica Italiana di adesione francese, sempre per una questione di organizzazione delle nuove scuole, si riferisce – come ormai usualmente – “Alla Municipalità di Bellinzago” [Figure 146, e 147].

Figura 146 [sopra]La testata del documento (lettera di ordinanza) con la conferma burocratica della scrittura di Bellinzago con due elle (che è stata una delle prime trascrizioni riportanti il nome del paese come poi, ed anche adesso, viene ufficialmente scritto): spedito nel 1803 da Oleggio, dall’Ufficio del Dipartimento della Agogna della allora Repubblica Italiana sottoposta al dominio napoleonico (foto di Corrado Gavinelli del 2021)

Figura 147 [sotto] – Una immagine novecentesca delle Scuole Elementari bellinzaghesi, in una cartolina (Bellinzago – Scuole Comunali) forse della Tipografia-Cartoleria Forzani di Borgomanero del 1966. Davanti all’edificio scolastico si può vedere ancòra il vecchio spazio libero e parzialmente erboso, istituzionalmente adibito ad area ricreativa scolastica ma anche occasionalmente usato come improvvisato campo da calcio dagli studenti e dai ragazzi bellinzaghesi, prima che venisse trasformato in Giardino Pubblico (nel 1970, su disegno del geometra Marco Botta di Bellinzago)

E così avviene nel 1835 in epoca restaurativa post-napoleonica, per la nomina dell’Organista della costruenda chiesa parrocchiale, con la conferma della dizione “Comunità di Bellinzago”, che diventerà definitiva.

In una trascrizione che si ritrova ormai su ogni documento bellinzaghese di altro genere burocratico e procedurale, tra cui gli stessi disegni e Capitolati di Appalto del grande architetto Alessandro Antonelli, autore – come già accennato – di due suoi importanti capolavori edilizi a Bellinzago (la Chiesa di San Clemente, con Casa Parrocchiale e Oratorio; e l’Asilo Infantile De Medici): nella relazione tecnica per il dovuto proseguimento del primo compimento ecclesiale sanclementino (“amplificazione della stessa chiesa”) del 1840 riportante il “Quadro delle spese occorrenti a rendere edificabile la Chiesa Parochiale” – questa scritta con una sola erre! – “di Bellinzago”, e nella titolazione stessa dello splendido progetto del 1873 per il suddetto “Asilo Infantile da Erigersi in Bellinzago per Legato Demedici” [Figure 148-149, e 150 (e 151-153)].

Figure 148-149 e 150Planimetrie [sopra] e Prospetto Frontale con Sezione parziale [sotto] del progetto del 1873 del rinomato architetto piemontese Alessandro Antonelli, eseguito per la scuola della infanzia bellinzaghese (entrambi i disegni sono intitolati Asilo Infantile da Erigersi in Bellinzago per Legato De Medici); ed una veduta dell’edificio realizzato, in una foto (Bellinzago – Asilo Infantile Antonelliano) di autore sconosciuto (ma forse del Gelati) stampata nel 1955 dai tipografi Fratelli Lorena di Novara [in basso]. Della riproduzione delle immagini progettuali dell’asilo antonelliano devo ringraziare la sua Presidentessa (della Fondazione Asilo Demedici di Bellinzago) Raffaella Bovio, per la gentile e solerte concessione

Ed a proposito di questo importante edificio scolastico antonelliano, voglio approfittare di soffermarmi sui suoi sviluppi edilizi successivi, accennando almeno alle vicende riguardanti le costruzioni aggiunte nel secondo Novecento, che in un certo senso hanno mutato la originaria concezione propositiva dell’edificio originario, quale compatto organismo compiuto, isolato e autonomo nel suo intorno libero da altre presenze artificiali  [Figure 151-153]

151-153La storica vicenda delle trasformazioni edilizie all’Asilo Infantile De Medici, che – come per il nuovo Palazzo del Comune: si vedano le Figure 96 e 97) – hanno subìto nel tempo analoghe compromissioni tipologiche, dovute alla aggiunta dei necessari locali di esercizio ausiliari (refettorio, mensa, e ricreazione al coperto), attuati in due fasi successive: che inevitabilmente hanno rovinato (per quanto minimamente) quell’assoluto isolamento formale, di intatta unicità conclusa, che il suo progettista aveva pensato per il proprio organismo architettonico (e che ancòra si ritrova attestato dalla famosa fotografia del Forzani del 1959: si veda anche la Figura 48)  [sopra]. Edificio contingentemente alterato con i due interventi successivi di ampiamento dell’assetto scolastico: nella prima occasione, con la iniziale aggiunta di un accostato Refettorio (eseguito nel 1970-73 dall’architetto Ruggero Bacchetta di Grignasco, località della Valsesia) inserendo un semplice passaggio di connessione composto da uno spesso e pesante tetto piano di cemento armato (di cui non sono riuscito a ritrovare una adeguata immagine testimoniante) incastrato nella parete laterale sinistra dell’Asilo, con una deturpazione esile ma consistente; e per il secondo caso, con la sostituzione della intera costruzione precedente (demolita drasticamente) con un diverso organismo edilizio composito di analoga funzione (la cosiddetta Ala Nuova, ancòra esistente, compiuta dall’ingegnere bellinzaghese Giorgio Miglio tra il 1994 ed il 1995) il cui collegamento con l’edificio antonelliano è stato attuato tramite un simile corridoio di unione (il disegno è ripreso dal libro Confronta di Gian Michele Gavinelli del 2009) [sotto]. La giustificazione esecutiva per entrambe le due nuove edificazioni recenti, quella demolita e la sostitutiva altrimenti costruita, viene fatta provenire da un antecedente e analogo intervento vecchio, del figlio di Alessandro (Costanzo, suo collaboratore di studio e sostituto nei propri lavori), applicato proprio sulla parete opposta dell’Asilo paterno, e costituito dal cosiddetto Gabbiotto dei Cessi (Progetto di Casotto delle latrine – per L’Asilo infantile De-Medici – in Bellinzago Novarese: in una foto anonima e senza data dell’Archivio della Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea  – GAM – di Torino) disegnato nel 1890 ed edificato nel 1893-95 [in basso]: che però, con evidenza (come si vede nel prospetto del “Fronte verso il Cortile”) risulta soltanto appoggiato (con il lembo della grondaia del tetto) alla costruzione esistente (e prudentemente – rispettosamente –  distaccato)

Ed a proposito delle totali egregie opere antonelliane edificate a Bellinzago o soltanto progettate, non voglio perdere neppure la stimolante – e storicamente interessante – occasione di riferirne gli episodi costruttivi di maggiore importanza, anche per renderne edotti i lettori che di questo eccezionale aspetto progettuale – in un paese piccolo e non tanto noto – non hanno forse, o poco, potuto conoscerne le vicende fondamentali: avvenimenti che hanno coinvolto la vecchia chiesa cinquecentesca situata al margine orientale del contesto abitativo [Figura 154 e 155] riplasmata ed ampliata con nuovi ambienti più maestosi

Figure 154 e 155 – La vecchia Chiesa di San Clemente (che si trovava all’esterno del paese, in una località che nel Trecento era indicata quale Baraggia o Brea, ovvero terreno gerbido e incolto, in quanto non ancòra – o scarsamente, se non da cascine isolate sparse sul territorio – abitato: si veda la Figura 138) nei suoi due aspetti più antichi: del Cinque-Seicento (1595-1629) [sopra] e nella situazione “prima dell’intervento antonelliano” (1630-1835) [sotto], nei disegni di ricostruzione planimetrica (desunti da cartografie e documenti d’epoca) di Corrado Gavinelli del 1973-76. Si può notare come la parte di residenza del Parroco occupasse parzialmente la strada comunale antistante, ed era addossata ad un arco con volta probabilmente medievale che sovrappassava la via, in una situazione di ingombro che incredibilmente è rimasta fino agli ultimi lavori di sistemazione del piazzale laterale alla chiesa, completati nel 1877-83 (si vedano le Figure 158 e 159)

nel caratteristico neoclassicismo fondamentale antonellesco [Figura 156], fino a diventare un grande organismo e luogo di diffusione della espansione paesana moderna, e perno focale del suo assetto architettonico-sociale (comprendente il sito religioso di culto, la sede parrocchiale di ritrovo con i servizi giovanili di svago e ricreazione, e – nella parte immediatamente posteriore – la collegata scuola infantile del già ricordato asilo demedicino [Figure 157 e 158].

Figura 156 [sopra]Il primo intervento dell’Antonelli (del 1836-40) sulla parrocchiale clementina (ricostruzione di Corrado Gavinelli del 1973-76): l’edificio ecclesiale è stato grandiosamente ampliato sulla base della vecchia navata cinquecentesca, che viene come fasciata dalle nuove costruzioni (lasciando, nella parte terminale dell’abside, gli agganci per una già pensata continuazione costruttiva, tipologicamente completante)

Figure 157 e 158 [sotto]La “Prosecuzione della chiesa parrocchiale antonelliana” nel 1840-44, comprendente il completamento della parte absidale con le nuove Sacrestie e l’Oratorio della Confraternita del Santo Sacramento (in alto), nonchè la iniziale nuova residenza dei preti (Prevosto e Curato, in basso) [su]; e quindi la fase (1844-1877) di sola realizzazione dell’Asilo De Medici [giù] (ricostruzioni di Corrado Gavinelli del 1973-76)

Figure 157 [su e 158 [giù]

Un grandioso insieme ecclesiastico complessivo, unitario e compatto [Figura 159] che però il suo autore non aveva considerato ancòra del tutto finito nelle realizzazioni attuate: e necessitante di ulteriori aggiunte tipologiche di carattere civile-pubblico.

Figura 159“Il secondo completamento al complesso antonelliano”, con la esecuzione dell’Oratorio della Confraternita del Santo Rosario, dietro l’abside della chiesa, e “con la conclusione delle case parrocchiali” nel 1877-1883 (ricostruzione di Corrado Gavinelli del 1973-76)

Tutte un decennio dopo proposte in un ultimo progetto conclusivo del 1888, steso dall’Antonelli lucidamente alla veneranda età di 90 anni ed a pochi mesi – due – prima della propria morte, a dimostrazione di come quella costruzione fosse tanto importante per il suo progettista; in un compimento che avrebbe costituito un risaltante complesso edilizio [Figure 160-161 (e 166)], anche esso unitariamente compatto e articolato.

Figure 160 e 161 L’ultima (e definitiva) proposta di compimento totale del Complesso Edilizio Antonelliano a Bellinzago concepito dal suo ideatore nel 1888 (alla età di 90 anni, e 2 mesi prima della sua morte), nei due splendidi disegni di planimetria (Progetto di Compimento della Chiesa Parrocchiale di Bellinzago . Novara) [sopra] e di facciata complessiva (Prospetto Generale Anteriore) [sotto]. Nella nuova concezione antonelliana, che prevedeva il solito (per lui, ma inconsueto in genere per queste costruzioni religiose) sensazionale collocamento posteriore di un emergente Campanile (“da costruirsi dietro l’abside della Chiesa” ed “eseguibile a riprese” in quella sorta di infinita edificabilità cui caparbiamente tendeva il progettista piemontese, e che nella fattispecie di Bellinzago “nel suo maggiore sviluppo” poteva “ascendere all’altezza di metri 165”!), erano anche compresi un maestoso pronao (portico antistante) ecclesiale a colonne neoclassico, un comparto edilizio destro aggiunto (raddoppiato in lunghezza, che andava a fronteggiare il lotto dell’Asilo), simmetrico alle case dei preti, nell’impianto planimetrico soltanto perimetralmente accennato (e non distinto da specifiche ripartizioni distributive) in cui dovevano trovare posto le nuove sedi del Municipio e delle Scuole Elementari, ed altri spazi per la cultura (biblioteca, luoghi didattici e di incontri) e dello spettacolo (piccolo teatro): in una configurazione di integrazione funzionale veramente audace e modernissima (si vedano le Figure 167-168, e 169). Inoltre, tutti gli edifici (nuovi ed esistenti) dovevano venire connessi (sull’esempio urbanistico che caratterizza ancòra adesso certe parti storiche di Torino, e del Piemonte) da un percorso porticato continuo protetto, coinvolgente anche la separata parte della scuola per l’infanzia (“collegati al portico delle case Parrocchiali ed a quello in fieri parallelo al fianco sinistro della Chiesa e questi riuniti con altro portico d’applicarsi in parte al muro di recinto dell’Asilo Demedici” per una “facile comunicazione coperta”) [foto di Corrado Gavinelli del 1972]

E pure conformato nel tipico genere eclettico del vecchio Alessandro (con edifici in stile neoclassico e campanili svettanti neo-gotici, visibili nel paesaggio circostante come segnali tipici da varie parti del territorio: e di cui i più caratteristici modelli sono la Mole torinese e la Cupola gaudenziana di Novara, ma non meno simili si rivelano le guglie per Boca ed Oleggio) [Figure 162-165].

    Figura 162

Figure 162-165I tipici campanili dell’eclettismo architettonico dell’Antonelli, di riferimento neo-gotico nella altezza delle guglie ma anche rimarcati da partiture neoclassiche complessivamente, realizzati (a Torino e Novara) e soltanto progettati (a Boca e ad Oleggio). A finimento della copertura torinese (nella foto di Matteo Aresca, La Mole Antonelliana vista dal Ponte Isabella, del 2020) compiuta nel 1885 [sopra, a sinistra] ed a conclusione della Cupola novarese sulla chiesa gaudenziana (in una xilografia – Basilica di San Gaudenzio Novara – del 1890, dell’incisore piemontese Giuseppe Barberis su disegno dell’artista suo connazionale Carlo Cornaglia) terminata nel 1876-78 [sopra, a destra]; e quindi pensata anche per il Santuario di Boca del Santissimo Crocefisso, già dal 1831 (foto di Corrado Gavinelli del 1976) [sotto], e dunque concepita anche per la oleggese Chiesa Arcipretale dei Santi Apostoli Pietro e Paolo disegnata nel 1856 (nella foto del 2020 di Corrado Gavinelli riferita al Progetto  Antonelliano del Prospetto Posteriore della Chiesa di Oleggio) [in basso]

    Figura 163

Figure 164 [sopra] e 165 [sotto]

Dunque un grandioso complesso edilizio articolato, all’interno di una integrativa combinazione tipologico-funzionale e varia di attrezzature sociali (amministrative,  scolastiche, e per eventi culturali diversi, oltrechè religiosi) [Figura 166 e 167-168 (e 169)] che hanno cambiato

Figura 166 – L’imponente configurazione architettonica finale delle opere edilizie dell’Antonelli a Bellinzago (prospetto laterale sinistro e Asilo, con le corrispondenti planimetrie) nella Ricostruzione del complesso antonelliano bellinzaghese nella sua conformazione completa, secondo il disegno del 1888, eseguita da Corrado Gavinelli nel 1973-76: l’assetto classicistico, orizzontale e massiccio, della chiesa, viene alleggerito dallo svettante campanile eclettico-neogotico, e discostamente contrappuntato dal regolare edificio scolastico infantile. Nella ricomposione grafica totale, i due corpi edilizi lunghi, superiori nella planimetria, dovevano ospitare i nuovi servizi pubblici del paese, municipali, scolastici, della cultura (biblioteca, e attività varie) e dello svago (spettacolo e luoghi di incontro) [si vedano le Figure 160-161 e 167-168 (e 169)]

167-168 e 169Dettagli del progetto conclusivo dell’Antonelli del 1888, mostranti l’impianto edilizio di contenimento dei nuovi spazi pubblici supplementari (si veda la Figura 160) [sopra] e la corrispondente porzione del suo aspetto architettonico esteriore [sotto], con – alla estrema sinistra della immagine – la facciata su strada delle nuove sedi civico-comunali collegata alla chiesa (si veda la Figura 161); ed un possibile ragguaglio delle distribuzioni interne nella nuova aggiunta, ripresa dalla sezione della Casa Coadiutorale (ovvero del Curato) nel disegno antonelliano del 1879 [in basso], girato rispetto all’originale per farlo corrispondere alla disposizione reale del nuovo edificio (in cui si può notare il cosiddetto sistema antonelliano di costruzione lateritica, con volte portanti anche estremamente ribassate: nel soffitto del piano terreno a sinistra) [foto di Corrado Gavinelli del 2022]

Che hanno cambiato concettualmente  (anche se la loro attuazione è stata materialmente soltanto parziale) l’assetto spazial-compositivo del vecchio borgo agrario [Figure 170-172].

Figure 170-172Una terna di immagini dell’assetto oggettivo delle realizzazioni eseguite a Bellinzago intorno al Complesso Architettonico-Edilizio Antonelliano: nella foto di ignoto del 1925-26 (Largo della Chiesa Parrocchiale, adesso Piazza Raspini) [sopra], nella nuova facciata ecclesiale (Bellinzago – Chiesa Parrocchiale) nel 1966, in una cartolina forse della Tipografia-Cartoleria Forzani di Borgomanero [sotto], e nella vecchia situazione del sagrato san-clementino (Chiesa Parrocchiale di San Clemente, altrettanto di autore sconosciuto) nel 1927, prima dei restauri che hanno distrutto il pròtiro (portichetto) manieristico del Cinquecento [in basso]. Le foto mostrano, rispettivamente: il caratteristico spazio tra edificio ecclesiale (a sinistra) e casa dei preti (a destra) con la statua della Madonna Immacolata collocata nel 1882 a sostituzione dell’antico pozzo esistente (monumento poi  demolito nel 1974, e con la scultura mariana riposta nell’attiguo Oratorio di Maria Bambina, dentro la Casa Parroccchiale); il fronte ecclesiale su strada con il restauro eseguito dall’architetto Giovanni Lazanio di Novara nel 1928-31 (che ha demolito l’antico pròtiro cinquecentesco, lasciando soltanto la facciata manieristica); e la storica forma del vecchio portichetto antistante prima di essere eliminato

LA DERIVAZIONE ETIMOLOGICA DEL NOME DI BELLINZAGO

Sulla etimologia del nome del paese bellinzaghese si ritrovano, nei testi a stampa ma soprattutto nei siti telematici, le più stravaganti ed approssimate definizioni interpretanti, tra cui la maggiormente avventata è quella di un anonimo compilatore (che non produce neppure l’anno di stesura del suo lavoro) secondo il quale “Il toponimo, che si compone di un determinante e un determinato, rappresenta, secondo qualche studioso” (facile affermazione, comunque di invenzione, per evitare di indicare una fonte esatta, e rintracciabile) “un derivato di Birizago, Birinzago, a sua volta derivato, attraverso il suffisso -ACUS, dal gentilizio latino BELLICIUS”: un terribilmente confuso assemblaggio di riferimenti e conclusioni senza effettivi rapporti nominali, e per di più anche privi – come ho appena riferito – di attestazione documentata.

Altrove – sui siti di Italia-Mia o dei Comuni-Italiani per esempio – la indicazione onomastica è – identicamente – astrusa, sebbene più precisata (“Etimologia del nome: Deriva dal nome latino di famiglia Bellitius o Bellicius con l’aggiunta del suffisso acum. La specifica si riferisce alla vicinanza a Novara”!), ma anche in tali casi non confermata da un riferimento ad una riprova storica esplicitata (e rintracciabile).

E però, anche il sito ufficiale del Comune di Bellinzago Novarese già ricordato, nella sezione ‘Storia – Personaggi’ non dà espresse precisazioni sulla derivazione etimologica bellinzaghese, spaziando in altre generali informazioni storiografiche.

E per avere dunque una informazione di maggiore completezza e attendibilità, occorre quindi servirsi – come in genere più scientificamente si fa nella conduzione di una ricerca seria – agli scritti di studiosi specifici e di esperti sulla questione, e quindi ai testi storici, che hanno affrontato espressamente tale problema, cercandone una chiarificazione riscontrabile o logica (o soltanto enunciata).

Il Bascapè delle ‘Visitazioni’ (1612)

Partendo dai lavori più vecchi, il primo che ha cercato una giustificazione derivatoria del nome di Bellinzago è stato il già citato vescovo Carlo Bascapè nel 1612, allorchè egli riferisce, nelle sue Visite Pastorali alla Diocesi novarese (Novaria seu de Ecclesia novariensi – Novara ossia della Chiesa Novarese – pubblicate dall’editore locale Gerolamo Sessallo) [Figura 173],

  Figura 173

Figura 173Il frontespizio della Novara Sacra del vescovo Carlo Bascapè pubblicata nel 1612 dal tipografo novarese Geronimo Sessallo (foto di Corrado Gavinelli del 2022). Per una sintetica conoscenza dell’importante prelato novarese, nato però a Melegnano in Lombardia, si deve riferire che anagraficamente egli era chiamato con il suo vero nome Giovanni Francesco, da lui tramutato in Carlo in onore del proprio maestro, il famoso santo milanese Borromeo controriformista (di cui per altro è stato anche Segretario Particolare, e primo biografo), quando entrò nella Congregazione ecclesiastica dei Frati Barnabiti (altrimenti noti come Ordine dei Chierici Regolari di San Paolo), nel 1578; divenendone quindi Superiore Generale nel 1586 (e poi altre volte) e infine Vescovo di Novara nel 1593 (fino alla morte sopraggiunta nel 1615)

nel paragrafo sulla “Terminazione di Oleggio”, che (ne riporto il testo in latino, con mia traduzione, perché la sua versione spesso è stata non precisamente trascritta) riporta le seguenti parole: “In clivo itidem positus: nam ibi primo ab urbe Olegium venientibus se, se offert collium initium in villa, que ideo caput motium dicitur, proprius vero Bilitiacum est, seu Bilentiacum” (ovvero il paese bellinzaghese, come quello oleggese appena prima, “Si trova anche esso presso un pendio; perché là, immediatamente a chi viene dalla città di Olegio, si offre all’inizio di una collina un villaggio di campagna, che perciò viene chiamato la testa del motto, il cui nome proprio è Biliziaco, oppure Bilenziaco”) [Figura 174].

Figura 174 – Il particolare del nome in latino di Bellinzago nelle pagine della Novara Sacra del Bascapè (foto di Corrado Gavinelli del 2022)

Di questo brano verbale del bascapeico, l’Avvocato Cavaliere Giuseppe Ravizza già citato (stimato storico novarese – ma inoltre inventore meccanico, e primo sperimentatore tecnico della macchina da scrivere) che nel 1878 ha pubblicato, tradotto in italiano, il testo del “Vescovo Venerabile Carlo Bescapè” con il titolo “La Novara Sacra”) [Figure 175, 176 e 177, e 178], fornisce una versione italiana non letterale, bensì alquanto riassuntiva, ed anche riportata malamente (storpiata) nel nome giusto di Bellinzago (“Vicino ad Oleggio poi avvi Biliatico o Bellinziaco”!).

Figure 175-178 – La traduzione italiana del testo del Bascapè La Novara Sacra (in cui il nome dell’autore è stato trascritto – in una mutata formulazione poi rimasta sempre tale – in Bescapè) pubblicata nel 1878 dall’Avvocato e Cavaliere Giuseppe Ravizza di Novara (foto di Corrado Gavinelli del 2021) [sopra]. La pagina anteriormente al titolo di questo libro mostrava un ritratto del sacerdote novarese (Monsignor Carlo Bescapè – Vescovo di Novara) litografato nel 1879 dalla novarese Tipografia Piantanida e Portioli, che probabilmente costituisce la immagine più verosimile dell’aspetto fisico del vescovo, in quanto essa è stata ricavata da un precedente suo ritratto (andato però perduto nell’originale, ma documentato nella sua notizia di esistenza), del 1615, fatto eseguire dalle autorità religiose di Novara ad un artista rimasto ignoto, al momento della inumazione del sacerdote nella sua tomba, deposta nella novarese Chiesa di San Marco, dove si trova tuttora [sotto]. Il busto quindi (nella foto di Moreno Prandina, Monumento a Carlo Bescapè, 2020), realizzato dallo scultore varesino – attivo però molto anche in Piemonte – Giuseppe Argenti nel 1849-50, e che si trova in un corridoio del vecchio (anch’esso antonelliano) Ospedale di Novara, è di pura invenzione fisionomica [in basso]. Infine, per la cronaca, occorre ricordare che il Ravizza era un personaggio particolare ed estroso, e soprattutto anche noto per la sua invenzione, brevettata nel 1855, di una rudimentale macchina da scrivere, da lui chiamata Cembalo Scrivano, perché concepita sul principio del pianoforte con una tastiera comprendente le lettere alfabetiche e gli elementari segni ortografici da usare [più sotto]

        Foto 177 [a sinistra] e 178 [sotto]

Nel testo episcopale bescapeico (che – come già riferito più sopra – contiene anche una grande mappa di tutte le località delle sue visite pastorali effettuate dal 1593, in cui per altro il sito bellinzaghese viene in italiano volgare indicato quale Belinzago) [Figure 179 (e 143-144) e 180-181], non sembra apparire l’intenzione, da parte del suo autore,

Figure 179 e 180-181 – La cartografia novarese pubblicata nel 1612 dal Bascapè (che viene ritenuta una mappatura approssimativa ed imprecisa: tanto che lo stesso Ravizza, nella sua traduzione ottocentesca, non ha ritenuto opportuno ristamparla, e la ha pertanto omessa) [sopra] non è poi molto diversa, come concezione compositiva e disegno topografico, da altre e più importanti carte geografiche dellla prima metà del Seicento, eseguite da noti cartografi e geografi della loro epoca: quali possono essere la – generica – rappresentazione del Piemonte (La Regione Pedemontana) dell’Ortelius (il famoso Abramo Ortelio, in olandese Abraham Oertel, fondatore della cartografia fiamminga, e pre-moderna) eseguita nel 1601 [sotto] oppure la più precisata versione (La Regione Pedemontana con il territorio dei Genovesi & il Marchesato del Monteferrato) dell’altrettanto notissimo Mercatore (Gerhard Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator, anche egli olandese) realizzata nel 1640  [in basso]. In tale paritetico confronto, la rispettabilità compositiva del pressocchè sconosciuto incisore novarese Giacomo Ozeno (autore della mappa bascapeica) – del quale si conosce soltanto una accertata, dal Museo Britannico, corta attività dal 1612 al 1624 (riguardante committenze ecclesiastiche soprattutto cardinalizie) – si può allora considerare quale egregio esempio locale di aggiornata professionalità mappatoria (alla cui qualità esecutiva del resto lo stesso vescovo Bascapè doveva tenere molto, per la raffigurazione esplicita e chiara dei propri luoghi di visita) [foto di Corrado Gavinelli del 2021]

di accertare la derivazione etimologica bellinzaghese, ma soltanto perviene la condizione di riportarne la denominazione a riconoscimento linguistico di un luogo da lui visitato, e registrato come tale secondo la dizione più corrente. Ma questa definizione è comunque alquanto diversa dalle altre precedenti e della sua epoca, ed ha costituito, a causa della indiscussa autorità storiografica del prelato, una delle fonti di partenza per la possibile desunzione nominale originaria di Bellinzago.

Goffredo Casalis

Anteriormente a tutti, è stato, a metà dell’Ottocento, lo storico altrettanto piemontese (e di Saluzzo) Goffredo Casalis (Abate, e versatile ricercatore, che dedicò la propria vita alla stesura, in più parti e riprese, del suo capolavoro storiografico, il Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna: ovvero di Carlo Alberto; il quale ultimo, nel 1833 fondando la “Regia Deputazione sopra gli studi di Storia patria”, consentì ai ricercatori di accedere ai documenti archivistici, fino ad allora negati al pubblico) a riprendere la determinazione del nome di Bellinzago in questo suo monumentale lavoro (in cui raccolse “in un’unica opera tutte le informazioni su ogni singolo comune e villaggio dello Stato Sabaudo”) riferendola espressamente alla denominazione del Bascapè. La ingente opera del sacerdote saluzzese, “Professore e Dottore di Belle Lettere”, venne pubblicata a Torino dai “tipografi” Cassone-Marzorati-Cervellotti dal 1833 al 1856 in 28 volumi per l’editore-libraio Giuseppe Maspero, e nella parte del 1834 comprendente “Bellinzago” riporta lo stesso ètimo latino indicato dal vescovo novarese (uno solo però dei due da lui riferiti: “Bilitiacum”) [Figure 182 e 183].

    Figura 182

Figure 182 e 183Libro (nella edizione del 1834 del Dizionario, comprendente la voce Bellinzago) [sopra] e ritratto (Goffredo Casalis Da Saluzzo, nella incisione del 1857 di artista ignoto), dell’Abate di Fruttuaria e storico saluzzese (raffigurato con il XXVIesimo volume, l’ultimo in ordine alfabetico e di data, della sua enciclopedia dei luoghi piemontesi tra le mani, pubblicato nel 1854). E’ interessante riscontrare come l’autore di questa complessa raccolta di notizie storiche e documentarie ne abbia principalmente indicato l’uso più idoneo non per studiosi o eruditi, ma per la categoria lavorativa della burocrazia (“Molto utile agli Impiegati nei pubblici e privati Uffici”); non dimenticando comunque di rivolgerlo anche “A tutte le Persone applicate al Foro alla Milizia al Commercio” nonché ad ogni individuo interessato alle vicende nazionali (“E singolarmente agli Amatori delle Cose Patrie”) [foto di Corrado Gavinelli del 2021]

Senza addurne però derivazioni da alcuna parola o situazione, e commentando soltanto che “Non si hanno memorie di questo comune anteriori al 1200; ma per certi indizi congetturasi che ne sia rimotissima la fondazione” (portando così ad ipotizzare non soltanto una provenienza genericamente antica – per la desinenza in -aco o -ago, di cui tratterò più avanti – ma forse intendendone un arretramento ad epoca almeno romana.

Giovanni Flechia

Glottologo ed indologo, ed orientalista in generale, nonchè Professore di Lettere e Filologia alla Università di Torino (di cui fu anche Preside), scrupoloso ricercatore e storico canavesano (del paese di Piverone) – che purtroppo talvolta, in questi casi di deduzioni onomastiche, è stato neppure poi troppo considerato per il suo effettivo valore – il Flechia (che spesso, a proposito di consonanti raddoppiate, molti scrivono – scorrettamente – con due c) [Figura 184] a sua volta, per il nome di Bellinzago, propone una insolita giustificazione della sua

Figura 184 Il Busto di Giovanni Flecchia (glottologo ed orientalista piemontese; il cui cognome, che viene sovente trascritto con due c, in realtà autenticamente si scrive con una sola) in una foto di Maurizio Codogno del 2014. La statua è opera del 1893-94 dello scultore valsesian-ossolano Antonio Lusardi, collocata nella Piazza Lucca di Piverone, paese natale dello studioso, situato tra Ivrea e Santhià sopra il Lago di Viverone

provenienza, del tutto linguistica (ma anche ripresa dalla stirpe belliciana, da lui invero per la prima volta addotto per tale caso di analisi onomastica): derivandone tuttavia il riferimento toponomastico non esplicitamente rapportato al luogo bellinzaghese, ma in corrispondenza con una simile dizione, riguardante l’epiteto bellinzonese; e da ciò ricavando (come si ritrova citato nel fascicolo IV del 1979 del ‘Bollettino Storico della Svizzera Italiana’ nel saggio su Bellinzona scritto dal filologo Ottavio Lurati, linguista elvetico) che il “gentilizio Bellicius o Bellitius” deve considerarsi […] “riconosciuto nel Bellinz- del toponimo Bellinzago (Milano e Novara)”.

E più esattamente, con riferimento indipendente e soltanto relativo alla bellinzaghità, trattando della denominazione Bellinzago (tanto Milanese quanto Novarese) nel proprio testo Di alcune forme de’ nomi locali dell’Italia superiore del 1871 pubblicato nelle Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino, con maggiore definibilità il suddetto filologo giunge a dichiarare: “Belliciacum, Bellicius. Di questo gentilizio, scritto anche Bellitius, sono parecchie le testimonianze (cfr. De Vit Onom. lat. s. v.; Mommsen, Plinii Ep. ed. Keilii, Lipsiae, 1870, 404)” [Figura 185].

Figura 185Il trafiletto riguardante Bellinzago riportato dal testo del Flechia del 1871 scritto a proposito Di alcune forme de’ nomi locali dell’Italia superiore pubblicato nelle Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino

Giustificandone anche la “epentesi” (composizione di fonetica storica che consiste nell’aggiunta di un elemento all’interno di una parola per motivi diversi e in posizioni differenti; detta altrimenti Anaptissi quando l’inserimento è una vocale) “di n” inserita nel nome beliciano, considerando che essa “ha qui una perfetta analogia con quella di Bellinzona = Bilitionem”, poichè “Le forme attestate dalle carte medievali non contengono ancora la lettera epentetica: Biriziacum […], Biliciago […], Bilitiacum […]; ma Birinzago”: e “Con questo nome locale è connesso probabilmente […] un sincopato Belciacum delle monete Merovingiche; […] e forse anche, con sincope dell’e di Belliciacum”. E per concludere,aggingendovi la affermazione che “Di Bellicii appartenuti all’Italia Superiore fanno testimonianza alcune iscrizioni; e probabilmente anche il Bellicio, di cui Sant’Ambrosio (Ep. 79, 80)” ha scritto (personaggio particolare del quale più opportunamente tratterò dopo a proposito del nome Bellicio).

Nella sua complessa modalità piuttosto glottologica, l’analisi flechiana risulta dunque la prima ad avere connesso espressamente la località bellinzaghese con la derivazione nominale da Bellicio, che altri autori e studiosi poi hanno rinviato alla denominazione della tribù romana (o gentilizio) di questo iniziale fondatore.

 Antonio Rusconi

Tralasciando la derivazione episcopale erudita sopra considerata seguìta da Bascapé e Casalis, ed anche la provenienza linguistica flechiana, ed addentrandosi invece in una – sebbene più azzardata – ipotesi di provenienza toponomastica storiografico-localistica, verso la fine dell’Ottocento (e nel 1877, sulla seconda parte del suo libro riguardante Le Origini Novaresi) un altro importante storico novarese, il più volte citato Antonio Rusconi avvocato, si è interessato all’ètimo bellinzaghese; ma adducendone una ripresa – come già ho accennato precedentemente – non romana bensì annibalico-cartaginese: sulla specificità della quale tratterò tuttavia ancòra tra non molto più oltre, in modo compiuto e dettagliato

Lorenzo Apostolo

Con il Novecento, altri storici hanno fornito la loro interpretazione personale, derivata (oppure accettata) da loro colleghi precedenti; ed in particolare principalmente deve venire ricordato il già parecchio citato avvocato-archeologo bellinzaghese Lorenzo Apostolo, scopritore, nel 1900-1902, dei reperti golasecchiani a Bornago. Il quale, in un suo articolo apparso nel 1904 sulla ‘Gazzetta di Novara’, suggerisce che Bellinzago “Avrebbe […] preso il nome dal gentilizio Bellicius e Bellitius: e la sua origine verrebbe a riportarsi ad epoca non anteriore alla gallo-romana […] risultando dalla combinazione del nome romano succitato e suffisso ago o aco celtico” [Figure 14 e 188, e 228].

Sulla trascrizione di questo nome gentilizio, se nella realtà dei documenti storici più vecchi (particolarmente sulle lapidi romano-antiche, come tratterò analiticamente più avanti) Bellicio è scritto – sostanzialmente – sempre con due elle [Figura 186], in altri vari casi lo si ritrova riportato anche con una sola.

Figura 186Una delle più conservate, e monumentali, lapidi romane riportante il nome Bellicius (foto di Harl Ortolf del 2013): si tratta di una scritta epigrafica della fase antonino-severiana appartenente agli anni 150-200, riferita “A Lucio Bellicio […] Decurione degli Iuvavensi” (ovvero delle genti austriache antiche di Salisburgo, città allora appartenente alla regione del Norico) “uomo di legge […] vissuto per 58 anni” (si vedano anche il Frontespizio di questo Saggio e la Figura 252)

Ma per tale aspetto del raddoppio consonantico (che nelle dizioni dal Medioevo in poi si rivela avvenuto al contrario, procedendo da una elle unica a quella raddoppiata: che vale anche – genericamente – per l’evoluzione del nome Bellinzago), l’erudito linguista e glottologo svizzero Carlo Salvioni dà una spiegazione (e riporto tale sua esposizione proprio nel tentativo di chiarire una gamma di evenienze nominali possibili, e ugualmente corrette ed ammissibili, che vedrò tra poco di elaborare con le mie conclusioni) spiegando, nel suo saggio su Appunti di Toponomastica Lombarda pubblicato nel ‘Bollettino Storico della Svizzera Italiana’ del 1893, come “Più difficile può parere la giustificazione” (ovvero, lo scambio) “del l al ll. Ma invero non sarebbe interamente fuor di luogo un classico Belicius” derivato da un raddoppiamento successivo come è avvenuto, ad esempio, per “Messalina allato a Messalla”, o meglio per “vilicus allato a villicus”.

Una situazione grafologico-linguistica che, risalendo alle iscrizioni romane antiche, rimanda senza dubbi alla originaria doppia elle, contratta poi in una sola e medievalmente riportata sempre così ridotta (e dopo ritornata ad essere raddoppiata nei secoli successivi): come del resto viene confermato, similmente in una tematica differente ma analoga, dal croato Petar Skok (famoso linguista, e riconosciuto esperto internazionale di onomastica), nel suo studio toponomastico del 2020 sui Nomi con i Suffissi -Acum, -Anum, -Ascum ed -Uscum, affermando che in riferimento al termine latino “Bello” (significante Piacente) “dai suoi derivati vengono Bellizio” (il Migliore) e poi “Belicio” (l’Abile) quali diminutivi di trascrizioni successive: nella stessa maniera che già salvionamente abbiamo visto appena sopra (ed avremo modo di approfondire procedendo).

Altri esegeti e studiosi novecenteschi: Lino Cassani e Gian Michele Gavinelli

Stando alle abbondanti referenze linguistico-glottologiche riportate sopra, e anche citate direttamente nei testi degli autori prima esaminati, ulteriori ricerche di conferme onomastiche bellinzaghesi risultano ormai eccessive o anche superflue. Ma non voglio escludere, da questo storiografico repertorio di ricerche, un ultimo – confermante e come ormai istituito – ulteriore approccio onomastico per il sito di Bellinzago riportato omogeneamente da due storici locali più recenti: il sacerdote novarese Lino Cassani (che è stato l’alacre trascrittore di storiche pubblicazioni importanti sul Novarese, quale soprattutto le Consignationes Beneficiorum Diœcesis Novariensis Factae Anno MCCCXLVII edite nel 1937-39 con i colleghi, anche essi di Novara, Gottardo Mellerio e Mario Tosi) [Figura 187], nonché il cronista bellinzaghese contemporaneo più noto, Gian Michele mio omonimo, a sua volta già differentemente citato, autore di varie pubblicazioni documentarie su argomenti riferiti a Bellinzago e dintorni. Il Cassani avendone semplicemente, ma con chiarezza, dichiarato – in un suo saggio del 1935 proprio su Le Consignationes dei benefici ecclesiastici novaresi nel 1347 pubblicato nel primo numero del ‘Bollettino Storico per la Provincia di Novara’ – che Bellinzago proviene dal nome gentilizio “Bellicius”; ed il Gian Michele, ugualmente, riportando – prima già in un suo libretto del 1967 scritto proprio a riguardo di Bellinzago Novarese, e quindi sul riferito testo complessivo ‘Uomini e Terra’ del 1989 – la sua adesione alla tesi dell’Apostolo (“Avrebbe pertanto […] Bellinzago […] preso nome dal gentilizio ‘Bellicius’ e ‘Bellitius’: e la sua origine verrebbe a riportarsi ad epoca non anteriore alla gallo-romana”) [Figura 188].

   Figure 187 e 188  

Figure 187 e 188Il ritratto (di fotografo ignoto e senza data, ma forse del 1940) del sacerdote Don Lino Cassani, storico novarese [a sinistra], e lo stralcio del 1989 del cronista bellinzaghese Gian Michele Gavinelli, riportante la ipotesi dell’Apostolo sulla origine belliciana di Bellinzago (foto di Corrado Gavinelli del 2021) [a destra]. Per la cronaca, il testo latino-medievale delle Consignationes beneficiorum dioecesis Novariensis factae anno 1347 tempore reverendissimi domini Guglielmi episcopi (ovvero gli “Elenchi dei beni della diocesi Novarese fatti nell’anno 1347 al tempo del reverendissimo vescovo signor Guglielmo”) è stato pubblicato – a cura del prete novarese, e con i colleghi Gottardo Mellerio e Mario Tosi, anche essi storici di Novara – dalla tipografia cittadina Cattaneo in 3 volumi nel 1937-39

Ulteriori ipotesi topo-onomastiche

Le considerazioni finora proposte e considerate riportano sostanzialmente tutte ad una origine romana di Bellinzago, e particolarmente relativa al gentilizio della tribù Bellicia, che fondò il castro delle legioni di colonizzazione del territorio delle municipalità cesareo-augustee.

Ma altre indicazioni non riconosciute come convenzionali, e però non meno interessanti – ed a mio parere anzi piuttosto importanti – storiograficamente da considerare, provengono e risultano da pochi – ma significativamente coinvolgenti – accenni ad altri cronologicamente precedenti riferimenti toponomastici: se non di fondazione, però di frequentazione territoriale diversificata, per occasionale (e non definitivo) assestamento campale, civile o militare.

Provenienza dialettale e sue varie deformazioni linguistiche

Come ho esposto in precedenza, gli unici riferimenti storici riguardanti il nome di Bellinzago e la sua derivazione semantica, sono i documenti antichi conservatisi fino ad oggi: che non hanno però attestazioni specifiche di epoca romana, ma cominciano ad apparire con il Medioevo, e particolarmente dalla prima metà dell’anno Mille.

La congetturazione di una provenienza da Bellicio non è – ripeto – originariamente romana, ma di successiva interpretazione storiografica, ritrovabile nella Bellinzago lombarda e per osmosi linguistica – si può dire – trasferita alla omonima località novarese.

E dunque, la concreta dizione bellinzaghese si deve rintracciare nella secolare variazione del nome Bellinzago riportato nelle testimonianze scritte, con la sua trascrizione – perfetta o scorretta – differentemente indicata a seconda delle epoche e delle modalità di riporto nei documenti ufficiali, notarili o ecclesiastici, o di pubblica comunicazione: i quali, è opportuno sùbito indicarlo – non sempre sono redatti da provetti intellettuali filologi, ma da normali funzionari a volte anche ignoranti (o per quanto cólti in genere, piuttosto glottologicamente sprovveduti) che spesso compiono incredibili errori, e – come si dice – autentici strafalcioni letterari, che conducono a vere e proprie alterazioni delle denominazioni effettive.

Partono comunque (come ho mostrato precedentemente: ed approfitto per riportarne qui, sinteticamente, le sostanziali evoluzioni nominali), tali attestazioni scritte, con il Mille, e – inevitabilmente – con un riferimento, approssimato, alla pronuncia dialettale del paese, che veniva chiamato Branzàg: in una trascrizione tuttavia latina (perché in quella lingua venivano stilati gli atti ufficiali, privati o pubblici, ed ecclesiastici), con la sua italianizzazione volgare che traduceva il suffisso romano acum nell’italico aco (e poi ago), e dunque, esplicitamente, scrivendo Branzago (da Branzacum, e Branzagum).

Nel 1141 tuttavia si nota già una prima variazione, con una facile alterazione in Brenzago, seguìta da un altro Blanzago nel 1152, che poi – dal Trecento – si protrae in plurime ed ulteriori deformazioni (a cominciare dal Belenzago, nel 1347, delle famigerate Cosignationes, per giungere ad un ritorno in Blanzago nel 1397 che rimane invariato per l’intero Quattrocento – con la sola eccezione di un Belenzago nel 1476 – proseguendo a tutto il Cinquecento ed al secolo dopo) arrivate poi alle terminologie più attuali istitutivamente fissate (partendo dal Belinzago del 1610 e giungendo alla elle raddoppiata – Bellinzago – dal primo Settecento in poi).

E’ peregrino, pertanto, riferirsi, per il nome etimologico bellinzaghese, ad un originaria dizione dialettale di pronuncia (che per altro non ha una sua derivazione esplicita o un significato di riferimento); e comunque questa, sebbene partita magari e anche proprio da quella espressione linguistica nella parlata locale, ortograficamente è variata nel tempo con altre trascrizioni alquanto diverse (determinate, al contrario, da differenti riporti scritti).

Luogo consacrato di passaggio ligure (prima del 238 aC)

Il già esaminato “Professore in Leggi – Membro della Accademia Araldico-Genalogica Italiana” e avvocato Antonio Rusconi, nella indicata edizione tarda (1877) del suo libro su Le Origini Novaresi originariamente pubblicata nel 1875, trattando della “Teogonia ligure” ed in particolare della divinità Belen o Belino, “che reputasi figurasse il sole, onde l’Apollo Belin, […] protettore del gregge”, ritiene che il suo ètimo rurale possa venire ricondotto anche alla località bellinzaghese (“Ebbene noi abbiamo […] Belin in Belentiacus Bellinzago”), con ciò introducendo la interessante possibilità toponomastica di pensare ad un territorio bellinzaghese pre-romano di frequentazione occasionale (non duratura, e non lungamente stanziale) più che di appartenenza effettiva (ed abitata), da parte dei Liguri.  Che nel territorio di Bellinzago potevano avere tenuto pascoli con mandrie di spostamento e transumanza, in una consacrazione (rituale e caratteristica per tali circostanze) localistica al dio belinico: un luogo però soltanto di passaggio e sosta temporanea, ripeto, magari ricorrente come in tali casi di spostamenti di bestiame e armenti, ma senza abitazioni fisse (come del resto attestano le condizioni stesse delle terre del sito bellinzaghese, poco sottoposte ad una conduzione agricola in tempi antichi, perchè ancòra piuttosto disabitate all’epoca della limitazione romana di Oleggio, ed ugualmente con scarsezza utilizzate dal primo Medioevo per causa della incomoda situazione del suolo, ampiamente selvatico, acquitrinoso, gerbido, e boschivo) [Figure 20 e 189].

Figura 189Giampietro Morreale, Comune di Cameri: confini del 1723, 1981. Il disegno individua la ripartizione agraria dei terreni cameresi, che ancòra all’inizio del Settecento mostrava una situazione piuttosto incolta, e molto pratìva; e nella zona di Bellinzago si può riconoscere una situazione mista di caratteristica baraggia, lasciata a brughiera nella parte meridionale, ed invece coltivata in pochi campi nelle aree delle cascine (tra Bornago e la Picchetta), intermediamente a distese di boschi verso il Ticino

E dunque in una situazione d’uso di non produttività coltivata che è rimasta tipica della baraggia locale tra il torrente Agogna e il fiume Ticino, più specificamente frequentata, dall’epoca medioevale, per le attività venatorie dei potenti di quei posti (di cui è sintomatico lo storico aneddoto dei cento cani che il Co-Signore di Milano Bernabò Visconti, possessore delle terre oleggesi, nel Trecento teneva stabilmente ad Oleggio – facendoli obbligatamente custodire, e mantenere, dagli abitanti del borgo – per averli pronti alle proprie battute di caccia improvvisate; in una tradizione venatoria ancòra figurativamente echeggiata nelle illustrazioni settecentesche del Cabreo del Bini sopra citato) [Figure 190 e 191 (e 145)].

Figure 190 e 191Due illustrazioni di caccia nei territori bellinzaghesi alla fine del Settecento [sopra e sotto], eseguite dall’agrimensore novarese Gioacchino Bini in precedenza citato ad ornamento del suo Cabreo del 1778 riportante i “Beni Stilati nei Terrj di Belinzago” (si veda la Figura 145): la rappresentazione bucolica è forse esagerata rispetto ad una realtà agricola più coltiva, ma non è neppure del tutto eccessiva, considerando la pratica venatoria ancòra condotta nelle zone boschive rivolte al Ticino, proveniente dalla antica tradizione trecentesca dei luoghi oleggesi allora di dominio di Bernabò Visconti, Co-Signore di Milano assieme al fratello Galeazzo II dal 1378 al 1385: i terreni di baraggia venivano utilizzati come prediletta area venatoria a cavallo (tanto che una ripetuta leggenda narra come il tiranno milanese obbligasse gli abitanti di Oleggio a mantenergli i suoi cento cani da caccia), che è sempre proseguita, anche più di recente, fino al Novecento (e in tale senso ne ricorda l’anonimo compilatore del sito telematico oleggese alla voce Origini e Storia del 2020: “attività venatoria ampiamente praticata da sempre nelle brughiere della vallata del Ticino sino agli anni subito antecedenti alla seconda guerra mondiale e della quale è documentata anche la presenza tra i cacciatori di G. D’Annunzio”)

E anche dalla mappa della Liguria antica che lo storiografo e cartografo statunitense William Robert Shepherd ha pubblicato nel 1911 sul suo Atlante Storico, la presenza ligure nelle terre del Novarese tra Sesia e Ticino appare non importante, fermandosi – le popolazioni locali stanziatamente fisse – non oltre la occupazione stabile dei Libici (o meglio Libui), costituente la ultima attestazione geografica al confine del Po, prima del quale le genti della Liguria effettiva (che i Romani chiamavano indistintamente Montani perché provenienti dalle alture boscose delle Alpi Marittime) erano insediate le tribù dominanti degli Intimili e degli Ingauni, verso il mare) [Figure 192 e 193].

Figure 192 e 193La cartografia della Liguria arcaica (Mappa di Riferimento della Antica Italia. Parte Superiore) con le collocazioni delle sue popolazioni che lo storiografo e cartografo statunitense William Robert Shepherd ha riportato nel 1911 sul proprio Atlante Storico pubblicato dalla importante casa editrice tedesca ottocento-novecentesca Velhagen & Klasing di Lipsia: nella sua intera consistenza geografica [sopra] e nel dettaglio dell’area ligure-piemontese [sotto]

Si tratta proprio di quei popoli che vivevano organizzati nella cosiddetta civiltà dei pagi (piccole comunità abitative collegate ai corrispondenti villaggi residenziali), le cui usanze religiose si riferivano – oltre che ad altre divinità specifiche – al sopra riferito Belino (o anche Bellino) per la sua particolare proprietà di protettore delle mandrie e dei viaggiatori (chiaramente riferibili agli spostamenti delle transumanze, come ho riferito, e anche a quella speciale pratica di presa di possesso terriero, chiamata Primavera Sacra – o di consacrazione – che Alberto Lombardo, storico e membro fondatore del Centro Studi La Runa di Chiavari, in un suo saggio del 2017 su Culti e religiosità degli antichi Liguri, ricorda venire effettuata quale impresa di “migrazioni di giovani che andavano a fondare nuove colonie in terre remote”).

Nel caso bellinzaghese questa occupazione fu solamente – lo devo confermare – una sosta non definita, di passaggio pastorale, e neppure permanente. Ma il cui ricordo – probabilmente per una cerimonia di consacrazione del luogo offerta al Dio Bellin, allorchè i pastori liguri si fermavano per le notti di pascolo e di tappa – è rimasto nella memoria storica degli eventi antichi di tradizione oralmente trasmessa, per il nome poi epenticamente dato a Bellin-(z)ago (Agro di Bellino).

Accampamento di guerra provvisorio, punico-cartaginese (218 aC)

Continuazione della interpretazione celto-ligure appena sopra riportata – questa volta spostata su una diversa circostanza di condizione storico-sociale, e però verificata dalla deduzione analitica dei fatti documentariamente riportata – consiste nella ipotesi annibalica (cui ho accennato poco sopra) proposta dal già citato Antonio Rusconi nella sua identificazione topografica della Battaglia del Ticino svoltasi tra Romani e Cartaginesi nel 218 prima di Cristo, ai comandi rispettivi del generale degli eserciti di Roma, Publio Cornelio Scipione (detto Africano per le sue campagne nel settentrione di quel continente), e il condottiero cartaginese Annibale Barca.

Ma prima di addentrarci nella specifica situazione di tale ipotesi, occorre verificare in breve la situazione storica di quell’episodio di scontro, che oltre alle milizie laziali ed africane coinvolge ancòra i Liguri, allora abbondantemente diffusi nel territorio tra Alpi e pianura padana (ed opportunisticamente alleati dei Punici).

Nel Terzo Secolo avanti Cristo i Romani, avendo assoggettato gli Etruschi ed essendosi appropriati dei loro possedimenti, si ritrovarono a diretto contatto con le vicine popolazioni della Liguria: non soltanto per contingente prossimità geografica, ma a causa soprattutto della loro politica di espansione imperiale (che tendeva adesso alla conquista delle ricche terre della Gallia italico-francese e della penisola iberica allora sotto il dominio dei Cartaginesi) di cui le zone liguri, dal mare al Po ed alle Alpi, costituiva un territorio di consistente interferenza fisica.

I tentativi di approccio pacifico, con alleanze tra Romani e popoli della Liguria, non fu sempre facilitato, ed in genere si mostrò piuttosto avverso, se non davvero ostile.

Ed il conflitto effettivo iniziò nel 238 aC, quando le legioni di Roma dovettero scontrarsi con una coalizione di Liguri e di Galli Boi (lombardo-milanesi), e proseguì pochi anni dopo (234-233) con la flotta romana vittoriosa sulle navi nemiche della Liguria al largo della costa ligure, che diede ai Romani il controllo delle rotte costiere della Gallia.

E fu però proprio con l’inizio della Seconda Guerra Punica nel 218 aC, che le tribù liguri assunsero un ruolo di apporto considerevole per i territori di attraversamento annibalico nella discesa del Cartaginese verso Roma; perché una parte delle loro milizie (quelle di ponente, apuane, e appenniniche) parteggiarono per gli annibalici, fornendo soldati ai Punici quando il Barca raggiunse, traversando le Alpi, la pianura padana; mentre soltanto le tribù del levante (Genuati e Taurini) appoggiarono i Romani.

E’ in questo specifico quadro storico che le ricerche rusconiane intervengono per assodare la mia congettura di un posizionamento di un primo accampamento romano costruito nel sito bellinzaghese, in conseguenza alla possibilità che esso possa consistere come fortificazione strategica difensiva in memoria delle vicende campali riferite allo scontro ticinese tra Annibale e Scipione del 218, allorchè un provvisorio accampamento di guerra punico-cartaginese (questo episodio – come mostrerò – è effettivamente documentato dalle tesrimonianze storiche dell’epoca) era stato approntato sul suolo bellinzaghese, temporaneamente, e soltanto in attesa della battaglia del Ticino.

L’intera spiegazione di tale possibile evento, analiticamente sostenuta dall’avvocato novarese, ed egregiamente spiegata nel suo testo del 1877 già indicato riguardante Le Origini Novaresi [Figura 194], merita una approfondita osservazione nelle sequenza delle deduzioni ricavate; che il loro autore ritiene inequivocabilmente accertabili (con una certa sicurezza ricostruttiva, fondata – come egli stesso dichiara – su riconoscibili riferimenti geografico-territoriali ed archeologici), e per i quali “sembra che la battaglia del Ticino (Kland-esius) debba essersi combattuta nella zona” da lui “indicata” (ovvero nei pressi della odierna Trecate tra Novara e il Ticino), proprio “dappoichè tante tradizioni e tante consonanze topiche lo attestano”.

Figura 194Il libro sulle Origini Novaresi dell’avvocato di Novara Antonio Rusconi nella sua edizione del 1877 variamente ricordata, dove sono contenuti i suoi ragionamenti sulla Battaglia del Ticino e la possibile derivazione del nome Bellinzago dal Campo di Annibale (Annibalis Ager) [foto di Corrado Gavinelli del 2022]

Pertanto, per tale affermazione, credo che si renda opportuno esaminare una serie di analitiche comprovazioni di cui ritengo necessario, ed anzi indispensabile, citare le varie considerazioni.

E dunque, esponendo il suo “avviso su questa eterna questione” della battaglia ticinese, il Rusconi ritiene “che Scipione partito da Piacenza, costeggiasse il Ticino fino in faccia a Cassolvecchio” (l’odierna Cassolnovo, sotto Cerano) [Figura 195], dove, “il fiume essendo facile” a superare, “gettò un ponte di chiatte, passò, e si trovò nel Novarese”.

Figura 195La località di Cassolnovo (nel dettaglio della mappa di Abbiategrasso rappresentata nel già citato rilievo statunitense del 1944, aggiornato dalla Carta del Touring Club italiano del 1938, eseguito dall’Ufficio del Servizio Cartografico Militare di Washington) che era la antica Cassolvecchio dove gli eserciti romani di Publio Cornelio Scipione si sono spostati, attraversando il fiume Ticino (al passaggio di Villareale), in preparazione della Battaglia contro le forze puniche capeggiate dal comandante cartaginese Annibale Barca. E’ da notare come nella precisissima carta topografica il nome fluviale è però stato scritto incredibilmente! – “Tincino”

Nel frattempo, “già Annibale trovavasi campeggiando tra Oleggio e Bellinzago”, sicchè “Scipione, fortificato il ponte onde potersi occorrendo ritirare, si avanzò a cinque miglia di distanza dai Vittumuli” (ovvero più propriamente Vittimuli) “dov’era Annibale con le sue genti, e vi si arrestò, ponendovi il campo” (notizia, questa, precisamente riferita dal famoso storico romano Tito Livio, nel suo libro Dalla fondazione della Città, ovviamente di Roma, di 142 volumi, scritto dal 27 aC al 17 dC). “Ed è in que’ dintorni ch’ebbe luogo lo scontro”: ovvero “nel sito, dove Scipione si fermò”, che venne chiamato “Campo Romano, sincopato in Cam-Rom” ovvero la attuale Cameri [Figura 196].

Figura 196 – La ricostruzione delle postazioni (accampamenti: in rosso per gli Africani ed in blu per i Romani) degli opposti eserciti di Cartagine e Roma (con il tragitto dell’esercito scipioniano, in nero), come sono stati descritti dal Rusconi, in una elaborazione mappale (Spostamenti di Scipione, e Stazionamento di Annibale, in Preparazione della Battaglia del Ticino) di Corrado Gavinelli del 2021-22

“Che l’antica stazione de’ Vittumuli, presso Oleggio, fosse la zona dove accampossi Annibale, ce lo attesta non solo il fatto che, incominciando dalle colline di Oleggio fino a Varallo Pombia, abbiamo trovato gli avanzi del lavoro dei Vittumuli, e persino i ruderi dei loro ricoveri; ma lo attesta una antichissima tradizione”, secondo la quale “in quelle vicinanze vi ha Bellinzago, che potrebbe dire: campo di Annibale, Annibalis Ager”.

Una ulteriore etimologia di supposizione onomastica, mai altrimenti riportata dagli storici novaresi, e non altrettanto seguìta, e dunque trascurata, ma che possiede la sua liceità ipotetica e di identificabilità toponomastica: in quanto – prosegue la trattazione rusconiana – “presso Bornago vi sono ancora avanzi di trinceramenti che il popolo chiama di Annibale”. Ed a rinforzo di tale intepretazione, “Più sotto è la vasta regione denominata de’ Prati della Annibalina sincopati Nibellina o Nivellina”, e dunque “Tra il campo Romano e i Vittumuli […] poco lungi esiste una località che mantiene la denominazione di sconfitta del Ticino, ed è la Cascina Inglesa, cosiddetta da Klad-esin”, contrazione di Clades Tesinii (Disfatta del Ticino), che viene riportata come “Gladesium, Caxina Gladesii o Gladesia negli statuti novaresi” medievali, ed è il sito più precisamente considerabile dove si verificò lo scontro tra gli eserciti romani e punici [Figure 197 e 198 (e 200)].

Figure 197 e 198I luoghi della Battaglia del Ticino, secondo le deduzioni rusconiane: la odierna località della Nivellina (sotto la cittadina di Cameri e presso Galliate: presa dalla mappa del Naviglio Langosco prodotta da Geo4Map di Novara nel 2021 con la grafica dello Studio Stilidiversi di Magenta) [sopra] e la topografia attuale (sempre tratta dalla cartografia precedente) del sito dove più probabilmente si è svolto lo scontro tra eserciti romano e cartaginese (attorno alla Cascina Inglesa) [sotto], nei particolari fotografati da Corrado Gavinelli nel 2021

E tutto ciò si è verificato in quanto “Può anche darsi come Annibale sapendo come Scipione sapesse impedirgli il varco del Ticino, giunto a Vercelli, invece di portarsi direttamente a Novara pel Ticino, si fosse rivolto verso la antica strada a destra del Sesia per Romagnano e Castelletto; e di qui passasse a visitar personalmente gl’Insubri […], lasciando stazionato l’esercito tra Oleggio e Bellinzago; finchè non si mosse per Cameri e Galliate, all’incontro di Scipione” [Figure 199, e 200].

Figura 199 [sopra] – Corrado Gavinelli, Itinerario di Annibale di Avvicinamento e  Accampamento per la Battaglia del Ticino, 2022. Il tracciato (in nero) riporta il percorso degli eserciti di Annibale da Vercelli a Cameri (nei Campi della Nivellina, dove il comandante cartaginese pose il proprio secondo accampamento, lasciando il precedente che era a Bellinzago: bollini in rosso) secondo la descrizione del Rusconi a sua volta ripresa da Tito Livio (ovvero costeggiando il Sesia sulla sua sponda destra raggiungendo Romagnano e salendo fino a sotto Castelletto Ticino, scendendo quindi ad Oleggio e fermandosi nella baraggia bellinzaghiano-bornaghese; da cui si trasferì più in basso, andando verso Cameri/Galliate,  e sostando – come io ritengo più appropriato, e storicamente accertabile – alla Nivellina). Nella mappa, gli accampamenti punici sono segnati in rosso, e quello romano, già precedentemente approntato (si veda la Figura 196), è indicato in blu. E già da questa mappatura risulta possibile genericamente accertare come lo scontro definitivo si sia svolto, più in basso, alla Cascina Inglesa, nei pressi di Trecate (si veda la Figura 200)

Figura 200 [sotto]Tutti i Tragitti e Stazionamenti di Annibale e Scipione per la Battaglia del Ticino (in una altra ricostruzione di Corrado Gavinelli del 2022), in cui riassuntivamente sono riprodotte le azioni strategiche (spostamenti da Vercelli a Cameri/Nivellina di Annibale, con i due accampamenti, segnati in rosso; e di Scipione da Piacenza-Pavia a Cameri/Galliate, con corrispondente campo, indicato in blu) effettuate dagli opposti comandanti per giungere allo scontro conclusivo (nel sito pluri-riferito della Inglesa, contraddistinto nel pallino bianco)

Tra le varie osservazioni sue, il Rusconi per altro aggiunge poi che “Livio nell’orazione di Annibale ai soldati” per esortarli prima del combattimento “gli faccia dire, che non pensassero alla fuga, perché avevano a tergo le Alpi”, appena superate dopo tanti sforzi e fatiche (e barriera per la quale era assurdo pensare di tornare indietro); “la qual cosa esclude che la battaglia abbia avuto luogo presso Pavia” (che a quella epoca antica veniva chiamata Ticinum), o Vigevano, come altri storici ritengono. Ma che si sia svolta, concludendo, proprio “nella località […] indicata, i Campi patentes, tra Bettole, Inglesa, e Camerone”, compresi “i campi Nivelini di Galliate” [Figure 201].

Figura 201Corrado Gavinelli, Il Quadrilatero degli Scontri riguardanti la Battaglia del Ticino (Presunte località di Combattimenti), 2022. La mappatura riporta i siti indicati dal Rusconi quali probabili luoghi di battaglia (pallini rossi). In verità è possibile che in quelle località si possano essere svolte parziali scaramucce, poi definitivamente concluse nel conflitto decisivo alla Cascina Inglesa (in cui si è risolta la disfatta romana)

Con ciò inducendo una possibile, e ulteriore precisabilità di localizzazione del sito finale di scontro (alla Cascina Inglesa: nei cui pressi si trova, magari, una aggiuntiva conferma di svolgimento dei fatti bellici nella odierna denominazione della Cascina Soldagnina, vagamente rapportabile – fonicamente e però senza attestazione documentaria – alla parola soldato, o soldatesca), considerando l’etimo semantico del vicino paese di Romentino (il cui nome viene fatto derivare dalla propria antica denominazione di Roma ad Ticinum, medievalmente traslata in Romantinum): altrettanto suggestivamente rapportabile, nel suo prefisso rom-, ad un inequivocabile collegamento con la parola romano, a sua volta correlabile alla presenza di un sito (accampamento) di militi delle legioni di Roma che poi è cresciuto come effettivo borgo civicamente abitato (ed a cui è più facile rapportare il non lontano luogo di stanziamento campale originario, indicato storicamente tra Cameri e Galliate, incentrandolo nella Cascina Marziale: un nome dall’evidente significato di località militare, se non proprio bellica, dove può essere stato dunque approntato l’accampamento effettivo dell’esercito scipionesco)  [Figura 202].

Figura 202 Corrado Gavinelli, Sito Probabile dell’Effettivo Accampamento di Caio Cornelio Scipione per la Battaglia del Ticino del 218 aC, 2022. La congetturazione proviene dal luogo possibile di accampamento dei Romani (che secondo le fonti storiche viene indicato tra Cameri e Galliate, e quindi stabilito convenzionalmente all’interno della area agraria tra le Cascine Michelona, Picchetta, La Soliva, e San Agostino: si vedano le Figure 197 e 201), in riferimento al nome del paese di Romentino (il cui toponimo – latinamente originario quale Roma ad Ticinum, e poi medievalizzato in Romantinum – ed al suo prefisso rom-, può ricordare ancòra proprio l’antico evento di stanziamento delle legioni scipioniane; dove poi, più sotto, a Trecate ed alla Cascina Inglesa, si è consumata la battaglia ticinese fatidica): ma in una località però che a mio riscontro potrebbe venire trasferita più in basso, ed incentrata sulla Cascina Marziale (la cui denominazione rammenta proprio un sito tipicamente militare, se non espressamente bellico)

In definitiva, per tornare all’argomento di esplicita trattazione di questo mio saggio, la nascita del castro romano bellinzaghese sul sito di fondazione provvisoria dell’accampamento annibalico, perverrebbe da una azione cautelativa disposta dai generali di Roma nei confronti della più sicura protezione di quella località rivolta al passaggio settentrionale del Ticino, esposta alle possibili incursioni nemiche, da difendere adeguatamente con un castro stazionario.

E retrocedendo pertanto nella storia, si può ipotizzare che un insediamento celtico, dei Vittimuli (appartenenti al più vasto territorio degli Insubri), a Bellinzago non esistesse ai tempi annibalici, e neppure prima: poiché la popolazione vittimulica, nel nostro caso, era stanziata da Oleggio in su (in riferimento ai siti vetusti della civiltà di Golasecca), ma più propriamente viene indicata nella area vercellese (“Tra le tribù dei Salassi e dei Libui, verosimilmente tra Santhià e la Serra, vi era il dominio dei Vittimuli, padroni delle ricchissime miniere d’oro della Bessa”, attesta Marco Roggero, ricercatore del Politecnico di Torino, in un suo testo sulle Popolazioni pre-Romane pubblicato nel 2012); in una situazione territoriale però difficilmente localizzabile topograficamente, poiché pare che la dizione nominale riferita ai cosiddetti popoli vittimulici non riguardi esplicitamente una gente o una tribù, bensì si riferisce a persone addette alla estrazione dell’oro dai fiumi, in quella vasta regione degli Insubri (che in Piemonte trova il proprio centro a Novara) della Gallia Transpadana: i quali – prima simpatizzanti per Annibale – si allearono poi definitivamente con Roma nel 194 aC e divennero cittadini romani nel 49 (con la municipalizzazione cesarea)  [Figura 58 (e 57)].

Per cui è da ritenersi che il Campo di Annibale nel luogo della odierna Bellinzago fosse soltanto un occasionale accampamento temporaneo, e non un insediamento duraturo (e per di più su un terreno prima non abitato, neppure dai Celti: i quali erano stanziati invece più prossimamente al Ticino, o sulle colline cavaglianesi), dove – secoli dopo – in periodo augusteo una attestazione fissa, stabile e permanente, venne fondata da militi appartenenti ad un gentilizio romano: cui venne affidata la colonizzazione centuriale, risalente ad un certo Bellicio/Belicio (delle cui stirpe specifica discuterò più avanti).

I Castra Hannibalis

Della forma e della consistenza fisica degli Accampamenti di Annibale – come vengono genericamente chiamati gli insediamenti militari africano-cartaginesi nella campagna del secondo conflitto punico – non si posseggono dirette testimonianze documentarie, archeologiche o scritte, perché (come suggeriscono gli storici campani Domenico e Valerio Caiazza nel loro saggio sui Castra Hannibalis. Gli Accampamenti di Annibale degli Ozi di Capua, apparso nel 2020 sul numero 2 della ‘Rivista di Terra di Lavoro’, Bollettino Telematico dell’Archivio di Stato di Caserta) gli “accampamenti realizzati dall’esercito punico in Italia, per esigenze tattiche durante […] spostamenti” numerosi ed improvvisi, questi campi militari erano “taluni temporanei altri presidiati più a lungo”, e il loro “nome si fissò solo a quelli che per strutturazione, dimensione e durata furono più importanti, non solo ospitando l’esercito nella cattiva stagione ma costituendo basi operative permanenti, di lunga durata e di valore strategico”.

E questa mancanza di dimostrata permanenza a Bellinzago deriva proprio dalla su indicata provvisorietà degli insediamenti militari punico-cartaginesi.

Inoltre, gli stessi studiosi sopra citati proseguono riferendo che “Non  abbiamo descrizioni  di  queste basi” annibaliche, “ma  per  la  trasversalità  delle  scelte  tattico-strategiche, che porta gli eserciti ad adottare valide soluzioni anche copiando il nemico, dobbiamo pensare che somigliassero alquanto a quelli romani”: poiché – “come testimonia Frontino” (storico di Roma, oltre che politico, funzionario imperiale, e scrittore, vissuto tra 30/40 e 103/104) – “i loro competitori avevano imparato a costruirli dopo avere visto quelli realizzati da Pirro nella sua veloce marcia in Italia”.

Quindi, anche per “i Castra Hannibalis doveva trattarsi di accampamenti trincerati, difesi da un fossato e da un aggere munito di acuminate palizzate e forse di torri lignee” con un assetto “razionalmente e geometricamente articolato nel suo interno”. E “Possiamo anche immaginare che, come quelli romani”, avessero “forma rettangolare, ed almeno quattro porte, e che le baracche fossero in legno e coperte con tegole”.

Una deduzione plausibile, che tuttavia a mio parere comporta qualche dubbio interpretativo di esecuzione e istituzione, e dunque può risultare perfino non attendibile; poiché gli stessi Caiazza riportano che – al di fuori della influenza progettuale di Roma – i Punici “si accampavano per reparti senza un ordine prestabilito”, ovviamente con tende sparse sui terreni di sosta, e nel medesimo modo con cui (come riporta lo stesso Tito Livio nelle sue Storie) fu “costruito un presidio modesto” (ovvero provvisorio) presso Capua, la quale era invece il castro della comunità punica stabile “per l’inverno” (dove le milizie cartaginesi infatti poterono alloggiare, al chiuso e al coperto, “nelle case”).

E per la posizione del campo all’aperto nell’agro capuano, sempre la cronistoria liviana “indica come sede dei quartieri cartaginesi il monte Tifata”, nel luogo dove (come riferisce Cristina Pepe, professoressa alla Università della Campania Vanvitelli, nel suo saggio su Annibale e gli ozi di Capua: una ‘favola di retori’?) “Una tradizione di studi storici locali, a partire dal Settecento, ha voluto riconoscere come luogo dell’accampamento i pianori a nord dell’odierno comune di San Prisco, per questo noti come Padiglione di Annibale”.

Oltre all’insediamento in Capua-città, esiste tuttavia – come ancòra viene riferito dall’analisi caiazzana – un altro esempio di stazionamento annibalico, considerato certo (e che “ha quindi fondamento storico”): un “accampamento installato a Lacinium nel 205 a. C. e durato circa tre anni”, che gli storici ritengono allocato nell’attuale Capo Colonna calabro presso Crotone, da dove nel 203 aC il condottiero punico salpò per tornare a Cartagine; ma che un cronista locale (Alessandra Vrenna, in un suo riporto del 2017 riguardante Arte e Cultura sul sito telematico del Comune di Crotone) riferisce ad una altra ipotizzazione di luogo: poichè “Il nome di Annibale è legato anche a Le Castella, che anticamente si chiamavano Castra Hannibalis, perché, si tramanda, che in questa località il condottiero cartaginese avesse posto i propri accampamenti” [Figure 203-205].

Figure 203-205 – Una localizzazione certa di un Campo di Annibale, nell’odierno sito del Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna (foto di autore anonimo del sito BeniCulturaliOnLine del 2021) sotto Crotone, esposta sulla punta calabra della Spiaggia dell’Irto rivolta al Mare Ionio, dipendente dalla antica città crotonese [sopra]. Il luogo del culto heraian-laciniano si trovava in una posizione strategica lungo le rotte costiere che univano Taranto allo stretto di Messina, su un promontorio chiamato anticamente Lacinion, che diede anche l’epiteto alla divinità ivi venerata. Il nome odierno invece ricorda le rovine del tempio (con l’ultima colonna rimasta in piedi), contrazione non soltanto di designazione del più recente Capo Nao, a sua volta derivato dal greco Naos, significante appunto tempio (cella sacra). La ricostruzione dell’intero edificio religioso sulla base dei resti rimasti [sotto] – eseguita nel 2006-08 da Raffaele Peluso (artista, grafico-illustratore, e modellista calabro) del cosentino Studio 3DResearch di Rende – riporta idealmente la figura del tempio secondo il suo aspetto oggettivo interamente tramandato dalle incisioni d’epoca (come quella della stampa francese di artista sconosciuto del 1768) [in basso]

Indipendentemente da ogni precisazione minuta di localizzazione, sono comunque soltanto sulle due più solide attestazioni, risalenti all’abitato già esistente di Capua (tuttavia da escludere quale modello campale, non essendo costruito dai Cartaginesi) e al suo esterno posizionamento autonomo nel territorio, che dunque si può basare qualunque reale ricostruzione di insediamento annibalico-punico. Di cui però è nota la scarsa permanenza di vestigia archeologiche per fornirne una opportuna ricomposizione fedele.

Pertanto, per avere una minima idea della immagine di un vetusto accampamento punico figurativo, si deve ricorrere alle ricostruzioni esistenti, molte delle quali però inventive e non troppo filologiche, ma che comunque riescono a dare concrete interpretazioni di immagine esteriore su cui tentare un possibile avvicinamento credibile ad una soluzione visiva accettabile.

Invece, di una più rinvenibile – sebbene non totale, ed all’opposto piuttosto vaga – forma castrense dei Punici, porge una chiara raffigurazione il “Castrum punico o fortezza di Eircte” in Sicilia, nella antica Panormo (la odierna città di Palermo), costruito (come lo ha considerato un cronista anonimo delle Edizioni del Mirto in un suo articolo del 2020 su Il Castrum di Eircte analisi territoriale delle strutture militari fenicio-puniche sui Monti di Palermo) “nel 254 a.C.” e riconosciuto “perno militare della difesa militare fenicio-punica” alla fine della Prima Guerra contro i Punici tra 264 e 240 [Figura 206].

Figura 206Claudio Vacanti, Il Sistema Heirkte, 2020. Ricomposizione cartografica riguardante la “campagna di Amilcare Barca in Sicilia (247-244 a.C.)” e la situazione delle protezioni naturali intono all’antico castro punico heirkteiano sul Monte Pellegrino (luogo stanziale di accampamento) presso l’odierna Palermo

Sebbene lontana di una quarantina di anni dalla impresa annibalica sul Ticino, e anche distante di parecchi chilometri, la conformazione di tale modello insediativo degli eserciti punici può giustamente venire considerato come un riferimento accettabile anche per l’accampamento di Annibale nord-italico in questione. E per quanto una sua configurazione planimetrica precisa non è pervenuta dagli scavi archeologici, rimanendone soltanto la forma vaga nella generica topografia del suo sito di fondazione (costituito da una ampia perimetrazione in una allungata ellisse che includeva la piattaforma di spianamento dello spazio su cui è stato costruito l’assetto residenziale e poi urbano del posto) [Figura 207], questa situazione impiantistica induce a pensare – come è nella mia interpretazione, che giustificherò in altro modo anche più avanti – quanto l’assetto campale punico non fosse, in origine (ed ancòra all’epoca annibalico-italica) proprio del tutto simile alla forma squadrata delle legioni romane come i Caiazza hanno ipotizzato, bensì si mostrasse adattato ad una sua definizione maggiormente informe, nella propria planimetria e quale assetto di accampamento, con una tipica sistemazione di genere nord-africano, arcaico e nomade.

Figura 207Domenico e Valerio Caiazza, Fortezza-osservatorio su Monte dei Lupi sul Tifata, 2020. La foto aerea mostra il sito sulla altura presso Capua dove era stato posto un Castrum Hannibalis esterno alla città (i punti rossi segnalano il perimetro del ritrovato, negli scavi archelogici, “artificiale spianamento della cima” collinare, con un evidente tracciato ellittico: attestante la topologica conformazione dell’assetto insediativo punico, comunque non squadrato (o diversamente geometrico-ortogonale)

Il sospetto di tale disuguaglianza tra acquartieramenti romani (rigidamente squadrati) e punici (invece di forma più sciolta e casuale) è manifestato nelle poche rappresentazioni planimetriche storiche, di epoca sei-settecentesca, pervenuteci dalle considerazioni scritte, recenti e antiche: perché tutti i riferimenti agli accampamenti di Roma e Cartagine nelle ricostruzioni moderne, dall’Ottocento in poi, presentano una delineazione soltanto geometricamente schematica, anche esageratamente topografica e concretamente impossibile (costituita da una generica forma rettangolare: così si può vederla nelle cartografie varie, alquanto simili, della Battaglia di Canne configurate dallo storiografo tedesco Johannes Kromayer nel 1912 e dall’inglese James Leigh Strachan-Davidson già nel 1888; in configurazioni formali mostranti, nelle versioni più contemporanee, una certa, seppure sempre approssimante, diversificazione figurale, con castri romani rettangolari e campi militari punici tondeggianti oppure curvilinearmente sagomati) [Figure 208-211],

Figure 208-211Varie mappature storiche di ricostruzione dello scontro cannense con differenti rappresentazioni grafiche degli accampamenti romani e cartaginesi: nel dettaglio della Battaglia a Canne. 216 a. Cr. incisa (dai cartografi tedeschi di Lipsia Heinrich Wagner e Ernst Debes, su disegno di Johannes Kromayer e indicazioni di Georg Veith, membri austriaci della Accademia delle Scienze in Vienna e autori di Antichi campi di Battaglia: Materiali per una Antica Storia di Guerra pubblicato dalle Edizioni Weidmannsche a Berlino nel 1912)riportato con uguali forme quadrate diversificate soltanto nel colore (blu per gli eserciti di Roma, rosso per i Punici; e con il “Primo Campo di Annibale” vicino a Capua, presso il Monte Boccuto)  [sopra]; quindi nell’Impianto della Battaglia di Canne di James Leigh Strachan-Davidson (studioso inglese di argomenti classici, traduttore, e scrittore di libri sulla storia romana) stampato nel 1888 (con campi militari anche essi identici ma colorati differentemente: ed il Primo Accampamento annibalico presso Capua posizionato diversamente) [sotto]; poi nella Planimetria della Battaglia di Canne di autore purtroppo rimasto ignoto, e senza datazione, nel cui elaborato schematico (che viene indicato ripreso proprio dalle descrizioni di Tito Livio nel suo Sesto Libro del testo ‘Dalla Fondazione di Roma’), in cui le distinzioni formali degli stazionamenti degli eserciti opposti – non a carattere soltanto simbolicamente grafico ma anche di riferimento disegnativo effettivo, relativo ad una composizione di impianto diverso – si evidenziano, e particolarmente nella circolarità dall’accampamento punico presso il Fiume Ofanto, ad indicazione di una non quadrangolarità che era invece tipica agli assetti nemici [in basso]; ed infine nella mappatura Cannes del 2008 dello statunitense Frank Martini, cartografo del Dipartimento di Storia della Accademia Militare degli Stati Uniti, nella quale la configurazione dei campi cartaginesi risultano chiaramente ameboidi, come più verosimilmente si presentavano i caratteristici accampamenti dei soldati di Annibale, esplicitamente curvilinei invece che ortogonalmente organizzati come quelli caratteristicamente romani [più sotto]

Diversamente dalle restituzioni grafiche più vecchie – come quella eccellente Delineazione delle Disposizioni degli Eserciti per la Battaglia Cannese del 1679 apparsa sulla edizione ancòra in latino della Storia di Roma di Tito Livio eseguita da disegnatore ignoto (ma il cui ricostruttore, che viene impropriamente chiamato “illustratore”, è l’erudito francese Jean Doujat, che si firmava Joannes Doujatius, avvocato e giurista, Professore di Diritto Canonico al Collegio Regio di Parigi, precettore del Gran Delfino di Francia Luigi di Borbone figlio del famoso sovrano Luigi XIV, e storico soprattutto della epoca del Re Sole) per la prima edizione parigina stampata dal franco-belga Frédéric Léonard – le forme dei due accampamenti diversi, latino e punico, sono distintamente disegnate con diversificato aspetto, e addirittura giustificate – nella loro precisa restituzione planimetrica – nelle descrizioni del testo didascalico [Figure 212 e 213-214].

Figure 212-214Una più ricercatamente esatta, filologicamente basata sulla lettura congrua delle descrizioni storiche di Livio, riproposizione degli accampamenti militari romani e cartaginesi a Canne, è quella seicentesca della Delineazione delle Disposizioni degli Eserciti per la Battaglia Cannese [sopra] di un esecutore ignoto (ma il cui ricostruttore, che viene impropriamente chiamato “illustratore”, è l’erudito francese Jean Doujat – che si firmava Joannes Doujatius – avvocato e giurista, Professore di Diritto Canonico al Collegio Reale di Parigi, precettore del Gran Delfino di Francia Luigi di Borbone figlio del sovrano Luigi XIV, e storico soprattutto della epoca del Re Sole) che nel 1678 ha saputo ridisegnare (per la prima edizione parigina, stampata l’anno dopo dal franco-belga Frédéric Léonard, dei Libri Esistenti delle Storie di Tito Livio), nelle loro forme plausibili, ma anche tipiche, tanto la “Forma dei Castri” romani con le loro “Disposizioni logistiche” dettagliatamente proposte nelle sistemazioni castrensi solite agli acquartieramenti ortogonali [sotto, a sinistra], quanto l’impianto dei “Castri dei Punici”, diversamente sagomati con recinzioni ad estroflessioni acuminate (a bastione, per così dire) e sparpagliatamente disposti all’interno con tende da campo [sotto, a destra]

          

Estremamente dettagliata nei castri (grande e piccolo) dei Romani, secondo la tipica centuriazione ripartita in regolari comparti di matrice ortogonale, ed invece più compositivamente diversificata per i Cartaginesi, con una recinzione difensiva maggiormente sagomata, contenente tipologie di tende allineate, collocate però con meno rigore dispositivo.

Una illustrazione che – come spesso accade in tali casi – una volta ripetuta in copie simili, perde il proprio criterio compositivo originario deformandosi in più approssimate ricomposizioni, sempre maggiormente alterate e vaghe (ed anche prive di vera oggettività riconoscitiva) [Figure 215 e 216].

Figure 215 e 216Due copie seicentesche della precedente Delineazione cannense, entrambe senza autore e data, che nella loro riproposizione grafica hanno perso una parte della loro composizione originaria: di meno nel Disegno della Battaglia di Canne [sopra] e più vistosamente nella simile immagine di Canne della Battaglia [sotto] (nella quale ultima è stato riportato, aggiunto, il prodigio del passaggio di una cometa – segnata alla lettera N – attestante un evento celeste effettivamente verificatosi quel giorno dello scontro bellico, e che è stato descritto da un altro storico romano, Silio Italico – il cui nome completo è Tiberio Cazio Asconio – autore di una voluminosa, in 17 fascicoli, Guerra Punica composta tra l’81 ed il 96 all’epoca dell’imperatore Domiziano: testo di solito trascurato rispetto alle più rinomate storiografie antiche di Polibio, Tito Livio, e Appiano di Alessandria)

Invece, in epoca settecentesca, una accettabile ricostruzione filologica dei possibili campi bellici in questione, proviene dalle interessanti, e post-baroccamente maestose, riproposizioni (sempre riguardanti lo scontro cannese, ma anche riferiti ai altre battaglie della prima guerra punica) prodotte da vari disegnatori ed incisori olandesi e francesi (Matthijs Pool, Jean-Baptiste Lamesle, e Koenraad De Putter) della Storia di Polibio curata da Don Vincent Thuillier (frate benedettino della Congregazione di San Mauro, traduttore dal greco) e Jean Charles De Folard (Cavaliere dell’Ordine Militare di San Luigi e Maestro di Campo di Fanteria), nelle varie edizioni (con vari tomi) settecentesche dal 1725 al 1774: la cui più completa pubblicazione è quella realizzata ad Amsterdam, proprio nell’ultimo anno di edizione, dai “librai stampatori” Hans Kasper Arkstee e Hendrick Merkus, e nelle quali inequivocabilmente gli accampamenti legionari risultano rettagonal-ortogonali e quelli cartaginesi composti da tende approntate in modo sparpagliato [Figure 217 e 218].

Figure 217 e 218Gli accampamenti romano [sopra] e punico [sotto] nei rispettivi dettagli della incisione della Battaglia di Cannae eseguita da Jean-Baptiste Lamesle (grafico e stampatore parigino) per la edizione del 1728 della Storia di Polibio curata dagli autori francesi Don Vincent Thuillier (frate benedettino e traduttore dal greco) e Jean Charles De Folard (storico, e Cavaliere dell’Ordine Militare di San Luigi nonchè Maestro di Campo di Fanteria), pubblicata a Parigi da Pierre e Julien-Michel Gandouin, Pierre-Francois Giffart e Nicolas-Pierre Armand. Si può notare una riconoscibile, sebbene leggera, differenza compositiva nei rispettivi Campi militari (più ordinata e compatta per i legionari di Roma, e irregolarmente distribuita nelle tende dei Cartaginesi)

Una maniera di sistemazione sensibilmente ancòra arcaica, per i Punici: che proviene, ovviamente, dagli antichi criteri di costruzione dei villaggi nord-africani (e di cui la tavola più significativamente illustrante è quella delineata dal Pool per la Battaglia di Adys, svoltasi nel 255 aC in una località incerta ma comunque ad una ventina di chilometri a meridione di Tunisi: probabilmente nell’attuale sito di Djebel Oust nell’entroterra del golfo tunisino) [Figure 219-220].

 

Figure 219 e 220Due altri dettagli (sempre tratti dalla storia polibiana di Thuillier e De Folard ma nella edizione precedente del 1727) riferite alla Battaglia di Adys (odierna località di Djebel Oust nell’entroterra del Golfo di Tunisi), mostranti gli accampamenti punici, fuori [sopra] e a ridosso [sotto] della cittadina antica: nel più tipico aspetto di campi irregolari, con tende sparpagliate piuttosto irregolarmente e dal perimetro confinario decisamente tondeggiante, come erano i primitivi villaggi africani settentrionali (e cartaginesi in genere) sulle coste del Mare Mediterraneo (e nel corrispondente entroterra desertico)

E se non bastasse, in una altra, e altrettanto meticolosa, immagine di questo scontro incisa nel 1729 sempre dal grafico olandese Matthijs Pool sopra citato, si riescono a percepire di più con chiarezza tipologico-dispositiva i modi di accampamento provvisorio per gli scontri bellici romano-punici in questione: con il castro legionario secondo i dimensionamenti centuriali regolati (in alto), e l’acquartieramento africano composto soltanto di improvvisate tende militari (in basso) [Figure 221 e 222-223].

Figure 221 e 222-223Matthijs Pool, Battaglia della Hache, 1729. Questa versione dello Scontro di Adys [sopra] mostra in maniera decisiva la ricostruzione filologica, attuata dagli storici settecenteschi (e dai loro illustratori), della forma degli accampamenti romani e punici nella antichità: ovvero, di linearità e compostezza geometricamente regolare nel primo caso [sotto], e di più generico attendamento nella seconda situazione [in basso]     

Ed è proprio da questa ultima e più accurata interpretazione congetturale (basata tuttavia, ripeto, sulle indicazioni descrittive del testo polibiano) che può essere anche accettata come idonea – sebbene idealisticamente viziata da una libera elaborazione – la raffigurazione successiva, del 1788, di un campo punico prodotta dal pittore e incisore inglese John Hall, disegnata per una tarda edizione del libro su La Storia del Declino e Caduta dell’Impero Romano di Edward Gibbon (opera uscita, per il suo primo volume, nel 1776)  [Figura 224].

 

Figura 224Il particolare del “Campo militare cartaginese” raffigurato (nella incisione dell’artista settecentesco inglese John Hall) per la Battaglia di Canne, e riportato nella edizione del 1788 della ‘Storia del Declino e Caduta dell’Impero Romano’ di Edward Gibbon (che è stato lo storiografo britannico del Settecento più significativo del pensiero razionale illuministico e dello scetticismo scientifico della propria epoca), pubblicata per la prima volta nel 1776: l’accampamento cartaginese è disegnato nella sua più plausibile conformazione a tende sparse, in settori diferenti senza ordine preciso

E dunque, alla fine, potremmo anche ammettere che quella disposizione di tende liberamente collocate sul terreno di generica rappresentazione halliana, possa corrispondere al primo campo provvisorio di battaglia, approntato in attesa dello scontro, che Annibale impiantò sulla vuota area di Bellinzago prima di spostarsi verso Cameri per la Battaglia del Ticino.

Ma per davvero concludere con questa argomentazione, non può comunque sfuggire che quegli impianti da campo bellico dei Punici, nella loro morfologia semplice e casualmente disposta, e soprattutto liberati dalla concezione morfologica viziata dalla cultura storicistico-classicheggiante settecentesca, possano derivare da modelli più antichi, e tradizionali, impiegati nei villaggi fissi iniziali, determinati dalle modalità di spostamento e stanziamento topologico, sostanzialmente occasionali e non determinate, praticate per gli accampamenti dei nomadi, di sosta durante i viaggi, effettuati dalle tribù nord-africane tanto affacciate sul Mediterraneo (che ai tempi di Roma venivano indistintamente riconosciuti come Libici) quanto dagli abitanti dell’interno del Sahara.

Un criterio ancòra adesso utilizzato, da Berberi e Tuareg [Figure 225 e 226], ed anche dai moderni Capi di Stato arabi e di vario sceiccato beduino [Figura 227].

   Figura 225

Figure 225-226 e 227 La caratteristica tenda residenziale nordafricana delle popolazioni nomadi (ma anche più stanziali), perfettamente adatte ad una completa attitudine abitativa in zone desertiche (località spesso prive di alberi da taglio per costruire capanne) che necessitavano anche di continui smantellamenti per gli spostamenti, da cui proviene la originaria forma dei ripari punici nei loro accampamenti militari: in una immagine odierna riferita ad una tribù berbera itinerante (Carovana di Cammelli nel Deserto del Sahara in Marocco, di autore ignoto, del 2016) [sopra]; in una foto storica del 1899 (Accampamento Carovaniero nel Deserto del Sahara relativo ad una “famiglia beduina ed alle loro tende nel Marocco d’Africa”) di John Lawson Stoddard, statunitense viaggiatore e scrittore, e conferenziere di divulgazione popolare [sotto]; nonchè nella famosa tenda del defunto dittatore libico Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi, più semplificatamente denominato Gheddafi, in una foto di autore anonimo del 2009 (La Casa di Gheddafi nel Parco romano di Villa Pamphili in Roma) assestata durante la permanenza romana del politico e statista nord-africano per l’incontro con le autorità italiane in merito alla stipulazione di un trattato di cooperazione italo-libica [in basso]

  Figura 227

E con queste erratiche divagazioni tipologico-formali, tuttavia necessarie e utili per comprendere meglio e appieno la africanità dgli accampamenti punici, possiamo riprendere il percorso bellinzaghese delle ultime ipotesi di denominazione del paese, e giungere finalmente al fatidico Bellicio, fondatore romano della nostra località.

Ulteriori diversificate interpretazioni

Ritornando sulle più vecchie dizioni storiograficamente finora riportate, alcune si sono mostrate espressamente pertinenti – localmente – con Bellinzago, ed altre di vicinanza soltanto linguistica. Ma in certi casi, riferendosi alla composizione etimologica del nome bellinzaghese nella sua proprietà trascrittiva e di sua composizione con suffissi, altre ipotizzazioni nominali, e di significato di provenienza, sebbene lontane e traslate, sono riscontrabili nei testi degli studiosi specialisti. E per quanto alcune di esse posseggano un carattere soltanto assonante, ed altre si rivelino di più considerabile corrispondenza etimologica, per tutte queste situazioni rimanenti è opportuno (allo scopo di non trascurare ogni possibilità referenziale) vagliarne la consistenza linguistica, ed i possibili significati indotti di derivazione.

In Svizzera: la Bellentiaco rinascimentale (1422)

Riprendendo la topo-onomastica dizione cinque-seicentesca del Bascapè, da lui indicata in Bilitiaco e Bilentiaco, vi si avvicina il termine Bellentiaco, aggettivo riferito alla città di Bellinzona in Svizzera (a cui già abbiamo fatto riguardo più sopra, per le considerazioni del Flechia), e di cui specificamente scrive lo storiografo svizzero Johann Rudolph Von Waldkirch (avvocato e professore universitario, autore di diritto costituzionale) nel suo Compendio Storico dalla Nascita del Mondo protratto fino all’Odierno Dì, stampato a Basilea nel 1719: il quale ricorda “La guerra di Bellentiaco”, conflitto bellico piuttosto particolare che coinvolse “anche Filippo Maria Duca di Milano, ma senza alcun vantaggio per gli Elvezi, nel 1422”.

Si tratta – come altrimenti abbiamo visto per le precedenti affermazioni flechiane – del corrispettivo svizzero di Bellinzago riferito a Bellinzona; e che nella notizia cronachistica in questione riguarda la Battaglia di Arbedo, combattutta tra le milizie del Duca milanese dei Visconti e gli Stati Confederati Svizzeri (Cantoni di Lucerna, Uri, Zugo, e Untervaldo).

In Francia: la Belciaco merovingica (481–751)

Una altra assonanza bellinzaghese si ritrova, riprendendo la parola Bellitiaco riportata dalla analisi flechiana già variamente indicata, nella grandiosa raccolta toponomastica mondiale (Regia Enciclopedia di Antichità Classiche) fondata dal filologo tedesco August Friedrich Pauly (e da lui iniziata tra il 1837 ed il 1845) e dopo variamente proseguita dal collega e connazionale Georg Wissowa, nella edizione del 1897 alla voce Belca, riconosciuta quale “Località nella Gallia Lionese sulla strada che porta da Autun a Cenabum (Orléans), a 35 chilometri da quest’ultima”: che “Secondo d’Anville” (Jean-Baptiste Bourguignon, geografo, cartografo francese del Settecento attivo a Parigi, già considerato per le sue ricerche su Ocelo) sarebbe “la odierna Bouzi, […] chiamata Belciacum nel Medioevo”, dove in epoca merovingia (481-751) furono rinvenute parecchie monete d’epoca.

Si tratta del sito precedentemente ricordato dal Flechia, che costui ha etimologicamente collegato, per la sua denominazione latina molto simile, a Bellinzago (lombardo o novarese), senza però fornire concrete attinenze esplicite (che sono comunque ovviamente del tutto assenti) con questo paese italiano.

LA MIA IPOTESI

A mio parere, una ulteriore proposizione per la derivazione del nome Bellinzago può venire addotta in altro modo, e proprio seguendo – ma in modo diverso dalle attestazioni di convenzione interpretativa finora riportate – la combinazione della sua matrice nominale derivante dall’indiscusso Bellicio o Belicio (con le sue varie declinazioni glottologiche di Bellitio/Bellizio e Belitio/Belizio) collegata al suffisso topomomastico -aco o -ago, variamente dichiarata nei documenti testuali storici: secondo una condizione spesso rimarcata, genericamente ma non compiutamente, e comunque mai approfondita nella sua modalità più appropriata.

E che comunque è stata sufficientemente chiarita dal riconosciuto esperto novarese di toponomastica Giuseppe Balosso già altrimenti ripreso, con il suo saggio su L’impianto territoriale antico pubblicato nel 1981 sul volume di autori vari riguardante La Bassa Novarese anche esso prima citato, in cui chiaramente egli riferisce come “Il suffisso -ANO (-anus) è la più manifesta testimonianza della colonizzazione romana”, e “parallelamente al romano -anus e con le stesse funzioni di aggettivazione prediale, nell’ambito della cultura celtica si sviluppò il suffisso -AGO (-acus) che trova riscontri numerosissimi […] nell’Italia settentrionale a Nord degli Appennini”; e di cui “tutti gli […] esempi” riguardanti l’area di Novara “sono concentrati a Nord della linea Caltignaga-Cameri”, comprendendo “Bellinzago (Belliciacum da Bellicius)” [Figura 228].

Figura 228 Giuseppe Balosso, Toponimi in -Ago, 1980. Si può notare come intorno a Bellinzago si riscontri una maggiore presenza di luoghi con tali suffissi, non del tutto linearmente disposti bensì diffusi

Bellum Agere (la traccia bellica dell’insediamento romano bellinzaghese)

Ma con più distaccata deduzione, seguendo tutta una altra interpretazione topografico-nominale che io ho desunto dalla condizione campale pre-romana di riferimento alle azioni belliche annibalico-scipioniane variamente considerate, ritengo perfino che si possa (o si debba) ricollegare il nome di Bellinzago al fatidico motto latino Bellum Agere, che letteralmente significa ‘Fare la Guerra’; non tanto quale troppo facile coniugazione di Bellum Ago (Faccio la Guerra) ma in quanto Bellum Ager (o Belli Ager), ovvero Campo di Guerra, o Accampamento Bellico, in derivazione da quell’aspetto possibilmente collegato alla storica – secolare – tradizione militare di quella zona di Battaglia del Ticino, dove ancòra oggi nelle vicine località di Bornago e Cameri esistono due importanti attestazioni militari delle Forze Armate d’Italia: la Caserma dei Carristi e l’Aeroporto della Aviazione.

La cui origine militare risale, per il sito camerese, alla attestazione romana di un accampamento legionario dalla diversa e controversa origine, cui vengono date 3 versioni differenti (una che attribuisce il nome Cameri a “Campo di Marte”, ovvero di guerra, luogo presso il Ticino dove Scipione si fermò nella battaglia contro Annibale; una seconda – ma alquanto peregrina perché non proprio corrispondente al luogo preciso di riferimento – che ne fa derivare il nome da Campo Raudio, ossia una pianura compresa tra i fiumi Ticino e Sesia dove Caio Mario sconfisse i Cimbri; e la terza, più accreditata, che invece fa coincidere il nome di questo sito con Castra Marii, cioè accampamento del condottiero romano predetto dove il suo esercito sostò in attesa di scontrarsi sempre con le truppe cimbriche, nella famosa battaglia in realtà poi avvenuta in prossimità di Vercelli): identità topografiche tutte però di labile identità (soprattutto per le prime due interpretazioni) ma comunque omogeneamente riferite ad eventi bellici importanti afferenti a quei luoghi.

E da questo accomunamento di aspetto guerresco, non è assurdo quindi pensare che anche per Bellinzago si possa trattare, nella definizione del suo nome, ad un altro analogo rapporto con quel cruciale episodio iniziato con la guerra annibalica del 218 aC (allorchè i Cartaginesi si sono accampati provvisoriamente nei territori bellinzaghesi aspettando di spostarsi sul campo di battaglia ticinese), e proseguito poi con una più rassicurante postazione ausiliaria dell’esercito romano stanziato là per proteggere maggiormente il passaggio strategico sul Ticino lasciato indifeso al tempo delle Guerre Puniche; il cui luogo poi si trasformò, nel 41 aC con la colonizzazione belliciana, da un provvisorio accampamento iniziale di tende, protetto con un fossato, e fortificato con una palizzata lignea soltanto (Castellum) [Figura 229] in un più stabile insediamento centuriale maggiormente difeso con una solida recinzione palificata (Castrum) [Figura 230]; poi progressivamente consolidatosi in una decisiva, ulteriormente protetta, città fortificata [Figure 231 e 232].

Figure 229 e 230L’iniziale accampamento bellico (cosiddetto da marcia, o di posizionamento, elementarmente fortificato: Castellum), come quello che poteva essere stato originariamente per Bellinzago, in un disegno di illustrazione nella fase del suo veloce approntamento fisico (Campo Romano, di John Wynne Hopkins, del 2019) [sopra]; e nella situazione più definita a carattere stabile di Castro da Guerra (in una ricostruzione del 2014, L’Accampamento, eseguita da autore anonimo per il testo didattico-latino ‘Ad Litteram’ dell’editore Zanichelli di Bologna, scritto da Pierangelo Agazzi e Lucio Sisana) [sotto]

Foto 231 e 232 [sotto e in basso] – Lo sviluppo dell’iniziale, e temporaneo, castro romano, nel più permanente accampamento stanziale, di occupazione in terra straniera o di colonizzazione agraria: nella ricostruzione (Un Campo Romano, con evidente riferimento al prototipo descritto da Polibio: si vedano le Figure 70 e 115) di disegnatore ignoto pubblicato dallo scrittore didattico-divulgativo statunitense Wilbur Fisk Gordy nel suo libro su Le Origini Americane provenienti dalla Europa del 1912 [sotto]; e nella configurazione matura della fortificazione tardo-imperiale (in una ricostruzione di illustratore altrettanto scnosciuto, e senza data, composta sul modello dell’antico Forte Biriciano romano rifatto in pietra nel 146/155-156 dopo Cristo sul luogo della odierna Weissenburg in Germania, presso Norimberga), compiuta con caserme in muratura e difese lapideo-lateritiche [in basso], preludenti i borghi medievali – di sviluppo romano o cosiddetti nuovi (quelli cioè di fondazione comunale post-barbarossica sorti senza precedenti insediamenti) – poi deformati dalle variazioni topografico-toponomastiche successive

E dopo questa più stabile definizione stanziale, la denominazione avvantaggiata per il nome Bellinzago divenne il più avvalorante rapporto diretto con la persona di assegnazione dei lotti agrari, il capo di quella sua omonima tribù gentilizia, Bellicio o Bellitio (ovvero Bellizio), dal cui compattamento con il suffisso -ago è pervenuto il definitivo Bellici-ago, Bellizi-ago, e quindi Bellinz-ago (con la tipica interposizione aggiuntiva della lettera n, che glottologicamente il Flechia dichiara essere una inserita vocale – epentesi – spesso normalmente infilata nel contesto di denominazioni, ovvero parole, esistenti), a sua volta componendo la sincope definitiva di Bellicii Ager, Campo di Bellicio.

Il cui richiamo fonetico può ancòra portare – per completare questa compositamente ingarbugliata casistica onomastica – alla congiunzione di Bèllici, genitivo latino di Bèllicus (nome sempre riferito a fatti militari e letteralmente significante Guerresco) e Ager (campo, terreno): ovvero, unitamente, Campo Bèllico, o (Terreno di Guerra).

BELLICIO

Ormai continuamente questo nome gentilizio (o personale) è apparso nei riferimenti al nome di Bellinzago, insinuandosi in ogni possibile sua circostanza di … declinazione.

Eppure di lui conosciamo soltanto la denominazione, ma poco (o nulla) della sua reale (e fisica) esistenza (e condizione).

Ed il suo nome non appare neppure negli elenchi dei Consoli romani antichi (tanto in quelli della Repubblica – nominati nelle supreme magistrature a cominciare dal 509 aC, anno di istituzione di tale carica con la caduta della monarchia –  quanto nei successivi alti ranghi dell’Impero), facendo supporre che egli fosse soltanto un comandante delle legioni di attestazione dell’accampamento da guerra, o un comune assegnatario, per quanto di ruolo autorevole importante, dei territori da colonizzare.

Tuttavia, oltre ai più noti riferimenti alle località bellinzaghesi piemontese e lombarda, di altri Bellìci la storia antica e più recente riporta non poche attestazioni.

E chi poteva essere questo romano Bellicio, spartito tra Piemonte e Lombardia (e diffuso per tutta la Europa, e altrove nel mondo storico)?

Il ceppo di famiglia belliciano, originario da una attinenza latina sicura, relativa alla fondazione romana di insediamenti da centuriazione (per quelli noti, in Piemonte e Lombardia), tuttavia (come attesterò più determinatamente tra poco) non manca di presentare anche vaghe – ipotetiche o certificabili – provenienze di altra pertinenza popolazionale: celtiche, e particolarmente liguri; e si è distribuito per diverse parti del mondo antico, e anche nella prima epoca moderna.

Con le stesse condizioni onomastiche – lo ho più sopra riportato – lo si ritrova in Lombardia, dando il nome a Bellinzago Lombardo, fondata intorno all’80 aC, nella sua accezione prettamente di conquista e colonizzazione; e per altre circostanze nella sua specificità istitutiva di console.

Ma nelle testimonianze del passato dopo l’età repubblicana e imperiale di Roma, la sua denominazione appare dal tardo-Medioevo a tutto il Seicento, istituendosi poi come cognome individuale, comune a famiglie varie (anche senza più parentele tra loro).

Ed in genere non quale nome di un colono romano – o suo discendente – proveniente da genti di assegnazione delle terre conquistate da difendere e coltivare, bensì quali individui singoli di appartenenza sociale varia, e fondamentalmente di rango pubblico elevato; in una consistenza sociologica che però nel trascorrere dei secoli si è ampliata, coinvolgendo anche prelati cattolici e Pastori protestanti, nonchè cittadini borghesi. In certi casi indicati nei loro singoli anni di esistenza, ed altre volte anonimamente, sebbene con riferimento comunque specificato.

Tra gli individui nominati senza precisa datazione da poterli collocare con precisione, neppure riferendosi agli indizi presenti nelle parole dei testi in cui sono riportati, abbiamo un paio di esempi interessanti: il primo – che ho già precedentemente citato soltanto per accenno – ritrovabile nel libro dei Reperti romani della Alta Baviera e dell’Antiquariato regale scritto da Joseph Von Hefner, archeologo e storico tedesco, e stampato a Monaco nel 1844, in cui è indicata (con il testo completato nelle parti abbreviate) una epigrafe – non datata – di una lapide romana riferita ad un “Lucio Bellicio, figlio di Lucio Quarzione, Decurione degli Iuvavensi” (ovvero degli abitanti austriaci di Salisburgo, capitale del loro territorio, che era l’antico Norico, affidato quale municipio alla tribù Claudia nel 47-48) e “Duumviro giurisdizionale, vissuto per 58 anni” [Figura 186]; ed il secondo (citato dallo slovacco Rudolph Gustav Puff – scrittore, poeta, e attivo promotore della cultura slovena – nel proprio studio su Le Terme Romane del Töplitz presso Tüffen con i suoi Dintorni stampato a Graz nel 1847 dal tipografo Josef Franz Hailer) con la sola indicazione di “Belicio Ingenuo Duumviro” (e ricordo soltanto che ingenuo in questo caso non è un aggettivo caratteriale, bensì una dizione burocratica per consoli di condizione libera e non necessariamente patrizia).

Da questi due accenni, risulta comunque chiaro che si tratta di persone di ruolo sociale considerevole, essendo Duumviri, ovvero Magistrati delle colonie, ossia Consoli, e però attivi in località distanti non soltanto geograficamente (sebbene relativamente vicine, essendo entrambe in Austria) e per epoca (la iscrizione salisburghese – trovata a Trostberg nella attuale Germania – collocata al 150-200 secondo la attribuzione dataria del 2021 di Friederike Harl, esperto epigrafico del sito telematico Ubi Erat Lupa, “Database di immagini su antichi monumenti in pietra”; ed il bagno tüffenese, purtroppo ormai di incerte possibilità di localizzazione e datazione odierne, che però potrebbero riguardare le fonti del Teplice di “acque calde”, nella attuale Cechia tra Praga e Dresda), ma di certo anche diversificati familiarmente (e non più imparentati).

Alcune riconoscibilità epocali dei Bellìci

Nel periodo largo della storia latina e dei successivi secoli medieval/pre-moderni, sono parecchie le testimonianze di nomi Belicio, o Bellicio – almeno quelle che sono riuscito a reperire – che si susseguono nei documenti d’epoca con una minima attribuibilità dataria: a partire dalla antica notizia riferibile allo storico periodo di Roma tardo-repubblicana inerente alla vita di Caio Giulio Cesare (il famoso condottiero e dittatore romano, conquistatore della Gallia), tra il proprio Primo Triumvirato (con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso) fino alla sua sola tirannia (ovvero tra il 60 ed il 49).

Ed imposterò pertanto questa sequenza di situazioni bel(l)iciane in ordine cronologico, dalle più antiche annate alle età maggiormente vicine a noi.

52-47 – Nel Grande Lessico Universale Completo di Tutte le Scienze e le Arti – chè è stata la più monumentale enciclopedia composta nell’Europa del Settecento prima di quella francese di Denis Diderot et Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert – curata e stampata dall’editore tedesco Johann Heinrich Zedler a Lipsia e Halle dal 1731 al 1734 (e poi riprodotta successivamente), alla edizione riprodotta del 1742 si ritrova il significativo brano critico su un “Belicius” considerato “con indifferenza dal Cicerone delle Epistole ai Familiari – Libro I. Lettera 5” in quanto “citato senza” la necessaria “Ponderazione per un uomo molto bravo e buonissimo amico di Publio Cornelio Lentulo”.

Le Epistole Familiari (con tale nome venivano comprese però anche le lettere mandate agli amici) sono la raccolta della corrispondenza avuta con varie persone confidenziali dal grande oratore e scrittore romano-antico Marco Tullio, tra il 62 ed il 43 (anno della sua morte), e che dettò al proprio liberto Tirone; il quale, su incitamento di Ottaviano, ne pubblicò l’intera produzione. E il Belicio della lettera ciceroniana (rientrante nella stesura del Libro Primo, che va dal 62 al 47) vissuto all’epoca del compilatore dell’epistolario, essendo amico lentuliano (ed entro quindi il periodo della vita di costui: 52-18) dovrebbe essere considerato compreso nella stretta fase dataria tra 52 e 47. Tuttavia egli risulta difficilmente individuabile, più documentatamente, nella sua specifica esistenza e attività epocale: ma potrebbe venire riconosciuto nel Publio Cornelio Lentulo Marcellino (questo è il nome beliciano completo: che però possiede parecchi sinonimi, e pertanto essere facilmente confondibile con gli altri Belìci suoi simili) che è stato valido Senatore e Tribuno augusteo.

79 dC – Il libro Sacramentum, scritto dal tedesco Valentin Gröne, teologo cattolico e Dottore di Teologia alla Università di Monaco, edito nel 1853 da Johann Meyer a Brilon (cittadina  sotto Paderborn ed a lato di Kassel) riporta di un “Ambrogio”, evidentemente vescovo, che “Nel 79 ammonisce Bellicio, guarito dalla sua malattia mediante la fede in Cristo, di affrettarsi anche ai sacramenti restanti. Li enumera e dice: Alcuni dei quali sono i misteri”.

Come si evince dalla data, non si tratta del Santo di Milano (vissuto 300 anni dopo), ma di un altro – ignoto – personaggio episcopale tardo-romano, vissuto proprio tra i regni di Vespasiano e di Tito.

84-87 – Il nobile scrittore e poeta tedesco sei-settecentesco, Duca Antonio Ulrico di Brunswick-Wolfenbüttel, nella sua Storia Romana di Ottavia pubblicata dall’editore Johann Hofmann nel 1678 a Norimberga (che non è una trattazione storiografica, ma un romanzo), cita tuttavia una epigapre originaria in cui si ritrova – “insieme al ponderato podestà Silio Italico figlio” ed “a Silio Severo / al giovane Traiano / nonchè a Domiziano e Tacito” – anche un “podestà Bellicio Natale” [Figura 233].

Figura 233Una pagina della cosiddetta Storia di Ottavia (romanzo storico dello scrittore e poeta tedesco sei-settecentesco Duca Antonio Ulrico di Brunswick-Wolfenbüttel, pubblicato nel 1678 a Norimberga dall’editore altrettanto germanico Johann Hofmann), in cui si ritrova nominato un Bellicio Natale, “podestà” della città di Roma, riferito all’epoca di ambientazione della trama del testo (“dalla fine di Nerone nel 68 dC ai primi anni del regno di Vespasiano nel 70 dC”) e però meglio collocabile – stando alla scritta epigrafica citata, in cui vengono nominati altri imperatori e personaggi pubblici importanti: ed in particolare Traiano, indicato però ancòra in giovane età – tra 84 e 87, quando il futuro regnante romano era soltanto Pretore, durante il principato di Domiziano

La possibilità di datare più propriamente questa lapide romana risulta piuttosto ardua, poiché l’autore del testo ne ambienta la trama “dalla fine di Nerone nel 68 dC ai primi anni del regno di Vespasiano nel 70 dC”; ma nella scritta epigrafica citata vengono nominati altri imperatori, ed in particolare il regno ultimo da considerare è quello traianeo, cominciato nel 98 dC: ed essendo questa persona indicata ancòra in giovane età, l’epoca belliciana può essere compresa tra 84 e 87 quando Traiano divenne Pretore, durante il principato domizianeo.

124 – Nella edizione ottocentesca (del 1839) della Storia Romana di Cassio Dione Cocceiano, curata dallo strorico ed esegeta tedesco Leonhard Tafel di Stoccarda, viene indicato che nell’anno “124 Dopo Cristo” e “VIII nel Regno di Adriano”, i consoli nominati sono “Manio Acilio Glabrio e Cajo Bellicio Torquato”; in tale dizione però compiendo un piccolo errore, poiché il 124 è il Settimo anno di regno adrianeico, come viene esplicitato nel 1967 dall’altrettanto tedesco Rudolph Habelt, editore di libri antiquari e universitari, fondatore della importante ‘Rivista di Papirologia ed Epigrafia’ stampata a Colonia: il quale riporta invece essere stato nel “Settimo anno dell’Imperatore Traiano Adriano Cesare Augusto” che si svolse “il Consolato di Mano Acilio Glabrio e Belicio Torquato, il 14° giorno prima del Calendario di Novembre, il 15° giorno delle Distribuzioni Mensili” (in quanto Adriano venne insediato al trono imperiale nel 117).

132 e 137 – Peter Von Osterwald, statista e teologo cattolico tedesco, nel suo Saluto alla Solenne Riunione della Chiesa della Accademia delle Scienze pubblicata nel 1768, scrive di un “Caio Belicio Torquato” (che altrove, in questo suo stesso testo, riporta anche con la doppia elle) “citato due volte negli anni 895 e 900” (riferendo anche che l’892 è il “Terzo Anno dell’imperatore Antonino Pio”): si tratta ovviamente delle annate 132 e 137 dell’èra di Cristo, che l’autore ha indicate nella cronologia antica storicamente convenzionale partente dalla fondazione di Roma.

133 (e 143) – Sempre a proposito dei due consoli sopra nominati (di cui sussistono le maggiori informazioni riguardanti questi personaggi belliciani romano-antichi) Johann Augustin Wagner, Vicerettore al Ginnasio di Merseburg (cittadina sotto Halle in Sassonia), nella sua versione moderna della ‘Storia Romana’ di Cassio Dione “tradotta dal greco”, edita da Johann Christian Herman di Francoforte sul Meno nel 1787, ricorda che nel “133 dC – 896 dalla fondazione della Città” di Roma, a portare il titolo consolare erano “Caio Bellicio Torquato con Tiberio Claudio Attico Nerode” (il cui ultimo nome è scritto però sbagliato, perché è invece Herode: come conferma un successivo riporto di cronaca, di 10 anni più tardi – riferito dal “Dottore in Teologia alla Facoltà di Parigi, & Regio Professore” Louis Ellies Du Pin, nel proprio libro sulla ‘Nuova Biblioteca degli Autori Ecclesiastici’ pubblicato da André Pralard nella Terza Edizione del 1698 – a proposito della “Annata dell’Era volgare […] 143”, nel cui fitto elenco cronologico dei fatti descritti, e nel capitolo “Dei Tre Primi Secoli della Chiesa”, compaiono – sulla tabella degli “Imperatori & Consoli” – i duumviri “Caio Bellicio Torquato, & Tito Claudio Attico Erode” (il quale ultimo, tra l’altro, era uno stimato filosofo sofista) [Figura 234].

Figura 234La pagina riferita “Ai Tre Primi Secoli della Chiesa” nel libro sulla ‘Nuova Biblioteca degli Autori Ecclesiastici’ del teologo cattolico e professore parigino Louis Ellies Du Pin pubblicato da André Pralard nella propria Terza Edizione del 1698, con i nomi dei duumviri “Caio Bellicio Torquato, & Tito Claudio Attico Erode” riferiti alla “Annata dell’Era volgare […] 143” della tabella degli “Imperatori & Consoli”

133-140 – Dallo statista e scrittore tedesco Johann Michael Von Loën, nella sua Nuova Raccolta dei Racconti di Viaggio più Strani del 1750, proviene la ulteriore conferma che “Negli anni centotrentatre e quaranta di Cristo” (133-140) “Caio Belicio Torquato, con Giberio Claudio Attico” è stato “Grande Maestro” (ovvero Magistrato: còmpito precipuo del titolo consolare) “del Castro di Saint Quas” (località tuttavia rimasta ignota, che non sono riuscito ad individuare esattamente: ma una cui più corrispondente collocazione potrebbe consistere nella cittadina bretone della Francia settentrionale affacciata sulla Manica, denominata Saint-Quay, situata sopra Saint-Brieuc tra Lannion e Saint-Malo: una sede gallica romanizzata, che è stato il luogo di arrivo di una via antica romana – partente dal sottostante borgo di Gouarec, posto più all’interno nella regione di Côtes-d’Armor – costruita proprio tra il 100 e il 200).

148 – Sulle Primizie di Storia romano-germanica di Johann Philipp Von Vorburg (Parroco tedesco del vorburghense Monastero Grande), pubblicato da Johan Friedrich Weiss a Francoforte sul Meno nel 1645, viene attestato che “Nell’anno dopo C. 148” erano “Consoli Caio Bellicio Torquato – Mario Salvio Giuliano”, eletti entrambi quell’anno per la seconda volta.

In ciò ricordando la prolungata carriera variamente consolare del nostro Bellicio Torquato, durata dal 124 al 148, con altri avvicendatisi colleghi però non sempre gli stessi, che fa di questo personaggio un longevo, e di conseguenza apprezzato, funzionario pubblico romano. E particolarmente in quella carica di Console che ha costituito, nella ferrea burocrazia di Roma antica, una delle funzioni più importanti e responsabili, comportando un incarico di assoluto potere (dopo quello imperiale) militare e civile, come ha specificato lo storico greco-antico Polibio nelle sue Storie della Repubblica Romana scritte tra il 150 ed il 146-135: “I consoli, inizialmente guidando le legioni al di fuori dalla città” di Roma, ovvero nei territori italici ed esteri, “esercitano l’autorità su tutti i pubblici affari” romani, nella qualifica primaria di “magistrati”, ossia persone di comando e decisionalità sostitutive della suprema autorità istituita (senato o imperatore).

Anche se – a meglio esaminare la storia onomastica di Roma, che spesso è composta di nomi identici variamente riconoscibili con appellativi aggiunti per distinguerli dagli omonimi – è possibile che questo nostro personaggio rappresenti una sorta di epìteto famigliare con cui vengono riconosciute varie figure diverse: poiché, ed infatti, il Caio Bellicio Calpurnio Torquato console nel 148, che era stato anche Senatore durante il regno di Antonino Pio (e divenne poi il Podestà della odierna città francese di Vienne in Gallia), era il fratello più giovane di Caio Bellicio Flacco Torquato assurto al ruolo consolare nel 143, nonché fu il figlio di Caio Bellicio Flacco Torquato Tebaniano, console nel 124.

E se dovessimo più puntigliosamente procedere con tutte le possibili attinenze di famiglia, allora troveremmo che il Tebaniano appena sopra citato (anche egli Senatore Romano sotto Adriano) era a sua volta figlio di Caio Bellicio Natale  Gavidio Tebaniano, console sostituto nell’87; il quale ebbe due figli, Lucio Nonio Calpurnio Torquato Asprena, divenuto console aggiunto nel 74, e Caio Bellicio Natale, anche egli console sostituto nel 68 [Figura 235 (e 236 e 237)].

Figure 235 (e 236-237)La effigie inventivamente ideale di Caio Bellicio Natale, Console Sostitutivo nel 68 dopo Cristo, ritratto fantasiosamente dal biografista francese Louis Brun del 2021 sul sito telematico Geneanet. Non è ovviamente una figura reale, ma una indicativa identificazione fisionomica referenziale di un personaggio sempre soltanto riportato con il proprio nome e rimasto senza immagine fisica nella storia. Una persona comunque alquanto importante, genealogicamente, poiché con lui si estingue il ramo paterno dei Bellìci romano-antichi, proseguendo in quello dei Nonii di discendenza matrilineare [sopra]. E’ interessante comunque rilevare, iconologicamente, come la posizione del braccio alzato con l’indice puntato verso l’alto sia caratteristicamente un segno riconoscitivo del potere di comando del console-magistrato, che era anche giudice incondizionato per certe decisioni determinanti: e questa immagine si è fissata nel tempo, tramandandosi iconograficamente anche in epoche e situazioni differenti, ma di analogicità nell’atto di Giudizio (come, esemplarmente, si può vedere nei Cristi Pantocratori di tradizione bizantina e paleo-cristiana – di cui l’effigie nel Duomo di Monreale in Sicilia, eseguita nel 1176 da un provetto mosaicista presumibilmente arabo rimasto ignoto, è altamente signficativa per la figura di Gesù Benedicente ma anche, osservato da sotto l’incavo della nicchia, ammonitore severo e giustiziere supremo [sotto]; che in altro modo, rinascimentalmente interpretato, si ritrova ancòra imponente e terribile – perfino minaccioso con quella sua mano aperta alzata – nella figura del Cristo della Cappella Sistina a Roma, nel Giudizio Universale che Michelangelo Buonarroti ha dipinto nel 1508-12) [in basso]

    Figura 237

E con il quale per altro si estingue il ramo paterno dei Bellìci, proseguendo in quello dei Nonii di parte matrilineare.

284-305 – Nella variegata sequenza di citazioni onomastiche belliciane si ritrovano poi anche inaspettati interventi di studiosi sicuramente importati per diversificato genere, come il noto astronomo-astrologo e geografo Claudio Tolomeo, professionalmente libraio della Biblioteca di Alessandria in Egitto: che nella sua Cosmografia (scritta in greco nel 146-153) – però nella traduzione del 1486 (edizione ad incunabolo, il primo ad essere stato stampato come tale, e realizzato ad Ulma dal tipografo tedesco Johann Reger per l’editore e libraro veneziano Giusto De Albano) – nel repertorio dei “Registri Alfabetici” dei suoi Otto Libri scrive di un “santo vescovo belicio, che fu uno dei grandi prelati al tempo di diocleziano: e glorioso […] confessore a Nizza”. Si tratta ovviamente non di un effettivo vescovo santificato, ma di una persona, come si diceva, in odore di santità, per la sua indole buona e per il carattere virtuoso (probo), vivente in un periodo di persecuzioni religiose tremende, soprattutto anti-cristiane (di cui feroce fautore fu proprio l’imperatore Caio Aurelio Valerio Diocleziano, ai cui nomi propri egli si è poi aggiunto, divenuto imperatore, Cesare e Augusto Iovio). Ed il periodo di appartenenza dell’episcopato beliciano si ritrova dunque all’interno degli anni 284 e 305.

366 (dal 237) – Non manca anche un appunto eccezionale del grande storico tedesco Theodor Mommsen, che sul libro riguardante Gli Scritti dei Misuratori Romani (i cosiddetti Gromatici Veteres, già precedentemente considerati) – di Friedrich Blume, Carl Conrad Friedrich Wilhelm Lachmann, ed Adolf Friedrich Rudorff, pubblicato nel 1848 a Berlino dall’editore e stampatore Georg Reimer – avverte, nel proprio intervento riguardante I Libri dei Coloni, che il “Belicio Perpetuo Arzirio console della Tuscia” (la odierna Toscana) “e dell’Umbria”, ritenuto in servizio nell’Anno “237”, non deve invece venire confuso con il più tardo “Belicio Perpetuo riformatore della Sicilia, ritenuto sotto Constantino” (e la cui data “deve essere quindi spostata al 366”).

Per questa ultima datazione tuttavia si ritrova una esile incongruenza di attribuzione assegnataria, poiché da 2 anni prima di quell’annata l’imperatore non era più un dinasta di discendenza costantiniana, bensì consisteva in Flavio Giulio Valente, personaggio di altra schiatta e provenienza.

411(-423) – Proseguendo con le citazioni beliciane, nel folto volume della Nuova Collezione dei Concili compilato da Étienne Baluze (altrimenti detto Stefano Baluzio: chierico e storico francese, nonché bibliotecario personale di Jean-Baptiste Colbert – il Primo Ministro di Stato di Luigi XIV il Re Sole – e Professore di Diritto Canonico al Collège Royale di Parigi, l’odierno Collegio di Francia) stampato nel 1707 “dalla Typografia” parigina di François Muguet (ma steso già molto prima dal suo autore, e concluso nel 1683), si legge che “Nell’anno di Cristo 411” tra le “Nomine dei Vescovi Donatisti  che sono stati citati nell’elenco” per “Cartagine”, si trova un “Bellicio Teleptense”: personaggio di imprevedibile importanza, essenso stato il capostipite di una importante famiglia nobile napolitana (i Bellizzi di San Lorenzo, di cui tratterò tra poco), ma si è rivelato ancòra più determinante (ai fini di questa nostra ricerca onomastica) per la sua ascendenza nominal-dinastica.

Perché – come nel 2016 ha spiegato,  in una sua analisi genealogica pubblicata sulla propria famiglia nel sito telematico dei Bellizzi di San Lorenzo, il loro attuale discendente, il fiorentino Iacopo (Avvocato, e Benemerito dell’Accademia dei Georgofili di Firenze) – questa stirpe familiare proviene da un “Vetusto casato baronale di nobiltà immemorabile del Regno di Napoli attualmente dimorante in Firenze, le cui notizie risalgono” proprio “a Bellizio” del “411 d.C. […] vescovo di Telepte in Bizacenia” (località della Tunisia sotto Kasserine), “riparato sulle Coste della Sibaritide in Calabria a seguito delle persecuzioni dei donatisti e delle invasioni vandaliche e probabile fondatore del primo nucleo della Cappella di San Lorenzo Martire perciò” detta di Bellizio, ovvero scritta  “Bellitii nell’attuale comune di San Lorenzo Bellizzi” presso Caserta “nell’acrocoro del Pollino”.

E questo “Bellizio apparteneva alla famiglia senatoria della Gens Bellicia o Bellitia del Console Gaio Bellizio Flacco Torquato Tebaniano (124 d.C.)”, che ho poco sopra nominato, proseguita dai successori “di Bellicius Peregrinus governatore d’Egitto (286 d.C) e di Giunio Valerio Bellicio praefectus urbis (408-423)”: questo ultimo altro importante personaggio che esaminerò individualmente più avanti, per le sue particolari opere di funzionario prefettizio.

In più, “Il dominio dei Bellizzi”, esteso “tra Basilicata e Calabria, accrebbe la sua importanza strategica e religiosa attraverso i periodi bizantino, normanno e svevo fino a spingersi a nord nella marca di Noha (poi Noja)”, di cui “i ruderi basiliani di Palmanocera, quale rifugio di comunità durante le persecuzioni iconoclaste e poi, più tardi, durante le scorrerie arabe nell’Alto Jonio” attesta tutta la rilevanza fondamentale “per il controllo dell’asse viario naturale, lungo le gole del torrente Raganello, collegante il Ducato di Benevento al dominio bizantino con sbocco calabro sul mar Jonio della piana di Sibari”.

1134 – Senza ulteriori riporti intermedi, per ulteriori notizie belliciane dal Tardo-Impero romano si passa al pieno Medioevo europeo, ed in circostanze non più aristocratico-vescovili, bensì di condizione istitutivamente comune. Ed in un atto di “Regolamento dello Stato dei Beni della Abbazia di Crisenon” in Francia (tra Vézelay e Auxerre), contenuto nel Cartolario Generale della Yonne (distretto del fiume omonimo) coordinato da Maximilien Quantin (Cavaliere della Legione d’Onore francese e “consulente del Ministro della Istruzione pubblica per i Lavori storici”) pubblicato nel 1854 nella stamperia auxerrese di Pierre Edmond Perriquet e Jules Marie Georges Rouillé, alla data “Anno 1134” (documento approvato da “papa Innocenzo” – si tratta del II con tale nome – e “Lodovico re dei Franchi”), viene citato tra i “testimoni” un “Belicio impiegato del Conte” Guglielmo di Nevers.

Con questa attestazione, ci siamo discostati ormai dai funzionari di alta dignità, consolari o episcopali, per ritrovarci nei ruoli di medio impiego dei segretari burocratici o dei trascrittori di atti notarili.

1385 – Avanzando nei secoli, nella Cronaca Sicula di “Incerto Autore”, scritta in latino e riportante i fatti “Dall’Anno 340 all’Anno 1396”, si legge che “Nell’anno del signore mille 385 […] il 7 Febbraio nel Castello di Buda in Ungheria il re Carlo terzo venne percosso con tre colpi, ed uno proprio in faccia, per cui perse l’occhio sinistro, e due altri sulla testa, nella camera della regina […], e colui che compì quell’atto si chiamava Forcacio Belicio”.

E con questo aggressivo e violento attentatore, adesso si passa ad altri personaggi, uomini d’arme di caratteristica indole – e mestieranza –  marzial-mercenaria.

1560 – In epoca rinascimentale quindi, il Pastore luterano e Professore di Teologia a Strasburgo, Melchior Specker (scrittore germanico piuttosto inviso alla Inquisizione Cattolica, i cui testi – anche scientifici – saranno indiscriminatamente messi al bando, nella lista dei Libri Proibiti, da Papa Alessandro VII nel 1667), nel suo testo medico-pedagogico Sulla Morte Lebbrosa uscito nel 1560, nell’elenco degli “Scrittori di Storia / e altri Autori” è riportato un nome tradotto come Belicius: che tuttavia – a meglio osservare dalla grafìa gotica del testo – apparirebbe scritto “Besichius” [Figura 238].

Figura 238La pagina del testo medico-pedagogico Della Morte Lebbrosa del Pastore luterano e Professore di Teologia a Strasburgo, Melchior Specker, edito nella stamperia strasburghese di Samuel Emmel nel 1560, dove – nell’elenco degli “Scrittori di Storia / e altri Autori” è riportato un nome tradotto come Belicius che tuttavia – a meglio osservare la grafìa gotica del testo – parrebbe scritto “Besichius”  

1566 – Ad ogni modo, pochi anni dopo, il connazionale Friedrich Eduard Theodor Goecke (architetto e urbanista, costruttore e conservatore edile prussiano), descrivendo I monumenti d’Arte della Città e della Cattedrale di Brandeburgo nel suo libro del 1912 pubblicato da Klaus-Dieter Becker a Berlino, ricorda, senza altra specificazione, la esistenza di una “Epigrafe Rinascimentale del pastore Joachim Belicio (morto nel 1566)”.

E da qui, dai prelati cattolici si perviene più decisamente ai ministri di culto protestanti.

1593-1625 – E dunque, come per il precedente autore, anche l’ecclesiastico egli pure tedesco Daniel Heinrich Arnoldt – Teologo Riformista e dal 1770 Sovrintendente Generale della prussiana città di Königsberg – riporta, nelle sue Brevi Notizie di tutti i Predicatori morti nelle Chiese Luterane della Prussia Orientale dopo la Riforma, stampate nel 1777 dall’editore königsberghese Gottlieb Lebrecht Bartnung, di un “Nicolaus Beliza o Belicius […] Diacono qui dal 1593, morto come Pastore nel 1625 di Peste”.

1626 – Ed infine, uno sconosciuto “Arnoldo Belicio”, allemanno, si trova nominato, con suoi Colleghi e Membri, in un Registro di Acrostica della città tedesca di Augusta (la odierna Augsburg, tra Ulma e Monaco di Baviera) riportato nel 1626 nel testo in latino delle Preghiere Ritmiche Ebdomadarie dello storico augsburghese Bernhard Heupold.

E dopo questo ultimo riscontro, altri richiami storici belliciani oltre il Seicento si mostrano pochi, e semmai ripetitivamente elencatorii, e di scarso interesse in quanto a documentazione di novità repertoriale.

Ma per ultimo voglio ancòra aggiungere alla precedente sequela, un altro personaggio belliciano – piuttosto importante per rango e lavoro – che ho ricavato dalle mie ricerche personali, e riguardante un Giunio Valerio Bellicio che “si impose nel 408/423” quale Prefetto della Città di Roma, durante il regno congiunto degli imperatori Onorio e Teodosio II. Una persona che lontanamente posso considerare un collega, perché, anche se non proprio disciplinarmente architetto, fu un attento conservatore delle costruzioni storiche di sua pertinenza, che restaurò con solerte (e solenne) dedicazione (come nei casi più ricordati degli edifici romani della propria Prefettura presso il Tempio Tellure – della Dea Terra – sul Monte Esquilino nel 421-423 [Figure 239-240, e 241-242 nonché 243-244] e del vicino Colosseo, già allora in grande necessità di riparazione, e riadattato con un ponderoso intervento tra 417 e 423).

Figure 239 e 240Le due lapidi epigrafiche, dal testo quasi identico, erette dal Prefetto della città di Roma Giunio Valerio Bellicio (entrambe nell’anno 423 dopo Cristo, e dedicate agli imperatori congiuntamente regnanti, nei distinti – anche geograficamente – Imperi Romani di Oriente ed Occidente, Onorio e Teodosio II) per commemorare il restauro dell’edificio della Prefettura Urbana, da lui fatto eseguire: la prima iscrizione, composta per ricordare l’evento di ripristino edilizio e apposta su una parete del palazzo (adesso distrutta, con il suo reperto conservato ai Musei Capitolini di Roma), in una immagine (Epigrafia) di autore ignoto riprodotta dallo storico ed epigrafista ungherese Géza Alföldy (che è stato Professore di Storia Antica alla Università di Heidelbeg in Germania) nel 2010 [sopra]; e la seconda, che doveva venire collocata sul basamento di una statua, nella foto (Iscrizione eretta da Bellicio in occasione del restauro degli edifici pertinenti alla prefettura urbana nei pressi del Tempio di Tellure) di Aussenzio Drauco del 2016 [sotto]. La scritta alföldyana (“[Salvis d]d. nn. (: dominis nostris duobus) inclytis semper Aug(ustis duobus), / [po]rticu[m] cum scriniis Tellurensis / secretarii tribunalib(us) ⸢adhaerentem⸣, / Iunius Valerius Bellicius, v̅(ir) c̅(larissimus), prae̅f(ectus) ur̅b(i), / vice sacra iudicans, restituto / specialiter urbanae sedis honore / perfecit”) riporta il seguente testo: “A riconoscenza dei nostri due signori sempre eccelsi Augusti / al portico ed agli archivi Tellurensi / vicini alla segreteria del tribunale / Giunio Valerio Bellicio, uomo dèdito, prefetto della città / considerando la sacralità degli edifici da restaurare / specialmente ad onore della sede cittadina / così operò”); mentre la lapide drauconica (“[Florentibus d]d(ominis) nn(ostris) inclytis semper Augg(ustis) / [po]rticu[m] cum scriniis Tellurensis / secretarii tribunalib(us) adh(a)erentem / Iunius Valerius Bellicius v(ir) c(larissimus) praef(ectus) urb(i) / vice sacra iudicans restituto / specialiter urbanae sedis honore / perfecit”) si esprime con analogo frasario: “Ai Potenti nostri padroni sempre eccelsi Augusti / il portico con le stanze Tellurensi / ed il segretariato del tribunale adiacente / Giunio Valerio Bellicio uomo insigne prefetto della città / avendo restaurato il luogo sacro / a particolare onore dell’assetto cittadino / compì”)

Figure 241 e 242 [sotto e in basso] – Angelo Amoroso, Prefettura Urbana (età tardo-antica). Pianta ricostruttiva. Dettaglio, 2007. La mappatura, ripresa sull’impianto viario romano odierno e con gli adattamenti stradali antichi, mostra l’area del Quartiere delle Carine sul Monte Esquilino a Roma, con il Tempio Tellurense (della Dea Terra: da Tellus in latino) vicino alla Basilica di Massenzio (indicata quale Nova, perché da poco finita nel 312 dC) e la prospiciente zona della Prefettura Urbana (segnata archeologicamente con i puntini grigi) senza definizione tipologica specifica. Gli interventi belliciani si riferiscono comunque alle zone (nella cartografia) partenti dal porticato superiore del tempio, dove in qualche luogo vicino si trovavano gli scrinia (ossia gli archivi) prefettizi, fatti restaurare dal Bellicio [sotto]; che in una più definita mappatura localizzativa lo storico ed epigrafista francese André Chastagnol nel 1960 ha precisato (con una Ricostruzione schematica della Segreteria Tellurense) nella sua possibile perimetrazione edilizia (tuttavia ancòra genericamente impropria, essendo quelle parti alquanto lontane dai porticati suddetti del tempio) [in basso]

  Figure 241 (sopra) e 242

Figure 243 e 244 [sotto e in basso] Invece La collina della Velia (nella eccellente raffigurazione dello Studio Grafico Inklink di San Casciano in Val di Pesa presso Firenze – diretto dall’illustratore toscano Simone Boni – effettuata su ricostruzione della archeologa romana Maria Cristina Capanna, e pubblicata nell’Atlante di Roma Antica del 2017 realizzato da vari autori e curato per le Edizioni Universitarie di Princeton negli USA da Andrea Carandini: anche egli archeologo romano, e scrittore, nonché Professore di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana presso l’Università La Sapienza di Roma) che mostra il Tempio Tellure a Roma con accanto (a destra) l’edificio della Prefettura Urbana, porge una più congrua ricomposizione generale del sito prefettizio [sopra]; di cui il dettaglio del Palazzo della Prefettura ipoteticamente proposto nella sua completa consistenza architettonica, accostato al portico tellurense, definisce l’aspetto storico originario [sotto]

    Figure 243 (sopra) e 244

Il Prefetto Urbano (Praefectus Urbis) della città di Roma, in origine (questa carica venne stabilita, secondo la tradizione storica, da Romolo, e diventa una istituzione pubblica effettiva dal 451 aC con l’epoca dei Decemviri) era considerato il Custode della Città, e dunque colui che provvedeva a mantenerla solida e rigogliosa, occupandosi soprattutto delle sue condizioni edilizie globali nel proprio sviluppo continuativo generale (da proteggere e proseguire).

E della considerevole figura politico-sociale di questo Bellicio infatti si sono interessati, scrivendone per quanto succintamente nei loro epistolari, Quinto Aurelio Simmaco (senatore, oratore e scrittore), il vescovo e teologo Aurelio Agostino di Ippona (che lo considera “uomo illustre e compagno”), ed Aurelio Ambrogio (nientemeno che il grande vescovo e santo di Milano).

CONCLUSIONE

Voglio terminare così questa ampia, e diversificata, epopea belliciana, estesa nel suo vario percorso storico in luoghi e nazioni di identità differenti e lontane, riprendendo soltanto ancòra, tra gli esempi più tipici di fondazione di un altro Bellicio, il caso singolare della colonia, anche essa norica, di Celje in Slovenia: insediamento imperiale municipalizzato nel 46 dopo Cristo, dove è stato ritrovato un cippo votivo che “A Giove Ottimo Massimo / Eressero Caio Bellicio / Ingenuo” (parola che non indica un nome, o una condizione caratteriale, bensì designa la carica di Magistrato assunta da una persona di origine libera anche se non proprio atavicamente patrizia) “Duumviro di Claudia Celeia / e […] la moglie Aurelia / per la salute loro e di tutti i parenti” [Figura 245].

Figura 245 – L’Altare dedicato a Giove ritrovato a Celeia in Austria, nella foto del 2013 dell’archeologo austriaco Harl Ortolf. E’ un cippo sacro che “A Giove Ottimo Massimo / Eressero Caio Bellicio / Ingenuo” (ovvero Magistrato di origine libera anche se non patrizia) “e Duumviro di Claudia Celeia / e […] la moglie Aurelia / per la salute loro e di tutti i parenti”. La colonia celeiana, affidata nel 46 dC alla gente claudia quale municipio, si trovava nel Norico, a Celje nella attuale Slovenia. La lapide belliciana è riferibile all’epoca dell’imperatore Settimio Severo, e dunque ad un periodo cronologico tra 193 e 211, allorchè questa città divenne una delle più importanti sedi cosmopolitane dell’Impero di Roma, e resa famosa per i suoi edifici pubblici e soprattutto per il Tempio di Ercole (e non di Marte, come erroneamente a volte viene riportato) che risale al periodo severiano ma si è sviluppato in una fase di più lunga esecuzione, tra i regni di Adriano e Costantino (cioè 117/138-306/337) [si veda anche la Figura 248].

La colonia celeiana, affidata alla gente claudia, si trovava anche essa nel Norico, quella famigerata regione austriaca appena transalpina rivolta alle aeree settentrionali dell’Europa, la cui postazione costituiva l’accesso sud-orientale, da Aquileia, all’antico regno celtico locale [Figure 246 e 247 (e 248)].

Figura 246 [sopra]Le Tribù Celtiche intorno alla nascita di Cristo nel Regno del Noricum, in una mappatura del 1979 di Herman Haack (il grande geografo e cartografo austriaco attivo a Gotha, in Turingia, che inventò un proprio metodo cromatico speciale per evidenziare i contenuti grafici delle sue mappe). Il celtico luogo di Kelia (il cui nome, etimologicamente, significava Rifugio, e da cui è derivata la denominazione della antica Celeia romana) costitutiva l’avamposto difensivo settentrionale dell’Italia imperiale, collegata direttamente ad Aquileia con una strada appositamente costruita.

Figura 247 [sotto]Autore Anonimo (del sito telemeatico ‘Italia Romana e Bizantina’: ma forse il grafico Antonio Paolo), Mappa della Riforma Augustea delle Provincie dell’Impero Romano, 2015-16. Nella nuova organizzazione provinciale decisa da Ottaviano Augusto nel 27 aC con delibera senatoriale, i possedimenti dell’impero romano venivano distinti in zone di competenza (e riscossione dei tributi) distinte e indipendenti: le Provincie Imperiali (pertinenti all’imperatore – in giallo nella cartografia – e di suo patrimonio privato, riferite al Fisco) e quelle Senatorie (attinenti al governo di Roma – in verde nella mappa – affidate all’Erario, ovvero la Cassa dello Stato).

 Figura 248 [sotto] Johann Victor Rainhofen, Celje nel 1441, 1831 (acquarello ripreso da un dipinto ad olio di Johannes Hötzel del 1750, risultante disperso). La mappa riporta la immagine della città medievale celjana riferita alla metà del Quattrocento, ma in realtà il dipinto è stato effettuato dopo il 1473 perché comprende le fortificazioni in questo anno eseguite. Ad ogni modo, si può riscontrare come la Celje post-medievale, situata tra i fiumi Voglajna e Savinja e a ridosso delle protettive alture montane, ha mantenuto nei secoli la forma squadrata della sua origine castramentale romana, mutando soltanto nelle disposizioni topologiche interne e nelle qualità turrite delle difese murarie, di tipico assetto epocalmente medievale

La lapide belliciana è riferibile all’epoca dell’imperatore Settimio Severo, e dunque ad un periodo cronologico tra 193 e 211, allorchè questa città divenne una delle più importanti sedi cosmopolitane dell’Impero di Roma, e fu resa famosa per i suoi rilevanti edifici e soprattutto per il Tempio di Ercole (e non di Marte, come erroneamente a volte viene riportato) che risale non proprio soltanto al periodo severiano, ma ad una fase di più lunga esecuzione tra i regni di Adriano e Costantino (cioè tra 117/138 e 306/337) [Figure 249 e 250].

Figure 249 e 250Due immagini dell’aspetto romano celejano: in una istantanea di Autore Anonimo del Museo Regionale di Celje (Celeia – Una città sotto quella odierna) del 2017 [sopra] e in una ricostruzione (Il Tempio di Ercole a Celeja) del 2010 di Maja Jeral (ricercatrice del Centro di Archeologia Preventiva presso l’Istituto per la Protezione del Patrimonio Culturale della Slovenia a Lubiana, ed autrice della formulazione tridimensionale del celeiano edificio di culto erculeo) [sotto]. Il Tempio di Ercole, realizzato – fuori dal perimetro castrense, e isolato sulla altura vicina – durante i regni degli imperatori romani Adriano e Costantino (cioè tra 117/138 e 306/337), è stato poi distrutto da un incendio nel 451, e riedificato in una nuova composizione come è emerso dagli scavi archeologi del 1947-50 condotti dallo scopritore, l’archeologo jugoslavo Josip Klemenc (specializzatosi in numismatica ed epigrafia, e Professore alla Facoltà di Lettere di Lubiana nella vicina sede distaccata di Dol, tra l’altro suo paese natale)

E’ con il sacrale reperto di questo solenne altare celejano (con il quale si chiude la mappatura della diffusione bellicica nel mondo: almeno nei riscontri da me ritrovati) [Figura 251]

 

Figura 251Corrado Gavinelli, Mappa della diffusione delle presenze del nome Bellicio, 2022 (eseguita sulla cartografia degli Imperi Romani di Oriente e di Occidente nel 395 dC elaborata dall’autore anonimo con pseudonimo Mandrak nel 2009). I siti segnati (con i puntini bianchi) si riferiscono ai luoghi belliciani riportati nel testo di questo saggio, riguardanti i confini dell’impero romano (fissati all’anno 395 dC, data che stabilì la definitiva separazione del contesto imperiale di Roma nelle due parti orientale ed occidentale, precedentemente tenuto unito dall’imperatore Teodosio, il quale ne resse congiuntamente le due parti) e le località di epoca successiva (soprattutto per le aree franco-tedesche). Nella mappa, dall’alto e da sinistra, le località indicate sono: Königsberg, Brandeburgo, Brilon, Teplice (Töplitz), Augsburg (Augusta), Saint-Quay, Strasburgo, Nevers, Salisburgo, Buda(pest), Celje, Bellinzago Lombardo, BELLINZAGO NOVARESE, Parma, Nizza, Firenze, Umbria (Perugia), Roma, Palmanocera-Caserta-Napoli, Sibaritide, Sicilia (Palermo), Cartagine, Egitto (Alessandria), Telèpte

che anche io concludo questa mia lunga ricognizione storica sulla documentazione di Bellinzago e della propria origine nominale, proveniente da uno (almeno finora) sconosciuto legionario romano di nome Bellicio [Figura 252], magari console o magistrato aggiunto,

    Figura 252Il nome Bellicius nel dettaglio della epigrafe già citata (si veda la Figura 186) riferita “A Lucio Bellicio […] Decurione degli Iuvavensi” (ovvero gli abitanti della zona della odierna Salisburgo, nell’antica provincia romana austriaca del Norico) scolpita in epoca antonino-severiana, e dunque tra 150 e 200

o forse soltanto comandante; e comunque personalità designata da Roma per essere responsabile della nuova terra di colonizzazione a lui affidata, che nel lontano 41 avanti Cristo si è fermato nella immediata piana sotto la collina bellinzaghese per fondare, con la sua gente, il primo stabile insediamento abitativo del luogo (che si è poi sviluppato nel modesto paese del passato, e nella odierna cittadina evoluta di adesso) [Figura 253 (e 254)].

Figura 253 [sopra] – Agenzia Ortofoto, Comune di Bellinzago Novarese, 2018. La complessa, e caotica nella sua secolare espansione dall’antichità ad oggi, topografia bellinzaghese attuale, nella quale la regolata e modesta composizione romano-antica di origine belliciana è stata del tutto scombinata dalle deformazioni medievali e dalle sovrapposizioni – e trasformazioni mutanti – successive (si vedano le Figure 55 e 90)

Figura 254 [sotto]Dettaglio della Mappa statunitense del 1944 già variamente citata di Bellinzago Novarese, nella sua condizione topografica all’anno di nascita dell’autore di questo saggio (1943) ed al luogo (segnato col pallino rosso) di sua residenza nel paese fino al 1965 (nell’allora Vicolo Bottini N° 11)

Non un eroe esaltante, questo nostro Bellicio, ma importante attuatore di – per allora – innovamento e civilizzazione storiche; cui dobbiamo, ad ogni modo, la riconoscenza della esistenza odierna della attuale Bellinzago (Novarese).

Corrado Gavinelli

Torre Pellice, Novembre-Dicembre 2021 e Gennaio-Febbraio/Marzo 2022

  L’autore del saggio in una foto del 2022 di Mirella Loik: Corrado Gavinelli mentre addita la posizione di Bellinzago (Novarese) nella Mappa della Diocesi Novarese contenuta nel libro ‘Novara Sacra’ del 1612 del vescovo novarese Carlo Bascapè

Biografia sintetica di Corrado Gavinelli

Corrado Gavinelli, nato a Gattinara (Vercelli) nel 1943, è Architetto, laureato al Politecnico di Milano (Italia) nel 1970.

In Emeritazione dal 2009, è stato Professore Associato di Storia della Architettura Contemporanea alla Facoltà di Architettura dello stesso Politecnico di Milano, dove ha anche svolto (nel Dipartimento di Conservazione e Storia) il ruolo di Direttore del Laboratorio Sperimentale di Modellazione Storica (LSMS).

Inoltre è stato Professore Straniero (Gaikokujin Kyoshi) di Storia della Architettura alla Facoltà di Arte e Progettazione Architettonica della Università di Tsukuba (Giappone), e – nella stessa nazione nipponica – Professore Temporaneo alla Scuola delle Arti di Sapporo.

E’ stato anche Professore di Storia della Comunicazione Visiva all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Urbino (Italia), e Lettore al CERN (Centro Europeo per la Ricerca Nucleare) di Ginevra (Svizzera).

Ha collaborato (e lavora ancòra per alcune di esse) con le più importanti riviste di architettura italiane (Casabella, Domus, Modo, Spazio & Società, Costruire, Costruire in Laterizio, Chiesa Oggi – di cui è Membro del Comitato Scientifico –, L’Arca, OFX, Recuperare, Recupero & Conservazione, Ottagono, Design, Flare, HU, Nuova Finestra, Vetro, OfArch, DHD, D-Lux), nonché per i Periodici Telematici ‘Frontiere’ e ‘Thema’.

E’ Direttore della Collana ‘Architetti Contemporanei’ per la Jaca Book di Milano, e della Collana di ‘Architettura e Arte’ per Alinea di Firenze.

Ha pubblicato numerosi libri (tra cui Novara e Antonelli, Archivio Storico, Novara, 1975; Città e Territorio in Cina, Laterza, Bari, 1976 (tradotto in spagnolo da Blume di Madrid nel 1979); L’Asilo Infantile De Medici, San Gaudenzio, Novara, 1976; Il Centro Storico di Oleggio, Mora, Novara, 1977; Piemonte e Valle d’Aosta, Pozza, Vicenza, 1981; Il Santuario Antonelliano a Boca, Del Forno, Maggiora, 1988; Ai Piedi dei Grattacieli, Meeting, Rimini, 1992; Storie di Modelli Esibitivi e Critici, Alinea, Firenze 1993; Architettura Contemporanea dal 1943 agli Anni Novanta, Jaca Book, Milano 1995 (tradotto in spagnolo da Libsa di Madrid nel 1999); 581 Architects in the World, Toto, Tokyo, 1995 (in giapponese); Milano. Professional Guide, Kikukawa, Tokyo, 1998 (in giapponese); Neue Moderne Architektur, Kohlhammer, Stoccarda, 1998 (in tedesco); L’Architettura di Leonardo Ricci, Claudiana, Torino, 2001; Paolo Soleri. Itinerario di Architettura, Jaca Book, Milano, 2003; My Impressions on Seike, SSoA, Sapporo, 2005; Ar-chi-tec-tu-ra, Jaca Book, Milano 2009; Luoghi della Pace, Jaca Book, Milano, 2010.

Ha curato le Enciclopedie di ‘Architettura del XX Secolo’ per la Casa Editrice Jaca Book (argomenti su Moderno e Post-Moderno), e delle ‘Religioni’ per le Edizioni Paoline (Estetica Protestante: Arte e Architettura).

Ha tenuto numerose Conferenze, in tutto il mondo, sulle tematiche della Architettura, dela Progettazione Industriale (Design), e della Arte Visiva.

Ha organizzato parecchie Mostre ed Esposizioni sugli argomenti dei propri interessi di ricerca, e nel 1988 ha progettato e realizzato la sistemazione e l’allestimento del Museo Antonelliano a Boca Novarese.

Ha partecipato, come Consulente Storico e Collaboratore Propositivo, a diversi progetti di intervento architettonico ed urbanistico per Concorsi in gruppi progettuali (i cui principali risultati vincitori sono stati: la Sede Piemontese del Parco del Ticino a Cameri, nel 1991, parzialmente eseguita; la Risistemazione della Piazza Santa Anna a Bergamo, nel 1997-2000, totalmente costruita; e il Nuovo Mobilificio Moretti a Piandimeleto nel 2007, non realizzato).

Nel 1985 è stato insignito della Medaglia di Riconoscimento UIA (Unione Internazionale degli Architetti) alla Biennale Mondiale di Architettura di Sofia, per la propria attività storico-critica.

Nell’àmbito delle attività di cultura locale nel Pinerolese (dove attualmente abita, a Torre Pellice) è stato Membro esterno della Società Storica Pinerolese (SSP), del Centro di Studi e Museo di Arte Preistorica di Pinerolo (CeSMAP), e di Italia Nostra (Sezione Pinerolese). Inoltre, ha collaborato per il Settimanale ‘Eco del Chisone’ (Settore Architettonico-Urbanistico), e per il periodico ‘Vita Diocesana Pinerolese’ (Pagina della Cultura: argomenti di Storia e Architettura-Urbanistica-Paesaggio). E per Torre Pellice è stato Membro Esterno della Commissione Edilizia Comunale (Settore Paesaggistico).

Per làmbito progettuale territorial-paesistico si è particolarmente occupato della sistemazione giardinistica sull’area del Parco del Ticino a Cameri (Italia) nel 1990-91, e (con incarico ufficiale di ricerca ed elaborazione propositiva) di un Piano di Analisi e Risistemazione Giardinistica della Univesità di Tsukuba (Giappone) nel 2009-2010.

Ultimamente si è specializzato nella Ricerca Iconologica (Studio delle Immagini e delle loro Identità e Interpretazioni).

 

 

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