Corrado Gavinelli

LA TERRA TONDA E IL PORTOLANO DI CRISTOFORO COLOMBO, ARROTOLATO AL CONTRARIO

 l’opinione di quanti sospettano che la regione delle Colonne di Ercole sia rivolta al contatto con quella delle Indie e che in tal modo ci sia un unico mare, non sembra troppo incredibile” (Aristotele, De Cielo, 350 aC)

PREMESSA

Ho deciso di compiere questo lavoro saggistico per due situazioni determinanti (a parte la circostanza contingente della scadenza, questo anno e ad Ottobre, del variamente celebrato 530esimo anniversario della Scoperta della America): la prima riguardante la mia scoperta (piccola e modesta, ma non meno entusiasmante a mio parere, e forse anche importante) di una possibile accertazione probante della conoscenza, da parte del grande navigatore italiano Cristoforo Colombo (encomiabile scopritore – sebbene ignaro – delle Americhe) di un più diretto passaggio ad Occidente per raggiungere le Indie; e la seconda per aggregarmi alla difesa, ultimamente vituperata (e non per spirito nazionalistico, ma per condizione di verità e riconoscenza verso quel portentoso personaggio genovese che ha contribuito a cambiare il mondo antico in quello progressivo moderno) di quell’audace scopritore atlantico che ancòra in molte nazioni particolarmente americane resta lontano da uno storico giudizio oggettivo e concreto [Figure 1 e 2].

FIGURE 1 e 2 – Sebastiano Luciani detto Del Piombo, Cristoforo Colombo (altrimenti indicato quale Ritrattto di Uomo), 1519 [SOPRA]. Nella iscrizione sulla tela, che costituisce la immagine più nota del navigatore genovese, in possesso al Museo di Arte Contemporanea (MoMA) di New York, è espressamente scritto che si tratta del “Colombo ligure, il primo ad entrare in nave nel mondo degli Antipodi” (foto di Corrado Gavinelli del 2022. Da adesso in avanti, le indicazioni riferite alle mie fotografie saranno segnalate con la sigla fCG seguìta dall’anno di ripresa della immagine); e Massimo Gaudio Ridolfo Bigordi di Domenico detto Ghirlandaio, Ritratto di Cristoforo Colombo, 1520 [SOTTO], nella immagine che forse più corrispondentemente riporta la reale figura del navigatore genovese (fCG 2022)

Nonostante tutte le possibili critiche cui posso andare incontro nei confronti delle contrarietà esposte dalle più recenti opinioni internazionali, ovviamente di parte e non nel parere di tutti, secondo le quali Colombo sarebbe stato un cinico conquistatore colonialistico, un conseguente preparatore di una truce colonizzazione straniera condotta senza scrupoli da lui stesso e proseguita dai suoi continuatori, ed infine un esecrabile incentivatore (sebbene indirettamente responsabile)  di una delle più efferate distruzioni etniche perpetrate dai colonizzatori europei verso le etnie indigene americane, io ritengo che la sua scoperta geografica è da considerarsi sempre – indipendentemente da ogni conseguenza che hanno manifestato gli eventi successivi nelle azioni dei suoi mandanti – una dei più grandi raggiungimenti epocali della storia; e che le dolorose e condannabili conseguenze provenute da quel suo risultato contingente, non debbano venire unilateralmente condannate, ed imputate soltanto a lui.

Le accuse, addirittura di razzismo, che sono state ultimamente riferite, e condannate con atti insulsi di vandalismo e ritorsione incomprensibili verso la sua memoria e le sue testimonianze concrete [Figure 3-5] (e non da ultima la assurda decisione dell’anno 2019 di mutare il nome, e le finalità contenutistiche, del famoso Giorno di Colombo – la festa federale statunitense dedicata al ricordo grato per la scoperta dell’America da parte del “famosissimo navigatore italiano” – con una giornata considerata più politicamente giusta dedicata alla memoria dei popoli indigeni americani martoriati e sterminati per secoli) le trovo non soltanto improprie per i motivi che ho sopra indicati, ma anche inadeguate verso il ricordo di un evento storico determinante per lo sviluppo della conoscenza e della cultura odierna; nonchè nei confronti della  figura di un personaggio inequivocabilmente importante per il mondo intero.

FIGURA 3 – Fotografo Ignoto (ma probabilmente Stephen Maturen), Colombo abbattuto, 2020. La statua è stata staccata dal proprio piedestallo a Mineapolis negli Stati Uniti, durante le manifestazioni di protesta per la morte del cittadino nero George Floyd, ucciso durante un violento arresto da un agente della polizia locale [SOPRA]

FIGURE 4 e 5 – Analoga sorte per il Monumento a Cristoforo Colombo in Boston, mutilato della testa nel 2020. Nella foto di Tim Bradbury (Una statua di Cristoforo Colombo decapitata, a Boston scattata sùbito dopo l’atto distruttivo) [SOPRA], e nella sua condizione iniziale (foto del Comitato degli Amici di Cristoforo Colombo bostoniani, di autore sconosciuto e senza data) [SOTTO]

Non voglio – ripeto – prendere posizioni di parte, o sviluppare polemiche, su questo specifico argomento; intendo invece soltanto esprimere la mia opinione di storico e cittadino mondiale, affermando che il Columbus Day non deve venire dimenticato allo stesso modo con cui va ricordato un distinto, ma insieme a quello dello scopritore genovese, Giorno degli Indiani di America, nella identica e piena costitutività di riconoscimento verso il ricordo dell’esploratore italiano del continente americano e la situazione epocale degli antichi Amerindi per le tante sofferenze di quelle molte popolazioni antiche eliminate dalla storia e sradicate dalla loro identità antropologico-naturale [Figure 6 e 7-8].

FIGURE 6 e 7-8 – La sostituzione, a Città del Messico e nel 2020 anche essa, della statua di Colombo con una copia di una antica scultura femminile di una nativa meso-americana, attuata per la inaugurazione della Giornata Internazionale della Donna Indigena: nelle immagini, il monumento colombino (opera dell’artista francese Charles Cordier del 1889-91) durante la sua deposizione (foto della Agenzia AFP del 2020) [SOPRA], e la statua sostitutiva (riproduzione della cosiddetta Ragazza di Amajac, opera arcaica appartenente al periodo messicano post-classico tardo – 1450-1521 – scoperta nel 2021 vicino a Veracruz, conservata attualmente al Museo Nazionale di Antropologia della capitale del Messico) di una donna ritenuta afferente alla popolazione degli Huaxtechi, civiltà sottomessa al dominio azteco (nella illustrazione digitale ordinata nello stesso anno dal Governo della Città: foto della Agenzia EFE, senza data) [SOTTO]. La statua è stata rimpiazzata per la decisione della sindachessa Claudia Sheinbaum quale (discutibile) atto di “giustizia sociale” nei confronti della crudele oppressione sulle genti indigene da parte dei conquistatori europei; con ciò smentendo però la (a mio parere) più giusta – e storica – considerazione antropologica riportata su una targa commemorativa a Tlatelolco (quartiere urbano di Città del Messico ma in epoca antica fiorente città azteca commerciale vicino alla capitale Tenochtitlàn) nella cui Piazza delle Tre Culture (nella foto di Autore Ignoto del 1970) [IN BASSO] incisa sopra una targa collocata sulle rovine azteche rimanenti, che glorifica la nascita della razza (in gergo locale la raza) messicana odierna, fusione solidale della popolazione iberica con la etnia mesoamericana (a sèguito della ultima sconfitta subìta dagli Aztechi da parte dei Conquistatori spagnoli, il “13 Agosto 1521”: in cui viene spiegato che quell’evento “Non è stato un Trionfo o una Sconfitta”, ma “la Sofferta Nascita del Popolo meticcio che E’ il Messico di Oggi”)

FIGUR 7E [SOPRA] e 8 [SOTTO]

E di questa condizione avversa al nostro navigatore-scopritore del nuovo continente, voglio riportare infine il significativo episodio di giudizio personale da me rivolto ad una guida turistica cubana che ho conosciuto nel 2011, durante uno dei miei viaggi a Cuba: il quale si rammaricava del per lui deprecabile atto di scoperta americana da parte di Colombo, portatore nefasto di tante conseguenze atroci per le popolazioni locali, ed al quale ho semplicemente risposto che egli – discendente da una stirpe di conquistatori spagnoli – senza la vicenda del navigatore genovese non solo non sarebbe esistito come tutti gli altri suoi connazionali, ma che anche la attuale repubblica derivata dalla rivoluzione cubana non avrebbe mai ricevuto quella realtà sua propria e particolare che oggi possiede e rappresenta nel mondo [Figure 9 e 10].

FIGURE 9 e 10 – Due immagini emblematiche della Cuba recente e odierna: la prima, una famosa foto della rivoluzione anti-batistina di Autore Anonimo (ma forse Camilo Venegas) Fidel Castro – Huber Matos – Camilo Cienfuegos del 1959 (rappresentante l’ingresso, a La Avana liberata, dei protagonisti della rivoluzione cubana: nell’ordine di posizionamento nella immagine, da sinistra a destra, Cienfuegos, Castro, e Matos) [SOPRA]; e la seconda della altrettanto famosa Piazza della Rivoluzione nella capitale di Cuba (foto di Mirella Loik, Corrado Gavinelli con la Mano Aperta della Pace e il Pugno Chiuso del Comunismo, 2011) [SOTTO]

E dunque questo mio saggio costituisce la risposta personale, soggettiva e non polemica ripeto, a tale situazione di avversione a Cristoforo, ma anche il contributo tecnico-scientifico vòlto a fornire una interessante discussione sulla possibile scoperta della rotondità della terra da parte di Colombo, derivata dalla lunga preparazione dei suoi viaggi oltre-oceanici verso Occidente intrapresi dall’intrepido navigatore ligure nella propria esperta pratica di consultatore, ed elaboratore, di mappe geografiche storiche (e particolarmente nella indagine dei cosiddetti Portolani, o Planisferi, che raffiguravano le terre allora conosciute in una rappresentazione distesa sulla superficie della carta; e che appena dopo, proprio per la loro forma tonda sono diventati i globi tridimensionali chiamati mappamondi: a cominciare dal primo esemplare pervenutoci, il famoso Erdapfel – ovvero Mela Terrestre – del geografo tedesco Martin Von Behaim, norimberghese, realizzato con lo scultore e pittore, oltre che stampatore ed editore,  suo connazionale Georg Glockendon, attivo a Norimberga dal 1484, che ne dipinse a colori la cartografia curva) [Figure 11-12, 13-14, e 15].

FIGURE 11 e 12 – Due Portolani tipici: la Carta Pisana, primo portolario conosciuto, disegnato nel 1290 da cartografo ignoto (fCG 2022) [SOPRA], ed un esemplare noto anche a Colombo (la Carta da Navigare del 1480 del cartografo “cittadino di Genova” Albino De Canepa; foto della Cartoteca della Società Geografica Italiana di Roma) [SOTTO]. I portolani erano mappe abbastanza precise che rappresentavano in genere i continenti noti (e particolarmente quello europe), aggiornati nelle epoche con le nuove scoperte geografiche, e utilizzati – come dichiara la loro denominazione – la precisa presenza dei porti dove attraccare in sicurezza. Per la loro forma allungata, che rendeva piatta la descrizione cartografica, erano chiamati anche planisferi; ma poi, con l’utilizzo delle proiezioni inerenti alle linee di riferimento per i rilievi topografici di meridiani e paralleli – soprattutto le coniche – divennero quindi di maggiore conformazione sferica (come espressamente si può vedere nelle Figure 13 e 14)

FIGURE 13 e 14 – Due versioni portolaniche passanti dalla proiezione piana a quella tonda: la cosiddetta Carta Genoese del 1457 (fCG 2022) elaborata da autore sconosciuto in conformazione ellittica quasi ormai di adattamento sferico ripiegabile sopra una sfera solida tridimensionale (ovvero il mappamondo) [SOPRA], ed il  Portolano del 1500 di Juan De La Cosa (Carta da Navigazione o Mappa del Mondo: fCG 2022) [SOTTO], esperto navigatore spagnolo, pilota di navi e cartografo, compagno di Cristoforo Colombo nel secondo suo viaggio per l’America del 1493. In questa mappa viene per la prima volta riportato il Nuovo Mondo precisamente – per così dire – rilevato dai suoi scopritori: diversamente dai vecchi continenti conosciuti, le Americhe sono disegnate incurvate, in proiezione conica,  mentre Europa e Asia sono presentate ancòra in piano, e piatte, secondo la tradizione iconografica di derivazione tolemaica (si vedano le Figure 77-80); ma nel disegno americano incurvato, già è sottinteso il criterio rotondo di una reale composizione da applicare sopra una sfera mappamondica

FIGURA 15 [SOPRA] – Il primo mappamondo della sfera geografica della Terra (il Globo, o Erdapfel, ovvero Mela Terrestre, conservato nel Museo Nazionale Tedesco a Norimberga), opera congiunta del cartografo tedesco Martin Von Behaim (autore del disegno dei rilevamenti geografici) e dell’artista (scultore e pittore, e incisore, oltre che stampatore ed editore) suo connazionale Georg Glockendon (che ne dipinse a colori la cartografia curva: si vedano anche le Figure 104-106) in una foto di autore anonimo pubblicata da Bruno Aloi nel 2018. Questo mappamondo è stato commissionato e realizzato nello stesso 1492, anno della scoperta colombese, da parte della Municipalità norimberghina, proprio di poco in anticipo della partenza di Colombo per il primo suo viaggio verso le Americhe

DAI MIEI IAGGI

Quanto sto per scrivere in questo saggio – come ho accennato prima – proviene dalle indagini da me attuate per l’approntamento tecnico-conoscitivo dei viaggi all’estero che ho effettuato nella mia perigrante vita fuori dall’Italia, costituenti l’argomento di un libro che sto approntando, insieme a mia moglie e collabortrice Mirella Loik, proprio su quelle nostre itineranze informativo-culturali per il mondo [Figura 16].

FIGURA 16 – Corrado Gavinelli e la moglie – anche ella architetto e docente universitaria – Mirella Loik accanto ad un mappamondo storico collocato nell’atrio dell’Albergo Baia di Newport a Marne-la-Vallée, nella Eurodisney parigina (edificio costruito dall’architetto post-modernista statunitense Robert Stern nel 1991-92: fCG 1996)

E come spesso accade per altre scrupolose ricerche di approfondimento delle tematiche affrontate, le indagini da me seguìte per tali itinerari hanno costituito anche sorprendenti occasioni di altri ritrovamenti contingenti, per inaspettate coincidenze rivelatesi conseguenti alle ispezioni di consultazione che alla pura operazione di ordinaria organizzazione dei dati di documentazione possono aggiungersi, con inimmaginabili risultati di reperimento storici e culturali, costituenti a volte anche vere e proprie scoperte. Di cui adesso voglio riportare soltanto questo particolarissimo esempio che mi è capitato: quello curioso dei portolani arrotolati, del solito – ormai variamente citato – scopritore della America.

LA TERRA TONDA NEL PORTOLANO DI CRISTOFORO COLOMBO

Non è la prima volta che, cercando materiali per un argomento, nelle indagini di ricerca (ed anche in questo aspetto della preparazione dei viaggi) spesso càpiti di imbattersi in altri dati gnoseologici di carattere differente o alternativo, ed imprevisto; alcuni dei quali rivelantisi davvero stupefacenti, e interessanti: che, per quanto estranei alla trattazione dei fatti specifici in questione, porgono argomenti di conoscenza inaspettati, e di emozionante sviluppo. Ed uno di questi casi mi è provenuto dalla analisi delle mappe antiche riguardanti le cartografie nautiche del mondo, per le quali mi sono ritrovato improvvisamente a formulare una insospettata teorizzazione: la possibile giustificazione, intuitiva, della rotondità della Terra, da parte di Colombo, prima ancòra della costruzione dei mappamondi sferici, che risalgono alle ricognizioni geografico-topografiche del tardo-Cinquecento (ed il cui primo modello tridimensionale a globo – come poco sopra ho riferito – è stato costruito proprio nel 1492 dell’anno del primo viaggio di Cristoforo per le Indie, ad opera del geografo tedesco Martin Von Behaim [Figura 15].

Il che comunque attesta come la sfericità terrestre fosse ampiamente compresa nella concezione geografica dell’epoca (di cui con maggiore ampiezza esporrò più avanti) e comporti una ulteriore – collaterale – riprova della quale proviene una diversa attestazione dal dipinto del 1476 dell’artista olandese Joos Van Wassenhove (noto anche come Justus Van Gent) di Tolomeo con un modello di sfera armillare [Figura 17], lo strumento di rappresentazione dell’Universo, di solito con la palla della Terra al centro (poi sostituita dal Sole), usata per mostrare i meccanici dinamismi di stelle e pianeti in movimento, e traslato mezzo di investigazione e identificazione celeste impiegato anche per la osservazione al buio durante le rotte nautiche.

    FIGURA 17

FIGURA 17 – Joos Van Ghent,  Aristotele con Sfera Armillare , 1476. Questo formidabile pittore fiammingo, conosciuto anche con il nome italianizzato di Giusto di Gand, ha dipinto il ritratto tolomaico insieme ai 28 personaggi di uomini illustri del passato per il famoso Studiolo del Duca di Montefeltro Federico III, nel suo Palazzo Ducale di Urbino

E tale esplicita rivelazione di una cosciente rotondità terrestre da parte di Cristoforo Colombo, mi è provenuta proprio dalla esperienza marinara stessa del navigatore ligure, che – nella sua documentazione cartografica da lui studiata per il raggiungimento delle Indie sulle mappe allora più aggiornate – aveva pensato di compierne il viaggio passando dalla parte opposta da dove le tradizionali rotte antiche, che egli aveva osservate (e soprattutto i cosiddetti Portolani, o Portolari, sopra citati corrispondenti ai mappamondi – mappe del mondo – con le loro rappresentazioni globali però in piano, chiamati anche planisferi) [Figura 18], indicavano di andare.

FIGURA 18 – Una tipica, e tra le più vecchie, mappe portolaniche del Medioevo: il Portolano Laurenziano-Gaddiano prodotto per l’Atlante del Mare dei Medici fiorentini nel 1350-51/54, denominato così perchè appartenente a Lorenzo De Medici detto il Magnifico, quattrocentesco Signore di Firenze, e delineato da un anonimo cartografo genovese (fCG 2022, da una vecchia foto archivistica di provenienza ignota)

In ciò automaticamente deducendo una rotondità del mondo che i Medievali ideologicamente disconoscevano, ma che invece avevano comunque immaginato, ed alla quale credevano, e ritenevano tacitamente accertata negli àmbiti culturali.

Questa scoperta colòmbica io penso sia materialmente provenuta al navigatore ligure dalla osservazione fisica di una mappa arrotolata (nel modo con cui allora, e anche successivamente, e pure oggi, venivano riposte le ingombranti carte geografiche dopo l’uso, cioè formandone un tubo cilindrico avvolto su se stesso), però al contrario (con il disegno esposto all’esterno, in modo da più facilmente riconoscerne visivamente il contenuto; ma anche – e soprattutto – per poterne mantenere aperto con maggiore facilità il foglio quando esso veniva srotolato per la consultazione) [Figure 19 e 20].

FIGURE 19 e 20 – Il caratteristico modo di arrotolare le mappe con la immagine rivolta all’esterno (Autore Anonimo, Penna, Calamaio, e Vecchie Mappe Arrotolate, senza data: foto della Agenzia IPASTOCK di Milano del 2019) [SOPRA]; ed il più tipico arrotolamento mappale con il disegno posto all’interno (modello ricostruttivo di Corado Gavinelli del 2022: fCG 2022) [SOTTO]. La ripegatura al contrario [SOPRA] veniva effettuata per riconoscere meglio il contenuto delle carte, ma soprattutto per poterle tenere aperte dopo lo srotolamento su una superficie piana, senza che per inerzia il foglio si riavvolgesse [SOTTO], e dovesse venire tenuto steso con dei pesi agli angoli (si vedano anche le Figure  25-27, e 21-24)

Ed il conseguente percorso navale dalla Spagna alle Indie poteva venire effettuato direttamente solcando l’Oceano Atlantico verso Occidente, anziché circumnavigare la intera Africa; raggiungendo così le terre indiane ad Oriente! [Figure 25-27]

FIGURE 21 [sopra] e 22 [sotto]

21-24 – Il consueto modo di arrotolamento delle carte geografiche in due dipinti storicistici riguardanti Colombo. Dettagli, e quadri interi (rispettivamente dello spagnolo Eduardo Javier Ramón Cano De La Peña del 1856, e dell’italiano Giorgio Lucchesi del 1878) [SOPRA e SOTTO, e IN BASSO e IN ULTIMO] dei dipinti dal medesimo titolo (Cristoforo Colombo al Convento di La Rabida: che era il monastero presso il porto di Palos-de-la-Frontera dove il navigatore ligure si è documentato per anni in preparazione dei propri viaggi), mostranti le carte geografiche colòmbiche arrotolate, durante le consultazioni informative e le discussioni nautiche con i frati esperti (tutto fCG 2022)

FIGURE 23 [SOPRA] E 24 [SOTTO]

FIGURE 25-27 SOTTO

FIGURE 25-27 – Corrado Gavinelli, Ricostruzione della Prova della Rotondità della Terra desunta dalla cilindricità del Portolano arrotolato al contrario da Cristoforo Colombo, 2022. Una delle carte geografiche usate dal navigatore ligure per lo studio dei propri viaggi verso le Indie (la Mappa del Mondo, o Planisfero, del 1457, altrimenti nota come Mappa Genoese: si veda la Figura 13) del cartografo (matematico e astronomo) fiorentino Paolo Dal Pozzo Toscanelli, studioso erudito amico dei famosi architetti rinascimentali Leone Battista Alberti e Filippo di Brunello Lapi detto Brunelleschi, nonché corrispondente epistolare con lo stesso Cristoforo [SOPRA]; quindi la medesima mappa, con segnati sopra (elaborazione grafica – e fCG – di Corrado Gavinelli del 2022) i due itinerari per raggiungere le Indie (quello consueto di circumnavigazione della Africa, in blu; e l’ipotetico percorso diretto, in rosso, dalla Spagna all’Oriente passando per Occidente presumendo la terra sferica, pensato da Colombo) [SOTTO]; ed infine la stessa carta geografica toscanelliana arrotolata al contrario con la esplicita percezione visiva del contatto tra le due frecce rosse dei tracciati opposti lungo l’Atlantico nel tubo rivoltato [IN BASSO], che non si sarebbe potuto osservare con la mappa arrotolata all’interno (come si evince dalla Figura 20) [tutto fCG 2022]

FIGURE 26 [SOPRA] e 27 [SOTTO]

Un altro Uovo di Colombo, questo, però decisamente più tondo, che ha contribuito alla considerazione sferica del mondo come la concepiamo adesso.

Le ricerche di Cristoforo

E’ noto che Colombo si documentò variamente, e vastamente, per effettuare con maggiore certezza (o meglio probabilità) il proprio viaggio atlantico, sulle mappe della sua epoca, e precedenti, frequentando il prestigioso Monastero spagnolo di La Ràbida [Figura 28].

FIGURA 28 – Miguel Angél, Monastero di La Rabida in Palos-de-la-Frontera (Huelva), 2007. Questo importante  (è infatti il terzo monumento nazionale spagnolo) convento andaluso dei Frati Francescani, tre-quattrocentesco, è dedicato a Santa Maria (riconosciuta anche come la Vergine Miracolosa). Contiene una fornita biblioteca con documenti antichi, e particolarmente mappe geografiche, dove Colombo, negli anni che hanno preceduto il primo suo viaggio per le Americhe, è stato parecchie volte a consultare materiali informativi per le proprie ricognizioni  cartografiche e librarie. Nel Duecento è stato una sede dei Cavalieri Templari, alquanto interessante perché si pensa che dal suo vicino porto essi fossero salpati per le Americhe (come fecero i loro compagni francesi da La Rochelle in Francia: i quali sono ritenuti i primi esploratori medievali delle coste americane, dopo i Vichinghi), istituendo proficui viaggi commerciali (tenuti tuttavia segreti) da cui riportarono ingenti ricchezze (soprattutto in argento: il cosiddetto argent in francese, da cui proviene la parola ‘denaro’ per eccellenza) utili al sostentamento finanziario del loro Ordine. Il navigatore genovese frequentò il monastero dal 1480, accolto molto favorevolmente dai frati (e probabilmente anche perché egli si era mostrato, se non ne era proprio un membro, un simpatizzante della corporazione templare che nella area iberica veniva chiamata Ordine Supremo di Cristo; e di cui comunque il suo luogotenente Martín Alonso Pinzón era un attivo adepto: ed è per questo che sulle vele della Santa Maria vennero cucite vistose croci scarlatte: si veda la Figura 30). Gli eruditi monaci la-rabidani aiutarono Cristoforo nei suoi contatti determinanti con le autorità governative di Spagna, e per ottenere finanziamenti per le sue spedizioni marinare; in quanto i monaci esercitavano una certa influenza ideologico-culturale verso le autorità spagnole, ed il Monastero costituì, tra Quattrocento e Cinquecento, un attivo luogo di promozione delle scoperte di oltreoceano (accogliendo personalità nautiche di spicco quali Hernan Cortéz, il famoso Conquistatore del Nuovo Mondo, e Francisco Pizarro, esploratore e colonizzatore del Perù), nonchè costituendo un sito di impresa delle missioni di evangelizzazione delle terre da poco scoperte

Un convento andaluso situato proprio nella località del porto di Palos-de-la-Frontera da cui Cristoforo salpò per la sua scoperta americana [Figura 29]: che era per altro un luogo

FIGURA 29 – Il Molo delle Caravelle di Colombo (con le ricostruzioni della Santa Maria, capitana della flotta, la Pinta, e la Niña o Santa Clara) nel Porto di Palos da dove Cristoforo è partito per il raggiungimento delle Americhe (foto di autore ignoto e senza data)

di frequentazione dei Cavalieri Templari (e difatti sulle navi della spedizione, e particolarmente in evidenza sulla Santa Maria – tra l’altro proprio il nome cui era dedicata la chiesa monasteriale di La Rabida – le vele erano vistosamente segnate con la croce di quell’Ordine medievale del Santo Sepolcro di Gerusalemme) [Figura 30], ed era dotato di un fornito archivio di libri e cartografie, …

FIGURA 30 – Le croci templari cucite sulle vele deli  navigli di Colombo (immagine del 2022 – La Santa Maria di Cristoforo Colombo – di autore anonimo del repertorio iconografico della azienda GMShipModelling di Pavia) [SOTTO]

… antiche e dell’epoca [Figura 31], che l’esploratore genovese consultò con l’aiuto esperto dei frati [Figure 32-34 e 35-36].

FIGURA 31 – Ricardo Becerro De Bengoa, Planimetria dell’Edificio nel suo impianto complessivo, 1892 (fCG 2022). I locali dell’Archivio del Monastero di La Rabida si trovavano nella Sala del Capitolo al piano superiore

FIGURE 32-34 – Eugène Delacroix, Colombo e Suo Figlio a La Rábida, 1838. Il dipinto del grande pittore francese romantico del periodo post-napoleonico rappresenta Cristoforo con il figlio (Diego, concepito da Colombo nel matrimonio con la nobildonna spagnola Filipa Moniz Perestrello: divenuto Secondo Ammiraglio del Mare Oceano, Viceré – e poi Governatore –  delle Indie) al loro arrivo nel monastero andaluso, in attesa nell’atrio dell’edificio; sui muri del quale il navigatore osserva una mappa [SOPRA] di non identificati riferimento e autore, la cui sagomatura riporta però alle carte portolaniche di allora [SOTTO e IN BASSO] (foto, e raddrizzamento del solo quadro sul muro, di CG 2022)

FIGURE 35 e 36 [SOTTO]

FIGURE 35 E 36 – Cristoforo Colombo al Convento di La Rabida, in una immagine dell’artista britannico David Wilkie disegnata nel 1827, incisa dal connazionale Henry Lemon, e litografata da Joseph Nash nel 1846 [SOPRA]; nonchè nella sua versione ad olio del quadro Cristoforo Colombo al Convento di La Ràbida mentre spiega il proprio Viaggio, del 1834 [SOTTO] (tutto fCG 2022). Stampa e dipinto raffigurano il navigatore ligure (con la barba) nel 1490 durante una delle sue ultime visite al monastero francescano per studiare – insieme agli esperti frati bibliofili – le cartografie nautiche in possesso degli archivi monasteriali. Suo particolare confidente fu il Priore Juan Pérez Manchero, confessore della Regina Isabella di Castiglia detta La Cattolica, che è stato il garante – e per altro firmatario in vece di Colombo – per la concessione all’esploratore genovese di partire verso le Indie Occidentali, stipulata nelle cosiddette Capitolazioni di Santa Fè del 1492 con Juan De Coloma, Segretario del Re di Aragona (e Castiglia) Ferdinando II il Cattolico. Ma un altro monaco erudito ebbe un particolare rapporto di collaborazione pratica con Cristoforo: il Frate Horacio Crassocius (o Crassocio), con cui Colombo si consultò nel 1490 per redigere i propri piani di organizzazione del primo viaggio, e che dopo divenne suo inseparabile aiutante e assiduo servitore domestico, che egli chiamava familiarmente Juan, dal quale decise quindi di non separarsi più

All’epoca dello scopritore dell’America, la cartografia a disposizione era genericamente imprecisa, ma sufficientemente riconoscibile nei contorni delle terre raffigurate; che, per quanto non sempre con esattezza, mostravano comunque le coste dei continenti allora noti. Ed in particolare l’insieme delle mappe nautiche comprendeva le carte medievali più recenti (dal Trecento), che dalla rielaborazione delle conoscenze antiche (come principalmente i mondi circolari e i planisferi dei geografi Erodoto di Alicarnasso e del famoso Claudio Tolomeo nelle sue tante versioni: di cui quella del 1482, disegnata dal tipografo e incisore tedesco Johannes Schnitzer, detto anche Johann von Armsheim dal suo paese di provenienza, costituisce una rappresentazione a stampa abbastanza diffusa; e molto probabilmente conosciuta, piuttosto bene, anche da Colombo) [Figure 37-38, 39-40, e 41].

FIGURE 37-41- Alcune delle principali mappature più note e diffuse dalla epoca antica, sicuramente conosciute anche a Colombo. FIGURE 37 E 38 – Innanzitutto la Ecumene (che significa Terra Abitata) dello storico greco-antico Erodoto di Alicarnasso, da lui descritta (nel Quarto Libro delle sue Storie redatte tra 440 e 429 avanti Cristo) nel 436-435, in due mappe di trasposizione medievale (di autori ignoti e senza date; fCG 2022): nella prima [SOPRA] la terra è disegnata come una unità continentale unica, circondata dai mari, di incerta conclusione a Settentrione (con “territori sconosciuti” oltre a quelli dei Celti) ed allo estremo Oriente (che finisce in una non esplicitata area sul mare Eritreo attribuita ancòra agli Etiopi – ma in realtà si tratta della India odierna – e confinante con il Fiume Indo; nella seconda cartografia, maggiormente aggiornata, il mondo noto è tripartito in Europa, Lybia (Africa) e Asia (non nominalmente però indicata, corrispondente alla sola India dopo la Arabia oltre il cosiddetto mare Rosso, posta sempre genericamente alla estremità orientale della Terra) [SOTTO]

FIGURE 39-41 [SOTTO]- Altre raffigurazioni della antichità, nella  mappa  del mondo – di epoca precedente – di Ecateo, geografo e storiografo della antica Grecia, detta anche Periegèsi (Giro della Terra) perché compilata nel 594-593 sulle osservazioni dirette nei viaggi effettuati da questo studioso in Europa e Asia, disegnata rotondamente (con le terre circondate dall’Oceano e suddivise nei tre continenti europeo, libico – africano – e asiatico: fCG 2022) [SOTTO]; poi la Mappa del Mondo secondo Eratostene di Cirene [IN BASSO], nella versione topograficamente ammodernata (del 1879) dello stampatore e grafico inglese John Murray (ricostruzione della carta greco-antica della Terra tracciata dallo studioso e scienziato greco-antico tra il 251 e il 248, in una accurata litografia cromatica pubblicata nel 1883 sulla Storia della Geografia Antica tra Greci e Romani dalle più Antiche Età fino alla Caduta dell’Impero Romano dell’avvocato e politico populista britannico Edward Herbert Bunbury; fCG 2022). Per la cronaca, Eratostene è stato un grande personaggio antico – matematico, astronomo, geografo e poeta, nonché direttore della Biblioteca di Alessandria di Egitto – a cui si deve non soltanto la convinzione, che tuttavia era già di altri studiosi nella Grecia antica, della assoluta rotondità della Terra (della quale per primo calcolò, con una certa precisione, la circonferenza: si veda la Figura 100) ma anche la invenzione della Sfera Armillare, lo strumento nautico che consente lo studio del movimento delle stelle nella volta celeste; e quindi la computazione degli anni della storia greca in base alle Olimpiadi; nonché l’utilizzo della parola Geografia. Da ultimo, la famosa cartografia (Tipo della Orbe delle Terre) di Claudio Tolomeo, nella rielaborazione quattrocentesca (Settima Tavola della Europa, 1482; fCG 2022) [PIU’ SOTTO] del grafico tedesco di Armsheim Johannes Schnitzer, rielaborata in stesura piana (e non della sola parte europea come indicherebbe il titolo dato alla mappa) con il procedimento delle proiezioni coniche, eseguita per la notoria Cosmografia tolomaica pubblicata quell’anno ad Ulma dall’editore Leonardo Holle (le tavole schnitzeriane, incise su legno, sono però riprese da precedenti disegni tracciati dal monaco cartografo Don Niccolò Germano, cosmografo e astrologo altrettanto tedesco, vissuto in Italia nella seconda metà del Quattrocento)

In alto la Figura 39, sopra la 40, e sotto la 41

E’ però difficile stabilire di quali mappali Cristoforo si fosse avvalso veramente – perché non ne esiste una attestazione certificata – per pianificare i suoi viaggi indo-americani; ma questa certezza referenziale è alquanto ininfluente, poiché nel secondo Quattrocento erano piuttosto parecchie le cartografie di riferimento per quella impresa, ed ognuna di loro poteva ugualmente valere per la pratica utilizzazione della rotta verso le Indie Occidentali. Ciascuna cartografia infatti, dal più remoto Portolano medievale del mondo allora conosciuto (denominato Laurenziano-Gaddiano perchè tratto dall’Atlante del Mare in possesso al Signore fiorentino Duca Lorenzo De Medici detto il Magnifico), tracciato nel 1350-51/54 da un anonimo cartografo di Genova [Figura 18], alle rotonde Mappe del Mondo degli italiani Albertino De Virga, veneziano, e Fra Mauro, monaco camaldolese pure egli veneto (rispettivamente del  1409/11-14 e del 1447-54), fino alla più estesa Carta Genoese del 1457 di autore ignoto, già considerata) [Figure 42, 43, e 13], tutte erano geograficamente delineate allo stesso modo: con Europa ed Africa alla sinistra del foglio, e il resto di Asia e India dalla parte opposta.

FIGURA 42 [SOPRA] – Portolario del cartografo veneziano Albertino De Virga, tracciato nel 1411-15 da una stessa sua versione precedente del 1409 (fCG 2022). Si può vedere, alla estrema destra del disegno, la grossa isola ripresa dalle narrazioni di Marco Polo ed indicata quale “Ca-paru o Grande India” (la medievale Cipango descritta sul Milione). E, nella parte opposta anche le Isole Azzorre e l’arcipelago delle Canarie, oltre le fatidiche Colonne d’Ercole ispano-africane al di là delle quali tutto era ancòra miticamente ignoto; la cui dettagliata presenza testimonia di una già avvenuta, e rilevata topograficamente, esplorazione ad occidente di Spagna ed Africa. Del resto Colombo era al corrente di tante testimonianze fisiche, a volte ingigantite dalle dicerie ma spesso anche ritenibili vere ed attendibili, personalmente documetate da balenieri e pescatori inglesi ed islandesi, che avvertivano dell’avvistamento di corpi umani (cadaveri indigeni) ed elementi vegetali (noci di cocco e rami di piante ritenute esotiche) spinte sulle coste nordiche della Europa dalle correnti dell’Oceano Atlantico, che facevano presumere provenissero proprio dalle Indie (raggiungibili perciò con una rotta occidentale, ritenuta più diretta e corta, e non per la impegnativa – anche a causa del terribile doppiaggio del tempestoso Capo di Buona Speranza – circumnavigazione del continente africano)

FIGURA 43 – Mappa del Mondo di Fra Mauro del 1447-54, disegnata dal monaco camaldolese di incerta origine, ma molto probabilmente veneto (fCG 2022)

Ed è abbastanza peregrino pensare che l’esploratore italiano si sia avvalso fondamentalmente – come alcuni storici ritengono – della cosiddetta Mappa Hammeriana, la più recente cartografia mondiale a disposizione di allora, realizzata nel 1491 (soltanto un anno prima della partenza colòmbica per il continente ignoto) dal cartografo tedesco Heinrich Hammer (chiamato anche col nome italianamente tradotto di Enrico Martello, derivato dal latino “Enricus Martellus Germanicus” con cui egli firmava le sue opere) [Figura 44]; perché

FIGURA 44 – La Mappa del Mondo hammeriana è la più recente (all’epoca colòmbica) cartografia mondiale a disposizione di allora, realizzata – con rilevamenti del 1489 – nel 1491 (soltanto un anno prima della partenza di Colombo per il continente ignoto) dal cartografo tedesco Heinrich Hammer (chiamato anche col nome italianamente tradotto di Enrico Martello, derivato dal latino “Enricus Martellus Germanicus” con cui egli firmava le sue opere) [fCG 2022]

sicuramente, per preparare la propria spedizione e la rotta da seguire, egli non può avere aspettato l’anno prima della sua impresa, quando comunque ormai tutto era stato organizzato per la partenza; e perché, al contrario, Colombo si è scrupolosamente documentato molto tempo in anticipo, e almeno dal 1480 quando era in intese propositive con il Re del Portogallo per il proprio progetto marinaro da attuare, poi rivoltosi verso la corte spagnola.

Esisteva poi, ad ulteriormente avvalorare la possibilità di percorrere l’Atlantico per giungere direttamente alle Indie, una altra curiosa carta nautica del Quattrocento (della quale una datazione precisa non è stata identificata: anche perché poi la sua realizzazione si è rivelata una clamorosa falsificazione, tuttavia da alcuni discussa) conosciuta come Mappa di Vinlandia (perché ostentava, nella isola raffigurata in alto a sinistra, dopo la Groenlandia, il mitico territorio nord-americano scoperto dai Vichinghi e rappresentante la parte canadese della Isola di Terranova) compilata anche questa da un ignoto cartografo [Figure 45, e 46-47].

FIGURA 45 [SOPRA] – La Mappa di Vinlandia, cartografia medievale rilegata tra le pagine della Relazione Tartara, scritta dall’italiano Giovanni Da Pian del Carpine, frate francescano, missionario e poi arcivescovo, al ritorno da un suo viaggio in Mongolia effettuato tra il 1245 ed il 1247 (fCG 2022). La cartografia, opera di disegnatore ignoto, è comunque di dubbio riferimento a quel testo, nel quale è stato inserito dopo (motivo per cui ne è stata contestata la autenticità). Ma tale giudizio è stato rivisto e cambiato, quando il suo proprietario (il libraio statunitense Laurence Witten, di New Haven) insieme allo studioso Thomas Marston, Bibliotecario della locale Università di Yale, ne certificarono la originalità cartacea, che risultava identica alle pagine di un altro volume, la Grande Enciclopedia del frate domenicano francese Vincent De Beauvais (Vincenzo Bellovacense, Predicatore di Corte di Re Luigi IX di Francia, e tutore dei suoi figli), un testo compilato tra il 1250 ed il 1256. Gli esperti bibliofili collocarono però la elaborazione grafica della mappa al 1440, congetturando che essa fosse stata eseguita dopo, in occasione del Concilio di Basilea; riconoscendo tuttavia che le informazioni riportate nelle didascalie geografiche riguardassero notizie più antiche, tratte dal viaggio nella Vinlandia attuato – come affermano le iscrizioni stesse stilate sulla carta – nel Millecento (e forse nel 1106/08) dall’islandese Eiríkr (Erik) Gnúpsson, primo vescovo della Groenlandia.

                      

FIGURE 46 e 47 – Finn Bjørklid, Viaggio per Vinlandia, 2006 (è il percorso che probabilmente ha seguìto anche il vescovo groenlandese Gnúpsson, normalmente navigando lungo le coste delle terreferme) [SOPRA A SINISTRA]; e Autore Ignoto, Rotte di Navigazione dei Vichinghi, senza data (mappa dei tragitti di esplorazioni nautiche vichinche verso l’America, effettuate da Erik il Rosso – in nero – per la Groenlandia ed il Canada settentrionale, e da altri – in rosso – per Vinlandia tra 100 e 1015) [SOPRA A DESTRA] [entrambe fCG 2022]

Ma tale sua raffigurazione, indipendentemente dalla propria possibile falsità, riporta ad una ulteriore (ed altrettanto importante per la storia della geografia) mappatura d’epoca, pure essa quattrocentesca, e risalente a ben 18 anni prima dell’iniziale viaggio di Colombo, prodotta dal noto cosmografo (geografo e cartografo) veneziano francescano minore Frate Vincenzo Maria Toscanelli redatta nel 1474 (ma già nota in una altra precedente versione del 1463) [Figure 48, e 131], che conduce – nel luogo dove si sarebbe trovata

FIGURA 48 – John Bartholomew, Oceano Atlantico, Toscanelli, 1474, 1911 (fCG 2022). La mappa (pubblicata dal geografo e cartografo statunitense nel suo Atlante Letterario e Storico della America del 1911) rappresenta la parte occidentale del mondo (in risalto nella cartografia) come venne raffigurata dal famoso cosmografo veneziano Frate (francescano dei Minori Osservanti) Vincenzo Maria Coronelli nel 1474 (in giallo), mostrante la presunta distanza da Europa/Africa al Giappone (Cippangu) e quindi alla ulteriore India (questa non rappresentata nella carta); nella sua comparazione, disegnata nelle dimensioni reali, con le effettive presenze geografiche delle Americhe (in “tinta celeste”), che allora non si sapeva esistessero. E’ da questa ipotizzazione toscanelliana, per quanto erronea (perchè mancante della intermedia America, allora ignota), su cui Colombo si è basato nella sua insistente volontà di navigare non più, come solitamente si faceva, ad oriente circumnavigando il continente africano per raggiungere le Indie, bensì procedendo ad occidente nella convinzione tenace di toccare più direttamente la costa indiana (superando l’isola nipponica)

l’America centrale – ad una grande isola sull’Atlantico, il Cippangu – o Cipango –, l’orientale Giappone attuale (nella mappa tracciata in grigio), collocato davanti al continente asiatico però nella direzione occidentale: in una situazione geografica (immaginaria per il sito vinlandese, o reale per quello nipponico) che comunque certifica una presenza topograficamente fisica in mezzo all’oceano Atlantico, raggiungibile nella direzione (oltre alle miticamente invalicabili Colonne d’Ercole) dopo le Canarie e le Azzorre, già conosciute ai naviganti iberici [Figure 49 e 50].

FIGURA 49 [SOPRA]– Simon Kuestenmacher (cartografo e demografo tedesco), Le Conoscenze Geografiche di Colombo, 2013 (fCG 2022). Il mondo allora conosciuto prima dell’iniziale viaggio colombino (segnato a tratteggio e in rosso) viene comparato con la topografia delle terreferme di scoperta dell’esploratore italiano Amerigo Vespucci con le “loro delimitazioni” recentemente rilevate, disegnate nel 1500 dal cartografo spagnolo Juan De La Cosa (che era stato pilota della Santa Mariadi Colombo e poi anche compagno di viaggio vespucciano: si veda la Figura 50). Il commento kuestenmacherese su questa sua carta, riporta che la “mappa indica quanto da Cristoforo Colombo era pensato su come appariva il mondo quando salpò verso Occidente dalla Europa”, a confronto con gli aggiornamenti successivi

FIGURA 50 [SOTTO]- Juan De La Cosa, Carta da Navigazione o Mappa del Mondo, 1500 (fCG 2022). L’esperto navigatore spagnolo, pilota di navi e cartografo, capitano di vascello di Cristoforo Colombo nei suoi primi due viaggi del 1492 e 1493 (e poi anche accompagnatore dell’altro importante esploratore italiano Amerigo Vespucci, che ha dato il proprio nome al nuovo continente da poco scoperto) ha compilato, con la sua cartografia, il primo mappamondo piano (planisfero) rappresentante le terre del Nuovo Mondo; riprendendone direttamente il rilevamento dalla propria imbarcazione di cui era capitano, la caravella colòmbica Santa Clara (che era la imbarcazione più picccola del primo viaggio, nota infatti con il nomignolo di Niña). Juan era anche un imprenditore navale, quello che oggi si dice armatore, ed era padrone del famoso naviglio condottiero della flotta di Colombo nel suo primo itinerario, la Santa Maria (il cui vero nome era La Gallega, perché costruita in Galizia: e che il suo possessore chiamava con nomignoli indiretti, quali la Capitana o la Nave per eccellenza). La conformazione della mappa è definita con due modi di rappresentazione: quello tradizionale e piatto (i vecchi continenti a destra) e il nuovo criterio curvilineo (planisferico, a sinistra), con una delineazione curva delle terre americane ultimamente scoperte

E questo riporto geografico non effettivo ma presunto da cartografi e navigatori quattrocenteschi (che non erano ancòra a conoscenza delle intermedie Americhe), in cui risaltano due presenze insulari speciali – rispettivamente il citato Cipango/Giappone ed in più la misteriosa (ed alquanto anche essa inventiva) Isola di San Brandano (il leggendario, sebbene storicamente esistito, monaco-abate irlandese di Clonfert, uno dei primi padri del monachesimo in Irlanda, fondatore di monasteri ed evangelizzatore della Groenlandia) –  pure in tale caso di vera esistenza (la prima) e di immaginaria collocazione (la seconda) [Figure 51-52, e 53], curiosamente rimanda ad una altra ipotetica (e pure questa fantasiosa e congetturata, non esistendone prove fisiche concrete) situazione

FIGURE 51 e 52 – Due diversi, ma analoghi, riporti tardo-ottocenteschi della fantasiosa Isola di San Brandano (che secondo una leggenda di narrazione di provenienza alto-medievale è la terra dove sarebbe sbarcato il monaco-abate irlandese di Clonfert, uno dei primi padri del monachesimo in Irlanda, fondatore di monasteri ed evangelizzatore della Groenlandia, nel 531 o 536, mentre navigava lungo le coste europee nordiche alla ricerca della mitica Terra dell’Eden, o Paradiso Terrestre), nelle versioni coeve del primo, tardo-quattrocentesco, mappamondo sferico behaimiano (si vedano le Figure 15 e 104-106): rispettivamente il Globo di Martin Behaim (1492) nella configurazione geografica pubblicata sulla francese Enciclopedia Larousse del 1898 [SOPRA] e I Due Grandi Emisferi del Globo di Behaim inseriti nella Storia del Mondo Illustrata del 1894 stampata a Lipsia da Otto Spamer [SOTTO] (entrambe di grafici ignoti; fCG 2022). Nel suo avventuroso viaggio, Brandano probabilmente attraccò in una delle propaggini centrali delle coste americane, credendo di avere toccato una isola ignota; e per questo suo possibile approdo nord-americano, viene considerato uno dei primi scopritori, inconsapevole, del nuovo continente

FIGURA 53 [SOTTO] – Dettaglio della Carta della Barbarie della Negrità e della Guinea disegnata dal cartografo francese sei-settecentesco Guillaume Delisle, litografata nel 1707 da incisore ignoto (fCG 2022), riportante la situazione dello schiavismo africano; e con ancòra segnata la dubbia Isola sanbrandanese, situata dopo l’arcipelago delle Canarie. Le mappe delisleiane erano rinomate per la loro precisione geografica e la accurata descrizione tecnico-descrittiva, ed in questo caso il riporto brandanense non intende testimoniare una assurda condizione topografica non precisamente accertata, bensì seguire la concezione dell’epoca che considerava quella presenza insulare allora possibile (benchè con le debite prudenze oggettive) collocabile nel “Mare dei Sargassi – così chiamato da qualcuno – Mare Verde – a causa delle erbe che – vi fluttuano continuamente” ed in una posizione dove “qualche autore ha messo la favolosa Isola del Santo Borondone”; e comunque soltanto appartenente alla presunta sua esistenza da parte di una vecchia leggenda non confermabile ma da verificare, poiché ancòra nel 1721 la si riteneva rintracciabile, e per il cui ritrovamento il Governatore delle Canarie aveva inviato una apposita spedizione allo scopo di finalmente scoprirla (tuttavia con un vano risultato)

di simile consistenza localizzativa in mezzo all’Oceano Atlantico: quella mitica presenza antica del continente perduto – o semplicemente Isola anche essa – di Atlantide [Figure 54-55], di cui variamente ha scritto il filosofo greco-antico Platone nei suoi Dialoghi del Timeo e del Crizia, elaborati rispettivamente nel 360 e nel 350 prima di Cristo) [Figura 56], e della quale terra continentale vanamente si sono interessati moltissimi studiosi e scrittori, in tentativi molteplici di rintracciamento topografico possibile.

FIGURE 54 e 55 – La altrettanto fantasiosamente delineata (dallo stravagante scienziato esoterico e studioso enciclopedico, il prete gesuita Padre Atanasio Kircher, tedesco operante a Roma) “Isola di Atlantide”, raffigurata nel 1665 – quale “Sito […] dal mare un tempo emerso secondo la descrizione degli Egizi e di Platone” – nel suo testo sul Mondo Sotterraneo. La prima immagine [SOPRA] è quella originale inizialmente pubblicata, disegnata all’opposto geograficamente, ed al contrario dalla solita rappresentazione cartografica del mondo (ovvero con Africa ed Europa a sinistra e la America a destra; mentre l’atra figura [SOTTO] è la versione corretta, sistemata nel più convenzionale posizionamento, della edizione del 1678 (entrambe fCG 2022)

    FIGURA 56

FIGURA 56 – Un frammento degli scritti su Atlantide di Ellanico di Lesbo (o di Mitilene), logografo (ovvero uno storico prima di Erodoto, considerato – costui – il Padre della Storia) greco-antico vissuto tra il 490 ed il 405. Il reperto, un Papiro di Ossirinco (così chiamato perché ritrovato in quella località egiziana lungo il Nilo tra l’Oasi di El-Fayum ed Ermopoli), riporta la narrazione atlantidea che lo storico ha ripreso da Platone trascrivendola tra il 474 ed il 467 (però il papiro è una copia del 186 avanti Cristo) [fCG 2022]

E su questo argomento atlantideo voglio approfittare di questa occasione di generico accenno, per riuscire brevemente ad approfondirne gli aspetti sostanziali in riferimento anche alle ultime ipotesi di sua scoperta di localizzazione: a cominciare dalla tipica forma della città di Atlantide  [Figure 57-59] ed arrivando alle ipotesi più odierne (di consistenza piuttosto fantasticata).

FIGURE 57-59 – La descrizione platoniana della città di Atlantide consiste in un impianto urbano molto particolare composto da una serie di cerchi concentrici abitati, concludentisi nel Tempio di nettuno (da altri storici ritenuto dedicato a Giove) posto al centro, intramezzati da canali acquatici ugualmente rotondi, dimensionato con misure precisate (Marco Goti, La geometria di Atlantide secondo Platone, 2020) [SOPRA]. Situata in una pianura coltivata [SOTTO] non distante (Ricostruzione del 2019 di autore anonimo) da una imponente montagna, ed anzi ad essa sottostante (disegnatore ignoto, Il continente scomparso di Atlantide sulla dorsale di Dolphin, senza data) [IN BASSO] [tutto fCG]. E’ nel Dialogo del Timeo che con poche parole Platone descrive la mitica esistenza della civiltà preistorica e la sua scomparsa: “Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era una isola […] più grande della Libia” (allora veniva chiamava così l’Africa) “e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. […] In tempi più antichi […], essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte […] tutto massicciamente si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare, scomparve”. Le dimesioni atlantidee descritte dal filosofo greco sembrano coincidere con la grandezza delle Americhe, e può darsi che la sua scomparsa fosse causa di un terribile cataclisma (esplosione a caldera e conseguente tsunami) evocante, miticamente, il fenomeno del Diluvio Universale

Versione caratteristicamente inventiva è quella del 1882 dello studioso e scrittore Ignatius Loyola Donnelly a proposito della rotondità formale di Atlantide da lui riportta nella mappa di Descrizione delle Terre Settentrionali eseguita dal famoso cartografo belga-tedesco Gerhard Kremer – italianizzato in Gerardo Mercatore – nel 1593-94 (e pubblicata postuma nel 1495) [Figure 60, e 61]: vecchia identificazione cui sono segu’te altre congetture, di cui …

FIGURA 60 [SOPRA] – Gerardo Mercatore, Descrizione delle Terre Settentrionali, 1882 (fCG 2022). E’ una rielaborazione mapparia ottocentesca ripresa dall’originale sempre mercatoriano del 1593-94 (pubblicato postumo nel 1595), utilizzata dallo studioso e scrittore statunitense Ignatius Loyola Donnelly per giustificare la rappresentazione geograica della sua “Atlandide: Il Mondo Antidiluviano”. E’ un rilevamento cartografico di forma concentrica con una grande isola non bene specificata nel mezzo, impostata sul “Polo Artico”, in una “Rupe nera e altissima”, e compresa a sinistra tra la “Parte delle Americhe” (dove è riconoscibile la “Regione California, nota alla sola fama della Spagna”), la “Parte della Asia” nell’angolo in alto a destra, nonché la “Russia” sotto. A meridione invece risaltano la Groenlandia e l’Islanda. Nella descrizione del continente centrale, presunto atlantideo, viene inoltre stranamente riferito che “qui vi abitano i Pygmei”, la popolazione (im)probabile di Atlandide (perché quei popoli hanno dimensioni anomale di altezza, come si legge nella didascalia marcatorese – “4 piedi di lunghezza al massimo”, ovvero 1 metro e 20 centimetri – in una corporatura bassa, probabilmente lappone; le cui fisionomie sono inoltre indicate “simili a quelli che in Groenlandia vengono chiamati Grebonghi”). Ad ogni modo gli Atlantidei donnellyani sono da lui ritenuti esistenti dalla Età del Bronzo (3300-2200, in una datazione però non corrispondente a quella platonica, indicata dal filosofo greco nella prima parte del 9.000 avanti Cristo), attivi durante la iniziale civiltà urbana e la fase iniziale della scoperta della scrittura, e poi considerati i primi lavoratori del ferro, …

FIGURA 61 [SOPRA] – Il congetturato, sempre dal Donnelly e nel 1882, luogo atlantideo (non più rotondo ma oblungo) nella mappa dell’Impero di Atlandide tra la Europa e le Americhe (che vengono così automaticamente considerate conosciute e frequentate dagli Atlantidi dalla Preistoria!) [fCG 2022]

… i più recenti ritrovamenti (presunti) sono stati localizzati in Marocco (nella piana del Fiume Souss, sotto la zona di Agadir) ed in Spagna (alla foce del Fiume Guadalquivir) [Figure 62-67].

FIGURE 62-67 – Le nuove scoperte di possibile localizzazione atlantidea [SOTTO].

FIGURE 62-63 – La geologica Struttura di Richat (Guelb El Richat – che in arabo significa Altura – chiamata anche Occhio del Sahara: foto satellitare del 2000) [SOPRA], che si trova localizzata (come si vede nella mappatura del 2018 di Andrew Gough, storico e ricercatore archeologico, e noto anche per la sua preferenziale indagine riguardante le Api Sacre e la antica reverenza, anche divinizzata, nei confronti di questi insetti sacri produttori di miele) in Mauritania a Oudane, nella pianura marocchina del Fiume Souss a meridione di Agadir [SOTTO]: per la sua impressionante somiglianza allo schema iconografico della Città di Atlantide, è stata interpretata, dal ricercatore tedesco (di Bonn) Michael Hübner – avvalendosi di un programma computeristico appositamente elaborato nel 2008 – nella composizione rimanente dei resti murari atlantidei; sprofondati nel terreno per uno tsunami gigantesco, e rimasti nella condizione di un esteso ammasso regolarmente circolare di rimanenze concentriche risalenti alla potenza navale che avrebbe conquistato Europa e Africa nel 9.600 aC secondo le indicazioni platoniane. Ma le interpretazioni geologiche attuali ne danno una versione del tutto diversa, riferita a condizioni prettamente naturali: inizialmente interpretata come conformazione creata da un cratere di un meteorite, a causa della sua forma circolare quasi perfetta, è adesso dagli esperti ritenuta un rialzo simmetrico evidenziato dalla erosione eolica. Più specificamente, la conclusione scientifica maggiormente accreditata ipotizza che si tratti di una cupola vulcanica gigantesca, risalente al periodo Cretaceo (100 milioni di anni fa), che sarebbe crollata su se stessa durante il processo erosivo, durato diversi milioni di anni. Con ciò inverando la opinione scettica del vecchio filosofo greco Aristotele, che – sebbene allievo di Platone – non credeva affatto alla reale esistenza atlantidea, negandola con un lapidario aforisma: “Atlantide? L’uomo che l’ha sognata, l’ha anche fatta scomparire”.

FIGURE 64-65 – L’altro sito di recente ritrovato per una nuova località atlantidea (la conferma decisiva del suo rinvenimento risale agli scavi archeologici del 2015, ma la sua scoperta è del 2003, e proviene dallo studioso statunitense Richard Freund, archeologo dell’Università di Hartford nel Connecticut, che ha notato, osservando le immagini satellitari della NASA, gli strani cerchi concentrici sottostanti alle paludi del Parco Nazionale di Doñana, in Spagna) giace coperto dall’acqua e dalla vegetazione acquatica allo sbocco del Guadalquivir: asciugato dal liquido fluviale e ripulito dai materiali che lo nascondono, quel sito allagato apparirebbe come un insieme di cerchi concentrici regolari di curiosa somiglianza con la immagine tipica di Atlantide (come si vede nella freundiana ricostruzione grafica al computer del 2011) [SOTTO]

Tuttavia, ad una indagine più specifica, anche in tale caso il sito si rivela un luogo artificialmente scavato, e per la precisione il sito archeologico della antica urbe di Tartesso (la città-stato fenicia lungamente costruita dalla Tarda Età del Bronzo iberico fino a tutta la successiva Epoca del Ferro, tra 1.200 e 200 aC) sul Lago Ligostino (come viene evidenziato nella mappatura della Localizzazione delle cose archeologiche tartessiche, e diffusione della cultura di Tartesso nella carta ispanica compilata dal grafico telematico Tony Red nel 2007) [SOTTO], località di rinvenimenti già rintracciati nel 1957-58 dagli archeologi spagnoli del Consiglio Superiore di Ricerche Scientifiche di Spagna coordinati dall’archeologo Sebastián Celestino Pérez (ed ancòra adesso in continuativa esplorazione tecnica)

FIGURE 66 e 67 – In conclusione, è interessante riportare una curiosa notizia di informazione deviante (che, come spesso accade, si inserisce in una condizione di ancòra più fantasticata conoscenza già leggendaria) riferita da qualche sprovveduto cronista secondo cui anche lo storico greco antico Erodoto di Alicarnasso avesse posto il sito di Atlantide nel moderno Marocco, basandosi ingenuamente su un disguido di dizione (“gli Atlanti”) e di attribuzione nominale che appare nella sua mappa ecumenica del 430 aC (e non di 20 anni prima come si vede scritto nella Ricostruzione del 1819 del “disegnatore di mappe” inglese Robert Wilkinson, dal titolo Il Mondo secondo Erodoto del 450 dopo Cristo) [SOTTO]: perché quella espressione atlantidea si riferisce al massiccio roccioso dei Monti Atlantici nella Africa settentrionale, tra Marocco e Algeria, che la mitologia greca considerava la metaforica solidificazione in pietra del Gigante Atlante (quale risulta esplicitamente osservabile nella carta geografrica, di autore ignoto e senza data, riguardante le Alture Atlantiche sulla costa marina e la corrispondente Catena montana nel deserto del Sahara) [IN BASSO] [tutto fCG 2022]

 La scelta mapparia di Colombo

Per cui al navigatore genovese bastava prendere una delle tante carte citate ed esistenti, anche trecentesche, e tracciare facilmente la linea indiana di suo tragitto voluta (che solitamente passava dalla circumnavigazione africana) rivolgendola al contrario – come ho mostrato prima – verso Occidente, procedendo sull’Oceano Atlantico [Figure 25-27].

Del resto si sa (ed è stato Charles De La Roncière, “storico francese specialista in cartografia”, a riconoscerlo nel 1924) che lo stesso Colombo fu un egregio (sebbene dilettantesco, perché questo aspetto di realizzatore cartografico non rientrava nel suo specifico mestiere di specializzazione e professione) disegnatore di carte nautiche: e il portolario (impropriamente chiamato Mappamondo, o anche Carta del Mondo) da lui con precisione eseguito nel 1491-92 [Figura 68] nella tipica modalità compositiva impiegata

FIGURA 68 [SOPRA] – Il Portolano di Colombo (fCG 2022) – unico di questo tipo finora ad essere conosciuto – disegnato nel 1491-92 dal navigatore genovese  (denominato Mappamondo, o Carta del Mondo) sulla base del simile, e precedente (tracciato nel 1411-15 da una stessa sua versione del 1409), Portolario del cartografo veneziano Albertino De Virga (si veda la Figura 42). La presunta attribuzione della  mappa colombese allo scopritore delle Americhe è stata proposta nel 2022 dallo studioso italiano Ruggero Marino, giornalista novarese di Verbania e storico specializzatosi sulla vita e le vicende, anche stravaganti e meno note, di Cristoforo Colombo

dal De Virga citato [Figura 42], con la parte complementare sinistra, a punta smussata, però non comprendente scene allegoriche o zodiaci e almanacchi come di solito[Figura 69], bensì contenente una più pratica specificazione in piccolo del mondo allora noto [Figura 70], che era  ovviamente privo delle scoperte mittel-americane effettuate poi l’anno dopo; ma è stato ugualmente, per il navigatore ligure, uno dei materiali di contingente utilizzo personale per rivolgere la propria alternativa rotta verso le Indie.

FIGURE 69 e 70 – Comparazione tra le due lingue (le parti triangolari a punta smussata che accompagnavano le cartografie portolaniche con riporti figurativi allegorici o zodiacali, almanacchi e giochi numerici) dei Portolani del De Virga (fCG 2022; si veda la Figura 42) [SOPRA] e di Colombo (foto di Ruggero Marino del 2022) [SOTTO]. In questa ultima cartografia, si può notare la semplificazione figurativa, esclusivamente tecnico-geografica, della immagine colòmbica, riferita soltanto alle stratificazioni celesti dei pianeti irradiantesi da una mappatura piccola del mondo intero allora conosciuto

Questa mappa di Cristoforo per altro (confezionata – nella sua parte destra più grande e dettagliata – con la topografia delle nazioni europee intorno al Mare Mediterraneo, e riportante invece in formato ridotto – nella zona sinistra triangolare –  l’intero mondo (in una conformazione di totalità oceanica al contorno, libera e unitamente congiunta, che sembra alludere proprio alla potenzialità di raggiungere l’Oriente andando da Occidente come su un globo tondo, o tridimensionalmente sferico) [Figura 71], è stata tuttavia disegnata …

FIGURA 71 [SOPRA] – Dettaglio ingrandito della mappa terrestre di Colombo, con la chiara sensazione di una terra fluttuante entro un unico oceano circondante i continenti (secondo la tradizione antica e tolomeicamente ammodernata), e la insinuata possibilità di raggiungere l’Oriente andando ad Occidente (fCG 2022)

… ancòra con il criterio tardo-medievale di utilizzare figure tipiche di identificazione locale caratterizzanti i diversi siti geografici [Figure 72], proprio nello stesso modo iconico-grafico

FIGURA 72 [SOPRA] – Particolare della parte occidental-settentrionale della Mappa di Colombo, raffigurante il corso del Nilo (nella parte in alto) e due indigeni africani che combattono: fCG 2022)

che si ritrova simile in altri precedenti portolani: e nella maniera con cui si presentano la Carta del Navigare del 1480 coeva alla epoca di Colombo, delineata dall’italiano Albino De Canepa, anche egli “cittadino di Genova” [Figure 73 e 74]; e come mostra – ancòra prima – la tardo-trecentesca (del 1375) – che in questo caso risulta certamente più famigliare a Cristoforo, trattandosi della carta maggiormente rinomata della sua epoca,

FIGURE 73-74 – La medesima area topografica della precedente mappa colombana, mostrante tre monarchi immaginari ed un elefante [SOPRA] disegnata dal cartografo genovese Albino De Canepa nel 1480 nella sua Carta del Navigare [SOTTO] (entrambe fCG 2022)

… e quattrocentesca – cosiddetta Carta del Mondo dei Catalani (opera di aggiornamento nautico compilata dall’esperto rilevatore iberico Abraham Cresques di Palma di Majorca, cartografo e fabbricatore di strumenti di navigazione al servizio del Re di Francia Carlo V; e questa ultima disegnata con la parte occidentale della carta basata sui portolani dell’epoca, ed il settore orientale confidante invece ancòra sui dati tolomaici) [Figura 75].

FIGURA 75 [SOPRA] – Particolare della Carta del Mondo dei Catalani (opera di aggiornamento nautico compilata dall’esperto rilevatore iberico Abraham Cresques di Palma di Maiorca, cartografo e fabbricatore di strumenti di navigazione al servizio del Re di Francia Carlo V; disegnata con la parte occidentale della carta basata sui portolani dell’epoca, ed il settore orientale confidante invece sui dati tolomeici: fCG 2022). E’ abbastanza evidente la derivazione della Carta del Navigare de-canepina (soprattutto per il dettaglio dell’elefante: si vedano le Figure 73-74) da questo sfarzoso portolano illustrato con abbondanti raffigurazioni medievali di persone (monarchi e cammellieri), animali, località difese, e tende da campo beduine

Tutte cartografie analoghe, anche nella stesura dei segni e delle immagini, da cui indubbiamente il Colombo ha ripreso le modalità espressive, riportandone le maniere formali nella propria interpretazione tardo-quattrocentesca, più vivida nelle delineazioni delle figure umane soprattutto (di genere ormai realisticamente rinascimentali).

Una Carta del Mondo davvero sconvolgente

Di tutto questo cartolario mappale rimane però ulteriormente da considerare una sorprendente mappatura, prima ignota agli storici moderni perchè scoperta soltanto nel 1911, che tuttavia poteva ugualmente essere conosciuta ai naviganti del Quattrocento: si tratta del disegno che il giornalista e scrittore, Ruggero Marino, storiografo delle gesta più varie di Cristoforo Colombo, ha riportato sul proprio sito telematico in un suo articolo del 2014 intitolato Una Mappa Sconcertante (1475?), riproducente una incredibile, per quei tempi, cartografia del mondo intero, completa degli altri continenti non ancòra conosciuti (ovvero Americhe e Australia) che dovrebbe essere stata disegnata un ventennio prima delle scoperte colombesi, ed anticipante di almeno 17 anni il primo viaggio del navigatore genovese [Figura 76].

FIGURA 76 – La incredibile Mappa Sconcertante (delineata da un cartografo sconosciuto e riferita al noto geografo greco-antico Claudio Tolomeo vissuto ad Alessandria di Egitto) risalente al 1475/78 che il giornalista italiano e scrittore storico Ruggero Marino nel 2014 ha pubblicato sul proprio sito telematico: essa produce una sorprendente cartografia del mondo, completa degli altri continenti non ancòra conosciuti (le Americhe e la Australia), disegnata una ventina di annate prima delle scoperte colombane, e almeno 17 anni in anticipo sul primo viaggio del navigatore genovese. La carta è stata preparata per la pubblicazione quattrocentesca  della Geografia di Tolomeo, ma non quella iniziale del 1475 (che non conteneva mappe) bensì nella edizione romana del 1478 (fCG 2022). E’ tuttavia abbastanza strana la esistenza di questo rilevamento mondiale così comunque precisamente esplicitato, la cui effettiva pubblicazione risulta diversamente uscita soltanto nel 1508 (dopo le scoperte anche di Amerigo Vespucci) e disegnata nel 1506 (si vedano le Figure 78, e 79-80)

Ma la circostanza curiosa per questa carta è che essa viene preparata per la pubblicazione della Geografia di Tolomeo, e però non per la sua edizione iniziale, fiorentina, del 1475 la quale non conteneva mappe), bensì (e forse. perché non se ne ha una prova “certa” di riscontro documentario) nella edizione romana del 1478. Sta di fatto comunque, che “La prima stampa a mostrare il Nuovo Mondo fu […] pubblicata nel 1508”, nel volume tolemaico impresso sempre a Roma. Eppure quella mappa mondiale non è la stessa che viene riportata dalla descrizione mariniana, bensì consiste ancòra nella rielaborazione della tradizionale trasposizione da Tolomeo, effettuata con la nuova aggiunta continentale americana (nella quale l’America viene indicata quale “Terra della Santa Croce […] Ovvero Nuovo Mondo”) dal cartografo tedesco Johann Ruijsch (o Johannes Ruysch), e riportante La Più Universale Tavola dell’Orbe Conosciuta (“configurata dalle più recenti osservazioni”) [Figure 77].

FIGURE 77 e 78 – Sta di fatto però, che “La prima stampa a mostrare il Nuovo Mondo fu […] pubblicata nel 1508”, come conferma lo stesso Marino, e lo fu nel volume tolemaico impresso nuovamente a Roma quell’anno; ma la mappa mondiale usata nel testo di Tolomeo non è la stessa del 1475/78, bensì costituisce la trasposizione tolomeica effettuata dal cartografo tedesco Johan Ruysch (La Più Universale Tavola della Orbe Conosciuta, incisa  nel 1507) [SOPRA], a sua volta ripresa da un carta (Planisfero) del geografo di Venezia Giovanni Matteo Contarini, disegnata nel 1506 e stampata anche essa l’anno dopo con il titolo Descrizione della Nuova Orbe [SOTTO]. La mappatura ruyschiana, topograficamente strana, sghemba ed interrotta soprattuto per la America Settentrionale, è una tecnicamente modernizzata raffigurazione cartografica del planisfero piatto eseguita con il sistema geometrico delle proiezioni coniche (in cui i paralleli diventano cerchi concentrici e i meridiani appaiono linee provenienti dal Polo Nordico): una modalità esecutiva corrispondente, traslatamente, alla deformazione anamorfica della prospettiva rinascimentale pittorico-architettonica

FIGURA 78 [SOPRA]

Una ricomposizione ovviamente incompleta, a sua volta ripresa da una carta planisferica del cartografo di Venezia Giovanni Matteo Contarini, disegnata nel 1506 e stampata l’anno dopo con il titolo Descrizione della Nuova Orbe (contenente un molto approssimato riferimento, soltanto costiero e non dell’interno, alle nuove terre toccate da Colombo) [Figure 79 e 80].

FIGURE 79 e 80 – Martin Waldseemüller, Cosmografia Universale, 1507-08. Altra versione, più planisferica, della mutata orbe terrestre “comprendente le parti inerenti al Vecchio Mondo di Tolomeo e l’aggiornamento con il Nuovo Mondo di Amerigo Vespucci” [SOPRA]. Con il nuovo secolo cinquecentesco, sempre più ormai la immagine delle recentissime scoperte americane (sebbene alquanto di approssimativa delineazione nella effettiva descrizione del recente continente scoperto) vengono ad appartenere decisamente al contesto rivoluzionato della cartografia mondiale. Necessitante tuttavia di ulteriori definizioni più oggettive, che ancòra alla fine del Seicento erano labili ed incerte, come è mostrato dalla Tavola della Nuova Totale Orbe delle Terre disegnata nel 1689 nella “officina di G.a Schagen ad Amsterdam” (si tratta del laboratorio grafico dell’incisore e cartografo olandese Gerrit Lucasz Van Schaagen) [SOTTO]

In ogni caso, queste date primo-cinquecentesche rimandano tutte ad una cronologia successiva alla scoperta colombeica: e pertanto risulta abbastanza difficile credere che dalle limitate ricognizioni di Cristoforo sia stato possibile tracciare un così preciso, e completo, planisferio come quello del 1457/1478/1508. E da chi comunque tale disegno possa essere provenuto, rimane ancòra un dubbioso mistero.

La necessità di una visione a tutto tondo (il mappamondo sferico)

Ma l’arrotolamento cilindrico della carta nautica di Colombo da me ipotizzato, resta comunque un fatto concreto, inequivocabile, di consultazione cartografica stravolgente, e conduttore di una interessante idea di invenzione mappatoria globulare, che anticipa la reale sfericità fisica dei mappamondi autentici (e inaugura il concetto della linea di tracciato, con relativo percorso diretto, dalla Spagna alle Americhe lungo l’Oceano corrispondente).

Anche perché, al di là dei portolani e dei planisferi che tentavano affannosamente di mettere in terza dimensione grafica la piattezza terrestre, e con tutte le continue esigenze di una verifica sferica effettiva della Terra, la rotondità del mondo – ormai è storicamente accertato – era conosciuta da molto tempo, e cominciava a divenire un fatto di oggettiva rappresentabilità fisica, nauticamente comoda ed alla fine vera!

Essa però si poneva disegnativamente difficile da rappresentare in modo diverso dal tracciamento sulla superficie piana dei fogli delle mappe. Non a caso proprio nel 1476 (a pochi decenni prima del mappamondo benheimiano del 1492 precedentemente descritto) [Figura 15] Tolomeo viene ritratto dal pittore fiammingo Joos Van Ghent (Giusto di Gand) con una sfera armillare in mano – già anche questa citata – [Figura 17], la stessa simile che è stata poi riprodotta nel dipinto ottocentesco (del 1856) dello spagnolo Eduardo Javier Ramón Cano De La Peña, mostrante Colombo mentre discute, davanti alle proprie carte geografiche, del suo progetto di raggiungimento navale delle Indie passando per l’Oceano Atlantico [Figure 21 e 22].

Alla epoca di Cristoforo, anche il ricordato geografo fiorentino Paolo Del Pozzo Toscanelli credeva nella sfericità del globo terracqueo, come mostra il suo lenticolare planisfero (Mappa del Mondo) prodotto nel 1474 per il Re del Portogallo, Alfonso V detto l’Africano (carta geografica che mostrò a Colombo) [Figura 25]; e retrocedendo cronologicamente nel passato, tutti i sapienti medievali (e anche del mondo antico: e tra essi basti citare l’eccelso parere – non sperimentato ma congetturale – di Aristotele, che nel suo De Cielo del 350 aC scrive come “l’opinione di quanti sospettano che la regione delle Colonne di Ercole sia a contatto con quella delle Indie e che in tal modo ci sia un unico mare, non sembra troppo incredibile”) insistevano su tale concetto tondo per il pianeta terrestre (e tra questi anche gli artisti: miniatori, scultori e pittori; particolarmente coloro che rappresentavano, invariabilmente, re ed imperatori – da tempo immemorabile si potrebbe dire – con in mano una sorta di sfera quale emblema di supremo comando sul mondo) [Figure 81-88].

FIGURE 81-88 – Il secolare utilizzo, dal Medioevo alla contemporaneità, proveniente dal mondo antico-classico, della palla del mondo quale emblema del potere regale o di comando globale (del globo, appunto) in genere. FIGURE 81-84 – La caratteristica  rappresentazione regale carismatica di Carlo Magno, nella sua varia rappresentazione iconografica internazionale, medievale e sùbito successiva, con gli elementi del rango ufficiale del potere: corona, scettro, e globo terrestre (sormontato dalla croce divina del Cristianesimo): Carlo Magno “con le insegne imperiali di mela e bastone”, xilografia di stile tardo-gotico nel Libro delle Cronache (o più normalmente noto quale Cronache di Norimberga compilato in latino dal tedesco Hartmann Schedel – fisico, e umanista, nonchè storico, ed uno dei primi cartografi ad usare la tecnica della stampa – scritta nel 1493: una storia del mondo, illustrata (dal pittore-incisore e tipografo norimberghese Michael Wolgemut) seguendo la narrazione biblica, integrata con le vicende di molti personaggi famosi e delle grandi città occidentali (fCG 2022) [SOPRA]. Quindi la Statuetta di Carlo Magno del 1364-65 sormontata sullo scettro di Carlo V di Valois Re di Francia (opera di gioielliere ignoto: foto di Siren Com del 2009) [SOTTO]; e dunque Manfredo III come Carlo Magno, nell’affresco del 1424 del cosiddetto Maestro del Castello della Manta, località sotto Saluzzo, nella Sala dei Nove Prodi (fCG 2022) [IN BASSO]; e poi nel rinascimentale quadro del famoso artista tedesco Albrecht Dürer (Ritratto di Carlo Magno, 1511-13: fCG 2022) [PIU’ SOTTO] che ancòra in epoca post-medievale viene ricordato solennemente quale grande sovrano dei Franchi e primo imperatore (insediato nell’anno 800 dC) del Sacro Romano Impero, nel suo ruolo di “Padre della Europa”, per il proprio impegno di unificatore di quasi tutta la Francia, la Germania, e la Italia settentrionale

    FIGURA 83

    FIGURA 84

    FIGURA 85

FIGURE 85-88 – La sfera del mondo quale insegna del potere regale di attualità (Cecil Beaton, La Regina Elisabetta II nel Giorno della sua Incoronazione, 1953) [SOPRA] e nella tradizione iconografica storica, risalente ad epoche (e nazioni) anche più lontane, del Medioevo e della classicità: un immaginario Monarca della Guinea, in abiti occidentali, nella citata Carta dei Catalani del 1372-76 (fCG 2022: si vedano le Figure 75 e 74) [SOTTO] e nel ritratto di Federico Imperatore (si tratta di Federico II Hohenstaufen, Duca di Svevia, Re di Sicilia, Re di Germania, e Imperatore dei Romani – del Sacro Romano Impero – incoronato ad Aquisgrana nel 1215 e a Roma nel 1220, in una immagine miniata di autore ignoto (un frate comunque siciliano del Monastero di Cava dei Tirreni) sul cosiddetto Rotolo dell’Exultet salernitano (manoscritto liturgico in latino del 1220-22 che festeggiava la resurrezione di Cristo con un grido di esultanza profferito dal vescovo cittadino; fCG 2022) [IN BASSO]; nonché nell’esempio classico, romano-antico, che si ritrova a Roma nella colossale (alta 3 metri) Statua di Gneo Pompeo detto Magno, il grande generale sostenitore e difensore del governo repubblicano (fCG 2022) [PIU’ SOTTO]. Il monumento raffigurante il glorioso militare romano (che fu anche console e politico attivo) nella cosiddetta nudità eroica, con in mano la sfera del mondo (similmente alla altrettanto gigantesca – di 34 metri – scultura in bronzo dorato di Nerone nelle sembianze di un dio che l’imperatore romano si fece erigere nel vestibolo della propria dimora della Domus Aurea, poi fatta spostare da Augusto presso il Colosseo – ad opera dell’artista greco Zenòdoro nel 65-68 dC), si trovava nella Curia del grande Teatro che lo stesso Pompeo aveva fatto costruire per la propria glorificazione, ed è un lavoro di scultore ignoto realizzato tra 58 e 56 aC, che adesso si trova collocata nella cinquecentesca Villa Arconati (attualmente Palazzo Spada), ed è divenuta importante perché ai suoi piedi si trascinò il corpo moribondo di Caio Giulio Cesare, crivellato in Senato dalle pugnalate dei suoi assassini alle fatidiche Idi di Marzo del 44 aC

FIGURA 86 [SOPRA]

FIGURA 87 [SOTTO]

FIGURA 88 [SOTTO]

Tutto questo, anche se difficilmente i geografi ed i cartografi – non ancòra in dimestichezza con la prospettiva – sapevano disegnare l’aspetto della terra se non soltanto in piano (su una superficie piatta, quello del foglio di supporto della carta geografica) [Figure 89-97].

FIGURE 89-97 – La rotondità della terra nell’epoca antica, e medieval-rinascimentale, quale piatta illustrazione di una sfericità intrinseca (fCG 2022) FIGURE 89-90 e 91 – La Mappa della Orbe Terrestre tracciata da Isidoro di Siviglia (teologo e scrittore tardo-antico, arcivescovo spagnolo santificato dalla Chiesa Cattolica, di cui è anche uno dei Padri istitutivi) per il suo libro delle Etimologie (dette anche Origini) scritto nel 623, riprodotta da un amanuense ignoto del Millecento [SOPRA] e stampato per la prima volta nel 1472 ad Augusta in Germania dal tipografo tedesco Günther Zainer [SOTTO].

 

Questo disegno è considerato la più antica mappatura a stampa dell’Occidente, e mostra la Terra elementarmente ripartita in tre continenti (e per la sua composizione grafica chiamata anche Mappa a T); di cui però aveva già scritto precedentemente (tre secoli prima, nel 397-398, nelle sue Confessioni) il famoso filosofo Aurelio Agostino da Ippona (teologo e vescovo tardo-romano di origine algerina, di Tagaste, ma di cultura latina, divenuto Santo e riconosciuto quale Dottore in Grazia e Padre della Chiesa Cattolica) indicando come la “Asia eguaglia la somma della Europa e della Africa”. Quindi, della  illustrazione a tutto tondo della Terra si è, finalmente, occupato il rinomato pittore rinascimentale Guido di Pietro (o Frate Giovanni da Fiesole, detto il Beato Angelico) nei suoi (e collaboratori di bottega) affreschi del duomo di Orvieto , dove – nella volta della Cappella di San Brizio – ha dipinto una significativa immagine del Cristo Giudice – di cui ha trattato Umberto Eco in un suo articolo del 2009 intitolato La leggenda della terra piatta –  raffigurato con il “globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano” e reggente “una Mappa a T rovesciata […] intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera” [IN BASSO].

    FIGURA 91

FIGURE 92-97 – Altre configurazioni plano-sferiche di mappe del mondo medioevali, variamente immaginate con ideologiche conformazioni globulari (tutto fCG 2022): il Planisfero di Gervasio di Tilbury (giurista e scrittore inglese medievale) del 1236, anche questo basato sullo schema a T ma con il Mondo conformato come il corpo di Cristo, con la testa in alto ad Oriente, le mani a Settentrione e Meridione, ed i piedi ad Occidente (nelle medesime posizioni che canonicamente venivano usate per l’orientamento posizionale delle chiese cristiane) [SOTTO]; …

… quindi il Mappamondo di Martino Sanuto che contiene le cognizioni Geografiche acquistate specialmente per le Crociate fino circa all’anno 1300 (“mappa  acquarellata del 1840 circa” – per la precisione però “Edita a Firenze nel 1838 da Vincenzo Batelli e Figli” – eseguita da incisore ignoto per il corposo Atlante di Geografia Universale di Francesco Costantino Marmocchi, geografo e patriota risorgimentale italiano – utilizzata in qualità di schema dì ricognizione utilitaria per le spedizioni militari in Terra Santa: prodotta nel 1527-28 dallo storico (diarista e cronista) e politico italiano quattro-cinquecentesco di origini veneziane Marino Sanudo – questo è il suo nome trascrittivamente esatto – il Giovane detto Torsello, a documentazione di un progetto di conquista, ideato dall’omonimo suo padre, pensato nel 1306 e sviluppato nel 1318-21) [SOTTO]; …

… e ancòra la Mappa del Mondo [SOPRA] di Ranulh (Ranullo in italiano) Higden, versatile monaco benedettino dalla Abbazia di Saint Werburg presso Chester in Inghilterra (autore del manoscritto Polychronicon, una storia universale scritta nel 1350 e basata su più antichi testi ma giungente fino alla sua epoca, considerata la maggiormente completa opera del Trecento, ed alquanto diffusa essendo stata tradotta in britannico nel tardo secolo dopo, e stampata quindi dall’editore William Caxton, noto tipografo per essere stato “il primo Inglese ad imparare ad usare una pressa a stampa”) conservata nella Abbazia altrettanto benedettina di Ramsey nella Contea di Cambridge in Gran Bretagna: la cui impostazione geografica si basa sulla concezione filosofica di Hugues De Saint-Victor (Ugo di San Vittore, teologo, cardinale e vescovo cattolico francese, tra i principali teorici della Scolastica, venerato come beato dalla Chiesa papale), che riteneva il mondo come una sorta di Arca naturale per contenere tutti i mortali (e che nel rettangolo vuoto in alto avrebbe forse trovato posto, come in altre mappe simili, il Paradiso Terrestre); …

    FIGURA 94

… ed infine una altra Mappa Mundi, del quattrocentesco pittore francese borgognone Simom Marmion, realizzata sempre con una T geografica, spartita tra i figli di Noè (del quale si vede in lontananza la mitica Arca, sul Monte Ararat) per Il Fiore delle Storie dello storico – funzionario al servizio del Ducato di Borgogna – Jean Mansel, che costui ha scritta per il Duca Filippo III il Buono tra il 1446 e il 1451, in una sorta di selettiva antologia libraria di cronache storiche del mondo in versione biblica [Figura 95, SOTTO].

Inoltre, da considerare è pure la rappresentazione terrestre nell’insieme tondo delle sfere celesti del complessivo Universo prodotta dal geografo, astronomo e matematico egiziano già variamente ricordato, Claudio Tolomeo nel 156-163 per la sua Geografia (che poi è stata tradotta in latino – tra il 1406 e il 1410 – con il titolo di Cosmografia dall’umanista Jacopo Angelo da Scarperia, funzionario della Cancelleria Papale di Roma), ottenuta meno idealmente di quanto si creda (perché la sua errata concezione era il criterio geocentrico, ovvero con la terra al centro del sistema solare), essendo ricavata da un procedimento matematico predittivo (cioè  di previsione e anticipazione, come una sorta di grossolano calcolo delle probabilità) delle posizioni di ogni pianeta (come la si vede nella immagine di Schema della precedentemente premessa disposizione delle Sfere planetarie rielaborata dal cartografo Pietro del Massaio nel 1469-70 per il Libro della Cosmografia tolomeica trascritto nel 1472 a Firenze da Ugo Comminelli, copista e “artista di scrittura”, e pubblicata poi dal tedesco Pieter Bienewitz – noto con il nome italiano Pietro Apiano, a sua volta astronomo, matematico, e cartografo – nel 1495 [Figura 96, SOTTO].

 Un modello invece di mondo conosciuto simil-tondo è stato poi raffigurato, in piano, ma con margini circolari, in una mappatura della Terra dall’incisore germanico già ricordato Johann Schnitzer di Armsheim, e pubblicata nel volume della Geografia di Tolomeo stampato ad Ulma in Germania dal tipografo locale Lienhart Holl nel 1482 (epoca di tutta pertinenza di Colombo) [Figura 97, SOTTO]

Ma questa idea del mondo a forma di palla comincia, storicamente, dalle conoscenze greco-antiche descritte nelle Vite dei Filosofi (una delle fonti principali sulla storia della filosofia ellnica) compilate nel 235-239 dallo storico Diogene Laerzio, in cui viene riferito che “Pitagora fu il primo greco a chiamare la terra rotonda, anche se Teofrasto attribuisce ciò a Parmenide, e Zenone ad Esiodo”.

La priorità pitagorica sulla possibile rotondità terrestre (anche perché il grande matematico di Samo, vissuto tra il 580 ed il 495, sosteneva che i mondi stellari erano “sfere celesti” ruotanti nell’universo con un loro tipico suono, di cui egli riusciva addirittura a percepire le intonazioni!) [Figura 98 e 99] è sostanzialmente riconosciuta da tutti in riferimento ad altri scienziati antichi.

FIGURA 98 [SOPRA] – Pierre-Narcisse Guérin, Pitagora Afferma che la Terra E’ Rotonda, 1815-17 (fCG 2022). Il pittore francese, che è stato maestro dei più famosi connazionali Eugène Delacroix e Théodore Géricault, ritrae il filosofo greco (reggente i mano una sfera globulare) nel suo studio con i propri discepoli e alcuni cittadini interessati alle spiegazioni matematiche e astronomiche dello scienziato 

FIGURA 99 [SOTTO] – Franchino Gaffurio, Apollo, le Muse, le sfere planetarie e i rapporti musicali, 1496 (fCG 2022). La xilografia è pubblicata nel trattato rinascimentale della Musica Pratica che il teorico musicale e compositore italiano (tipica figura di uomo colto del Rinascimento interessato a numerose attività intellettuali e artistiche, anche personalmente praticate) ha pubblicato in relazione a Pitagora. La musica, o armonia, delle sfere celesti, definita anche sonorità universale, consiste in una antica considerazione filosofica ritenente l’universo composto entro un enorme sistema di proporzioni numeriche. Ed i movimenti dei corpi celesti (Sole, Luna, e pianeti), collocati su sfere ruotanti nel firmamento, secondo Pitagora ed i suoi allievi (i Pitagorici) avrebbero prodotto una sorta di musica udibile solo dall’orecchio dei veggenti, trascrivibile in una composizione di formule matematiche dalle caratteristiche armoniche

Tra i quali studiosi si devono comunque nominare il già ricordato Eratostene di Cirene (che nel 263 avanti Cristo ha calcolato la misura della circonferenza terrestre) [Figura 100], …

    FIGURA 100

FIGURA 100 – Schema della semplice e geniale misurazione della effettiva rotondità terrestre (Misura della circonferenza della terra: procedimento di Eratostene: disegno senza data ma del 2000/01 dell’archeo-astronomo ligure Luigi Felolo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Genova) eseguita nel 263 aC dal filosofo e matematico greco-antico. Il metodo eratostenico si avvalse soltanto di uno gnomone grezzo (bastone piantato verticalmente in un terreno perfettamente pianeggiante) senza altro strumento tecnologico, da lui conficcato ad Alessandria di Egitto, ed osservando – nel giorno del solstizio d’estate (21 giugno) – nella città di Siene (oggi Assuan) il Sole a mezzogiorno riflesso dalle acque di un profondo pozzo, in esatta perpendicolarità sul suo fondo: ed a quell’ora, il raggio solare che colpiva un vicino bastone piantato diritto per terra non produceva alcuna ombra, mentre lo stesso giorno il Sole non risultava invece perpendicolare ad Alessandria, città nella quale Eratostene viveva, e dove, quindi, un palo piantato perpendicolarmente in terra produceva una ombreggiatura sbieca, seppure esigua. Il filosofo-matematico misurò la distanza angolare del sole rispetto al punto dove si sarebbe dovuto trovare per non generare alcuna ombra neppure ad Alessandria, e ne stimò la distanza in 7,2 gradi, cioè un cinquantesimo di un cerchio. Per ottenere la circonferenza della Terra non restava che moltiplicare 5000 stadi (la distanza tra le due citta, misurata con un cammello, animale viaggiante con una andatura costante) per 50 (poiché 7,2° per 50 fa 360°, ovvero una “circonferenza”) e tale moltiplicazione fornisce come risultato 250.000 stadi: che, tradotti in metri, equivale a un valore variabile tra 39.690 e 46.000 chilometri (per la cronaca, la misura scientificamente più attuale della circonferenza terrestre ottenuta con metodi e strumenti odierni è di 40.075 chilometri).

… e dunque Aristotele (il quale nel De Cielo, scritto nel 350 aC, afferma come “Ogni porzione della Terra tende verso il centro fino a formare una sfera per compressione e convergenza”) [Figura 101].

FIGURA 101

FIGURA 101 – Il dinamismo celeste nella concezione degli antichi, riproposto dalla teoria aristotelica delle sfere dell’universo conosciuto, giranti in un sistema geocentrico (ovvero con la Terra al centro intorno a cui si muovevano gli altri astri), in un disegno di Giancarlo Onorati (Professore di Storia e Filosofia all’ ISISS di Sezze presso Latina) che con queste parole – in un suo saggio scientifico senza data ma comunque scritto prima del 2015 – ne ha spiegato il tipico funzionamento: “Il cerchio era considerato la forma perfetta, pertanto i movimenti dei corpi celesti dovevano essere circolari ed il cosmo doveva essere suddiviso in una serie di sfere concentriche. La sfera centrale (detta anche ‘sublunare’), composta dai quattro elementi dei filosofi pre-socratici (acqua, aria, terra e fuoco) era occupata dalla Terra e dalla sua atmosfera ed era ritenuta ‘imperfetta’, sia perché entro di essa i moti erano rettilinei, sia perché mutevole”

Ed anche da ricordare anche l’immancabile Platone: che nel Timeo, elaborato nel 361-359 aC, ha riferito come è stato “fatto il mondo in forma di globo, tondo quasi fosse eseguito da un tornio, con i suoi estremi in ogni direzione equidistanti dal centro, la più perfetta e la più simile a se stessa di tutte le figure” [Figura 102].

  FIGURA 102

FIGURA 102 – Platone per la rotondità terrestre non fornisce una prova fisica o anche ottica concreta, bensì ne produce un ragionamento concettual-filosofico, considerando la Terra tonda poiché la sfera è la forma più perfetta per un volume corporeo, e possiede la massima simmetria geometrica; e valutando la orbe terrestre il più importante pianeta per l’Uomo, con la sua posizione perciò da porre al centro dell’universo, la propria conclusione era anche la perfettibilità sferica del mondo. Nonostante la inconsistenza oggettiva e fisica di questa concezione, la idea della rotondità della Terra venne universalmente accettata per la grande fama autorevole che aveva Platone; ma fu ancòra Aristotele a confermare, più oggettivamente, la provata sfericità terrestre, dimostrandone la forma tonda nel notare come, durante le eclissi di Luna, l’ombra della Terra proiettata sul suo satellite aveva “un contorno circolare”

La sfericità terrestre rimase una convinzione fissa in certi autori, e artisti, del Medioevo, ma meno rappresentata nelle mappe, che invece risultavano ancòra arcaicamente piane, poichè in tale maniera più facili da disegnare [Figura 103]

FIGURA 103 – Miniatore Ignoto, L’Arciere rappresenta Gower che si Appresta a Colpire la Terra, senza data (ma eseguito tra il 1390 ed il 1399; fCG 2022). La illustrazione mostra il poeta medievale inglese John Gower (amico personale dello scrittore suo connazionale Geoffrey Chaucer, riconosciuto quale padre della letteratura inglese) in una edizione della propria opera in latino Vox Clamantis (La Voce del Compianto) composta nel 1382-89, quale stesura di critica morale che racconta gli eventi della rivolta dei contadini del 1381, nonché la tremenda situazione di corruzione della società di allora e dello sviluppo del male in generale; di cui il letterato ha scritto “scaglio le mie frecce contro il mondo”, ma  “dove c’è un uomo giusto, nessuna freccia colpisce”, poiché invece “ho ferito i trasgressori che vivono nel male; e quindi, chi è consapevole di essere nel torto, guardi a se stesso a questo proposito”. Nella figura è chiaramente mostrata la terra nella sua piena rotondità sferica, e addirittura con una croce all’apice secondo la tipica iconografia usata per le palle del potere regale e politico in precedenza osservate (si vedano le Figure 81-88)

L’interesse fisico per questo genere di mappatura sferica divenne talmente tanto preferita – visivamente – dai navigatori, e dai potenti sovrani colonizzatori (perché più oggettualmente realistica e comoda per la osservazione geografica), da coinvolgere diversi personaggi importanti dell’epoca di Colombo e del  Rinascimento: tra i quali – oltre al già citato primo confezionatore di un reale mappamondo volumetricamente solido quale è stato il tedesco Martin Behaim nel 1492  [Figure 104-106] – …

    FIGURA 104

FIGURE 104-106 – Raffigurazione del cartografo Martin Benhaim, Navigatore e Inventore del Globo, in una pubblicità dolciaria tedesca (la ditta Lebkuchen-Schmidt di Norimberga, autoidefinentesi “prima al mondo nella vendita per corrispondenza di squisite specialità di pan-di-zenzero e pasticceria” varia) [SOPRA] ed il procedimento costruttivo del mappamondo behaimino [SOTTO e IN BASSO] (tuttO fCG 2022). L’opera grafica pubblicitaria (senza autore e data, ma probabilmente del 1932) mostra il realizzatore del primo globo mappamondico, costruito nel 1492 su ordine della municipalità della Città Imperiale Norimberghese, con il suo prototipo sferico (fCG 2022; si veda anche la Figura 15) [SOPRA]; ed una faccia del globo del modello originario, eseguito dall’artista altrettanto germanico Georg Glockendon (pittore e scultore, nonché stampatore ed editore) [SOTTO], che ne ha dipinto la mappa di rilevamento behamiano (Proiezione dell’Erdapfel di Behaim, del 1492) [IN BASSO] applicandola a misura su una sfera di lino laminato composta in due metà collegate, rinforzate con fasce lignee

… perfino l’ingegnoso Leonardo Da Vinci: che si cimentò in un esemplare mappamondino proprio, il cosiddetto Globo Terrestre, riprodotto nel 1504 su due mezze uova di struzzo giustapposte prese dall’allevamento di quell’esotico uccello allevato nel giardino del Castello Visconteo di Pavia, con delineazioni riportate dalle indicazioni ricevute nientemeno che dallo stesso Amerigo Vespucci [Figure 107-109].

FIGURE 107-109 – Il Nuovo Mondo rappresentato sul Globo Terrestre di Leonardo Da Vinci (foto di David Guam del 2018) [SOPRA], applicato sopra due meta congiunte di uova di struzzo dell’allevamento aviario che si trovava nel giardino del Castello Visconteo a Pavia . Autentificato all’analisi del Carbonio-14 con datazione esatta al 1504, e con conferma da un disegno dell’anno prima rintracciabile sul Codice Arundel conservato nella Biblioteca Britannica a Londra, precedentemente ritenuto uno studio sul “lume cinereo della Luna”, è una scoperta recente – del 2019 – dello studioso belga Stefaan Missinne, che ne ha verificato la autenticità (cronologica e grafica) da un foglio leonardesco autografo consultato alla Biblioteca Britannica di Londra (il Recto del Manoscritto 263, segnato A: fCG 2022) [SOTTO], nei cui riquadri mostranti i cerchi terrestri abbozzati dall’artista vinciano (ingranditi in B e C) sono stati rinvenuti i continenti fino ad allora scoperti, comprese le Americhe vespucciane (in D ed E: fCG 2022) [IN BASSO]. Si tratta del mappamondo più antico a descrivere (in una configurazione però alquanto approssimata, nonostante sia stato ripreso dalle informazioni di Vespucci) a mostrare il “Mondo Nuovo” o “Terra della Santa Croce”.

  FIGURA 108

  FIGURA 109

E la necessità di possedere una oggettiva percepibilità visiva di una mappatura tonda del mondo quale strumento comodo di individuazione topografica, e nautica, condusse alla esecuzione di esemplari anche di splendida fattura artigiana, e artistica: come fu per l’esimio geografo-cartografo Vincenzo Maria Coronelli di Venezia, frate camaldolese, rinomato fabbricatore di mappamondi (ed infatti noto come “maestro nella produzione di Globi”, per questa sua abilità divenuto celebre in tutta Europa), che nel 1681-83 costruì un meraviglioso modello tridimensionale (Terra) per il monarca francese Luigi XIV, il famoso Re Sole [Figura 110].

FIGURA 110 [SOPRA] – I Globi di Coronelli, in una foto del 2005 di autore anonimo, rispettivamente mostranti la Terra e il Cielo. Sono stati attuati – tra il 1681 ed il 1683 – dal famoso cosmografo veneziano Fra Vincenzo Maria Coronelli dei Minori Ossservanti (ovvero francescano) appositamente per il Re di Francia Luigi XIV, su commissione del Cardinale francese César d’Estrées, Vescovo di Laon, che era Ambasciatore della Santa Sede in Francia

Una configurazione tecnica di speciale elaborazione (tridimensionale) cui anche la pratica arrotolatura dei portolani di Colombo ha contribuito – indirettamente ma in cronologica contemporaneità – a definire concretamente nella sua parvenza solida di dimensionamento più realistico.

IL DISGIUNTO CONTRIBUTO DEL LONTANO ORIENTE ASIATICO

Tuttavia, nonostante la cilindrità carto-geografica attuata incidentalmente da Cristoforo, e oltre a tutte le ipotesi di rotondità terrestre provenienti da svariati concezioni storiche e dell’epoca della scoperta della America, i riferimenti nautico-geografici posseduti da Colombo (che come abbiamo visto sono stati parecchi, differenti, ed eterogenei) erano tutti appartenenti alla esperienza e alla cultura dell’antico continente europeo: un mondo che sarà denominato Vecchio dopo la conoscenza delle terre americane.

Eppure anche altrove nel contesto mondiale conosciuto, e particolarmente in Arabia e soprattutto in Asia, altri interessanti rilevamenti mapparii che possono insinuare la idea, e probabilità, di una certa possibilità di viaggio verso l’Oriente passando per Occidente, sono stati effettuati dai navigatori della parte opposta della Terra abitata, e civile.

Che proprio per questa loro posizione antitetica, e contraria (dall’altra parte della carta terrestre), potevano con maggiore effettualità vedere un diverso congiungimento oceanico tra Europa ed India.

Situazioni cartografiche magari non note agli Europei, oppure non opportunamente considerate, e però oggettivamente esistenti e forse – per alcuni casi ignoti di contatti tra Oriente ed Occidente – in un certo modo conosciute dai navigatori della Europa, soprattutto settentrionale (da Venezia a Genova, fino ai porti di La Rochelle in Francia e di Palos in Spagna e di Sagres in Portogallo).

E della cui consistenza mapparia comunque è alquanto interessante considerare i dati, ed i fatti, e valutarne le conseguenze nella loro giusta incidenza di conoscibilità effettiva.

Uno di questi documenti cartografici più sorprendenti di epoca colombese è La Mappa Cinese del Mondo (la titolazione originale è Schema Generale del Mondo Integrato) [Figura 111 (e 112)] che è stata composta nel 1418 dal grande ammiraglio della Flotta Imperiale di Cina,

FIGURE 111-112 – La replica del 1763 della Mappa di Zheng He, copiata (dal geografo cinese settecentesco Mo Yi Tong) [SOPRA] dall’originale del 1418 disegnato – probabilmente – dal condottiero marinaro e cartografo Fei Xin, aiutante di vascello zheng-heino e suo consigliere nautico nel terzo, quarto, e quinto viaggio (ovvero nel 1409/1411, 1417/19 durante il quale compilò la mappatura in questione, e 1431/33; fCG 2022). Le Americhe, nel cerchio destro della carta geografica, sono delineate consistentemente, sebbene non sempre con precisa conformazione. Ma contrariamente alle successive mappature europee, cinquecentesche, la loro presenza fisica è solida ed ineccepibile. Non si sa se questa cartografia fosse nota a qualche navigatore occidentale, ricevutola – o osservatala – nei traffici e scambi spesso impensabili (di aggiornamento tipografico, che allora si mostrava incredibilmente tempestivo e veloce, o per scopi di evoluzione culturale, oppure per esigenze spionistiche) di documenti internazionali per il mondo: ma nella sua evidenza figurale si esplicita proprio come Colombo aveva pensato – ovviamente senza il nuovo continente americano non ancòra noto agli Europei (nella rielaborazione mappale di Corrado Gavinelli del 2022) [SOTTO] – il raggiungimento diretto tra Europa e India tramite Giappone o Cina.

e intrepido navigatore, Zheng He: un importante eunuco regio – direttore, anzi, di questo genere di servizio di corte dell’Imperatore della Dinastia Ming, Yongle – di umili origini e “di religione musulmana” [Figure 113 e 114, e 115].

FIGURE 113 e 114 (115) – Due immagini del grande esploratore marinaro cinese Zheng He, in una statua di cera del 2008, di autore ignoto, esposta nel Museo Marittimo a Quanzhou (foto del 2019 di Mark Cartwright della Agenzia Fotografica Jonjanego) [SOPRA], ed in un dipinto senza data dell’artista e fotografo contemporaneo sino-statunitense Hong Nian Zhang (foto per la Agenzia National Geography del 2020) [SOTTO]. In questa ultima opera hong-nian-zhanghiana, si può ritrovare la possibile effigie del cartografo Fei Xin precedentemente ricordato (alla Didascalia 111), in una sua possibile raffigurazione ideale (fCG 2022) [IN BASSO]

    FIGURA 115

Le imbarcazioni dell’Ammiraglio cinese (componenti una flotta enorme di 317 navi equipaggiate con marinai di bordo e altri 28.000 soldati, di cui il bastimento ammiraglio possedeva una stazza davvero enorme rispetto ai modelli soliti delle navi da carico dell’epoca, essendo lunga 130 metri e dotata di 9 alberi con 12 vele, e 4 ponti) [Figure 116 e 117] esplorarono gli oceani tra il 1405 e il 1433, mappando ovunque i contorni delle terre

FIGURE 116 e 117 – Vladimir Kosov, Nave del Tesoro (Bao Xuan) di Zheng He [SOPRA]. La imbarcazione ammiraglia dell’importante navigatore cinese era così chiamata perché, insieme alle altre navi più dimensionalmente ridotte (la flotta comprendeva 317 navi equipaggiate con 28.000 soldati, oltre al normale equipaggio nautico), trasportava i beni di scambio preziosi per la sua lunga – 28 anni di navigazione – impresa di contatti internazionali. La sua stazza era davvero enorme rispetto ai modelli soliti delle navi da carico dell’epoca, essendo lunga 130 metri e dotata di 9 alberi con 12 vele, e 4 ponti. A confronto con le coeve caravelle, quali quelle di Colombo, l’imponenza di questo bastimento di legno era impressionante (Jan Adkins, La Barca del Tesoro di Zheng He, 122 metri, e la Santa Maria di Colombo, 25 metri, 1993) [SOTTO]

che i navigatori toccarono e visitarono [Figure 118-121] (comprese, come appena riferito, quelle Americhe che agli Europei erano ancòra totalmente sconosciute); e nella carta geografica che il comandante cinese fece redigere se ne può trarre una certa sostanzialità di incompiutezza per il Nuovo Mondo (poichè la parte americana settentrionale, che congloba anche la Groenlandia, ritorna abbastanza congruente, ma nella zona americo-meridionale risulta rappresentata con più approssimata delineazione).

FIGURE 118-121 – Il viaggio zheng-heiano non era di pretta scoperta geografica, o di solo tracciamento mappale, bensì aveva – come precipuo còmpito – lo scambio commerciale con le nazioni asiatiche, medio-orientali, ed africane (nella parte del Corno d’Africa tra Etiopia, Somalia, e Kenia), e di collegato impegno diplomatico-ambasciatoriale (Autore Anonimo dell’Atlante della Storia del Mondo Philip, Viaggi di Zheng He 1405-1433, senza data, ma del 2016) [SOPRA]. Ad esempio, nel suo settimo (ed ultimo) viaggio il traffico merceologico era basato sulla seta e la porcellana (si veda la Figura 114), e durante quello africano il carico di ritorno (Artista Ignoto, L’Ammiraglio Zheng He, senza data) [SOTTO] comprendeva anche piante, e vari animali esotici per il Serraglio Imperiale (compresa la famosa Giraffa donata dal Sultano del Bengala, che il pittore Shen Du ha dipinto su un ridotto rotolo verticale, non nel 1414 secondo quanto solitamente viene riportato, bensì nel 1420, poiché il viaggio in Africa Zhen He lo effettuò nel 1417-19: si veda anche la Figura 113) [IN BASSO]. Infine, nella rimanenete immagine [IN ULTIMO], un tipico portolano (Zheng He, Mappa Portuale, senza data – ma compilata nel sesto viaggio del 1421/22 – in una copia del 1621 del cartografo cinese Mao Yuanyi; foto di Florence Goupil per National Geography del 2020)  riportante i siti di attracco e rimessaggio delle imbarcazioni

    FIGURA 120

Tracciati, quelli delle Americhe di Zheng He, evidentemente generici ed approssimati, tuttavia di modalità neppure tanto diversa dagli analoghi riporti costieri e interni forniti successivamente (oltre un secolo e mezzo più tardi) da maggiormente informati cartografi europei, quali l’Ortelio nel Tipo della Orbe delle Terre del 1570 ed il Mercatore nella Descrizione Compendiosa della Orbe Terrestre del 1587 [Figure 122-123, e 124].

FIGURE 122-123 e 124 – Non può sfuggire comunque come ancòra un secolo e mezzo (e più) dopo dalla mappatura zhengheiana, il profilo delle Americhe – nonostante tutti i viaggi di ulteriore scoperta e di aggiornamento topografico – il Nuovo Mondo fosse molto lontano da ricevere una sua precisata identità costiera e interna, come esplicitamente mostrano le cartografie dei due geografi fiamminghi Abraham Oertel (italianizzato in Abramo Ortelio), fondatore della cartografia olandese, esecutore del Tipo della Orbe delle Terre del 1570 [SOPRA], e Gerhard Kremer (Gerardo Mercatore già considerato) nella Descrizione Compendiosa della Orbe Terrestre del 1587 [SOTTO].

 

Due rispettosi rilevamenti che, confrontati con la più tarda (del 1602) mappa (Carta Geografica Completa di Tutti i Regni del Mondo) del gesuita italiano Matteo Ricci (a sua volta matematico, cartografo, e sinologo), vissuto in Cina dal 1582, e divenuto profondo conoscitore della realtà e della cultura cinese, non risultano poi tanto di diversa fattura geo-topografica per completezza ed esattezza [SOTTO]

La mappa zheng-heiana è stata rintracciata (ed acquistata) nel 2001 (altri riferiscono nel 2005 o nel 2007: ma queste ultime due date sono impossibili, poiché nel 2002 la Carta cinese viene pubblicata sul libro dello storico-narratore inglese, luogotenente-comandante di sommergibile – e non anche egli ammiraglio come impropriamente viene indicato – Gavin Menzies) dall’avvocato cinese Lui Gang a Shanghai in una libreria antiquaria, però non nella sua stesura originale bensì in una copia del 1763, che tuttavia da parecchi studiosi ed esperti viene considerata una falsificazione.

Ne resta comunque la versione autentica del 1418, sebbene un poco diversa ma inequivocabilmente propria, che – per assurdo – potrebbe essere venuta a conoscenza di Colombo, ed avergli confermato quella sua irriducibile, ed ossessiva se non proprio maniacale, convinzione di navigare ad Occidente per raggiungere le Indie.

La conoscenza di questa mappa ignota agli Europei può essere provenuta dagli archivi segreti del Vaticano, che il collega ed aiutante di Cristoforo nei suoi primi due viaggi americani, il già accennato pilota Martín Alonzo Pinzón, capitano della caravella Pinta [Figure 125 e 126], se non con certezza aveva probabilmente potuto consultare a Roma (con mandato del suo comandante, Cristoforo Colombo), insieme ad altre mappe portolanico-planisferiche, da lui esaminate negli archivi della Santa Sede.

 

    FIGURE 125 e 126     

FIGURE 125 e 126 – Il Pilota e Capitano di Nave (cui Colombo ha affidato la guida della Caravella Pinta) Martín Alonso Pinzón, in un quadro di autore sconosciuto e senza data (ma della fine del Quattrocento: fCG 2022) [SOPRA, A SINISTRA] conservato nella sua casa natale a Palos, trasformata in museo; ed una ricostruzione della sua Caravella (nella foto di fotografo anonimo con pseudonimo Miguel Angél, Replica della Caravella ‘La Pinta’, del 2007) [SOPRA, A DESTRA]. Questo naviglio (come del resto le altre caravelle in genere), piccolo e leggero, che conteneva non più di 25 uomini di equipaggio, era comunque resistente e agile, facilmente manovrabile, ed adattabile anche alle tempeste più forti    

Ma al lontano Oriente appartiene anche una altra cartografia del mondo intero disegnata in questa epoca colombese di rilevante importanza, che più della precedente – sebbene priva di concreti riferimenti alle Americhe – poteva essere stata esaminata per una eventuale via verso occidente: si tratta della cosiddetta Mappa Coreana Honil Kangnido (il cui titolo completo è Honil Gangni Yeokdae Gukdo Ji Do, ovvero Mappa delle Terre Integrate e delle Regioni della Cina con le Zone Storiche e le Capitali), spesso abbreviata in Kangnido soltanto [Figura 127 (e 128)]; una copia (o meglio la rielaborazione) di una mappatura del mondo

 

FIGURE 127 e 128 – Yi Hoe e Kwon Kun, Mappa delle Terre Integrate e delle Regioni della Cina con le Zone Storiche e le Capitali, 1402 [SOPRA]; e Julio González Seara, Dettagli Politici della Kangnido, 2005 [SOTTO] (entrambe fCG 2022). La cartografia coreana risulta più circostanziata nelle terre di pertinenza asiatica [SOPRA], e piuttosto carente per il vecchio continente occidentale (con l’Africa quasi totalmente interessata da un inventato lago interno immenso – oppure rappresentante le estese zone arboree di savana e foresta centrali – e le specificità costiere del mediterraneo alquanto caoticamente delineate, senza precisa distinzione topografica anche nei confini delle varie nazioni) [SOTTO]

   

eseguita in Corea tra 1467 e 1471 (che lo storico statunitense Kenneth Robert Robinson nel 2008 ha invece collocato nel periodo 1479-85) prodotta dagli ufficiali coreani Yi Hoe (della flotta marina) e Kwon Kun (dignitario di corte della recentemente – del 1382 – salita al trono della nuova dinastia Chosŏn, e maestro confuciano, incaricato del Re per la confezione delle carte nautiche), sulla base di un originale giapponese del 1402. Il rilevamento kangnidino è una delle più antiche carte di navigazione del mondo che siano rimaste dell’Asia orientale, insieme all’altra mappa cinese elaborata da Ming Hun Yi Tu nel 1397-41. Ed essa riporta i luoghi della conoscenza geografica asiatica di allora che provenivano non soltanto dalle esplorazioni navali, ma anche dalle notizie nautiche e commerciali di pertinenza con i rapporti di terra sviluppati nel Trecento dall’Impero Mongolo, e risalenti al periodo di percorrimento dell’Asia da parte dei monaci francescani e di Marco Polo, tra le metà di Duecento e Trecento [Figure 129 e 130].

FIGURE 129 e 130 – Le grandi vie di collegamento, nautiche e di terra, che hanno secolarmente congiunto i Paesi del Mondo: i viaggi per mare dei grandi esploratori marinari (Autore Anonimo della Rubrica Internet BlandSpace, Esplorazioni Geografiche, senza data; fCG 2022) [SOPRA] e L’Antica Via della Seta (grafico anonimo del 2007: fCG 2022) [SOTTO]. La Via della Seta è una definizione introdotta nel 1907 dal geografo e geologo tedesco Ferdinand Freier Von Richthofen nella sua opera Diari dalla Cina. E il percorso descritto da Marco Polo nella sua narrazione per ‘Il Milione’, dettato e compilato nel 1298, comprendeva il suo viaggio tra il 1271 e il 1295 da Pechino a Costantinopoli e poi a Venezia [SOTTO]

Nella sua composizione generale (a parte la solita prevalenza nazionalistica verso il proprio Paese nei confronti degli altri continenti, per cui Cina e Corea, e anche Giappone, risaltano maggiormente dimensionati, rispetto ad una Europa molto approssimata e piccola, alla Africa ed alla Arabia e Medio Oriente altrettanto esigui e morfologicamente generici) questa carta presenta comunque non poche equivalenze topografiche e di localizzazione con la già analizzata mappa di Fra Mauro, compilata non molti anni prima (1447-54) [Figura 43].

La cui corrispondenza geografica però non è dovuta ad una reciproca connivenza conoscitiva, ma per essere entrambe basate – sebbene ciascuna in un proprio modo differente – su fonti cartografiche arabo-islamiche, a loro volta rivedute sulla Geografia di Tolomeo.

Sta di fatto però che questa carta, che doveva attestare anche gli scali portuari principali del vecchio continente, e di Venezia in particolare, testimonia di una sicura relazione nautica tra Europa ed Oriente, e quindi può essere stata conosciuta negli ambienti di navigazione delle potenze marinare europee.

L’incontro ad Oriente di Colombo: i nativi americani

Il nostro navigatore genovese, approdando nelle Indie considerate Occidentali dagli Europei (costituite dall’odierno arcipelago geografico sull’Oceano Atlantico comprendente la Florida, i Caraibi, il Messico, ed il Venezuela) perché raggiunte dalla rotta verso occidente, pensava di essere sbarcato in Giappone (il cosiddetto Cipango, che inequivocabilmente – anche per Colombo – si trovava nell’estremo Oriente) o nelle sue vicinanze, e non comunque nella America centrale. A questo grossolano errore lo aveva portato la sua convinzione di arrivare nel mondo orientale solcando tutto l’Atlantico, e dunque di ritrovarsi per forza nelle acque cipanghesi, o perfino nel mare del Catai di Marco Polo: le terre che stavano immediatamente prima dell’India, dove nelle sue intenzioni doveva in effetti arrivare [Figura 131].

FIGURA 131 – La Carta di Toscanelli del 1463 (fCG 2022) mostrante l’Oceano Atlantico (senza le Americhe non ancòra scoperte) con il Cipango (Giappone), e la Cina (suddivisa in Cathay nella parte superiore dominata dai Mongoli, e nella zona dei Mangi a meridione). Questa mappa è chiaramente ipotizzante una diretta via per l’Oriente attraverso l’Occidente (e non si deve dimenticare che Colombo di questa mappa era a conoscenza)

Più precisamente Cristoforo toccò l’America a Guanahaní, isola delle Bahamas che rinominò San Salvador, dove sbarcò prendendone possesso, e poi riprese – tre settimane dopo – la sua esplorazione toccando Cuba (che chiamò Juana) e quindi Hispaniola (adesso divisa tra Repubblica Dominicana e Haiti): tutte isole che Colombo però riteneva situate nei mari dell’Asia. E così egli confuse la isola hispaniolese con il Cibao, regione settentrionale nella attuale nazione dominicana [Figure 132 e 133].

FIGURE 132 e 133 – Il Primo Viaggio di Colombo, di autore ignoto e senza data, con i tre sbarchi americani (per ordine di approdo, da sinistra a destra: San Salvador; Cuba; e Hispaniola, nella Repubblica Dominicana) [SOPRA]; nonchè la costa del Cibao Settentrionale (segnata con la freccia rossa) nella Mappa della Repubblica Dominicana in America, non datata, di cartografo anonimo [SOTTO] (entrambe fCG 2022)

Non lo smuoveva neppure, da questa convinzione asiatica, la constatazione oggettiva degli aspetti fisionomici delle popolazioni amerinde con cui era venuto a contatto, di pelle non gialla come erano invece rappresentati i Giapponesi da navigatori e commercianti europei fino dal Medioevo, ed indossanti un vestiario piuttosto selvaggio, discinto e non raffinato [Figure 134 e 135], del tutto diverso dai costumi con i quali allora erano già decritti i Cipanghesi (o i loro corrispondentemente simili Cinesi) [Figure da 148 a 167].

La iconografia indio-americana

Testimonianze più precise ed attendibili dell’aspetto degli Amerindi incontrati da Cristoforo nei suoi primo viaggi, non sono molte ma sostanzialmente accettabili, quelle esistenti, per le riproduzioni fattene nei disegni e nelle stampe, principalmente xilografiche, negli anni soprattutto dei primi due sbarchi americani; in quanto quelle raffigurazioni sono eseguite sulla memoria fresca degli eventi, e non proveniente da successive  riproposizioni inventive.

In particolare, la prima immagine dei nativi americani riprodotta in Europa, è quella della Isola Spagnola (Hispaniola) incisa nel 1492 da un ignoto xilografo che ritrae lo sbarco a terra di Colombo e Martino Pinzón, dalla Santa Maria attraccata al largo, tramite una barca, accolti da numerose donne completamente nude, sorprese di quegli stranieri mai visti e ritrose per ovvi motivi di inconsapevolezza [Figura 134].

  FIGURA 134

FIGURA 134 – L’incontro di Colombo con gli Indios americani, in una xilografia (La Isola Ispanica, ovvero Hispaniola) del 1493 di artista ignoto, pubblicata da Gabriel Sanchez (Tesoriere Generale del Regno di Aragona) nella edizione illustrata di quell’anno per la Relazione in merito al primo viaggio di Cristoforo che lo scopritore della America ha inviato a Luis De Santángel, Ministro delle Finanze del Re Ferdinando [SOPRA]. La incisione su legno, colorata, si riferisce al primo anno colombino di scoperta americana, quello del 1492, e quindi è la prima raffigurazione dello storico incontro tra Spagnoli e Amerindi dei Caraibi. Questi ultimi appartenevano in particolare alla popolazione dei Taìno, e – nonostante la grezza rappresentazione figurativa – la immagine riprodotta si deve considerare più realistica di quanto  possa ritenersi: poiché nei primi contatti con persone straniere e sconosciute, il criterio di mandare avanti giovani donne, e bambini, nudi ed inermi, costituiva un metodo non aggressivo e pacifico di approccio tra popoli sconosciuti, di tipo tranquillizzante. Del resto, la nudità degli Amerindi dei Caraibi era una consuetudine di tutta normalità per i costumi semplici ed elementari di quelle tribù arcaiche, che indossavano esigui indumenti (le donne maritate un gonnellino soltanto, e qualche suppellettile; e gli uomini un perizoma e il corpo anche dipinto o tatuato, nonché monili eterogenei e piume sul capo ed a volte strani copricapi con pennacchi: si vedano le Figure 135 e 136, e 139-141)

Ad una osservazione superficiale sembrerebbe che quella rappresentazione – anche per la rozzezza della incisione del legno su cui è stata fatta – sia piuttosto generica e non realistica, ma ad una analisi più approfondita si può ritenere che essa sia accettabile, e che rozzamente descriva una scena concreta, avvenuta alla presenza delle sole donne (ragazze nubili, soprattutto, perché le maritate indossavano un gonnellino) mandate avanti ad accogliere gli estranei come erano soliti fare le popolazioni primitive negli incontri con genti ignote, ovvero affidando il primo ruolo di contatto alle persone più inermi, femmine e bambini, in segno di non ostilità e di accoglienza pacifica.

Altra importante, ed interessante, testimonianza visiva dell’aspetto caratteristico degli Indiani di America dei Caraibi all’epoca colòmbica dello sbarco in America, si ritrova nella xilografia a colori dell’artista belga Theodor De Bry mostrante lo Sbarco di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, eseguita nel 1594, e riferita al secondo viaggio di Cristoforo, dell’anno prima [Figura 135].

FIGURE 135-137 – Theodor De Bry, Sbarco di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo (xilografia altrimenti nota come Colombo e i Taìno), 1594 [SOPRA]. Questa immagine illustra non il primo viaggio dell’esploratore genovese, bensì il secondo, come riferisce lo scrittore italiano Gerolamo Benzoni, viaggiatore e commerciante milanese, nella sua ponderosa Descrizione della America in Quattro Parti stampata nel 1594 a Francoforte sul Meno, in cui l’autore elogia le incisioni de-bryane per essere “Tutte con eleganti raffigurazioni”. Nella tavola di quello sbarco, il comandante della spedizione, in abiti civili, è accompagnato dai suoi due più assidui collaboratori marinari, i fratelli Pinzón (Martín Alonzo e Vicente Yáñez: capitani-piloti, rispettivamente, della Pinta e della Niña), indossanti invece le tipiche armature militari dell’esercito spagnolo [SOTTO], sullo sfondo delle tre caravelle [IN BASSO] (tutto fCG 2022). Anche questa illustrazione in un certo senso si deve considerare veritiera, perché riporta quanto direttamente descritto dai marinai tornati dal loro viaggio (e soprattutto per i modi di vita degli Indiani Americani, con i loro abbigliamenti discinti)

Questa immagine, certamente più solenne e celebrativa della precedente (ed infatti non soltanto descrive il momento di approccio e di scambio tra le due etnie continentalmente opposte degli Europei e degli Amerindi [Figura 136], ma evidenzia la presenza di tutte e tre le caravelle, e l’atto di presa di possesso spagnolo tramite il conficcamento nel terreno della croce cristiana) [Figura 137], viene intitolata anche Colombo e i Taìno, perché attesta l’incontro degli esploratori europei con una tribù di quella popolazione locale caraibica che abitava complessivamente le isole tra il Golfo del Messico ed il Mare dei Caraibi  [Figura 138].

FIGURA 138 – Yavi Daxiu, La distribuzione delle popolazioni taino, caribe e arawak al tempo dell’arrivo degli spagnoli nelle isole caraibiche, 2008 [SOPRA]. I Taìno erano abitanti dei Caraibi insieme alla tribù dei Caribi loro vicini; mentre gli Arawaki (in italiano scritti anche Arauachi) comprendevano un popolo marginale, più tipico del Venezuela, della Colombia, e del Brasile (ed in particolare del contesto antropico amazzonico).  La etnìa taìna all’epoca colombese era già in avanzata riduzione di numero, per gli scontri armati con il popolo caraìbico; ed il frate domenicano spagnolo Bartolomé De Las Casas (divenuto primo vescovo residente del Chiapas messicano  e considerato – per la sua umanità tutelatrice verso i nativi americani – “protettore degli Indiani”), nel suo libro Storia delle Indie del 1561, riferisce che nell’anno 1508, quando egli li incontrò per la prima volta, vivevano soprattutto nella Isola di Hispaniola

I Taìno erano una popolazione che risiedeva nelle isole caraibiche insieme alla tribù dei Carìbi loro conterranei, ed agli Arawaki (in italiano scritti anche Arauachi, che però erano più tipici del Venezuela, Colombia, e Brasile, ed in particolare del contesto culturale amazzonico). Le tribù tainesi all’epoca di Colombo erano già in avanzata diminuzione, per i continui scontri armati con i loro oppositori caribici; ed il Vescovo spagnolo Bartolomé De Las Casas, frate domenicano, nel suo libro del 1561 normalmente indicato come Storia delle Indie (ma in realtà con il giusto titolo Brevissima Relazione della Distruzione delle Indie) già implorava il Re di Spagna Carlo V (chiamandolo “padre e pastore” dei suoi nuovi sudditi americani) “per fare cessare massacri e crudeltà” inflitti agli Amerindi; dei quali riferisce che nell’anno 1508, quando egli li incontrò per la prima volta, vivevano soprattutto nella Isola di Hispaniola.

Gli indumenti di questi indigeni erano molto elementari, soprattutto a causa del clima tropicale e mite; e gli uomini indossavano soltanto esili perizoma di pelle animale per coprire il pube, e le donne sposate un simile indumento oppure una gonnellina di foglie o paglia, o anche cotone, mentre i giovani (ragazzi e bambini, maschi o femmine) stavano in completa nudità. Eventualmente, qualcuno (soprattutto gli adulti, di ogni sesso) si dipingeva il corpo con tinte colorate, tatuandosi anche, e si agghindava  con suppellettili e monili anche preziosi (collane e orecchini, e altri ornamenti: in oro, argento, altre pietre, ossa o conchiglie, e piume) come anche le rappresentazioni europee del tardo Cinquecento e successive, fino all’Ottocento (e perfino nelle fotografie primo-novecentesche), hanno sempre normalmente riportato, invariatamente, nelle loro illustrazioni [Figure 139-141].

139-140 e 141 – Il popolo taìno-arauaco dei Caràibi: due immagini (Famiglia Indiana Caraiba; e Indiana Arrowukas “indossante un perizoma di perline intrecciate”) pubblicate dal militare scozzese John Gabriel Stedman nel suo libro sulla Narrazione di una Spedizione di Cinque Anni contro i Negri Ribelli del Surinam (riguardante la repressione degli schiavi fuggitivi) del 1796, in due riproduzioni nella edizione italiana del 1818 del grafico vicentino Giuseppe Dall’Acqua [SOPRA e SOTTO]; ed in una fotografia dell’inizio del Novecento di autore ignoto e senza data [IN BASSO]

Ma di questa loro disposizione ornamentale le prime raffigurazioni spagnole non porgono particolari documentazioni, mostrando quelle persone quasi solamente con il minimo vestiario indumentale, e nel loro elementare ed arcaico rapporto con la natura di genere neoliticamente primitivo [Figura 142].

 

142 – Un indigeno amerindo intento ad accendere il fuoco con il tipico sistema preistorico-neolitico dello sfregamento di stecchi di raoi, in una illustrazione (Albero che produce il cacauate, & come gl’Indiani di due legni cavano il fuoco, di xilografo ignoto: fCG 2022) del 1572 (riprodotto dall’originale del 1563 nel libro La Historia del Mondo Nuovo di Girolamo Benzoni, viaggiatore e commerciante milanese). Il Cacauate è una pianta che produce omonimi frutti tipicamente caraibici, corrispondenti alle nostre arachidi

La vita dei Taìno visti da Colombo e figurata dal De Bry si rivela alquanto povera e semplice, per una popolazione dèdita fondamentalmente alla pesca [Figure 143] (ma anche alla caccia, alla agricoltura ed all’allevamento) insediata in primitivi villaggi di capanne di legno e di fronde vegetali (generalmente di palma) collocate in radure opportunamente ricavate nella foresta, e non sulla costa, entro tipiche abitazioni circolari contenenti anche diversi nuclei familiari insieme, distribuite intorno ad una costruzione più grande, rettangolare, nella quale risiedeva il capo del villaggio (cacicco) con la sua famiglia [Figura 144] (dove, per dormire, usavano caratteristiche amache di cotone: elemento di riposo proprio di invenzione taìna) sollevate da terra.

FIGURA 143 [SOPRA] – Rappresentazione di un fondamentale aspetto di vita dei Taìno (Il modo di pescare, & navigare nel mare di Mezzogiorno) tratto sempre dalla edizione del 1572 della Historia benzoniana. Si può riscontrare come anche i mezzi di sopravvivenza taìnici fossero completamente dipendenti dalle risorse naturali esistenti, ed ottenuti con l’utilizzazione di  attrezzature artificiali elementari

FIGURA 144 [SOTTO] – Ricostruzione di un Villaggio Taìno a Cuba (foto di Michael Zalewski del 2005)

In una situazione di sopravvivenza essenziale, ma sufficiente, che per la sua primitività [Figure 142 e 143] indusse i Conquistatori a credere quella loro esistenza idilliaca come una sorta di trasposizione terrena del Paradiso Terrestre [Figura 145].

FIGURA 145 – Theodore De Bry, Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden, 1590 (fCG 2022). Le fisionomie dei nostri Progenitori vengono descritte negli stessi aspetti arcaici degli Amerindi, viventi in una natura selvaggia ed incontaminata, completamente a disposizione dei suoi abitanti, umani ed animali, pariteticamente (una idilliaca condizione che si spezzerà con il mito  –  in realtà la metafora darwiniana della evoluzione degli Umànidi dal ceppo delle scimmie – del Peccato originale, con cui ADamo ed Eva hanno trasgredito alle leggi naturali imposte da Dio)

Invece, nella iconografia celebrativa – o anche solamente cronachistica – del rapporto tra Europei ed Amerindi in sèguito allo sbarco di Colombo realizzata nei secoli più recenti, i costumi indiani della America (questo nome venne loro dato per il permanente disguido di avere raggiunto le Indie), si enunciano più generici, oppure anche vistosi, ed inventivi [Figure 146 e 147].

FIGURE 146-147 – Dióscoro Teófilo Puebla Tolín, Il Primo Sbarco di Colombo, 1862 [SOPRA], ed uno Scambio di Doni tra Europei ed Amerindi, di autore sconosciuto e senza datazione (ma altrettanto ottocentesca) [SOTTO] (entrambe fCG 2022)). Si può notare come la rappresentazione degli Indiani americani risulti sempre stereotipata e convenzionalmente basata su una generica definizione selvaggia, o stravagantemente esotica

La visione della Cina

Diversamente dal Giappone, di cui tratterò più avanti, la Cina all’epoca colombina era scarsamente raffigurata nelle immagini europee; ed a confronto con le genti amerinde, le rappresentazioni delle popolazioni cinesi si presentano non soltanto scarse, ma anche parecchio indirette, e addrittura inventive, e di carente oggettività. Poiché fondamentalmente non erano le immagini d’arte a pervenire all’Occidente, bensì le traslate narrazioni di mercanti e diplomatici, e viaggiatori, sostanzialmente verbali; e per altro mediate da contaminazioni iconografiche distorcenti, e lontane dalla realtà di provenienza orientale, come eccellentemente mostrano le illustrazioni miniate della edizione quattrocentesca (del 1410-12) del libro Il Milione di Marco Polo (in pratica diario del suo lungo periodo di permanenza in Cina alla corte degli imperatori mongoli, dominanti allora sul territorio cinese), che il commerciante veneziano aveva dettato e fatto trascrivere nel 1298 [Figura 148].

 

FIGURA 148 [SOPRA] – Una illustrazione del Libro delle Meraviglie, edizione miniata francese del 1410-12, ricopiante Il Milione di Marco Polo, dettato allo scrittore italiano Rustichello da Pisa nel 1298 dal viaggiatore veneziano, e riportante la sua esperienza di itineranza e permanenza in Cina tra 1271 e 1295. La miniatura, di un autore di identità non pervenuta, è comunque raffigurata nella inventiva modalità ancòra tardo-gotica di allora, non ambientatamente realistica, con vestiti di moda europea, senza attinenza con la effettiva tradizione orientale (fCG 2022)

Eventualmente, per avere una esplicita rappresentazione figurativa degli abbigliamenti mongoli medievali, anche se soltanto di genere militare, si deve fare riferimento ad un eccellente dipinto giapponese di autore purtroppo ignoto, composto nel 1293, commissionato dal valoroso samurai nipponico Takezaki Suenaga, protagonista dell’opera, e difensore ardimentoso della propria patria [Figure 149 e 150].

FIGURE 149 e 150 – Descrizione Accurata delle Invasioni Mongole nel Giappone (avvenute  tra 1274 and 1281): particolare [SOPRA] ed episodio intero [SOTTO] del dipinto su rotolo del 1293 commissionato ad un pittore nipponico purtroppo rimasto sconosciuto dal valoroso samurai Takezaki Suenaga, protagonista della scena di combattimento, e valorosos difensore della propria nazione (entrambe fCG 2022)

Ma per il periodo cinese afferente alla epoca delle ricerche colombiche per la preparazione della navigazione di Cristoforo verso le Indie, nella cronologia cinese esso appartiene alla seconda fase della Dinastia Ming, sviluppata tra i regni degli imperatori Chenghua (1464-1487) ed Hongzhi (1488-1505); di cui varie opere descrivono anche abbondantemnte le abitudini urbane e rurali di quella fase storica, con le modalità vestiarie della popolazione: dalla autorità imperiale ai vari rappresentanti dei ceti cittadini e rurali fino ai normali abitanti; e tutti perfettamente mostrati nei loro abiti caratteristici, di una foggia quasi atemporale, che si è sviluppata pressocchè identica, o comunque invariata, nei secoli, per tutta la cultura antica, e successiva.

Di questi dipinti, sono altamente significativi le effigi, semplici o di complessa scenografia, eseguite dagli ignoti Artisti di Corte Imperiale (Ritratto Seduto dell’Imperatore Chenghua, 1464; e L’imperatore Xianzong dei Ming si Gode la Festa delle Lanterne, 1482-85) [Figure 151 e 152] che raccontavano per immagini la vita del loro sovrano: dai quali traspare

FIGURA 151 [SOPRA]– Artista di Corte Imperiale ignoto, Ritratto Seduto dell’Imperatore Chenghua, 1464 (Fcg 2022). Il sovrano è raffigurato nella solita posa tipica, frontale in genere, con cui venivano raffigurati gli imperatori al loro insediamento sul trono, con abiti cerimoniali sontuosi ma in una agghindatura (anche nella sistemazione della capigliatura e del copricapo) formalmente non meno diversa da altri abiti di tipica foggia a tunica indossati anche da cortigiani o funzionari, e gente del ceto nobiliare e commerciante

FIGURE 152 e 153 – Particolare del lunghissimo rotolo orizzontale L’imperatore Ming Xianzong che si Gode la Festa delle Lanterne (Fcg 2022) mostrante i “Divertimenti nel suo Palazzo”, realizzato non nella metà del XV secolo (1400-1450) come viene genericamente riportato anche da fonti autorevoli, ma nel 1482-85 da un ignoto Artista di Corte Imperiale [SOPRA], ed in un suo dettaglio [SOTTO]. In queste scene di festaggiamento, si possono osservare i variegati costumi dei differenti ranghi sociali, ed anche dei fanciulli, tutti però sistemati con il medesimo schema di vestiario stereotipico (come si direbbe, dalla testa ai piedi) [si vedano anche le Figure 154 e 155]

la affollata raffinatezza della civiltà pechinese (e cinese in genere) improntata su tipi di vestiario dalla omogenea schematicità di abito e acconciatura, più o meno carica a seconda dei ranghi sociali ricoperti; ma sostanzialmente identica alle convenzioni di moda della tradizione secolare (come appare dal dipinto I Quattro Generali di Zhongxing eseguito da Liu Songnian duecento anni prima, nel 1214, durante la Dinastia Song Meridionale) [Figure 154 e 155].

FIGURE 154-155 – Sebbene più variegati e raffinati, quegli abiti non sono da meno analoghi ai vestiti nobiliari indossati dai Quattro Generali di Zhongxing dipinti da Liu Songnian due secoli prima, nel 1214, durante la Dinastia Song Meridionale (lavoro intero e particolare: fCG 2022) [rispettivamente SOPRA e SOTTO]; e sono confezionati tutti sulla tipologia indistinta della caratteristica tunica avvolgente, elementare e cadente, che diventerà poi l’elemento riconoscitivo dell’intellettuale, o Studioso (e quindi del Maestro e dell’insegnante in genere), distinto dalle altre acconciature civili e dal vestiario composito (giubba e pantaloni) del ceto popolare (si veda la Figura 156)

Non da meno, nella estemporanea escursione cronologica delle dinastie cinesi, un invariato abito di omogeneo indossamento, con inflessioni contingenti a seconda del ceto sociale o delle condizioni economiche, è la tunica lunga ed unica, floscia ed avvolgente, del saggio, intellettuale o studioso, principalmente rappresentata nel paesaggio all’aperto insieme al giovane allievo-servitore (come esemplarmente si può vedere nel dipinto campestre di Ma Yuan, Camminando sul Sentiero di Montagna in Primavera, anche esso effettuato in epoca Song, nel 1190) [Figura 156].

FIGURA 156 – La caratteristica tunica lunga e totalmente fasciante degli intellettuali, nel dipinto meditativo di Ma Yuan Camminando su un Sentiero di Montagna in Primavera, pure questo attuato in epoca Song, nel 1190 (in cui, a sinistra, si vede anche i tipico vestiario semplice, popolare, del servitore: fCG 2022)

Una palandrana asettica, sobria, e severa, la cui forma si protrarrà in Cina fino all’avvento della età moderna, nel primo Novecento (ed ancòra indossata, emblematicamente, dal giovane Mao Zedong fino dagli Anni Trenta) e sparendo poi con la Repubblica Popolare odierna [Figura 157].

    FIGURA 157

FIGURA 157 – Liu Chunhua, Il Presidente Mao in Viaggio verso Anyuan, 1967 (fCG 2022). La scena rappresenta il giovane intellettuale (allora insegnante e perciò vestito con il saio della persona di cultura) divenuto poi Presidente della nuova Cina nel 1949, nell’anno 1922 mentre si reca a piedi verso le miniere di Anyuan, dove era avvenuta una sostenuta protesta con un imponente sciopero dei minatori, e di cui il giovane futuro condottiero cinese – non ancòra di ideologia comunista ma fortemente impregnato da concezioni moderne progressitiche – condusse le azioni rivendicative, non-violente, con successo: iniziando quel primo periodo di importanti cambiamenti che consolidarono il Partito Comunista della Cina nel suo interno pensiero rivoluzionario e di sostegno del futuro movimento politico che portò al potere il socialismo locale, e di cui per altro la parte maggiore dei lavoratori nelle miniere diventò militante nella famosa Armata Rossa della futura nazione

Ma non è possibile comunque stabilire se qualcuno, e quali (o altri), di questi lavori fosse di effettiva conoscenza agli Europei, perché gli scambi culturali e artistici, anche soltanto di riproduzioni a stampa, della Europa con i Cinesi a quell’epoca erano ancòra davvero scarsi e labili, iconograficamente, e comunque non così diffusi da poterne possedere facilmente pezzi autentici, copie o riproduzioni rappresentitivi.

Resta comunque una suggestiva immagine di distanza figurativamente congiungente, anche nello stile di realismo rinascimentale per così chiamarlo che ne accomuna gli aspetti esecutivi, dei due coevi ritratti del grande artista cinese Shen Zhou (Autoritratto alla Età di Ottanta Anni) del 1504-05, e di Colombo già all’inizio mostrato, del Ghirlandaio e del 1520 [Figure 158 e 159 (e 2].

   FIGURE 158 e 159   

FIGURE 158 e 159 – Comparazione tra l’Autoritratto alla Età di Ottanta Anni del pittore cinese Shen Zhou del 1504-05 [SOPRA, A SINISTRA], e di Colombo – già all’inizio mostrato (alla Figura 2) – del Ghirlandaio e del 1520 [SOPRA, A SINISTRA] (entrambe fCG 2022)

La raffigurazione del Giappone

Analoghe considerazioni, tanto per stilismo tecnico quanto per riscontro di vestiario, si deve fare per la iconografia giapponese di epoca colombina (e precedente, e del suo periodo americano), nelle sue fattezze estetiche e nelle possibili (o no) conoscenze figurative in Europa.

A cominciare – per riprendere l’itinerario iconografico cinese precedentemente analizzato – con il simile confronto tecnico-rappresentativo dell’Autoritratto di un personaggio giapponese importante (Sesshu Tōyō, pittore e monaco buddhista zen del tardo – quattrocentesco – periodo Muromachi) del 1491 con la precedentemente riportata effigie colombina del 1520 (anche in tale caso ieratica rappresentazione realistica del Sol Levante, comparata con una contemporanea opera del Rinascimento italiano) [Figura 160 (e 159)].

    FIGURA 160

FIGURA 160 – Sesshu Tōyō, Autoritratto, 1491 (fCG 2022)

La similarità esecutiva, e compositiva, della artisticità cinese e nipponica è ad ognuno rilevabile esteriormente, ma costituisce anche una corrispodenza di derivazione culturale reciproca, di due Paesi asiatici vicini e storicamente corrispondenti per tradizioni culturali ancestrali e stretti scambi di rimando derivazionale. Che in tutti i più significativi lavori artistici, con le loro ovvie variazioni tecnico-espressive di carattere nazionale e sociale, mostrano comunque evidenti analogie stilistiche ed espressive in dichiarate corrispondenze esplicite, e visivamente considerevoli.

Delle quali, ad esempio, la famosa casacca totale e lunga, floscia, dei sopra citati Studiosi, viene formalmente ripresa con diretta affinità morfologica e vestiaria [Figure 161 e 162].

FIGURE 161-162 – Liang Kai, Li Bai mentre recita una poesia, 1250 [SOPRA], e Kanō Motonobu, L’Immortale Taoista Huang-Chuping, 1545 [SOTTO]  (entrambe fCG 2022). L’importante letterato cinese, che in Europa è conosciuto – e trascritto – come Li Po, nella sua elementare e semplice veste a tunica intera duecentesca [SOPRA], paragonato al simile abito cinquecentesco di un suo collega nipponico [SOTTO]

 

E non solo per il ceto medio intellettuale e funzionariamente burocratico, o imperiale, bensì pure per le condizioni del popolo minuto [Figure 163-164 e 165-170].

  FIGURA 163

FIGURE 163 e 164 – Due rappresentazioni cinesi di persone con abiti di vario rango e ruolo: del sovrano imperiale e dei suoi funzionari di corte (Yan Liben, Sun Quan Imperatore della Dinastia Tang, 690-705) [SOPRA] e di un uomo del popolo (Zhao Mengfu, All’unìsono (o anche Uomo e Cavallo al Vento insieme, 1278-82) [SOTTO] (entrambe fCG 2022)

FIGURE 165-168 [TUTTE SOTTO]– Quattro corrispondenti esempi di abiti giapponesi, similari ai precedenti della Cina, o del tutto diversi (per taglio del vestiario, acconciature dei capelli, e copricapi soprattutto): nelle opere di un autore sconosciuto (L’Imperatore Go-Hanazono, 1428) [SOTTO], di Tokiwa Mitsunaga (Caduta di un Consigliere di Stato, 1184-86: particolare di una scena urbana a Kyoto) [PIU’ SOTTO], di Zuishin Teiki (un  Cavaliere dei Ritratti dei Guardiani Imperiali, 1247) [IN BASSO], e di Josetsu (un pescatore Mentre cattura un pesce-gatto con una zucca vuota, 1413-14) [PIU’ IN BASSO]

FIGURA 165 [SOPRA]

FIGURE 166 [SOPRA], 167 [SOTTO], e 168 [IN BASSO]

FIGURE 169 [SOTTO] e 170 [IN BASSO]

FIGURE 169 E 170 – Ed ancòra, del già citato pittore Kanō Masanobu (Paesaggio, 1467-69), il dettaglio con il saggio contemplatore ed il suo giovane servitore vestito con abiti da persona del popolo) [SOPRA] e la immagine del rotolo intero [SOTTO] (tutto fCG 2022)

E comunque, per tutti questi esempi di indumenti, una conformazione con una decisamente enorme diversità dagli spogli costumi, e tantissimo estranei per la loro preistorica arcaicità , degli Amerindi quattro-cinquecenteschi.

E così, senza apparenti esemplari figurativi delle genti nipponiche, il nostro ingenuo – in questo caso – Cristoforo, non riuscì ad accorgersi (o non volle) della immane diversità tra la primitiva cultura degli Indios caraibici e la raffinata civiltà dei Cipanghesi, o del Cibao.

Che – per arrivare ad un azzardato altro confronto di tutta sensazionale suggestione figurativa – non erano da meno in maniera espressiva – come si evince dalla meravigliosa immagine del fiero e determinato samurai Hosokawa Sumimoto a Cavallo di Kanō Motonobu del 1507 – alla consolidata iconografia rinascimentale europea (magnificamente rappresentata da un altro Cavaliere sul suo destriero, quello famoso del Dürer del 1513: accompagnato però, più fatalmente, dalla Morte e dal Diavolo!) [Figure 171 e 172].

FIGURE 171 e 172 – Un suggestivo confronto epocale – di referenza rinascimentale – tra due Cavalieri sul loro destriero, del Giappone e della Germania: il fiero samurai in parata (Hosokawa Sumimoto a Cavallo, sempre di Motonobu e del 1507) [SOPRA], e la nota incisione drammatica del più moral-fatalistico Cavaliere con la Morte e il Diavolo di Albrecht Dürer del 1513 [SOTTO]

CONCLUSIONE

Credo che sia chiudibile così questa complessa vicenda di Colombo, che tra mappe cilindriche e mappamondi sferici pensava ad una rotondità terrestre raggiungibile da Occidente con convinzione intuitiva e in pratica senza prove certe, mentre della certezza etnico-civile dei Cinesi e Giapponesi stentava ad accettare una identità differente da quella degli Amerindi da lui per la prima volta scoperti!

Un interessante viaggio di ricognizioni storiche e congetturali, reali ed ipotetiche, che comunque penso possano –nella loro  modesta consistenza – contribuire ad un ulteriore approfondimento tecnico-gnoseologico di quella complessa fase secolare che ha costituito l’inizio di una nuova epoca mondiale, e di un cambiamento straordinario della esistenza umana, ancòra oggi di grande peso sulle vicende della sistemazione politica (e non soltanto della geografia) attuale del globo.

Della cui estrema importanza uno dei più grandi storici odierni italiani, e piemontese, Alessandro Barbero [Figura 173] ha recentemente commentato – nel suo servizio televisivo su Rai3 trasmesso questo Ottobre 2022, la cruciale importanza storicistica: quale

FIGURA 173 [SOPRA] – Il rinomato storico e scrittore (nonché narratore di divulgazione) piemontese Alessandro Barbero in un fotogramma del suo servizio televisivo trasmesso nel 2022 in occasione del 530esimo anniversario della scoperta della America da parte di Cristoforo Colombo

fatto “che cambiò la storia”; in quanto “fino a quel momento le due parti del mondo avevano vissuto per conto loro, senza alcun contatto”; ma “da allora in poi la storia è stata integrata” con una nuova situazione geografica, ignota e adesso irrimediabilmente aggiunta, in quel fatidico “anno cruciale, che” ormai “segna un prima e un dopo” di tutta novità geografica, antropica, sociale, economica, e politica (e culturale).

Corrado Gavinelli

Torre Pellice, Settembre-Ottobre e Novembre 2022

    FIGURA 174

Figura 174 – L’autore, Corrado Gavinelli, accanto al Mappamondo sferico dell’Albergo Baia di Newport nella parigina Eurodisney a Marne-la-Vallée nel 1996 (fCG)

BIOGRAFIA di CORRADO GAVINELLI

Corrado Gavinelli, nato a Gattinara (Vercelli) nel 1943, è Architetto, laureato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano (Italia) nel 1970 (tesi con relatore Aldo Rossi).

In Emeritazione dal 2009 dalla Facoltà di Architettura dello stesso Politecnico di Milano, in questo ateneo è stato (dal 1970 al 1975) Assistente Incaricato alla Cattedra di Storia e Stili della Architettura (di cui era titolare Paolo Portoghesi), diventandovi quindi Professore Incaricato di Storia dell’Architettura dallo stesso anno 1975.

E’ stato poi Professore Incaricato, nel 1984, per il Corso sperimentale di Storia dell’Architettura Contemporanea; e nell’anno successivo (1985, divenuto Professore Associato) ne ha ricevuto anche l’incarico in Supplenza, diventandone quindi pienamente titolare dal 1989.

Inoltre è stato (dal 1996 al 2010) Professore Straniero (Gaikokujin Kyoshi) di Storia della Architettura alla Facoltà di Arte e Progettazione Architettonica della Università di Tsukuba (Giappone), e – nella stessa nazione nipponica, e nel 2005 e 2009-10 – Professore Temporaneo alla Scuola delle Arti di Sapporo.

E’ stato anche, dal 1975 al 1989, Professore di Storia della Comunicazione Visiva all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Urbino (Italia), e Lettore al CERN (Centro Europeo per la Ricerca Nucleare) di Ginevra (Svizzera).

Ha collaborato con le più importanti riviste di architettura italiane (e lavora ancòra per alcune di esse: tra cui Casabella, Domus, Modo, Controspazio, Spazio & Società, Costruire, Costruire in Laterizio, Chiesa Oggi – di cui è Membro del Comitato Scientifico –, L’Arca, OFX, Recuperare, Recupero & Conservazione, Ottagono, Design, Flare, HU, Nuova Finestra, Vetro, OfARCH, DHD, D-Lux), nonché scrive regolarmente per i Periodici Telematici ‘Frontiere’ e ‘Thema’.

E’ Direttore della Collana ‘Architetti Contemporanei’ per la Jaca Book di Milano, e lo è stato della Collana di ‘Architettura e Arte’ per Alinea di Firenze.

Ha pubblicato numerosi libri (tra cui Novara e Antonelli, Archivio Storico, Novara, 1975; Città e Territorio in Cina, Laterza, Bari, 1976 (tradotto in spagnolo da Blume di Madrid nel 1979); L’Asilo Infantile De Medici, San Gaudenzio, Novara, 1976; Il Centro Storico di Oleggio, Mora, Novara, 1977; Piemonte e Valle d’Aosta, Pozza, Vicenza, 1981 (per le Guide di L’Espresso); Il Santuario Antonelliano a Boca, Del Forno, Maggiora, 1988; Lo Scurolo Antonelliano a Ghemme, Litopress, Borgomanero, 1988; Ai Piedi dei Grattacieli, Meeting, Rimini, 1992; Storie di Modelli Esibitivi e Critici, Alinea, Firenze 1993; Architettura Contemporanea dal 1943 agli Anni Novanta, Jaca Book, Milano 1995 (tradotto in spagnolo da Libsa di Madrid nel 1999); 581 Architects in the World, Toto, Tokyo, 1995 (in giapponese); Milano. Professional Guide, Kikukawa, Tokyo, 1998 (in giapponese); Neue Moderne Architektur, Kohlhammer, Stoccarda, 1998; L’Architettura di Leonardo Ricci, Claudiana, Torino, 2001; Il Villaggio di Monte degli Ulivi a Riesi di Leonardo Ricci, EstModus, Palermo, 2001; Paolo Soleri. Itinerario di Architettura, Jaca Book, Milano, 2003; My Impressions on Seike, SSoA, Sapporo, 2005; Ar-chi-tec-tu-ra, Jaca Book, Milano 2009; Luoghi della Pace, Jaca Book, Milano, 2010.

Ha curato le Enciclopedie di ‘Architettura del XX Secolo’ per la Casa Editrice Jaca Book (argomenti su Moderno e Post-Moderno), e delle ‘Religioni’ per le Edizioni Paoline (Estetica Protestante: Arte e Architettura).

Ha tenuto numerose Conferenze, in tutto il mondo, sulle tematiche della Architettura, del Design, e dell’Arte Visiva.

Ha organizzato parecchie Mostre ed Esposizioni sugli argomenti dei propri interessi di ricerca, e nel 1988 ha progettato e realizzato la sistemazione e l’allestimento del Museo Antonelliano a Boca Novarese.

Ha partecipato, come Consulente Storico e Collaboratore Propositivo, a diversi progetti di intervento architettonico ed urbanistico per Concorsi in gruppi progettuali; i cui principali risultati vincitori sono stati: la Sede Piemontese del Parco del Ticino a Cameri, nel 1991 (con lo Studio Colbertaldo di Milano), parzialmente eseguita; la Risistemazione della Piazza Santa Anna a Bergamo, nel 1997-2000 (con lo Studio Russo di Bergamo), totalmente costruita; e il Nuovo Mobilificio Moretti a Piandimeleto nel 2007 (con lo Studio Tartaglia di Milano), non realizzato.

Nel 1985 è stato insignito della Medaglia di Riconoscimento UIA (Unione Internazionale degli Architetti) alla Biennale Mondiale di Architettura a Sofia, per la propria attività storico-critica.

Nell’àmbito delle attività di cultura locale nel Pinerolese (dove attualmente abita, a Torre Pellice) è stato Membro della Società Storica Pinerolese (SSP), del Centro di Studi e Museo di Arte Preistorica di Pinerolo (CeSMAP), e di Italia Nostra (Sezione Pinerolese). Inoltre, ha collaborato per il Settimanale ‘Eco del Chisone’ (Settore Architettonico-Urbanistico), e per il periodico ‘Vita Diocesana Pinerolese’ (Pagina della Cultura: argomenti di Storia e Architettura-Urbanistica-Paesaggio). E per Torre Pellice è stato Membro Esterno della Commissione Edilizia Comunale (Settore Paesaggistico).

Per l’àmbito progettuale territorial-paesistico si è particolarmente occupato della sistemazione giardinistica sull’area del Parco del Ticino a Cameri (Italia) nel 1990-91, e per una proposta (con incarico ufficiale di ricerca ed elaborazione propositiva) di Analisi e Risistemazione Giardinistica della Univesità di Tsukuba (Giappone) nel 2009-2010.

Ultimamente si è specializzato – e ne persegue la analisi con relative pubblicazioni – nella Ricerca Iconologica (Studio delle Immagini e loro Riconoscibilità e Interpretazioni).

 

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